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Confronti e approfondimenti
#1
(3 ore fa)Luciano Pagliarini Ha scritto: Ha scritto:Mi piacerebbe, quando hai un attimo, approfondire un po' i rapporti di forza tra i quattro velocisti belgi di fine 50s.

[fon‌t=Verdana, sans-serif]Van Deale, Vannitsen, Van Steenbergen e Van Looy che citavi prima.[/font]

[fon‌t=Verdana, sans-serif]Ma se vuoi aggiungerne altri fa pure.[/font]

Rik Van Steenbergen 
[Immagine: RikVanSteenbergen.jpg]
Nato ad Arendonck (Belgio) il 9 settembre 1924. Alto 1.86, peso forma kg. 83. Un gigante con il sorriso sulle labbra, un uomo semplice che ha sempre amato la vita per le sue componenti più elementari: la famiglia ed i bambini. E di figli ne ha avuti cinque. Monumento del ciclismo belga, il suo nome vuol dire: montagna di pietra. Un albo d’oro eccellente con un sunto che lo inserisce nei primi 3 vittoriosi della storia dietro Merckx e Van Looy. Professionista dal 1943 al 1966 con 303 vittorie su strada e 664 su pista. 40 vittorie in Sei Giorni, ne ha disputate 134. La sintesi: 3 Campionati del Mondo (1949-1956-1957); 3 Campionati nazionali (1943-1945-1954); 2 Giri delle Fiandre (1944-1946); 2 Parigi-Roubaix (1948-1952); 2 Freccia Vallone (1949-1958); Parigi-Bruxelles (1950); Milano-San-remo (1954); Giro di Argentina (1952); Giro dell'Ovest (1951); 40 tappe di Giri (15 al Giro d'Italia) 6 Vuelta di Spagna; 4 al Tour de France); 201 Criterium. 
Se ci avesse creduto, avrebbe potuto vincere il Giro d'Italia 1951, ma fu eccessivamente prudente nelle discese e alla fine si piazzò secondo alle spalle di Fiorenzo Magni.  
Come velocista faceva valere la sua completezza atletica: era pote e scattista, con una progressione che toccava tranquillamente i 300 metri (allora non c’erano treni), quindi se non “s’addormentava” (come nella Sanremo vinta da Bartali nel 1950), difficilmente poteva perdere. 
In questo confronto, visto che il periodo in esame è quello degli ultimissimo anni ’50, e lui era nettamente il più “vecchio”, lo metterei al terzo posto. 

Di Van Daele
ho inserito il ritratto nel thread sulle Corse dimenticate, quindi non mi ripeto. Dico solo che nelle giornate di vena quando la sua bontà di fondo lasciava più spazio alla forma, poteva battere tutti i velocisti qui a confronto. La sua vittoria nella Parigi-Roubaix del '58, quando mise in fila le ruote più veloci dell'epoca relativamente ad una classica massacrante come la "Regina del pavè", vale a dire lo spagnolo Poblet, Van Looy, Van Steenbergen e il finisseur De Bruyne, lo sta a dimostrare compiutamente. Comunque, per quella che potremmo definire “determinazione in meno”, lo inserisco al 4° posto.

Henri “Rik” Van Looy
Nato a Grobbendonk (Herentals) il 20 dicembre 1933, professionista dal 1953 al 1970 con 371 vittorie. Un atleta determinato, forte, con un'indole da monarca, come raramente s'è visto nell'intero sport. Van Looy, rappresenta un esempio di come si possa migliorare, se si è in possesso di una feroce volontà. Già, perché questo fiammingo, non era stato dotato dalla natura di un talento sopraffino, in grado di rendere più facile il raggiungimento di una carriera dorata. Lui doveva inseguire e lavorare duro per mettersi al passo delle sue ambizioni e vi riuscì bellamente quasi dappertutto. Quasi, appunto. Nelle corse a tappe di tre settimane, ad esempio, non ha lasciato tracce di vertice primario, idem nelle singole gare a cronometro. Eppure, si difendeva così bene anche là dove non scendeva in strada col ruolo di favorito, da fungere ugualmente da faro, perlomeno di quel tanto da far dire a chi lo batteva: "Bèh, sono andato davvero bene, ho battuto Van Looy!". Creò la squadra “tutta per lui” a 360°, primo nella storia in questo, in grado di aiutarlo sempre e con la massima devozione. 
Il suo ruolo e quell'autorevolezza che l'hanno eletto "Imperatore", nonché, perché no, le fondamenta della sua leggenda, si sono mosse su quei punti che seppe raggiungere come nessuno, nelle classiche e nelle corse di un giorno, o brevi prove a tappe e lì, con la sola eccezione Eddy Merckx, gli altri possono solo guardargli la ruota. Personaggio a molti antipatico per il tono col quale tendeva a guardare e trattare gli avversari, uomo di parole pesanti come macigni, ed atleta asfissiante nella difesa del suo feudo, Rik Van Looy, rappresenta un fulcro della storia del ciclismo, uno su cui ogni osservatore è costretto a fare i conti e sul quale, forse, son state date letture a volte frettolose o ingiuste. Certo, perché diversi suoi gregari non lo hanno mai dipinto come despota, ma come uomo sì esigente, ma di parola e riconoscente anche dopo la fine della carriera. Altri, lo giudicano persona dal forte spirito di squadra, consapevole di essere fisicamente e psicologicamente il più forte del sodalizio, quindi naturalmente spinto a vedere gli altri, corridori e team, come nemici. Altri ancora, lo giudicano addirittura un tipo che ha visto nel ciclismo unicamente uno strumento per garantirsi una certa agiatezza, tanto è che a carriera chiusa, s'è allontanato dall'ambiente. Comunque, aldilà dei giudizi, più o meno suggestionati dalla posizione d'osservazione, restano le traduzioni agonistiche di Van Looy, e quelle parlano un linguaggio davvero eletto. 
Come velocista, ha saputo portare la sua progressione ad essere vincente, perché giocò bene le sue pedine di squadra: fu il primo ad esempio a mettere un compagno a proteggergli la ruota ed un altrio a tirargli la volata: Temeva Vannitsen come nessuno. Non lo voleva proprio a ruota, perché sapeva che con lui dietro avrebbe avuto solo il 30% di possibilità di vincere.
In questo confronto, lo metto al primo posto per la continuità, non per le punte che spettano a Vannitsen.

Ed eccolo qua il Willy Vannitsen.
[Immagine: 1222284328Vannitser,%20Willy.jpg]
Nato a Sint-Truiden (Belgio) l’8 febbraio 1935, deceduto a Tienen (Belgio) il 19 agosto 2001. Professionista dal 1954 al 1966 con un centinaio di vittorie. 
Quando nei miei viaggi lungo la storia del ciclismo, incontro il nome di Willy Vannitsen, immediatamente penso ad una maglia bianca coi bordi giallorossi e le scritte nere della Ghigi. Era una squadra romagnola, riminese per la precisione, da considerarsi un riferimento per i bambini della mia generazione, ben aldilà della rilevanza agonistica della formazione. Ricordo i più grandicelli di me, così attenti nel raccogliere il corredo possibile di quella società: dalle borracce ai berrettini, qualcuno, non si sa come, forse sostenuto dagli adulti di famiglia, riuscì pure nell’impresa di portarsi a casa quella maglia che non valeva quella dell’Emi (che io avevo, sic!), ma era pur sempre molto bella. 
Aloni dunque, tanto lontani quanto ancora sentiti, di un ciclismo che stava giocando gli ultimi fuochi della sua leadership sugli sport, prima della voluta, sponsorizzata e genuflessa sudditanza a quel calcio che, con gli anni, diverrà il rollerball di un Italia votata a rimanere, anche per questo, si potrebbe dire, perennemente Italietta e falso “Bel Paese”. 
Di quel gruppo che semina nostalgia, Willy Vannitsen era la ruota più veloce, il temuto sprinter che annichiliva i traguardi, con un crescendo al fulmicotone negli ultimi sessanta-settanta metri. Era stato scoperto da Fausto Coppi, campionissimo sulla bicicletta, ma altrettanto come scopritore, perlomeno per quel poco tempo che la vita gli concesse. L’Airone, che sponsorizzava la Ghigi con le sue biciclette, lo portò in Italia nel 1958, esattamente il 16 marzo, in occasione del Giro di Toscana. Willy, suggellò immediatamente, e da par suo, l’opportunità concessagli, andando a vincere la corsa, allora prestigiosa anticamera della Sanremo, con un regale sprint su Carlesi, Albani e Bruni. Fausto gli strizzò l’occhio e Vannitsen, con la sua faccia d’apparente ragazzino tutto libri e marmellata, rispose con un sorridente “mercì”. Per il “grazie” ci  sarebbe stato tempo.
Willy Vannitsen aveva avuto tutto  dalla natura per essere un vincente costante e dilagante perlomeno nelle corse di un giorno, ma era uno che non avrebbe mai cambiato una virgola della bella vita, per una Roubaix o una Sanremo. Faceva il velocista perché doveva “strigliarsi” il meno possibile. Un personaggio che qualcuno potrebbe definire con aggettivi pesanti, quando invece era un generoso. Non a caso, non superò mai, l’impatto dell’incidente che costò praticamente la carriera all’amico De Bruyne che era un macchina con lui.
Nella classifica di questo confronto lo metto secondo posto, ma se era in giornata e non s’era “involontariamente” consumato prima dello sprint, nessuno lo batteva, Van Looy compreso. 
Gli dedicai una poesia, che riporto:

 A Willy... 
……Ho il volto dipinto di sembianze inverse 
lo sguardo che s’incunea nel lontano 
le gesta che si nascondono al voluto non mio 
le gambe che spingono all’utile 
ma c’è un gran chiasso. 

Ho la fame e la sete di tutti 
i sogni che si coprono di sonno 
per rendersi lucenti e percettibili 
al sorriso che nasce dall’alterazione 
d’un percorso piatto e banale . 

Ho l’umiltà d’osservare il riposo 
che non divide i grandi dai deboli 
i geniali dagli ignavi 
gli sbruffoni dagli incoscienti 
il seminato dall’immaginario. 

Ho la fede dell’essere 
in un mare di apparenze che pretendono 
e mi volgo a quei richiami 
troppo piccoli per essere riconosciuti 
e troppo grandi per dimenticarli. 

Ho la convinzione 
di non rendere genesi alle illusioni 
e mi sento amato da ciò che c’è 
come quei dieci bastoncini 
che adorano le intenzioni. 

Ho i segni d’un cammino percorso 
da me, per me e forse per gli altri 
con il dono di un nome 
che vibra nell’aria come un giavellotto 
per farmi dire che ho vissuto…….



Qualcuno sui velocisti belgi di fine anni ’50 aggiunge anche Martin Van Geneugden e Arthur Decabooter. In questa rassegna li colloco al 5° e 6° posto, anche perché De Cabooter era un “appena arrivato”. 

Per conoscerli meglio, riporto qui i loro ritratti.


Martin Van Geneugden
[Immagine: 4758.jpg]
Nato il 21 gennaio 1932 a Wiemesmeer-Zutendaal ed ivi deceduto il 7 luglio 2014. Professionista dal 1953 al 1963 con 41 vittorie. 
Classico corridore fiammingo, forte sul passo, veloce, tenace con un particolare fiuto per il traguardo. Precoce e longevo, insomma un gran bel corridore, anche se poco incline a soffrire sulle salite lunghe, mentre si trovava a proprio agio sui muri. Come molti corridori del suo tempo, si cimentò anche in pista con buoni risultati e questo gli giovò anche per migliorarsi come stradista. Vinse il campionato belga su strada dei dilettanti nel 1950 a soli 18 anni. Passò subito fra gli indipendenti e nei soventi incontri coi professionisti, ebbe modo di evidenziare le sue qualità. Notevolissimo il suo successo nella Parigi Valenciennes, colto nel '53, poco prima di conquistarsi un contratto da professionista. Anche se debuttante si capì che poteva fare un buon Tour de France, ed infatti a soli ventun anni, chiuse la Grande Boucle al 34° posto, ma, soprattutto vinse la tappa Caen-Le Mans e giunse secondo in quella di Albì. Nell'anno poi, colse altri tre traguardi minori. Nel '54, un'infinità di piazzamenti ed i successi nel G.P. Houthalen e la quarta tappa del Giro del Delfinato in Francia. Anche nel 1955 e nel 1956 il suo ruolino si mosse sulla stessa falsariga, con un'altra vittoria nel G.P. Hauthalen ('55) e le vittorie nei G.P. di Tongres, Denderleuw, Borgerthout e Zutendaal. Nel 1957 tornò al Tour de France, ma fu costretto all'abbandono nel corso della sesta tappa. Nella stagione vinse la Hoegaarden-Antwerpen-Hoegaarden, il G.P. Tirlemont, il Criterium d'Hanret e si piazzò in diverse classiche. Il 1958 corso con le maglie della romagnola Ghigi, fu il suo anno migliore: vinse il G.P. Fichtel & Sachs, e il Circuito del Belgio Centrale, dominò ad Hasselt e Eisden. Stavolta, al Tour non fu sfortunato e vinse le tappe di Saint Brieuc e Dax, si piazzò in altre e chiuse 27°. Nel '59, sempre con le casacche bianche a bordi giallorossi della Ghigi, dopo aver vinto il G.P. Hoepertingen venne per la prima volta al Giro d'Italia: abbandonò nel corso della ventunesima frazione, ma prima del ritiro fece in tempo a cogliere piazzamenti in quattro tappe. Anche al Tour non andò benissimo, nonostante una marea di piazzamenti. Chiuse 53°. Nel 1960, che corse con la Carpano, tornò di nuovo a ruggire nella Grande Boucle, dove vinse le tappe di Bordeaux e Avignone, superando rispettivamente Graczyk e Darrigade, coi quali aveva spesso duellato negli sprint di tante corse. Non concluse quel Tour, perché fu costretto al ritiro nella diciannovesima tappa. Il suo 1961, s'aprì con una splendida vittoria nel Giro del Limburgo, quindi la solita ragnatela di piazzamenti e di nuovo la vittoria nella settima frazione del Giro di Germania. Tornò al Giro, in maglia Baratti e si piazzò ripetutamente nel corso delle prime frazioni, ma al sesto giorno di gara, si ritirò. Al Tour, colse lo splendido traguardo di Bordeaux e altri piazzamenti. Chiuse al 61° posto. Nel 1962 vinse la "Attraverso il Belgio" ed una tappa dello stesso giro, si impose in tre frazioni del Giro di Germania e in una del Giro della Svizzera Romanda. Abbandonò alla quattordicesima tappa il Giro d'Italia e non partecipò al Tour. 
Nel '63 vinse la Bruxelles-Nandrin, il Criterium d'Eisden, la terza tappa del Giro di Sardegna e si piazzò tante volte nelle frazioni della Vuelta di Spagna e del Tour de France. A fine anno abbandonò l'attività. Martin Van Geneugden, non avrà nel proprio palmares delle classicissime, ma un corridore che ha vinto sei tappe al Tour, non è stato proprio uno da poco.  


Arthur Decabooter
[Immagine: monty-gum-n-59-arthur-de-cabooter.jpg]
Nato a Welden il 3 ottobre 1936, deceduto a De Pinte il 26 maggio 2012. Passista veloce. Professionista dal 1957 al 1967 con 57 vittorie. Uno dei corridori più popolari delle Fiandre in assoluto, nonostante il suo ottimo curriculum non possa con-siderarsi da solo come generatore di un simile processo simpatetico. In Arthur si inquadrava perfettamente ciò che viene definito "Flandrien", ovvero quell'insieme di determinazione, generosità, cattiveria agonistica e coraggio, che sono propri di realtà e sogni di uomini e donne di quelle terre e che il ciclismo esalta come una religione. Un simbolo di quel clima, che, dal meteorologico, si condensa su uno spirito caratteriale ed antropologico di quelle genti, tanto particolare, quanto laborioso e con un senso tutto suo dell'evento. Arthur Decabooter, è stato un corridore vulcanico nelle sue annate migliori, un gladiatore delle pietre e del fango, un poeta riconosciuto e sentito con orgoglio dai fiamminghi. L'unico per il quale fu fatta una manifestazione con migliaia di persone a sfilare, perché per due anni ('60 e '61), il "Sire" Rik Van Looy, impose la sua non convocazione ai Mondiali. D'altronde Arthur, s'era permesso di umiliarlo al Giro Fiandre del '60 e il grande Rik sentiva in ogni corsa, con disagio e forte timore, il suo respiro, il  suo ghigno. Ed in De Cabooter lo spirito fiammingo era cresciuto unico, forse perché, in fanciullezza papà Julien e mamma Irma, per lavorare avevano spostato famiglia dalla natia Welden, a Zingem, Nazareth e Asper. Il ciclismo arrivò in lui nel '53 e nel '55, da dilettante, s'era fatto un nome, vincendo da par suo il Giro delle Fiandre. Poi, da indipendente che andava a segno di sovente anche fra i prof, rivinse la corsa per eccellenza dei fiamminghi nel '58, abbastanza per essere già idolo quando passò definitivamente fra i prof, nel '59. Nel '60 la conquista, come detto, dell'elezione a incenso di quelle terre, con la terza vittoria nel "Fiandre" su Graczyk e Van Looy. Ovviamente, il suo palmares non sta solo nella "Ronde" di patria. Nel '60, ad esempio, vinse due tappe e la Classifica a Punti alla Vuelta di Spagna, trovando proprio dagli iberici, la genesi del nomignolo che non lo lasciò più: "El Toro". Nel suo ruolino ci sono semiclassiche che, forse, è riduttivo definirle così, come l'Het Volk ('61), Omloop van het Houtland ('59-'64), Campionato delle Fiandre Orientali ('60), Escaut-Dendre-Lys ('60), Attraverso il Belgio ('61), GP Alberic Schotte (61), E3 Prijs Vlaanderen Harelbeke ('61), GP Denain ('61), Giro delle Tre Province ('63), Giro della Valle del Lys ('63), Kuurne-Bruxelles-Kuurne ('64), Corsa di Nokere ('65), Circuito 11 Ville ('66), Roubaix-Cassel-Roubaix ('67), Giro delle Regioni Fiamminghe ('67). Ci sono tappe al Giro del Belgio, Quattro Giorni di Dunkerque, Vuelta Andalusia e, ancora, alla Vuelta. Decabooter chiuse nel '67 e quando lo fece, al velodromo Kuipke di Gand, l'impianto era strapieno. Sposato con Nicole, sorella di Micheline moglie di Godefroot, Arthur morì per arresto cardiaco durante un ciclo raduno sulla Schelda.

Maurizio Ricci detto Morris
 
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#2
Grazie mille Applausi

Per quanto concerne il livello tecnico la differenza tra quei velocisti e buona parte di quelli odierni (inclusi un paio di importanti) è proprio grossa.

Il ciclismo, a mio avviso, dovrebbe progressivamente eliminare tutte le tappe piatte/semi-piatte dalle corse a tappe, perché chiaramente non sono più sostenibili.
 
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#3
Sagan e, in misura minore, Kristoff sono gli unici a reggere il confronto (Dege e Matthews non vincono più/non vincono le volate di gruppo).

Nutro speranze in Philipsen, il quale, inoltre, incarna lo spirito Flandrien.
Tra l’altro è compaesano dell’ultimo grande fiammingo.
 
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#4
Grazie.
Come al solito bellissime pagine di storia del ciclismo.
Quali sono le grandi differenze che noti tra i velocisti di allora e quelli attuali?
Anch'io trovo superate le tappe piatte, ma cosa proporresti come alternativa?
Come sarebbe possibile inoltre creare un Grande Giro senza neanche una tappa di trasferimento, soprattutto in regioni Italiane e soprattutto francesi dove c'è solo pianura?
Io proporrei di limitare a 3 o 4 i piattoni, ma comunque inserirli.
Una domanda che mi pongo é, come sia possibile che al Tour queste tappe nelle pianure francesi, fino a 30 anni fa avevano varie soluzioni di svolgimento e ora sono diventate lunghe processioni?
 
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#5
Gran bel personaggio Van Steenbergen, mi sarebbe piaciuto vederlo in azione più di Van Looy.
Molto intrigante invece Vannitsen, mi piacerebbe saperne di più
 
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#6
(19-12-2018, 12:19 AM)Albi Ha scritto: Sagan e, in misura minore, Kristoff sono gli unici a reggere il confronto (Dege e Matthews non vincono più/non vincono le volate di gruppo).

Nutro speranze in Philipsen, il quale, inoltre, incarna lo spirito Flandrien.
Tra l’altro è compaesano dell’ultimo grande fiammingo.

Merita una citazione Greipel che, negli anni, ha avuto un'evoluzione impronosticabile e degna di applausi.

Cavendish, invece, poteva diventare un corridore a 360° ben superiore rispetto a ciò che è stato, ma evidentemente non ci ha mai lavorato, dato che in quest'era tecnica non ne aveva necessariamente bisogno.

Questa vittoria, in una tappa tutt'altro che banale, è il manifesto di quanto Cavendish, di base, fosse molto di più di uno sprinter da piattoni.




Non dimenticherei, inoltre, Caleb Ewan. Il quale, peraltro, ha scelto, in estate, la squadra ideale per svilupparsi come qualcosa di diverso da simplice velocista.

A un livello più basso, rispetto a questi, ci sono Colbrelli e volendo anche Coquard. Però è gente che le volate di gruppo le vince una volta ogni morte di papa.

Bouhanni e Modolo avrebbero i mezzi per essere qualcosa in più di un Colbrelli, ma là ci sono delle lacune a livello caratteriale che li penalizzano.

Tra i giovani non si può non citare Fabione Jakobsen: a 20 anni vince la KOGA Slam om Norg, a 22 la Nokere Koerse e lo Scheldeprijs in una giornata da tregenda. Sky is the limit.

Concludo, infine, con una menzione per il duo Bora Ackermann - Bennett, che hanno fatto vedere cose interessanti quest'anno, e per il nostro Mathieu ( Wub )

(19-12-2018, 12:21 AM)Giorgio Ricci Ha scritto: Anch'io trovo superate le tappe piatte, ma cosa proporresti come alternativa?
Come sarebbe possibile inoltre creare un Grande Giro senza neanche una tappa di trasferimento, soprattutto in regioni Italiane e soprattutto francesi dove c'è solo pianura?
Io proporrei di limitare a 3 o 4 i piattoni,  ma comunque inserirli.

Io le sostituirei in toto con tappe tipo quella di Gualdo Tadino. Frazioni semplici, ma non banali, aperte a più soluzioni.

In Italia non ci sarebbero problemi a trovare in ogni zona un paio di strappi negli ultimi 30/40 km. Forse è un po' più difficile in Francia.


(19-12-2018, 12:21 AM)Giorgio Ricci Ha scritto: Una domanda che mi pongo é, come sia possibile che al Tour queste tappe nelle pianure francesi, fino a 30 anni fa avevano varie soluzioni di svolgimento e ora sono diventate lunghe processioni?

Innanzitutto, se i capitani di oggi sono più scarsi di quelli di ieri, lo stesso discorso non si può fare per i gregari. Soprattutto per quelli che si occupano di tirare in pianura. Per andare in piano non serve avere chissà quale talento, basta essere dei marcantoni. Dunque, avendo i colossi odierni dalla loro una preparazione atletica decisamente migliore, sono molto più performanti dei corrispettivi di 50 anni fa.

Dopodiché, bisogna considerare che una volta avevi 9/10 gregari, ma una parte di quelli si occupava di fare altre cose, come fermarsi nei bar a fare rifornimento. Oggi ci sono sprinter che hanno sette gregari tutti per sé che si occupano solo di tirare.

Oltretutto, c'è anche da parlare dei mezzi. Avere bici migliori favorisce chi vuole controllare la corsa.
 
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#7
Il Greipel ultatrentenne che scopre la vocazione per la fuga mi gasa un casino.
Si vede proprio che si diverte a correre e che ama il ciclismo.

Lo stesso discorso di Cav secondo me si può fare per Gaviria ("me fascina correr pero tengo otros gustos"), a maggior ragione ora che le aspirazioni da clasicomano sono state messe da parte in favore dei petrodollari.

Jakobsen, in testa, Ewan e Ackermann sono nomi interessanti per il futuro prossimo, così come Kanter, Sajnok e Dainese per il medio periodo.

MvdP, per dirla con le parole di Boogerd, è un corridore vecchio stile: sia come qualità fisiche, sia come modo di correre.
Non so se avrà mai la voglia e il pelo sullo stomaco per cimentarsi negli sprint a gruppo compatto ma, per il resto, può fare tutto e può farlo in grande stile.


Quanto ai piattoni nei gg  io credo che un'ulteriore riduzione degli elementi per squadra potrebbe rilanciare lo svolgimento di tale tipologia di tappe e favorire non solo le fughe ma anche l'arte dell'arrangiarsi degli sprinter (uno come Kittel, al di là del fatto che si stacchi sui cavalcavia, non ha diritto di esistere nel ciclismo su strada, a mio avviso).

In ogni caso io terrei qualche tappa tavolo da biliardo, breve, e magari con finale tortuoso, da mettere dopo frazioni dure per tirare il fiato: così i velocisti e le loro squadre se le devono cmq sudare.

Poi, anche per quanto mi riguarda, Gualdo o Imola dovrebbero essere il modello di tappa da una/due stelle.


Dimenticavo, Bouhanni > Demare.
 
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#8
Vero vero Berto Dainese e Kanter.

Kanter è un po' la versione buona di Kittel.

A Kittel, ad ogni modo, vanno riconosciute delle doti sul passo senza eguali tra i velocisti. In salita è un paracarro autentico, però, al contrario del Guardini o del Pelucchi di turno, arriva in fondo ad ogni tappa semplice senza problemi e decisamente fresco.

Il problema del ciclismo attuale sorge quando il Kittel di turno vince 4/5 tappe al Tour. Nei GT che vorrei vedere io Kittel dovrebbe avere a disposizione giusto un paio di frazioni.

Sui treni condivido. Cercherei di limitarli con qualche regola tipo l'obbligo di non fare treni di più di tre unità. Anche perché sono pure pericolosi. Un conto è avere 25 corridori a sgomitare negli ultimi km, un altro averne più del doppio.
 
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#9
Secondo te era più veloce Van Steenbergen o Van Looy?
Il secondo l'ho sempre visto più uomo veloce ma che teneva dappertutto. Vedendo gli ordini d'arrivo nelle volate di gruppo spesso si piazzava ma non era un Poblet o Darrigade per intenderci.
 
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#10
(19-12-2018, 04:37 PM)Luciano Pagliarini Ha scritto: Vero vero Berto Dainese e Kanter.

Kanter è un po' la versione buona di Kittel.

A Kittel, ad ogni modo, vanno riconosciute delle doti sul passo senza eguali tra i velocisti. In salita è un paracarro autentico, però, al contrario del Guardini o del Pelucchi di turno, arriva in fondo ad ogni tappa semplice senza problemi e decisamente fresco.

Il problema del ciclismo attuale sorge quando il Kittel di turno vince 4/5 tappe al Tour. Nei GT che vorrei vedere io Kittel dovrebbe avere a disposizione giusto un paio di frazioni.

Sui treni condivido. Cercherei di limitarli con qualche regola tipo l'obbligo di non fare treni di più di tre unità. Anche perché sono pure pericolosi. Un conto è avere 25 corridori a sgomitare negli ultimi km, un altro averne più del doppio.

Vero, d'altronde nasce cronoman, come testimoniano i prologhi e le progressioni per risalire il gruppo una volta entrati in azione i treni (degli altri).

Kittel cmq nei finali, più che del pesce pilota, ha bisogno del cane guida: non è capace di battezzare e tenere una ruota che sia una. Non è molto avvezzo a sgomitare.

Sono d'accordo sulla pericolosità. Ora come ora le fasi di preparazione alla volata sono un carnaio, tra treni, uomini di classifica e relativi passisti a protezione e gente lì non si sa per quale motivo.

Tornando sul tema uomini veloci... e non solo, in casa Sunweb Devo hanno anche Markl che, seppur di estrazione diversa rispetto a Kanter (cross Niklas, pista Max), mi sembra destinato a seguirne le orme.
Poi c'è Mayrhofer... anche lui è un gran bel corridore (cit.).
 
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