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Astana Pro Team 2015
#1
Astana Pro Team 2015: squadra, organico, ritiro, informazioni, corse, calendario, corridori, staff, biciclette.


Astana Pro Team



Informazioni
Sigla UCI: AST
Licenza: World Tour
Affiliazione: Kazakistan

Indirizzo:
Abacanto SA
48, Bd. Grande Duchesse Charlotte
1330 Luxembourg
LUXEMBOURG

E-mail: info@astana.lu
Sito web: http://www.proteam-astana.com




Organico
Valerio Agnoli
Fabio Aru
Maxat Ayazbayev
Lars Boom
Borut Bozic
Dario Cataldo
Laurens De Vreese
Daniil Fominykh
Jakob Fuglsang
Andriy Grivko
Andrea Guardini
Tanel Kangert
Bakhtiyar Kozhatayev
Mikel Landa
Miguel Angel Lopez
Alexey Lutsenko
Davide Malacarne
Vincenzo Nibali
Diego Rosa
Luis Leon Sanchez
Michele Scarponi
Rein Taaramae
Paolo Tiralongo
Ruslan Tleubayev
Alessandro Vanotti
Lieuwe Westra




Staff tecnico
General Manager: Alexandr Vinokourov

Team Manager: Giuseppe Martinelli

Direttori Sportivi: Dmitriy Fofonov, Jaan Kirsipuu, Dmitri Sedoun, Alexander Shefer, Paolo Slongo, Goradz Stangelj, Sergey Yakovlev, Stefano Zanini.

Biciclette: Specialized



 
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#2
L'intervista: Con Nibali ed Aru l'Astana punta ai grandi giri
Parla Beppe Martinelli: «La mia fortuna? Lavorare con i campioni»

[...]

«Un mercato per rafforzarci nei GT»

Ecco, facciamo un punto sul vostro mercato.
«Di certo chi è rimasto a piedi, dei nostri, non c'è rimasto perché non meritasse il posto. Abbiamo cercato di fare acquisti proprio in funzione di quello che quest'anno, in diverse occasioni, ci è un po' mancato. Per il Giro abbiamo preso due ragazzi che sono nati per essere gregari, Davide Malacarne e Diego Rosa. Arriverà inoltre Dario Cataldo, proprio per colmare alcune lacune che abbiamo notato quest'anno. Francesco Gavazzi ed Enrico Gasparotto non sono stati confermati, ma solo perché l'asticella va fissata più in alto, e l'abbiamo fatto puntando sui grandi giri. È ciò che la squadra vuole».

Cos'è mancato, in concreto, all'Astana, tra Giro e Tour?
«Al Giro, a parte la sfortuna che c'è stata, è mancato qualche corridore in salita: Cataldo va bene per il Giro come per il Tour, può fare l'ultimo uomo in salita, sa arrivare nei dieci e quando restano in pochi è capace di esserci ancora. Poi c'è Rosa, che nel 2014 non è andato come doveva, ma sa il fatto suo. Gregario nato, proprio come Malacarne: lavora in pianura, sa andare in fuga e può tornare molto utile. Tutte cose che quest'anno ci sono mancate, perché Tiralongo non poteva stare con i nostri capitani dall'inizio alla fine di ogni tappa».

Non si rischia che l'Astana, in questo modo, tralasci un po' troppo le classiche?
«Sicuro tralasciare, per così dire, le classiche, è un piccolo rischio. Ma se guardi cosa ti dà la vittoria di un GT... Di certo alla Sanremo non bisogna andare per passare sulla riviera e prendere il sole: ti devi preparare bene e faremo del nostro meglio. Ma se un'azienda ha una strategia, conviene perseverare su quella, che poi ti porta il fatturato. E Vino, il nostro direttore d'orchestra, sa cosa vogliono gli sponsor. Abbiamo fatto questa scelta, non dico che siamo stati costretti, anche perché abbiamo due uomini che sappiamo possono essere competitivi al cento per cento nei grandi giri. Non tutte le squadre sono così, ovvio: la Lotto di Greipel e la Giant di Kittel avranno altre strategie. Di squadre che possono far bene in un GT ce ne sono tre o quattro».

Di certo uno come Lars Boom in primavera non sarà a riposo.
«Se pensiamo che lui è un olandese che ha mollato la Belkin per venire in una squadra come la nostra, significa che si tratta di un ragazzo che vuol cambiare il suo modo di correre. L'abbiamo preso qualche tappa dopo quella del pavé, al Tour, e quel giorno non ci ha dato propriamente una mano, anzi, è stato uno che ha sfruttato il nostro lavoro. Vino ci ha parlato e Boom non ha avuto esitazioni: vuol mettersi a disposizione, gli piace correre il Tour, vuol essere più competitivo. Nelle Classiche, con Bozic, sarà l'uomo di punta, ma viene per aiutare Vincenzo al Tour».

Altro importante innesto è quello dello spagnolo Luis León Sánchez.
«Ha esperienza, è un ragazzo che può essere valido tanto per il Giro, quanto per la Vuelta. È difficile essere competitivo in tre grandi giri nello stesso anno. Lui sa essere protagonista ma sa che viene per fare il gregario. Poi al Catalunya o al País Vasco avrà le sue giornate e magari lo porteremo come capitano. Di sicuro sarà importante per Aru, per avere qualche uomo in più in salita. Per questo, con Vino, abbiamo deciso di prenderlo».

Si punta anche a rilanciare l'estone Rein Taaramäe, grande promessa, ma...
«È un'incompiuta, era partito come un futuro campione. Lo conosce l'altro nostro estone, Tanel Kangert, e ce ne ha parlato molto bene. È un po' una scommessa, anche se sappiamo bene che tipo di corridore è: potrebbe essere importante alla Parigi-Nizza, o per il Giro, se troverà la condizione buona. Altrimenti, dovesse partire un po' così così, tornerebbe utilissimo per il Tour. Quindi dove lo collocheremo, in base alla condizione ed alle nostre necessità, farà bene. Ecco, è un jolly da giocare in quasi tutte le corse che ci interessano. Prima di tutto, però, è lui che deve tornare ad essere il vero Taaramäe, quello di qualche anno fa».

A proposito di Kangert, la sua stagione è stata un po' deludente, non trova?
«Ha avuto tantissimi problemi ad inizio stagione. Aveva male ad una gamba, ha iniziato a correre tardi. L'abbiamo portato al Tour e forse ci è arrivato con una condizione che non era eccezionale. L'ha finito in calando ed abbiamo provato a fargli fare la Vuelta per riportarlo su ma è stata veramente una stagione anomala. Tutto però è dipeso dall'inizio problematico. Col senno di poi, forse abbiamo sbagliato a non portarlo al Giro in ottica Tour: così facendo, è arrivato in Francia con tanti allenamenti, di sicuro lavori eccellenti, ma poche gare. Ed alla fine gli è sempre mancato qualcosina».

Parlando invece dei non confermati, s'è detto di Gavazzi e Gasparotto.
«Ci dispiace tantissimo. Poi due italiani, entrambi voluti da me... Gasparotto ha fatto gli ultimi due anni non direi male, perché al Nord è andato bene: primo degli italiani alla Freccia, alla Liegi, ha vinto l'Amstel, è stato quasi sempre competitivo. Però abbiamo voluto cambiare impostazione proprio come squadra, andando sui grandi giri. Purtroppo sono stati sacrificati corridori che hanno anche portato tanto fieno in cascina. Però è tutto dipeso dalla strategia del team, l'obbligo di dover prendere corridori da GT ha fatto sì che sacrificassimo altri che magari non erano andati più piano. Ragazzi che hanno ancora molto da dare e potrebbero anche aiutare i giovani, se dovessero finire in una squadra di livello medio-basso».

Anche Fredrik Kessiakoff non rimarrà con voi.
«Sono due anni che non riusciamo a capire cosa sia successo a questo ragazzo! L'anno scorso l'abbiamo riconfermato ma è diventato... Boh, non lo so, perso! Completamente perso! Non siamo riusciti a tirar fuori nulla da lui, nelle ultime due stagioni. Ci aspettavamo un uomo squadra, nei primi due anni con noi era stato importante da inizio stagione sino alla Vuelta. Ha vinto due corse, a crono va forte, alla Vuelta eravamo anche partiti con lui capitano. Ha avuto dei problemi di salute all'inizio dell'anno scorso, se li è portati dietro con una marea di cadute e ricadute. Ha buttato due stagioni in questo modo, passando da un dottore all'altro. Questione anche di sfortuna: prendi una bronchite, poi rientri e cadi. Magari rimani fuori dalle classiche perché non stai bene, rimani fuori dal Giro perché non vai, la sfortuna non arriva mai da sola».

Stessa sorte per Valerio Agnoli, ormai è diventato quasi un caso. Lo chiariamo?
«La vicenda di Agnoli ha un po' dell'incredibile. Ho letto di tutto e di più su di lui in questi mesi: dal fatto che non andava più d'accordo con Vincenzo (e non è vero) ad altro. Vincenzo ha provato in tutte le maniere a farlo riconfermare, l'amicizia c'è e non finirà certo cambiando squadra. Purtroppo si è rotto un equilibrio nei confronti della squadra, dei direttori sportivi: forse ha dato meno di quello che ci saremmo aspettati, o forse eravamo noi che ci aspettavamo troppo da lui».

Cosa si aspettava da Agnoli che non le ha dato?
«Mi sarei aspettato sempre di più, ma quel di più non sono mai riuscito a trovarlo. Probabilmente è un corridore così: s'è messo sempre a disposizione, ha lavorato per la squadra, ma questo non è stato abbastanza per riconfermarlo. Negli ultimi giorni stava ancora lavorando per ritrovare un punto d'incontro con Vino, ma c'è una rottura in questo momento che è un po' difficile da risanare. La colpa del "caso Agnoli" potrebbe essere anche mia, perché ha dato meno di quello che pensavo. Però non c'è un senso o una colpa in tutto ciò: sono tante piccole cose messe insieme che diventano sempre più grandi, ed alla fine tutto è più problematico. Se un piccolo problema diventa grosso, succede l'irreparabile. Valerio è un corridore che deve trovare la sua dimensione, il suo equilibrio, dentro e fuori la squadra: metter giù la cresta, pensare solo a pedalare, parlare meno, non pensare a quello che hai fatto ma a quello che farai».

Forse anche l'esclusione dal Tour non gli è andata giù.
«Ma a tutti sarebbe piaciuto correre il Tour! Perché? Perché non dico che si sapesse già come sarebbe andata a finire, ma sicuramente ognuno di noi era consapevole che Vincenzo sarebbe stato veramente competitivo. Però io, Agnoli, me lo sarei aspettato già competitivo dalle prime corse. Non dev'essere il gregario che si mette a disposizione in tutto e per tutto, i gregari li abbiamo: lui dev'essere uno che prova anche a vincere qualche corsa, come faceva nei primi anni da professionista. Non deve soffermarsi sul fatto che è amico di Vincenzo, perciò adatto a fare un determinato lavoro. Io credo di avere un po' di colpe in questa storia: ho sempre detto a Valerio di tirar fuori qualcosa che fosse farina del suo sacco, di non essere sempre e solo a disposizione degli altri. E sul primo punto lui mi è mancato. Ha bisogno di pensare meno e pedalare di più, secondo me. Posso solo fargli questo rimprovero ed in questa squadra gli è stato già fatto troppe volte. Gli servirà anche per il futuro».

«Ora Scarponi non potrà fallire»

Resterà in squadra, invece, Michele Scarponi.
«Michele è arrivato nella nostra squadra con un obiettivo: sapeva già di correre Giro e Tour. Il Giro poteva essere anche una corsa in cui fare la sua parte, visto che è sempre arrivato nei primi cinque nelle ultime quattro edizioni. Perciò poteva fare bene anche con la nostra squadra, ma sapeva di doversi tenere un po' di forze per il Tour, visto che l'abbiamo preso con quest'obiettivo. Ha avuto un inizio un po' altalenante, visto che ha preparato bene la Tirreno ma s'è ammalato appena prima. Una primavera strana e sottotono, forse l'obiettivo del Tour li ha portati tutti un po' troppo in là con la condizione».

Giro e Tour di Scarponi le sono piaciuti?
«Al Giro la caduta gli ha un po' tarpato le ali. Al Tour non era al cento per cento ma in due o tre tappe era nel finale da solo con Vincenzo ed è stato fondamentale in qualche giornata. Questo da solo vale la riconferma. Nel 2015 però non potrà sbagliare. Sarà l'uomo per il Giro, il Tour diventa non dico difficile, ma se dovessi rischiare rischierei per il Giro. Certo, deve fare una bella primavera, allenato bene, preparato bene. Deve mettersi in luce anche nelle corse un po' di secondo piano, ma dove può far bene, come la Tirreno-Adriatico o un Catalunya, un País Vasco. Può benissimo prendersi delle soddisfazioni personali per preparare il Giro, ma lì non potrà fallire».

Forse l'attesa del Tour era troppa per poter far bene anche al Giro.
«Per noi era troppo importante averlo al Giro nelle condizioni per poter far bene o per aiutare Aru, se Fabio fosse andato come poi è andato. Ecco perché non si poteva pensare subito al Tour. Michele è un campione che abbiamo pagato molto - non è bello dirlo ma è così - e per svolgere il ruolo del campione, non del gregario e basta. L'abbiamo preso perché credevamo che al Giro potesse essere competitivo per fare anche risultato. Poi al Tour potevamo anche avere un Michele a mezzo servizio: lì non ci serviva per fare classifica, ma c'erano delle tappe in cui non doveva mancare: Hautacam o La Planche des Belles Filles, per esempio. Naturalmente la Tirreno, il Catalunya, facevano parte del suo percorso: ha avuto una stagione da sei e mezzo, non gli darei un brutto voto. Ripeto, quello che è mancato è stato l'inizio. Quella preparazione e quella continuità che poi ti dà la sicurezza di arrivare ad un GT con la condizione buona. Ecco, lui questa sicurezza l'ha trovata solo dal Trentino in poi, e ormai non c'è più nessuno che va alle gare per allenarsi».

Il livello del World Tour è alto.
«Altissimo. È anche per questo che di giovani ne passano sempre meno e sempre meno ne passeranno, lo garantisco: perché o sei un talento naturale, oppure fai la riserva della riserva della riserva. Ecco che allora una squadra preferisce prendere il corridore esperto, come può essere Scarponi. Visto il livello, se ti perdi qualcosa sei già indietro e non puoi essere competitivo. Sei esimo, come si diceva una volta. "Come sei arrivato? Esimo..."».

Jakob Fuglsang non è certo uno che arriva "esimo".
«Senza ombra di dubbio è il corridore che mi piace di più. Sempre presente, mai una volta che arrivi alle corse e non sia ben preparato. Naturalmente è di cristallo, va preservato per quello che realmente è: vale molto e mi dispiace tante volte metterlo al servizio del capitano. L'anno scorso è stato 7° al Tour e quest'anno sapeva di doversi mettere a disposizione di Vincenzo. Quando l'ho preso due anni fa gli facemmo firmare un contratto triennale: nel primo anno sarebbe stato capitano al Tour perché Vincenzo era al Giro. Nel secondo, con Vincenzo al Tour, lui si sarebbe messo a disposizione. È quello che ha fatto. L'anno prossimo dovrà trovare il suo equilibrio: secondo me, sicuramente farà il Tour con Vincenzo, però magari proverà a correre una Vuelta da capitano. Hanno provato in tanti a soffiarcelo, anche quest'anno, nonostante sia ancora sotto contratto».

Il danese volendo può dire la sua, oppure oltre un certo limite non va?
«Se non fosse caduto, quest'anno poteva tirar fuori un buon piazzamento. In una corsa - specialmente se sei in giallo per venti giorni - i primi 100 km sono i più duri in assoluto: in televisione non si vede, ma devi contenere la fuga, lasciare andare quelli che hai deciso di lasciar andare. È un lavoro difficile, venti giorni in maglia gialla ti logorano. Se Fuglsang non fosse caduto quest'anno, nonostante facesse il lavoro sporco, si sarebbe piazzato. Sì, secondo me nei primi cinque o sei ci entrava».

Ultimi, non certo per importanza, Vanotti e Tiralongo: gli angeli custodi di Nibali ed Aru.
«Tiralongo per Aru è un po' come il fratello maggiore. Si allenano insieme, si preparano insieme, sono anche andati in vacanza insieme! Vanno veramente d'amore e d'accordo. Lui e Vanotti sono gli uomini che tutte le squadre vorrebbero avere in abbondanza, ma non è facile trovare il corridore che nasce gregario e lo fa perché è nel suo destino. Vanotti lo è stato e lo sarà per quanto riguarda Vincenzo: stanno in camera insieme, soffre con lui, gli tira su il morale, lo sveglia quando Vincenzo si addormenta (quasi dappertutto)... Il "Vano" è un po' così».

Quanto valgono per una corazzata come la vostra due come loro?
«Se li adoperi bene e sai dar loro la loro una giusta ricompensa, sono importanti come uno che ti porta due o tre vittorie stagionali. Qualche volta ce ne vorrebbero un po' di più, anche se magari non vanno forte come altri. Faccio un esempio: a me è capitato parecchie volte di accordarmi con Tiralongo per fare dietro moto l'indomani, di dirgli "andiamo a fare dietro moto, così viene anche Fabio". O magari si va a provare una salita con Aru. Dico Aru perché è quello che adopero ora, ma varrebbe lo stesso discorso per Alberto, visto che Tiralongo ha avuto anche un ottimo rapporto con Contador. In otto mesi, grazie a lui, che magari andava a Madrid ad allenarsi con Alberto, oppure in altura, ho imparato molti segreti di Contador. E questo lo devo molto a Tiralongo».

Già, il gregario. Se ne trovano ancora giovani a cui piace questo ruolo?
«Sì, ci sono alcuni che li guardi un po' anche da fuori ed hanno già l'indole di quello che fa il gregario. Diego Rosa l'ho visto due anni fa all'opera con Gianni Savio, all'Androni: tirava, andava in fuga, tornava indietro nel gruppetto dei ritardatari, portando su i suoi compagni e dopo andava all'ammiraglia a prender l'acqua. Sono quelli che quasi quasi nascono così. Infatti a distanza di due anni l'abbiamo preso».

Tra le cessioni, c'è qualcuno che ha dovuto lasciar andare a malincuore?
«Io voglio bene a tutti, ma non credo di avere lo stesso rapporto con ognuno: sai, se il ds dà qualcosa al corridore, diventa il "suo", mentre se toglie non va già bene. Bisogna usare il bastone e la carota, poi capita che con qualcuno usi più il bastone, con altri più la carota. Brajkovic, pur avendo lavorato con me tre stagioni, è stato sempre un pochino sotto tono rispetto al corridore che conoscevo alcuni anni fa. È uno che m'è dispiaciuto cedere, perché si tratta di un professionista al 110%. Però non sono mai riuscito a tirar fuori il vero Brajkovic. Poi mi dispiace anche per Guarnieri: l'ho sempre adoperato per tirare, è uno di quelli che chiami se hai un posto libero: Belgio, mezze stagioni, finali... È il jolly per antonomasia».

Ha parlato del vero Brajkovic, ma s'è mai visto?
«Certo, ancora nel 2010, quando ha vinto il Delfinato, e forse anche qualche anno prima, preparando il Tour ricordo che andava molto forte. Io credo che Brajkovic sia il classico corridore che ha dato meno di quello che si poteva pensare. Però, ripeto, è un professionista, svolge allenamenti fuori dal comune. Gli allenamenti che ho visto fare a Brajkovic li ho visti fare a pochi altri corridori. Forse è anche quello che non lo ha fatto diventare un campione. Lui è uno che dà troppo e non sono mai riuscito a farglielo capire. Anche adesso spende tantissimo. Dovrebbe trascorrere dei periodi in cui vede la bici come un souvenir, da lasciare lì, da una parte. Invece sono convinto che è ad allenarsi alle Canarie perché magari in Slovenia è brutto tempo».

«Il vero Guardini si vedrà nel 2015»

Invece cosa ci dice di Andrea Guardini?
«Il vero Guardini lo troveremo l'anno prossimo: è una promessa che sono sicuro di mantenere. Abbiamo lavorato molto. Slongo, con Maurizio Mazzoleni, ha lavorato tantissimo sul suo fisico e finalmente siamo riusciti a farlo diventare veramente un corridore. Non che prima non lo fosse».

Però?
«Secondo me adesso potrà competere anche con i veri velocisti. Non dico che batte tutti i giorni Cavendish, Greipel o Kittel, ma vedrete che qualche volta se li mette dietro. Ha dovuto lavorare molto, facendo anche dei periodi di solo allenamento, perché spesso per migliorare bisogna lavorare con un determinato calendario. Nel finale di stagione però ho visto veramente un grande corridore: alla Vuelta, per sfiga o per quello che volete, non è mai riuscito a disputare davvero le volate, ma vederlo finire la corsa spagnola con le proprie gambe, lo garantisco, mi fa essere ottimista».

Che tipo di lavori ha svolto, Andrea?
«Principalmente abbiamo lavorato sul motore. Aveva dei parametri sicuramente importanti, ma solo in velocità. Non superava le salite, e perché? Perché non le andava a fare, non le aveva quasi mai fatte».

In effetti erano un suo problema.
«Però non è che Andrea fosse un lazzarone: lui riusciva a vincere lo stesso, le vittorie lo riappacificavano un po' con se stesso, mettiamola così. Ma quando abbiamo posto l'asticella un po' più in alto, facendo le gare del World Tour, correndo in Australia al Down Under, abbiamo visto che lo staccavano dappertutto. Fatichi nelle volate, fatichi in Qatar, in Catalunya... Quando ad un corridore succede questo, non pensa mai che gli altri vadano più forte, ma che lui sia malato. Pensa che ci sia qualcosa che non funziona. Invece deve proprio allenarsi. Dev'essere più forte: con Guardini abbiamo lavorato molto sulla resistenza, perché prima ancora di far le volate deve arrivarci, alle volate. Pian piano siamo riusciti a trovare quest'equilibrio. Con Mazzoleni e Slongo abbiamo lavorato sulla resistenza senza però perdere spunto veloce, poi siamo passati ai lavori specifici per le volate. Ma prima di tornare a far le volate si è dovuto lavorare sul motore».

Da quanto va avanti questa ricostruzione del corridore?
«Abbiamo iniziato a maggio 2013 e s'è capito che dovevamo procedere in questo senso. Prima pensavamo che mancasse qualcosa in lui, poi abbiamo iniziato a lavorare. Ci è voluto quasi un anno per capire che questa strategia andava bene. Da giugno 2014 abbiamo trovato uno sblocco. Ora facendo un buon inverno, partendo da Dubai anziché dall'Australia - quindi allenandosi bene anche a gennaio - vedrete che nelle prime corse dell'anno lo troveremo competitivo».

Competitivo lo era pure, ma spesso in corse minori.
«Abbiamo preso Guardini nel 2013: è uno che ha vinto subito 11 corse con Scinto, con noi due tappe in Malesia, però poi non ti finisce Catalunya, Belgio, e via dicendo. Su di lui ho letto di tutto e di più: aveva sbagliato squadra, voleva tornare con Scinto... Non ho mai dato peso a queste voci, ho solo detto ad Andrea di non ascoltarle e di guardare avanti. Ma lui avrebbe dovuto cambiare marcia. Se vuoi stare al passo con quelli del World Tour devi lavorare 365 giorni l'anno per essere un corridore. Anche in vacanza: stacchi 10 giorni? Bene, dovrai aggiungerli quando ti allenerai. Lavorare sempre per tirar fuori il massimo del tuo rendimento, perché ora i materiali, le bici, i preparatori, sono gli stessi per tutti. Per dire: una volta Paolo Slongo lo avevano dieci corridori in Italia. Ho voluto che tutti i miei avessero Slongo, dal primo all'ultimo arrivato. Anche Maurizio Mazzoleni è a disposizione tutto l'anno, ma devi lavorare. Sempre».

Scinto sul cambio di squadra di Andrea dichiarò: «Penso abbia avuto un po' troppa fretta».
«Ma bisogna vedere con Scinto cosa realmente faceva: se correva il Giro e vinceva una tappa ma per arrivare in fondo era in mezzo all'ammiraglia... Con me ha terminato una Vuelta, che è più dura del Giro, ed in mezzo all'ammiraglia ci è rimasto poco. Con Scinto ha fatto un buon inizio, tra vittorie e morale. Ma arrivando all'Astana ti dico che ora lui risponderebbe a questa domanda: "Era meglio arrivare un anno prima!". All'Astana o in un'altra squadra World Tour. Certo, se lo porto in Tunisia o in Malesia mi vince quattro tappe, in Oman mi vinceva sei tappe, ma quelle mi servono per il conto totale delle vittorie a fine anno. Però se lo porto al Catalunya, adesso posso pensare che mi vinca delle tappe; due anni fa lo portavo al Catalunya e dicevo: "Proviamo a portarlo al Catalunya, forse capisce che deve lavorare". Da maggio 2013 al maggio scorso ne ha fatte ben poche di corse, ma garantisco che ha percorso una marea di chilometri in bicicletta».

Alla Sanremo potrebbe fare bene?
«Per me può cominciare a vedere Sanremo per davvero: sul podio o no, questo oggi non lo so, ma lo vedremo davanti».

E continuerà l'attività su pista?
«Sì, di sicuro a Montichiari. Ed a dicembre o gennaio farà una Sei Giorni; quale lo decideremo con lui, appena sarà tornato dalle vacanze».

Cosa pensa invece dei giovani kazaki dell'Astana? Lutsenko e non solo.
«Abbiamo ottimi rincalzi: da juniores vincono e se vengono in Europa sono competitivi. Naturalmente è un ciclismo diverso, quindi una volta qua devono cambiare marcia. Poi se hai un talento come Lutsenko è logico che ci impiegherà meno, in questo cambio di passo, mentre Tleubayev qualcosina in più. Per Kamyshev ci vorrà un anno in più. Hanno una base molto buona ma soprattutto la fortuna di avere un'ottima squadra alle spalle. Ed è una fortuna incredibile! Astana per i kazaki, per i russi c'è la Katusha. Senza contare che questi, quando smetteranno di fare i professionisti, avranno il posto di lavoro assicurato».

Ma lei ne vede uno, o più d'uno, che potrà vincere qualcosa di davvero pesante?
«Possono avere un bel futuro, ma si dovrebbe accelerare un po' di più la loro crescita. Astana Continental dovrebbe fare come noi, ossia correre un po' di più in Europa. C'è il problema del visto, ha solo 90 giorni di validità. È problematico anche quello, devi centellinare i giorni di corsa in Europa. Io vedo dei buoni corridori, quanto riusciranno a vincere in futuro non lo so. Lutsenko è di certo uno che, lo posso garantire, vincerà qualcosa d'importante. O una Liegi, se non un'Amstel, una tappa al Tour... È adatto a tutte le stagioni, però è giovane, è del '92. Alla scorsa Vuelta ha dimostrato che è un talento, per me il futuro di Astana e dei kazaki è sulle spalle di Lutsenko».

Due battute su Westra, Grivko, Bozic e Landa.
«Westra è stato il nostro portafortuna quest'anno: quello che ha fatto al Tour nella tappa del pavé penso che valga una stagione, perciò credo sia stato l'uomo in più. Sapevamo che era un ottimo corridore, sia chiaro. Grivko è una sicurezza: dove lo porti, sa fare il suo lavoro. Se deve andare in fuga ci va. Viene a prendere l'acqua all'ammiraglia, porta le mantelline agli altri, fa il lavoro sporco tutto l'anno e dà la garanzia che lui c'è. Bozic è stato riconfermato anche se per il rotto della cuffia. Anche da lui mi aspetto di più, che possa migliorare ancora. Ha avuto anche sfortuna ma ci dà garanzie per il Nord, fino al Giro».

Landa se lo tiene per ultimo.
«Il suo è un discorso un po' più complesso. Per me deve ancora migliorare molto: se vogliamo, è un Guardini rapportato alla salita. Sempre considerato un talento, speravo di portarlo in Italia subito, appena passato pro', visto che già da dilettante lo seguivo. Invece è stato impossibile perché là, se non passi dall'Euskaltel, ti tolgono il patentino di basco. Quando l'Euskaltel ha cessato l'attività l'ho preso, ma deve lavorare molto».

Su che cosa, in particolare?
«È un corridore che non ha mai fatto fatica nella sua vita e probabilmente non l'avrebbe mai fatta se non fosse arrivato da noi. Prima di essere all'Astana, non s'è quasi mai messo a disposizione. Poi se capita in una giornata buona ti vince la tappa al Trentino o alla Vuelta, ma per noi è troppo poco. Dev'essere importante per Aru al Giro, farsi trovare là davanti come gregario e poi magari può vincere una tappa, senza problemi, nel giorno in cui decidiamo di mandarlo in fuga. Però deve migliorare. È nato con la camicia e invece deve lottare per conquistarsi un posto in una grande squadra come l'Astana».

Parliamo di World Tour: le piace così com'è?
«Io sono dell'idea che la stagione debba finire col Lombardia, magari spostandolo una settimana più avanti. Se fossi un dirigente del World Tour, farei in modo di avere i migliori corridori nelle migliori corse: spesso invece non dico che troviamo il contrario, ma quasi. M'inventerei qualcosa: premi, incentivi... Basti pensare che per il vincitore non c'è il becco di un quattrino. Non esiste classifica al mondo dove il vincitore non prende una Lira. Un bel montepremi per corridori e squadre, questo metterei come incentivo».

A proposito, l'Astana è a posto con la licenza, dopo le positività degli Iglinskiy e di Davidenok?
«Non ho novità, nel senso che Vinokourov è tranquillo, anche se la vicenda dei due Iglinskiy l'ha fatto arrabbiare molto. Anzi, l'ha fatto proprio incazzare, non l'ho mai visto furente come in quei giorni, per questi due scemi... Per la questione World Tour, magari rischieremo ma bisogna dare il giusto peso a tutto. Il mondo dello sport è fatto di incidenti, capitano anche nelle migliori famiglie. Piuttosto, se fossi un dirigente della mia squadra prenderei provvedimenti importanti contro chi sbaglia. Ci vorrebbero regolamenti interni come i nostri, controlli interni, come facciamo (e li facciamo per davvero!). Da noi chi sbaglia è difficile che torni a fare il corridore, ma non soltanto in Astana. Proprio nel ciclismo».

L'Italia non ha un gran rapporto col World Tour: solo una squadra, la Lampre-Merida.
«La crisi economica c'è sicuramente. Non credo che chi non entra nel ciclismo non lo fa perché pensa sia tutto solo doping. L'imprenditore ci vorrebbe - alle Granfondo se ne vedono tanti - ma non ci vuole solo l'appassionato di ciclismo. Serve qualcuno che si metta completamente a disposizione. Ora, non me ne intendo, ma forse ci vorrebbero anche dei manager provenienti dall'imprenditoria, e non ex corridori a capo delle grandi squadre. Se lo sponsor spende, faccio per dire, 15 milioni nel ciclismo, a fine anno porta a casa un budget importante, questo devono capirlo. E magari ci vorrebbero anche più Nibali ed Aru, ma una volta non avevamo tanti campioni, eppure le squadre in Italia erano molte. La Lampre ha la fortuna di avere una famiglia alle spalle, che non è Saronni, ma Galbusera. Ci sono stato e conosco la passione di Galbusera. Se non ci fosse non troveremmo neppure la Lampre nel World Tour».

C'è una squadra che l'affascina e le piacerebbe dirigere?
«È una domanda difficile. Affronto il sesto anno con l'Astana e vorrei finire la mia carriera qui. Una squadra che mi dà l'impressione che potrebbe farmi imparare molto - non che oggi non impari qualcosa tutti i giorni - è la Sky: i britannici hanno un metodo diverso, vengono dalla pista e potrei imparare qualcosa. In Astana sono convinto che abbiamo i preparatori più bravi. Là sono abituati a limare e avrei da imparare, ne sono certo».

[...]

di Francesco Sulas per cicloweb.it
http://www.cicloweb.it/articolo/2014/11/...pe-martine
 
Rispondi
#3
bella intervista. Direi senza troppi peli sulla lingua.
 
Rispondi
#4
Non mi dispiace comunque il mercato fatto quest'anno: hanno un'intelaiatura solida e due grandi capitani, e dunque si possono permettere il lusso di divertirsi con qualche scommessa. Tipo Taaramae e Luigi Leone, un generoso che ti può scompigliare praticamente qualsiasi corsa. Poi anche Rosa qualche segnale deve cominciare a mandarlo: non è che si può vivere solo di promesse e buone intenzioni, anche se ci sono appena un paio d'anni tra i prof.
Lì per lì non avevo capito un granché l'acquisto di Boom, però il pavé al Tour (e anche la partenza dall'Olanda, a pensarci bene) risponde ad ogni dubbio. Sese

La cosa più difficile adesso mi sa che sarà confermare la licenza WT Eheh
 
Rispondi
#5
Astana, a Dubai la presentazione ufficiale
Uno splendido sole per Nibali e compagni

[Immagine: showimg.php?cod=76078&resize=10&tp=n]

Lo splendido sole di Dubai ha accolto la Astana per la presentazione ufficiale che inizierà tra pochi minuti. Vedere la foto di Luca Bettini per credere...

Il team ha già cominciato a correre, ma a tutti gli effetti questa sera il formazione kazaka si è presentata al mondo con una spettacolare e suggestiva presentazione a Dubai. Presenti diverse autorità kazake anche se la stella è stata Vincenzo Nibali. Molto ricercato e papparazzato anche Fabio Aru, che ha ufficializzato che comincerà la stagione alla Parigi-Nizza (l’8 marzo).

Al mattino, la squadra aveva fatto delle sessioni fotografiche di fronte al famoso hotel a forma di vela di Dubai, sulla spiaggia. Molti corridori ora ritorneranno a casa mentre Nibali si trattiene in loco: il siciliano, 30 anni, è atteso mercoledì dal debutto nel 2015 al Dubai Tour, la corsa di Rcs Sport/Gazzetta giunta alla seconda edizione.

Ecco i trenta corridori: Valerio Agnoli, Fabio Aru, Maxat Ayazbayev (Kaz), Lars Boom (Ola), Borut Bozic (Slo), Dario Cataldo, Laurens De Vreese (Bel), Alexandr Dyachenko (Kaz), Daniil Fominykh (Kaz), Jakob Fuglsang (Dan), Andriy Grivko (Ucr), Dmitriy Grudzev (Kaz), Andrea Guardini, Arman Kamyshev (Kaz), Tanel Kangert (Est), Bakhtiyar Kozhatayev (Kaz), Mikel Landa (Spa), Miguel Angel Lopez (Col), Alexey Lutsenko (Kaz), Davide Malacarne, Vincenzo Nibali, Diego Rosa, Luis Leon Sanchez (Spa), Michele Scarponi, Rein Taaramae (Est), Paolo Tiralongo, Ruslan Tleubayev (Kaz), Alessandro Vanotti, Lieuwe Westra (Ola), Andrey Zeits (Kaz).

La presentazione si è svolta nella prestigiosa sede dell'hotel "Jumeirah Beach", per l'occasione trasformato in un vero e proprio "piccolo Kazakhstan".
Il team manager Alexandre Vinokourov ha spiegato: «Questa è la nostra decima stagione e possiamo dire che la formazione è la più forte di sempre. Perché abbiamo scelto Dubai per l'inizio della stagione? Perché in Europa siamo già riusciti a portare in alto l'immagine della squadra e del Kazakistan, ora è il momento di far conoscere lo sport kazako nel Medio Oriente. Anche perché gli Emirati hanno dimostrato di credere nel prodotto ciclismo».

E ancora: «È vero che le nostre stelle oggi sono straniere - ha detto Vino - ma accanto a loro ci sono giovani kazaki come Ayazbayev e Kozhataev che potranno fare esperienza ad altissimo livello e impareranno come si fa a vincere».

tuttobiciweb.it
 
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#6
Dubai: presentata l'Astana 2015. La Federciclismo kazaka annuncia un taglio di budget del 30%
Presentata ufficialmente a Dubai l'Astana 2015. Oltre alle dichiarazioni di circostanza il Presidente della Federciclismo kazaka, Darkhan Kaletayev, ha ammesso il periodo critico della formazione più ricca del circuito: «Il messaggio che vogliamo trasmettere nel 2015 è che siamo una squadra nuova, pulita, che vince senza doping. È vero, c'è stato un momento in cui abbiamo pensato di doverci fermare. I casi di doping hanno costretto a sospendere l'attività della formazione Continental, ma dopo abbiamo capito che il progetto Astana è un progetto di successo. Abbiamo deciso di cambiare la politica antidoping all'interno della squadra. Quanto alla crisi, è globale, quindi coinvolge anche il nostro Paese. Ci saranno dei tagli sul bilancio, non posso negarlo. Stiamo ancora parlando di questo, ma molto probabilmente il 30% del budget dell'Astana verrà tagliato».

cicloweb.it
 
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#7
L'Equipe ha scritto che l'UCI ha chiesto alla commissione licenze di escludere l'Astana dal World Tour
 
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#8
Si svegliano adesso... speriamo sia una bufala.
 
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#9
Bufala non è di sicuro. In pratica l'UCI ha chiesto di riesaminare la posizione dell'Astana, che equivale a dire che ha chiesto di chiedergli la licenza. La "novità" è la consegna di un dossier dell'Università di Losanna che esaminato la situazione, in particolare la nuova politica antidoping della squadra, che sarebbe diversa da quanto descritto dai dirigenti. A questo punto è addirittura probabile che gliela tolgano, poi ci sarà il ricorso al TAS, ma nel frattempo l'Astana rimarrebbe fuori, come la Katusha due anni fa. La Katusha vinse il ricorso, però l'UCI ha avuto due anni per modificare i criteri di assegnazione delle licenze e immagino che abbiano tolto le ambiguità che furono decisive in quel caso. Insomma difficilmente tornerebbero in tribunale senza esser sicuri o quasi di vincere
 
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#10
Il principio etico rimane qualcosa di difficile da dimostrare concretamente, proprio per questo la Katusha aveva vinto il ricorso ed è difficile cambiare le norme in questo senso.

Sicuramente se l'UCI toglie la licenza è perchè è sicura di vincere, ma io aspetto che lo facciano veramente, non solo sulle pagine del giornale. Fermo restando che farlo in questo momento è solo un danno per il ciclismo
 
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