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Barry Sheene, il virtuoso centauro.
#1
Barry Sheene, nato a Londra, l'11 settembre 1950, deceduto a Sydney, il 10 marzo 2003.

Da un mio vecchio libro del 2004….

 
Agli albi d’oro non passerà come un grandissimo, ma lui possedeva stimmate rare e se non fosse stato perseguitato dalla sfortuna, chissà cosa sarebbe riuscito a fare. La moto era il prolungamento a motore del suo corpo e lei, da Barry, si lasciava dominare......

Te ne sei andato lontano da casa, nella tua nuova terra, in quella splendida Costa d’Oro nello stato del Queensland, in Australia (anche se il confine l’hai passato nel Nuovo Galles del Sud, in Sydney), ma nel tuo cuore c’è sempre stato un solo territorio, quello di una pista d’asfalto, su cui far echeggiare quel rombo di motori che era la tua quintessenza. Come posso scordarmi di te, quando, pur di correre e dare ancora lezioni di come si dominava una moto super potente, eri costretto a partire quasi da fermo, perché le tue ossa avevano abdicato di fronte al ferro. Quando eri costretto a sopportare dolori lancinanti, prima di issarti su quel cavallo che ti riconosceva come dominatore e che si lasciava da te guidare, pungendoti solo quando volevi raggiungere l’impossibile anche per lui. Eri uno scrittore romantico dell’uomo sulla moto, Barry, un cantore che si accorse presto quanto l’istinto ed il genio, fossero capaci di spingere qual mezzo a quei chilometri in più che facevano la differenza.
In tanti siam cresciuti con te, con quei basettoni e quei capelli lunghi che altri vollero imitare, ma era solo apparenza, perché tu non potevi essere copiato. Tu eri unico nel modo di vincere e su come fracassare il tuo corpo quando incontrava la sfortuna. Caro Barry, un giorno un grande campione mi disse che nessuno dominava la moto come te, nessuno, nemmeno quelli che avevano vinto tanto più di te. Eri sublime in tutto, persino in quella simpatia e nel tuo essere spesso ben poco inglese, ma più simile a quel “crocodile dundee” proveniente da quella “land”, che tu hai scelto per vivere senza essere sulle piste col corpo. Come posso dimenticare quando, con una semplice 125, al Montjuich nel 1970, girasti meglio delle 500 che andavano per la maggiore, o quando dominasti con un mezzo inferiore, quel mostro sacro di Angel Nieto l’anno dopo. Avevi una Suzuki, a quei tempi la gamba zoppa della grande industria motoristica giapponese. Tu portasti quel marchio a giganteggiare perché eri un fenomeno. Qualche tuo maldestro dissacratore, per dimostrare quanto involontariamente ti ammirasse, ebbe a dire che eri uno che superava i limiti della tolleranza e, per questo, cadevi. Non era sempre vero Barry, anzi, il meno delle volte. Quando a 250 chilometri l’ora, sul semirettilineo di Daytona, nel 1975, ti esplose il pneumatico della ruota posteriore, che colpa avevi tu? Volasti come un aereo inferocito e ti schiantasti al suolo per far contare ai medici di quell’ospedale, quante ossa avevi rotte attorno ad un cuore che ancor batteva forte e sicuro. Ti rimisero in piedi rappezzandoti di ferro e, pian piano, ritornasti a camminare dinoccolato e screziato, ma sempre pronto a salire su una moto. Tornasti Barry…. e come se tornasti!
Nel 1976 e nel 1977 vincesti, anzi dominasti, con l’amata Suzuki, l’iride nella categoria regina allora chiamata 500. Le tue vittorie erano inni al dominio del pilota sul mezzo, le tue traiettorie di gara erano dipinti, e dire che dentro quel mezzo tu soffrivi di atroci dolori, perché il ferro ti spingeva su posizioni diverse da quelle che volevi. Eppure accarezzavi la pista e quando ti guardavamo mentre ti mettevano sul collo la corona d’alloro, sorridevi e ridevi, scherzavi addirittura, anche se dentro avevi il fuoco.
Eri supremo, supremo come solo uno che conosce l’intimo richiamo del motore può essere. Dovevi correre con una partenza al rallentatore, perché quei chili di metallo ti rendevano robotico e senza taluni movimenti. Allora non si partiva come adesso e se fossero state possibili le partenze di oggi anche a quei tempi, che duelli con Kenny Roberts senior (il vero grande, il figlio porta solo il suo nome) avremmo visto? Che risultanze avrebbero dato, caro Barry? E poi che colpa avevi tu, quando ti fratturasti di nuovo entrambe le gambe a Silverstone, perché non potesti evitare quella Yamaha che t’era caduta davanti!
Ritornasti ancora, ma ormai il ferro t’era finito in bocca e non potevi più recitare il tuo copione unico.
Se le corse erano il tuo pane, la tua vita, il tuo messaggio, fuori eri così simpatico e pronto a dare battute, a far ridere anche chi ti temeva o ti invidiava fino all’odio, per le tue facoltà. Eri cabarettista anche se non potevi mimare il tuo raccontare, per colpa di quel maledetto ferro che, però, ti consentiva di stare in posizione eretta. Lasciasti scorrere la carriera Barry, non potevi per origine umana sconfiggere l’impossibile, ma che emozione destava sentire lo speaker dei Gran Premi urlare: “Amici sportivi, è con noi Barry Sheene”!
Eri sempre lì, un idolo popolare e spesso non celato per i doveri di cittadinanza, ma quelle tue 23 vittorie mondiali, tante in meno di altri tuoi colleghi, risuonavano come perle.
Poi, il 22 giugno del 2002, il tuo annuncio agghiacciante: avevi un cancro che s’era già tanto diffuso dentro il tuo corpo!
Era davvero un male incurabile ed impossibile per le nostre facoltà, perché se solo avesse lasciato uno spazio di possibilità, tu l’avresti sconfitto.
Ci hai lasciato Barry, ma solo come presenza esteriore, perché tu, da anni, avevi raggiunto l’immortalità degli artisti veri dello sport.
Certo, ti piango, e come potrei non farlo, dopo le gioie che mi hai dato quando ti vedevo scolpire il segno delle qualità umane, su quelle macchine costruite per ergerci a migliori di quel che siamo. Ti piango, perché con te non ritroverò un altro tassello di quegli idoli che m’han fatto innamorare di questa strana forma d’arte e mi sento più vecchio. Ti piango ancora, perché il mio cuore è troppo anziano, per non soffrire di fronte ai troppi indifferenti che scorreranno il tuo nome negli albi d’oro, senza sapere chi eri e cosa significavi.
Ma, come sempre, qualcuno che t’ha ammirato ci sarà, per tenere sulla crosta del presente, gli echi del tuo scorrere nell’aria e negli orizzonti della tua immortalità. Buoni consigli da lassù, caro Barry Sheene, per tutti quei giovani terreni che tenteranno d’imitare il tuo solco inalienabile e sentiranno un fremito all’annuncio del tuo nome.


Maurizio Ricci detto Morris
 
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