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Andrea Guardini
#1
 
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#2
Guardini “Mister 19 vittorie” subito nella mischia in Malesia e Qatar
Verona - domenica 21 novembre 2010 - Ha lasciato il segno. Nessun dilettante ha mai vinto come lui in una stagione: Andrea Guardini si è fermato a 19 successi, due in più del precedente record, detenuto da Claudio Corti che ne firmò 17 nel 1977, compreso il titolo mondiale conquistato a San Cristobal. E in questo «magico» 2010 ha già «assaggiato» il mondo del professionismo dove sarà stabilmente dalla prossima stagione.

Guardini, un record importante.
«E' stata veramente un'annata da incorniciare. Mi fa onore essere il dilettante più vittorioso in assoluto».

Quando ha pensato di poterlo raggiungere?
«Già a giugno, quando avevo colto la decima vittoria nella tappa del GiroBio. A quel punto, per me, era già una stagione record. I miei obiettivi, alla partenza, erano infatti arrivare a 10 vittorie e vincere una tappa al Giro d'Italia under. Poi, è vero, mi sono mancate altre vittorie in corse che avrei voluto vincere come il Circuito del Porto o un buon risultato, causa anche la sfortuna, ai campionato d'Europa».

Quali sono le vittorie che l'hanno maggiormente gratificato?
«Oltre alla vittoria a Ghedi nella terza tappa del GiroBio d'Italia, la Piccola Agostoni perché su un percorso misto, non proprio per velocisti. E mi è piaciuto vincere ad Acquanegra, lasciando il segno a fine stagione».

Ha vinto da febbraio a fine ottobre, dov'è il segreto?
«Il solo mese in cui non ho vinto, pur andando più forte rispetto agli altri, è stato luglio: lì sono stato un po' sfortunato, ma bisogna accettare quello che viene».
Ed ha esordito tra i professionisti al Giro di Danimarca e poi al Gran premio Modena.
«L'impressione è stata abbastanza buona. Divento professionista con buone aspettative. C'è, chiaramente, da imparare ancora molto».

Il suo direttore sportivo Scinto dice che lei è nettamente più forte di Guarnieri in volata.
«Non posso dirlo. So che due anni fa Guarnieri era una spanna sopra di me, ora non saprei proprio dire».

Ha già definito i programmi con la Farnese-M.Cipollini?
«Comincerò il 23 gennaio al Giro della Malesia e subito dopo sarò al Giro del Qatar. Il mio inverno sarà corto. Parto con l'intento di fare buoni risultati. Poi ci sarà il debutto in Italia, a Donoratico dove spero di presentarmi già in buone condizioni».

E' un passaggio al professionismo annunciato da tempo.
«C'era già una porta aperta con il gruppo di Scinto e Citracca sin da quando ero under con loro. Poi, in questi ultimi due anni, quando sono passato alla Casati, sono sempre rimasto in contatto e loro continuavano a seguirmi».

Cosa la preoccupa maggiormente in questo salto?
«Migliorare tanto sui percorsi impegnativi e sulle salite. Ho visto, in Danimarca, che posso essere competitivo se ci sono diverse salitelle, ma il ritmo in salita, per ora, non ce l'ho. Dovrò migliorare ancora. Più che la lunghezza delle corse, è questo a preoccuparmi. Sarà un cammino graduale».

Ritroverà Viviani e Alberio con i quali ha duellato da juniores e anche da under.
«Dopo un anno di transizione, mi ritrovo con Viviani, capace di vincere tre corse al suo primo anno da professionista: significa essere corridore e avere classe. Riuscire a fare come lui sarebbe il massimo. Con Alberio, poi, c'è un rapporto di amicizia che dura da anni visto che abbiamo corso insieme, con la Gore-Tex Gaiga, da giovanissimi, esordienti e allievi: sono contento per Tomas, ha fatto una bella stagione e meritava il passaggio».

Sente riconoscenza verso qualcuno?
«Sicuramente nei confronti delle mie due squadre principali con le quali sono cresciuto: sino agli allievi con la Gaiga e da junior con l'Ausonia, dove ho fatto il salto di qualità. Mi sento il dovere di ringraziare, principalmente, Gaetano Zanetti che mi ha seguito dal primo anno da junior sino al 31 ottobre scorso, alla mia ultima gara da under, la Coppa d'Inverno a Biassono: siamo stati insieme cinque anni e mi ha dato tanto. Ma non dimentico tutto lo staff tecnico e tutte le persone, direttori sportivi e accompagnatori che mi hanno accompagnato dalla categoria giovanissimi sino al professionismo».

(Renzo Puliero - L’Arena)
 
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#3
Ad Andrea Guardini il premio "Arena Ruota d'Oro"
Un simpatico pomeriggio quello andato in scena nel quartier generale della Cicli Tagliaro a Colognola ai Colli in occasione della consegna del “Premio Maglificio Antonella Club 88” creato da Renato Giusti con il patrocinio degli ex ciclisti professionisti veronesi. Un riconoscimento che viene assegnato ad un corridore veronese che si è particolarmente distinto che quest’anno è andato ad Andrea Guardini per la straordinaria stagione che gli ha regalato ben 19 vittorie. A dirigere le operazioni l’instancabile ed appassionato Renato Giusti il quale ha ribadito la sua intenzione di lasciare la guida degli ex professionisti Triveneti, ma di essere sempre e comunque vicino ai ragazzi del nostro territorio che mentre a rappresentare il comune di Colognola ai Colli il sindaco Alberto Martelletto e l’assessore allo Sport Tiziano Tregnaghi. Tra gli ospiti d’onore, oltre agli ex ciclisti professionisti veronesi: Guerra, Campagnari, Soave, Mori, Carletto, Menini, Cicchetta, Verzini, Furlan, Zampaerioli, Castelletti, Brentegani e Dalla Bona, erano presenti anche Tito Tacchella, Michele Dancelli e Gianni Motta. Preziosa e significativa la targa consegnata al velocista Colligiano, creata dal maestro orafo Soprana, che rappresentava l’anfiteatro Arena sovrastato da una ruota d’oro, recitava: “Per la strepitosa stagione 2010 con 19 vittorie record assoluto del ciclismo italiano nella categoria dilettanti e un caloroso augurio per l’avvenire”. Un record di vittorie davvero straordinario quello del velocista di Colognola ai Colli che con le sue 19 perle ha superato quello stabilito da Claudio Corti nel 1977. Il velocista veronese, un mix tra Alessandro Petacchi e Mark Cavendish, che ha come modello e idolo Robin McEwen, si appresta ad iniziare la sua prima stagione tra i professionisti con la casacca della Vini Farnese – Neri – Giambenini, ha spiegato quali saranno suoi primi impegni. “Inizierò nel mese di febbraio in Quatar e poi al Giro di Malesia, due corse adatte ai velocisti in cui spero di poter mettermi subito in evidenza. Poi la Tirreno-Adriatico ed infine spero di poter partecipare al Giro d’Italia a cui la nostra squadra è stata inviata”.

tuttobiciweb.it
 
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#4
Grande Andrea!! È arrivata subito la prima vittoria tra i prof! Complimenti!
 
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#5
L'intervista: Guardiamo dentro Guardini - «Pista importante. Al Giro? Difficile»
A guardare i suoi quadricipiti e i suoi polpacci sembra di trovarsi di fronte ad un quadro di Michelangelo. Quei muscoli che Leonardo ironicamente definiva "sacchi di noci", tanto erano scolpiti sotto la pelle. Il volto invece è raffaelliano, rassicurante, con il sorriso da bambino che frequentemente fa capolino tra le guanciotte paffutelle. Andrea Guardini è un ragazzo di ventun anni ma con la testa già ben piantata sulle spalle, un leader nato che pretende la lealtà dei propri compagni ma che non fatica ad assumersi le proprie responsabilità quando commette un errore. E in più ha fame, tanta fame di vittorie.

Andrea, cinque vittorie su dieci tappe alla prima corsa da professionista sono un risultato niente male...
«Senza dubbio. La squadra mi aveva chiesto di preparare bene questo Tour de Langkawi, io ho lavorato per farmi trovare pronto e questi sono stati i risultati. Ma da questa corsa esco in crescendo e potrò sfruttare la condizione ancora per diverso tempo».

Facciamo subito gli avvocati del diavolo: chilometraggi brevi, avversari non irresistibili, percorsi semplici...
«Abbiamo fatto tappe a 47-48 all'ora di media, non mi sento di disprezzare in toto il livello questa corsa. Di certo non mi sono trovato di fronte i Cavendish e i Boonen, ma quelli li troverò tra qualche giorno in Qatar».

Con che propositi volerai a Doha?
«Non mi pongo limiti, ma penso a fare un passo alla volta. Il primo sarà quello di arrivare a fare le volate, spesso disputate da gruppi decimati dal vento, poi se sarò con i migliori mi getterò nella mischia senza timore. Io non ho mai sfidato quella gente, non so quanto valgo rispetto a loro, sarà un'incognita per me. Ma lo sarà anche per loro...».

Cavendish o Petacchi? In chi ti rivedi di più?
«Sicuramente Cavendish, credo sia quello a cui mi avvicino di più come caratteristiche. Petacchi non è un modello per me, né come persona, troppo introversa e brontolona, né come atleta. Spero di vincere più e meglio di lui».

Parole forti e pronunciate guardandoti fisso negli occhi. Andrea è così, sempre gentile e disponibile con tutti, per due chiacchiere, un autografo, una foto, ma quando qualcosa non gli va a genio, di certo non le manda a dire.
«Da piccolo - riprende - mi piaceva Cipollini e seguivo per televisione le sue imprese. Dopo il suo ritiro ho imparato ad apprezzare tantissimo il talento puro di McEwen, quel folletto australiano che di tanto in tanto riusciva a mettere la sua ruota davanti a quella di SuperMario. Robbie è tuttora un idolo per me, anche solo partire con lui ad una corsa sarebbe per me un sogno che si realizza».

Che tipo di sprint prediligi?
«Quando sto bene riesco a fare sprint anche di 250-300 metri, con una forte accelerazione iniziale e una successiva progressione che spesso mi consente di contenere il ritorno degli avversari. Mi tornano sempre in mente le parole del mio direttore sportivo Gaetano Zanetti che mi ha sempre detto che con le mie capacità non devo aver paura di partire presto perché è meglio perdere una volata essendo rimontati che perderla perché non si è avuto lo spazio per rimontare».

Diciamolo una volta per tutte, la pista fa male alla preparazione di uno stradista?
«Assolutamente no! La pista è un'ottima scuola di ciclismo e ogni stradista - soprattutto i velocisti - dovrebbero fare delle sessioni in velodromo e ne trarrebbero vantaggi importantissimi, dal ritmo di pedalata al colpo d'occhio in volata, non tralasciando la guida del mezzo, fondamentale in uno sprint a ranghi compatti. Io abito a 70 km da Montichiari e, nonostante mi costi qualche sacrificio, mi ritengo fortunato a poterci andare praticamente tutte le volte che voglio, in particolare durante la preparazione invernale, cosa che continuerò a fare anche in futuro».

Diciamo anche che Andrea Guardini, a differenza di tanti stradisti con un passato in pista, viene dal settore velocità e che da Juniores ha vinto un campionato europeo di Keirin ed ha corso i 200 metri lanciati in 10"54, il tutto senza mai abbandonare - anzi - la strada. Insomma, avresti avuto la strada spianata anche su questo versante, se solo lo avessi voluto.
«A mio modo di vedere, in Italia, fare il pistard se hai la possibilità di essere un buon stradista, è riduttivo. La nostra Federazione, a differenza di tante altre, ha deciso di puntare forte sulla strada, lasciando la pista un po' ai margini e io non ci ho pensato su due volte a scegliere la prima a scapito della seconda. L'alternativa propostami era quella di entrare in un gruppo militare e continuare a fare attività con loro. Con tutto il rispetto per loro, ho pensato che per il mio avvenire fosse meglio accantonare la pista e puntare forte sulla strada e, per ora, i fatti mi stanno dando ragione».

Certo, fossi nato in Australia o in Gran Bretagna...
«Allora la mia scelta sarebbe stata sicuramente più ponderata. Altrove i pistard sono considerati alla stregua degli stradisti, se non qualcosa in più. Con le recenti modifiche del CIO, la pista assegna 10 ori olimpici contro i 4 della strada. La scelta logica sarebbe, non dico di privilegiare l'attività in velodromo, ma almeno di trattarla alla pari rispetto a quella sull'asfalto. Florian Rousseau, ex-gloria della velocità francese e ora commissario tecnico della nazionale, dopo gli Europei di Keirin che vinsi a Cottbus, venne a farmi i complimenti dicendo che raramente aveva visto una prestazione simile da un ragazzo con così pochi allenamenti specifici e mi predisse un grande futuro da pistard. Facile parlare per un francese...(ride)».

A proposito di Federazione. La nostra ha scelto di non convocare i professionisti per i Campionati del Mondo Under 23, nonostante l'UCI permetta a quelli di squadre Professional e Continental di schierarsi al via della prova iridata. In altre parole, tu potresti essere uno dei favoriti per il Mondiale di Copenaghen, ma la FCI ti impedirà di esserci. Condividi?
«Non sta a me dire alla Federazione come deve lavorare, hanno scelto questa politica per i giovani e sarà il tempo a dire se hanno ragione o meno. Ormai il mio capitolo tra gli Under 23 è giocoforza chiuso, a questo punto spero di essere convocato almeno come riserva nel Mondiale dei Pro'! (sorride)».

I tuoi detrattori dicono che, sì, hai vinto 19 corse nell'ultimo anno da dilettante, ma si tratta di vittorie minori, di "circuitini" di paese...
«Se nessuno finora era mai riuscito a vincere 19 circuitini, qualcosa vorrà pur dire. Le mie prime vittorie da professionista potrebbero servire anche a mettere a tacere certe critiche. C'è anche da dire che in un appuntamento importante come lo scorso Europeo in Turchia, ero nel gruppo dei migliori lanciato verso lo sprint e ho forato a 3 km dalla conclusione, privandomi della possibilità di conquistare almeno una medaglia. Per il resto, devo ammettere che ancora mal digerisco le salite e, per esempio, in una gara come il Liberazione, non sono mai riuscito ad arrivare alla volata».

Immaginiamo che lavorerai per smussare questo tuo punto debole...
«Certamente. Finora non ci ho dato molto peso perché da dilettante ho pensato più alla quantità che alla qualità delle vittorie, ma so già che tra i professionisti sarà un'altra musica: se non riesci a superare almeno degli strappetti, con loro le volate manco le fai. Il mio sogno nel cassetto si chiama Milano-Sanremo e per riuscire a vincerla un giorno dovrò migliorare il mio rapporto con la salita, con sessioni di allenamento specifiche.

Alla Farnese Vini pare che tu abbia trovato l'ambiente ideale per questa tua prima stagione da professionista...
«È vero, con Scinto e tutto lo staff ho instaurato subito un feeling particolare e gli stessi compagni hanno dimostrato una forte abnegazione, permettendomi di arrivare a disputare sette sprint su otto tappe pianeggianti, roba non di poco conto se ci si pensa. Quest'anno, in quanto a calendario, avremo ben poco da invidiare alle grandi squadre Pro Tour, potendo disputare tutte le gare italiane e diverse importanti classiche in tutt'Europa. Per ora ho due anni di contratto con la squadra e sarò contento di onorarli fino in fondo, poi si vedrà».

Debutterai al Giro già quest'anno?
«Credo che per me sarà difficile disputarlo già quest'anno. Sono giovane, ho cominciato a correre presto e comunque abbiamo un altro velocista più maturo di me che potrà farlo. Tra Langkawi, Qatar, Oman e poi verosimilmente Sardegna e Tirreno, avrò corso tantissimo e avrò bisogno di riprendere un po' il fiato in vista della seconda parte di stagione. Magari dall'anno prossimo comincerò a pensarci...».

Giuseppe Cristiano - cicloweb.it
 
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#6

Complimenti a Guardini per la prima grande vittoria della carriera :D
 
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#7
Poi ha vinto l'ultima tappa, dopo giorni di fatica tra rincorse e ventagli. Un bel segnale dal punto di vista del fondo Sisi

E tra l'altro Scinto sta pensando di fargli fare 10-12 giorni di Giro, un po' come fece Gianetti, lo scorso anno, con Felline al Tour.
 
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#8
Che dire di questo corridore? In Qatar è stato fantastico, l'ultima volata il buon (mica tanto) Theo Bos non se la scorderà facilmente, l'ha superato doppia velocità. C'è poco da fare, un velocista deve saper vincere. Puoi anche essere potenzialmente più forte di Cavendish, ma se ogni giorno c'è qualcosa che ti blocca (parlo, per esempio, di Bennati) non vincerai mai niente. Invece Guardini vince, col treno, senza il treno, contro i malesi, contro i campioni. Un corridore alla "Trezeguet", un finalizzatore.
 
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#9
Scinto: tra tre anni, Guardini numero uno al mondo
È un giudizio importante, quello che Luca Scinto ha dato oggi di Andrea Guardini nel corso di "Mondo Giordana". Un giudizio che non ammette mezze misure: «Tutti sono rimasti sorpresi dalle sei vittorie di Guardini in questo avvio di stagione, tutti ma non io. E vado oltre: vi dico che tra tre anni sarà il velocista più forte del mondo».
Lui, il buon Guardini, rimane un po' sorpreso dalle parole del suo direttore sportivo e frena un po': «Mi aspettavo di vincere, ma non così tanto. Luca ha detto parole importanti su di me, spero che abbia ragione. Io il nuovo Cavendish? Non scherziamo...».

tuttobiciweb.it
 
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#10
Guardini, l'anti Petacchi
Quando ha vinto la sua prima corsa, in palio c’era una gallina: sarà anche durata poco, come ci racconta ridendo, ma gli ha decisamente portato bene.
Andrea Guardini, dopo il suo primo successo da G1, ha fatto sue innumerevoli uova, rigorosamente d’oro.
Grazie alla forza esplosiva che gli ha donato madre natura e a un’intelli­gen­za non comune per la sua giovane età, dal giorno in cui ha portato a casa questo curioso trofeo non ha fatto altro che vincere.
Senza contare le tante vittorie conquistate in pista, il campioncino ve­ro­nese di Colognola ai Colli, da Gio­vanissimo ha collezionato 98 vittorie.
Da tre mesi il “Guardia” corre tra i pro­fessionisti e a ventun anni può già vantare 6 vittorie nella massima categoria, cinque tappe (su dieci, ndr) della 16a edizione del Tour de Langkawi e l’ultima frazione del Tour of Qatar.

Com’è nata la tua passione per il ciclismo?
«Ho iniziato a correre da G1. Mio pa­pà Gianni, ex corridore dilettante, ap­pena ha potuto mi ha messo in bici. Prima ho praticato per due anni calcio, ma senza particolare interesse».

Ti ricordi la tua prima bici?
«La mia primissima bici era una semplice mtb, mi ricordo come fosse ieri che mentre aspettavo i miei compagni per il primo allenamento ero talmente in fibrillazione che non riuscivo a stare fermo, quindi facevo avanti e indietro per la via di casa. La prima vera bici da corsa che ho posseduto era una Ta­gliaro, bianca con le ruotine del venti. Fino alla categoria “esordienti” ho cor­so con le bici di Daniele Tagliaro, grande amico e mio meccanico di fiducia, poi via via con quelle delle squadre in cui ho militato. Sono cresciuto ciclisticamente nella Polisportiva Gaiga (la stes­sa che ha lanciato Damiano Cu­nego, ndr), poi da juniores sono passato alla Ausonia. Tra i dilettanti sono stato subito notato da Luca Scinto, che mi ha seguito e non mi ha più perso di vista. Per me Luca è davvero una persona speciale, proprio come Gaetano Zanetti, che mi ha insegnato moltissimo dal punto di vista tecnico».

E la prima gara?
«Da G1, ho iniziato a fine stagione. Al­la quinta corsa ho ottenuto la mia pri­ma vittoria, sai cosa c’era in palio per il primo classificato? Una coppa e una gallina. Il secondo ha portato a ca­sa venti uova, il terzo non ricordo: for­se una frittata…».

Da piccolo cosa sognavi di fare “da grande”?
«Sognavo di diventare un grande del ciclismo. Sono cresciuto vedendo un campione del calibro di Mario Cipollini vincere quasi tutte le volate del Giro. Non avrei potuto aspirare ad altro».

Il piccolo Andrea sarebbe felice di quello che è diventato?
«Anche il grande Andrea è felicissimo, anche se uno come me non è mai contento. Io guardo sempre avanti, penso piuttosto alle volate perse e non a quelle vinte. Mi piace imparare e guardare al prossimo traguardo».

Cos’è per te il ciclismo?
«Una passione grandissima. Senza ci­cli­smo non potrei vivere. Nel bene o nel male non c’è giorno che passi senza un pensiero alla mia bicicletta, anche quando sono lontano dalle gare. Per me il ciclismo è una scuola di vita. Vi­vo e amo questo sport per il suo lato estre­mamente competitivo: non saprei stare senza ciclismo, ma nemmeno sen­za gareggiare. Il mio primo stimolo è il confronto con gli altri».

E la volata?
«Adrenalina pura. L’emozione più grande che provo andando in bici è proprio quella che affiora dentro di me ai 150 metri dalla linea d’arrivo. Quan­do in quella infinitesimale frazione di secondi guardo sotto il braccio, non vedo la ruota degli avversari, capisco che nessuno mi può più superare e alzo le braccia al cielo. Solo un velocista può capire questa magia».

Un corridore che apprezzi?
«Uno su tutti, il più grande di tutti: Mario Cipollini. È il mio mito da sempre, anche se dal 2003 ho iniziato ad apprezzare molto anche McEwen. Ma­rio e Robbie mi piacciono come atleti, per lo spirito che hanno in gara e per come disputano le volate, per il carattere che dimostrano in bici e in generale nella vita. Sono sprinter puri, che han­no sempre saputo vincere anche senza treno».

Uno che invece non sopporti?
«Alessandro Petacchi. Non mi piacciono i velocisti che non si sanno arrangiare da soli, che quando perdono sono in grado solo di trovare scuse e, per natura, non impazzisco per chi ha sempre “il muso”».

Cipollini ha vinto 189 corse in carriera, Petacchi per ora è a quota 170 ma ha di­chiarato di voler battere il primato di Su­perMario. Visto quello che hai appena di­chiarato, appena avrai l’oppor­tu­ni­tà di gareggiare contro Alessandro farai di tutto per impedire il sorpasso?
«A parte le simpatie e le antipatie, sto in ogni caso parlando di due grandissimi velocisti. E poi il mio approccio mentale sarà sempre lo stesso: cercare di battere chiunque, anche Petacchi. Se poi battendolo, contribuisco a difendere il record di vittorie ottenute da Ci­pol­lini, meglio».

Qual è la vittoria che ricordi con più piacere?
«Ora non posso che risponderti quelle tra i professionisti. Mi sembra ancora incredibile, ma sono già sei. Oltre a queste non scorderò mai l’Europeo del Keirin che ho vinto sulla pista di Cot­tbus, in Gemania nel 2007. Una grande emozione».

Il rammarico più grande che hai legato alla bici?
«Il mondiale Keirin che mi sono lasciato sfuggire ad Aguascalientes, in Mes­sico, nel 2007. Ho chiuso settimo in semifinale, ma per la forma che avevo avrei potuto aspirare tranquillamente al po­dio. Mi mangio ancora le mani anche per altri grandi appuntamenti in campo internazionale, tra cui l’europeo su strada dell’anno scorso. Ad Ankara ho rotto la catena a tre chilometri dalla fine dopo 180 km di corsa, non è stato per niente divertente».

Come atleta sappiamo che sei un velocista puro.
«Sì, 1.68 cm per 67kg. Potenza massima di 1700 watt, a riposo 42 battiti. Quando sono in forma riesco a fare volate anche di 250-300 metri, con una forte accelerazione iniziale e una successiva progressione che spesso mi permette di non farmi superare dagli avversari. Il mio punto debole è la salita, se voglio giocarmela coi migliori nelle corse che contano devo migliorare per lo meno la mia tenuta sugli strappetti».

Svelaci qualcosa di più sul tuo carattere.
«Sono competitivo e istintivo. La sconfitta mi fa male. Finora nella vita come in corsa non mi ha mai regalato niente nessuno, quindi io regalerò il meno possibile ai miei avversari. Può essere un modo scomodo di comportarsi, ma è la mia filosofia».

Chi ti supporta nella tua professione?
«Parenti e amici, su tutti mia sorella Katia, più grande di me e sposata da due anni, e soprattutto mia mamma Marinella. Lei è la mia prima tifosa da quando ho mosso le prime pedalate, ora che sono spesso lontano da casa le pesa molto non vedere dal vivo le mie corse, ma cerca di starmi sempre vicino come può. Ex impiegata delle Ferrovie dello Stato ora è in pensione, ma è sempre in movimento: è una casalinga impegnatissima. Punto di riferimento della famiglia è anche il mio cane Raf, che quando torno a casa mi sta sempre vicino perché ormai mi vede così po­co».

E papà?
«Mio papà purtroppo non è più con me da quando avevo dieci anni. Sicu­ramente la sua scomparsa mi ha fatto crescere in fretta e mi ha responsabilizzato molto. È lui che mi ha messo in sella ed è lui che porterò sempre insieme a me, nelle vittorie e nelle sconfitte».

Sei fidanzato?
«No e per ora sto bene così. È difficile trovare una ragazza che capisca i sacrifici che un corridore deve affrontare, in più sono sempre lontano da casa quindi sarebbe complicato gestire una relazione a distanza».

Quali sono tuoi hobby?
«Sono molto interessato da tutto ciò che ha a che fare con l’elettronica e la tecnologia: computer, videogiochi… Ah, ultimamente ho scoperto il gioco del poker, mi appassiona molto».

Musica, film, libri…
«Mi piacciono tutti i generi di canzoni, non disprezzo la musica commerciale di attualità, ma prediligo il Rock Pop. I miei gruppi preferiti sono: Red Hot Chili Peppers, Sum 41 e Green Day. Per quanto riguarda il cinema, il mio attore preferito è Will Smith, i film che riguardo volentieri sono Ocean’s 11/12/13, Rounders e Alla ricerca della Felicità. Non mi piace particolarmente leggere, più che altro diciamo che navigo tra i siti web di ciclismo e saltuariamente leggo riviste dedicate alle due ruote».

Colore preferito?
«Blu elettrico».

Oggetto da cui non ti puoi separare?
«Non saprei, non sono particolarmente attaccato a nulla al punto di non poterne fare a meno».

Vacanza ideale?
«Al caldo, con gli amici».

Com’è il tuo rapporto con il cibo?
«Ottimo, sono una buona forchetta. Cer­to per correre a buoni livelli bisogna stare attenti alla dieta, quindi quando devo mi “tiro indietro”. I piatti di una mia giornata tipo? A colazione mangio di tutto e di più (sorride, ndr), a pranzo un buon risotto e per cena una bella tagliata di manzo».

E con il denaro?
«I soldi non danno la felicità, ma servono. Quando ero più piccolo non ho mai ricevuto la paghetta, ma con le buste delle vittorie non mi sono mai fatto mancare niente. I miei genitori mi han­no insegnato il loro valore e che si guadagnano solo con la fatica».

Politica?
«Non sono un grande esperto, non ho un partito di riferimento forte e chiaro, ma sono di destra. Il mio pensiero si può connotare da quella parte».

A scuola come te la cavavi?
«Il mio motto era: “Ottieni il massimo risultato con il minimo sforzo”. A par­te gli scherzi, non ho mai studiato mol­to, ma sono sempre andato bene. “È bravo, ma non si applica” era la frase che a ogni colloquio le insegnanti ripetevano ai miei genitori. Forse avrei po­tuto dare di più, comunque sia mi sono diplomato Perito Elettrotecnico con un onorevole 74/100 all’Istituto Ferraris di Verona. Per un attimo ho anche pensato di fare l’università, ingegneria elettronica, ma non era compatibile con la mia attività di ciclista ormai a tempo pieno».

Tour de Langkawi: 5 vittorie. In pochissimi sono riusciti a vincere così tanto alla prima occasione tra i professionisti…
«Già. In molti pe­rò han­no detto che quel­le vittorie non han­no molta importanza, che le ho ottenute perché non ho in­con­trato grandi av­versari… Io non so­no d’accordo. Sicura­men­te sono sta­to avvantaggiato dal fatto che le tappe del Tour de Langkawi erano cor­te e caratterizzate da scatti e contro scatti, assomigliavano un po’ a quelle a cui ero abituato da dilettante, ma non è mai facile vincere. In più, giusto per fare un nome, ho battuto un certo Robert Forster (United Heal­thcare Pro Cy­cling), che nel suo palmares ha due vittorie di tappa al Giro d’Italia. Sono soddisfatto di quello che ho fatto e orgoglioso che un atleta come lui mi abbia detto che vuole vedermi battere i vari Cavendish, Petacchi, Hu­shovd, Greipel & company al Giro».

Per zittire tutti e conquistare anche i più scettici hai pensato bene di vincere in Qa­tar…
«Sì, ancora faccio fatica a crederci. Lì di avversari ce n’erano e tanti (Boonen, Bennati, Chicchi, Bos, Renshaw…) ed essere riuscito a mettere la ruota da­vanti a loro è stata davvero una soddisfazione indescrivibile. In più la vittoria più importante finora della mia carriera è arrivata in un giorno speciale, l’undicesimo anniversario della morte di mio padre. La motivazione di dedicargli il successo mi ha dato quel qualcosa in più che mi ha permesso di avere la meglio su tutti».

Dopo quest’inizio scoppiettante cosa ti aspetti per il resto della tua stagione?
«Siamo proprio all’inizio inizio, ho an­cora molto da dimostrare. Da ora in poi dovrò affrontare corse sempre più difficili, nelle quali cercherò di non deludere chi si aspetta molto da me. Sono arrivato in Malesia da sconosciuto, oggi in tanti si stanno chiedendo chi è questo Guardini. Magari anche campioni come Caven­di­sh e McEwen si stanno chiedendo chi sono».

È possibile. Cosa diresti loro per dargli un’idea di chi sei?
«Spero di poter far vedere loro chi so­no in corsa, senza bisogno di troppe parole. Avere la possibilità di confrontarmi testa a testa con loro è un onore per me, ma non ho ti­mori reverenziali nei confronti di nessuno».

Queste vittorie tra i grandi cosa ti danno?
«Ora come ora morale, ma anche un po’ di pressione. Mi stanno facendo camminare tre metri sopra terra, mi danno fiducia per il futuro, ma non mi tolgono dalla testa l’idea che domani è un altro giorno e mi aspetta un gradino in più. Alla vigilia della prima gara tra i professionisti ero molto teso, non riuscivo a dormire; questi successi mi danno maggiore sicurezza, ma sono sicuro che anche prima delle prossime corse sarò agitato. Quello che farà la differenza nella mia carriera nei prossimi anni sarà la testa».

Stai diventando un personaggio pubblico…
«Basta pensare a Facebook, ormai vera e propria finestra del mondo: dopo la prima tappa del Tour de Langkawi in 7 giorni ho ricevuto più di 400 richieste di amicizia. Questa nuova situazione mi piace, ma mi spaventa anche un po’. Le mie parole e il mio parere avranno sempre più un peso maggiore, dovrò stare attento. Sono un ragazzo molto istintivo, dovrò imparare a controllarmi di più. In Malesia il primo giorno avevo il panico di dover rilasciare interviste ai media stranieri, giorno dopo giorno ho cercato di fare del mio me­glio. Diciamo che ho imparato tre frasi in inglese e le uso per ogni occasione».

A breve quali obiettivi vorresti raggiungere?
«Vorrei confermarmi su traguardi più prestigiosi».

Ti concentrerai solo sull’attività su strada come fa la maggior parte dei tuoi colleghi o pensi di continuare a gareggiare in pista?
«La pista mi ha dato molto, ma non è il mio futuro. Ho perso il treno per di­ventare un velocista puro a livello in­ternazionale. Ho scelto la strada perché dà più certezze per il futuro. Non ho intrapreso la via più semplice, sono uno sprinter puro quindi per far bene nelle gare che contano devo migliorare in salita. Continuerò a frequentare i velodromi per la preparazione invernale e, se ci sarà l’occasione, per correre delle sei giorni».

In base a quanto deciso dalla federazione italiana, essendo passato tra i professionisti, quest’anno non potrai correre il mondiale della categoria Under 23…
«Penso che a questo punto sarebbe un sogno essere anche solo riserva nella nazionale maggiore. A parte gli scherzi, pensare al mondiale ora sarebbe precoce: sono 280 km e l’arrivo è troppo proibitivo per me, 600 metri al 5%, forse non mi permetterebbero di giocarmi la vittoria neanche tra gli Under 23. Al pri­mo ritiro con la Farnese Vini Neri Sot­toli a Donoratico ho sentito parlare Bet­ti­ni, già quella per me è stata un’e­mo­zione. Diceva che di velocisti che oltre una certa soglia di chilometri riescono a essere vincenti ormai in Italia ce ne sono pochissimi. Spero col tempo di migliorare sulle lunghe distanze e di essere un giorno tra quelli che possono indossare la maglia azzurra».

Cosa sogni per il tuo futuro?
«La vittoria nella Milano - Sanremo. Per un velocista è la corsa più importante di tutte, nella lista delle gare da sogno viene an­cora prima del mondiale. In più vorrei diventare un bel personaggio pubblico, possibilmente amato e non odiato».

Bene. Non so più che chiederti…
«E io no so più che risponderti. Vi ho davvero detto tutto».

da tuttoBICI di Marzo
a firma di Giulia De Maio
 
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