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Arte contemporanea
#1
In attesa di qualche mia disquisizione sull'arte contemporanea, vi linko la notizia più battuta in questi giorni, in merito al tema.

https://www.corriere.it/foto-gallery/cro...bb7e.shtml

Un collage fotografico di dimensioni colossali, realizzato dal giovane artista francese JR, che simula uno squarcio sulla facciata di Palazzo Strozzi, a Firenze. 
Un'opera dal valore artistico a mio modo di vedere non altissimo, ma che mette insieme tre importanti caratteristiche che sono facili da ritrovare nell'arte contemporeanea:

- Il trompe l'oeil . Si veda in merito la tendenza iperrealista, che punta a creare un qualcosa di destabilizzante per lo sguardo, che cerca di comprendere cosa sia vero e cosa sia "riprodotto".

- Il gigantismo. La volontà di impressionare i sensi creando opere imponenti che colgano immediatamente l'attenzione del passeggiatore distratto da migliaia di stimoli visivi. 

-Il pessimismo. L'opera denuncia la chiusura dei musei e la crisi del settore culturale, in seguito alla pandemia di Covid-19. Vuole restituire agli occhi della gente l'interno inaccessibile di un museo "squarciandolo".
 
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#2
Su Anselm Kiefer, il più grande artista vivente.

Penso che l'arte contemporanea sia, come in ogni "contemporaneità" del passato, un insieme di prodotti di alta (o altissima) qualità mischiati a proposte anacronistiche, di cui presto ci si dimenticherà.
Per esempio, durante il successo scandaloso e "di nicchia" del filone realista inaugurato da Gustave Courbet (1819-1877) nel 1855, e portato avanti magistralmente da Edouard Manet (1832-1883), nei Salon ufficiali e nelle accademie spopolava il lezioso, patinato e anacronistico Gustave Cabanel (1823-1889).


[Immagine: 800px-Edouard_Manet_038.jpg]
MANET, 1863

[Immagine: 1902px-Alexandre_Cabanel_-_The_Birth_of_...ject_2.jpg]
CABANEL, 1863

Due opere contemporanee quelle soprastanti, ma distanti tra loro anni luce. La prima è un pugno in faccia: un nudo femminile ambientato in un postribolo di alto borgo. Il secondo un nudo divino, idealizzato, fuori dal tempo, come erano i nudi della pittura mitologica del 1500, 1600 e 1700.
E' evidente come solo uno dei due artisti guardi al futuro, mentre l'altro non sia in grado di affrancarsi dalle sterili briglie in cui lo inchioda l'accademia. 


La domanda ora è: chi, nel XXI secolo, guarda al passato, chi invece al futuro (ma con solide radici nella tradizione)?

Tracey Emmin (1963) secondo me guarda sterilmente al passato. La sua opera del 1999 intitolata "My Bed" non è portatrice di nessuna significativa novità. E' un artificioso voler scandalizzare che diventa ormai fatto istituzionalizzato. Infatti, esposta alla Tate Gallery, è stata premiata col "Turner Prize". 
In cosa consiste questo suo "capolavoro": in un letto rivoltato, con appoggiati a terra preservativi, scatole di farmaci antidepressivi, bottiglie, sigarette, polaroid.

[Immagine: VcT2xDsm48uk5vzHemUfBA%2Fcustom-Custom_S...9-1200.jpg]
EMMEY (1999)

Perché non ha nulla di innovativo? (Oltre ad essere un qualcosa di repellente, poiché reale)
Perché Robert Rauschenberg (1925-2008) nel 1955 (44 anni prima della Emmey) aveva voluto rendere una simile una idea di degrado appendendo un cuscino, un lenzuolo e una coperta ad un pannello di compensato e sgocciolandosi sopra del colore.

[Immagine: bad.jpg]
RAUSCHENBERG, 1955

E a sua volta le opere di Rauschenberg sono un remake di una tendenza di inizio 900: il Dadaismo. 
Gli artisti Dada erano soliti combinare la loro pittura con oggetti estrapolati dal mondo reale, e non solo: Marcel Duchamp (1887-1968) è stato il primo, 82 anni prima della Emmey, a proporre come opera d'arte un oggetto della vita quotidiana estrapolato dal suo contesto e trasformato in metafora.
Parlo ovviamente dell'orinatoio capovolto, che diventa (con il solo gesto di capovolgimento) una "fontana"

[Immagine: 1200px-Duchamp_Fountaine.jpg]
DUCHAMP (sotto lo pseudonimo di Richard Mutt), 1917

Duchamp ha creato negli anni un numero eccessivamente alto di eredi (cito tra i tanti anche lo strapagatissimo Jeff Koons, ex marito di Cicciolina), che si credono innovativi nel copiare, e reinterpretare a loro modo, ma stancamente, cose già fatte da decenni. 

Chi invece fa fare dei passi avanti alla storia dell'arte?
Per me Anselm Kiefer (1945) è uno di questi. E lo dimostra in un'opera facilmente fruibile da noi italiani: l'Installazione chiamata "I Sette Palazzi Celesti" (2004), situata nel Pirelli HangarBicocca di Milano, uno dei pochi musei gratuiti in Italia. 

Kiefer nasce a Donaueschingen, in Germania nel 1945. Dopo gli studi in legge e letteratura, si dedica all'arte. I suoi primi lavori sono realizzati nella seconda metà degli anni Sessanta. Ma in questo periodo giovanile lui è sostanzialmente un "performer": si fa spesso fotografare mentre esegue ironicamente un saluto nazista in luoghi simbolo della cultura tedesca. 
Famoso il suo remake in chiave nazista del "Viandante sul mare di nebbia" di Caspar David Friedrich.

[Immagine: 4.jpg?w=420]
KIEFER, 1969

Scambiato ovviamente per un nostalgico dai meno avveduti, la sua è in realtà una volontà di creare la consapevolezza che è stata una nazione intera (e non un pazzo isolato) a portare la Germania alla tragedia della guerra e dell'olocausto. 

[Immagine: anselm-kiefer-interior-1981.jpg]
Il Reichstag, KIEFER, 1981.

Kiefer inizia nel 1971 a dipingere quadri di grandi dimensioni, coperti da uno spesso strato di pittura materica, intrisi di riflessioni storiche sulla nazione tedesca e con numerosi riferimenti alla filosofia, all'alchimia e alla mitologia. 
Dopo un viaggio a Gerusalemme nel 1984, Kiefer rimane affascinato dalla tradizione mistica ebraica della Cabala, che diventerà uno dei temi ricorrenti nella sua Opera. Inizia poi a intraprendere lunghi viaggi in Egitto, Yemen, Brasile, India e America Centrale, in cerca di segni di antiche civiltà scomparse, che pone al centro della sua ricerca artistica degli anni Novanta. 
In questo periodo le grandi costruzioni architettoniche del passato, come piramidi egizie e ziqqurat, vengono rappresentate dall'artista come rovine, simbolo della sconfitta inevitabile dell'ambizione dell'uomo che tenta di elevarsi verso uno stadio superiore e quasi divino. 

[Immagine: AR00037_9.jpg]
Piramide, KIEFER, 1996

In un filone simile rientrano i Sette Palazzi Celesti di Milano del 2004. 
L'installazione deve il suo nome ai palazzi descritti nell'antico trattato ebraico Sefer Hechalot del V secolo d.C., in cui si narra il simbolico cammino di iniziazione spirituale di colui che vuole avvicinarsi al cospetto di Dio. 
Le sette torri, dal peso di 90 tonnellate, e di altezza variabile tra i 15 e i 18 metri, sono realizzate in cemento armato, utilizzando come moduli costruttivi i profili dei container per il trasporto delle merci. 
Kiefer ha inserito tra i vari piani di ciascuna torre libri e cunei in piombo, che garantiscono stabilità maggiore, ma che al contempo significano due cose importanti: cultura (libri) e malinconia (il piombo è elemento della malinconia, secondo trattati alchemici). 
Le torri appaiono rovinate, deflagrate, instabili: sono la rovina dell'occidente dopo la seconda guerra mondiale, la consapevolezza del nostro passato che si sgretola sempre di più in favore dell'ignoranza e del pressapochismo. 
Ogni torre ha un nome: Sefiroth (= gli strumenti di Dio che contengono la materia stessa del creato), Melancholia ( = citazione dalla celeberrima incisione di Albrecht Durer),  Ararat (= il monte dove la tradizione biblica ritiene che si sia arenata l'arca di Noè), Linee di campo magnetico, JH&WH (=il nome impronunciabile di Dio), Torre dei quadri cadenti. 

A me però piace chiamare le sette torri in un altro modo. Esiste infatti un Trattato della Pittura scritto da Giovanni Paolo Lomazzo, sul finire del XVI secolo in cui vengono elencati i 7 custodi del Tempio della Pittura. Ovvero i più grandi artisti di tutti i tempi, secondo Lomazzo.
Essi sono:
-Andrea Mantegna
-Leonardo da Vinci
-Michelangelo Buonarroti
-Raffaello Sanzio
-Gaudenzio Ferrari
-Tiziano Vecellio
-Polidoro Caldara da Caravaggio
Caduti in rovina, come le torri, per noi uomini del Duemila, non solo Polidoro e Gaudenzio, ma anche Leonardo, Mantegna, Michelangelo, Raffaello e Tiziano. E sul come siamo negletti nei loro confronti ho già fatto dei video appositi.

[Immagine: 20161015_184007-copia.jpg]

Tra 2009 e 2015 Kiefer ha realizzato e donato all'Hangar Bicocca alcuni colossali dipinti su tela per fornire una scenografia alle torri. Dipinti in cui compaiono lande desertiche e desolate, l'unica traccia umana la si trova in un nuovo remake del "Viandante sul Mare di nebbia": questa volta il viandante è su un mare di nulla. Anche se in cielo appare un grigio arcobaleno, non sembra portatore di speranza alcuna. 

[Immagine: K-1.jpg]

[Immagine: 8427.jpg]

[Immagine: 8432.jpg]
 
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#3
Dio, o chi per lui, ci preservi Gerhard Richter


Il tedesco Gerhard Richter (Dresda, 1932) ha da poco compiuto 89 anni ed è a tutti gli effetti il monumento vivente più anziano della storia dell'arte, dopo Jasper Johns (quasi 91enne). 
Nel corso della sua carriera ha spaziato moltissimi generi, passando con disinvoltura dall'olio su tela fotorealistico, a gigantografie dipinte e a diverse forme di astrattismo, senza perdere però mai la fiducia nel mestiere della pittura (nonostante molti dei suoi colleghi la ritenessero, e la ritengano anche ora, una forma espressiva superata).

Ecco, per esempio, due prodotti diversissimi del medesimo pittore: 

[Immagine: image174.jpg]
Sia chiaro, non è una fotografia, ma un dipinto che simula una fotografia analogica, opaca e poetica.


[Immagine: 95965_51fdbf8294233ae30ef534a6782228b3.jpg,1440]


Ma passiamo ora a trattare del progetto più iconico della sua carriera.

Nell'estate 1972 Gerard Richter fu invitato ad esporre alla Biennale di Venezia. Qui il pittore ebbe modo di visitare la Scuola Grande di San Rocco, rimanendo colpito non dal magniloquente ciclo di Tintoretto, quanto dall'Annunciazione di Tiziano, del 1540.

[Immagine: Tiziano-Vecellio-Annunciazione-1539-ca.-...-Rocco.jpg]
Tiziano, Annunciazione, 1540

L'opera piacque al punto da volerne ricavare cinque copie, partendo, come di consueto nei suoi dipinti, da una riproduzione fotografica.
La prima delle cinque copie è la più leggibile e prossima all'originale per quanto saturata da toni caldi . 

[Immagine: 21994.jpg]

Nella seconda copia l'immagine viene quasi completamente annullata dalla sfumatura dei contorni.

[Immagine: 17845.jpg]

Nelle 3 successive si procede verso un astrattismo sempre maggiore, che rende le immagini dell'Arcangelo e della Vergine delle apparizioni fantasmatiche elusive. 

[Immagine: 17846.jpg]

[Immagine: large.jpg]

[Immagine: 81.jpg]

Il procedimento della copia era ancora uno strumento didattico consueto per la generazione di Richter, istruito all'accademia di Dresda negli anni Cinquanta. Tuttavia, all'inizio degli anni Settanta, un simile esercizio avrebbe potuto apparire inattuale, oppure confondersi con un vagheggiamento nostalgico.
In realtà, tutto il precedente lavoro di Richter era intenzionato a dimostrare le condizioni critiche e precarie della pittura dinnanzi alla storia, e alla storia dell'arte nel momento in cui arte e storia trovavano visibilità e venivano trasmesse attraverso i media.
La sacralità dell'opera d'arte "unica e irripetibile" è ormai persa, per colpa della crescente sovraesposizione della sua immagine. L'aumento della fruibilità delle opere conduce inevitabilmente alla perdita del loro aspetto di unicità: e da qui il senso di disfacimento progressivo nel progetto di Richter. 


Richter si confronta anche con l'apparente non-senso della pratica della copia per l'artista contemporaneo: il risultato non può che essere un fallimento, una consapevolezza dell'impossibilità di far rivivere l'arte del passato. Una presa di coscienza di questo tramite una riflessione sulla pittura, producendo pittura. 
Ed è questo il senso dell'arte di Richter: una continua riflessione sulla storia della pittura, con l'annullamento totale di qualsiasi opposizione tra astrattismo e arte figurativa.
 
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