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Damiano Caruso
#1
 
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#2
Non so quanto sia buona la scelta di andare alla Liquigas, rischia veramente di essere chiuso.
 
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#3
Io invece penso sia la scelta migliore: può crescere senza tante pressioni, acquisire esperienza, imparare dai tanti campioni presenti in squadra, aver la possibilità di partecipare a competizioni importanti. E' sempre molto giovane, ha appena fatto 23 anni: un po' di gavetta non gli farà di certo male...
Al contrario non avevo capito la scelta di rimanere con Bordonali e Fidanza: probabilmente per riconoscenza, e in quel caso ha fatto anche bene. Però secondo me non era l'ambiente adatto per la sua crescita: in pratica si ritrovava ad essere una delle chiocce del team, lui che in pratica era al 1° anno da prof, e a non aver la possibilità di misurarsi nelle corse di prestigio mondiale, visto che difficilmente la De Rosa riuscirebbe a strappare un invito per il Giro o per la Freccia (tanto per fare due nomi).

Preferisco un percorso alla Visconti dunque: qualche anno d'esperienza in una grande squadra (Quick Step) e poi, se senti di esser pronto ma non hai spazio in squadra, provare anche a fare un passettino indietro (ISD) pur di correre e di confrontarsi con addosso i gradi di capitano.
 
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#4
Grande promessa, speriamo cresca bene...
 
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#5
L'inverno dei corridori. Lo spartito di Caruso
Damiano Caruso, di ritorno da una vacanza sul Mar Rosso, ha ripreso la preparazione in questi giorni. "Che corridore sono? Da corsa a tappe. Bene in salita, vado a crono, ho un buon recupero"

Hanno staccato la spina. Riposano, recuperano, si restituiscono alla vita — la vita normale — di tutti i giorni. C’è chi va in vacanza e chi rimane a casa, c’è chi va ancora in bici e chi va già in bici, c’è chi sogna e chi progetta. Corridori d’inverno: tutti a casa. Stavolta abbiamo sentito Damiano Caruso, che proprio in questi giorni ricomincia la preparazione.

Buon giorno, Caruso.
"Appena tornato dalle vacanze. A Sharm-el-Sheik, sul Mar Rosso. Ma una settimana non è stata sufficiente per eliminare l’abbronzatura del corridore. Ce ne vogliono almeno due. E poi io non sono capace di stare al sole come una lucertola: dopo un’oretta, non ne posso più. Nuoto, snorkeling, che sarebbe guardare i pesci con la maschera, bocce, beach volley. Invece Ornella, la mia ragazza, al sole ci dormirebbe".

Da soli?
"Questo è il periodo in cui, nei luoghi di vacanza, trovi solo i corridori. C’erano anche Mirko Selvaggi, passato dalla Astana alla Vacansoleil, Roberto Ferrari, dalla De Rosa all’Androni, e io, dalla De Rosa alla Liquigas. Tutti con buoni propositi".

Ci riassume le precedenti puntate?

"E’ quasi un anno e mezzo che corro tra i professionisti. Ero passato il 1° luglio 2009. In agosto la prima corsa, al Giro del Portogallo. I vecchi mi avvertivano: ’Non preoccuparti: come si corre forte qui, in pochi altri posti’. Infatti, andavano come schegge. Qualche tappa la finii davanti, comunque fu una bella esperienza".

Poi l’antidoping rivoluzionò la classifica.

"Per quello andavano come schegge. Quest’anno sono partito con l’obiettivo di fare bella figura. E sono partito bene. Al Giro di Sardegna quinto nella generale dietro a Kreuziger, Voeckler, Brajkovic, e quarto nella tappa in salita davanti a Scarponi e Pozzovivo... Ancora davanti nel Trentino. Settimo alla Coppi e Bartali. Poi, senza classiche e senza Giro, sono rimasto fermo quasi 50 giorni. E dal campionato italiano in poi ho potuto correre solo a singhiozzo".

Ha sfiorato la vittoria.
"La volta in cui le sono andato più vicino è stata in Sardegna. Ho preso male l’ultima curva e non sapevo che l’arrivo fosse proprio lì dietro: quando ero pronto a scattare, la corsa era già finita. Un quinto al Giro dell’Appennino, un altro quinto nella tappa del Passo Maniva al Brixia Tour. E pensare che lì sono stato tamponato dalla macchina della giuria e buttato a terra. Il ricorso non è stato accettato e le scuse non mi sono mai arrivate: ci sono rimasto male".

Il 2010 le è servito per capirsi di più?
"Ho 23 anni e molto ancora da scoprirmi. I miei limiti: nessuna gara di alto livello e nessun grande giro. E sono proprio le corse che ti fanno crescere, di testa e di cilindrata".

Sulla carta d’identità scriverebbe: uomo da classiche o da grandi giri?
"Da corse a tappe. Bene in salita, vado a crono, ho un buon recupero".

Sì, ma che montagne ha fatto?
"Come riferimento prendo Pampeago. Ero lì con i primi. Alla fine ottavo. Quella salita, con i suoi drittoni, dà uno strano effetto ottico: vedevo Pozzovivo a 300 metri, "ce l’ho lì", m’incoraggiavo, ma non mi avvicinavo mai. E mi ha dato 45". Ma vede, io parto da un presupposto".

Quale?
"La bici mi piace. Mi piace per andarci, scoprire, esplorare, conoscere nuovi posti e percorsi. L’anno scorso, solo per curiosità e interesse, ho fatto il Gavia da Bormio, magnifico con quell’aria da alta montagna, e lo Stelvio da tutti e tre i versanti. Quello normale da Bormio, quello classico da Prato con i 48 tornanti appesi nella parete finale, e quello svizzero con il tratto di sterrato. Uno più bello dell’altro. E poi l’Albula: in cima, a quota 2200, c’è un altopiano".

Per farla passare in Liquigas, Nibali ha speso parole importanti.
"Le nostre vite sono parallele. Lui siciliano di Messina, io di Ragusa. Tutti e due emigranti per ciclismo, tutti e due in Toscana, tutti e due a Mastromarco. Vincenzo e io andiamo d’accordo: forse perché siamo schietti, sinceri e siciliani. Abitavamo a 500 metri di distanza: lui a Mastromarco, io a Cerbaia di Lamporecchio".

E adesso?
"A un chilometro. Ho trovato un’altra casetta, sempre in affitto, ma un po’ più grande. La divido con Antonio Santoro, anche lui ex Mastromarco, neopro’ con l’Androni. E dividiamo anche le spese. Due matrimoniali, soggiorno, cucina, giardinetto, c’è anche una camera per gli ospiti. E un ripostiglio per le bici".

Vi allenerete insieme?
"Quando capiterà, ma non capita spesso, perché si hanno programmi diversi. Quest’anno, con Nibali, saremmo stati insieme tre settimane. Però qui c’è sempre qualcuno, a cominciare dai corridori della Mastromarco. Detto e ridetto, questa è una famiglia: anche se non c’entravo più, mangiavo e uscivo con loro. Forse per loro è un onore, certo lo era per me quando arrivai nel 2007, diploma di geometra in tasca, amore per la bici nel cuore, e guardavo Nibali come un esempio, un modello, un riferimento".

Caruso, in questi giorni ha rispolverato la bici.
"La bici ha un’anima. Da dilettante dovevo occuparmene io: la lavavo, la pulivo, e asciugandola l’accarezzavo. La bici ha un suo suono: il silenzio. Se borbotta, significa che non sta bene. La prima regola che mi hanno insegnato, fin da dilettante, è saper ascoltare la bici e saper ascoltare se stessi".

Ma se c’è chi si allena con l’iPod.
"Io lo uso solo quando vado a fare una passeggiata, non quando faccio i lavori. Lì devo ascoltare, intuire, sentire. Di testa e di pancia".

Il corpo manda sempre messaggi precisi?
"Il più ricorrente è di stanchezza. Ma se ti fermi al primo messaggio di stanchezza, non migliori mai".

Marco Pastonesi, Gazzetta.it
 
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#6
Caruso: «Voglio un 2013 da protagonista»
Quando manca ormai pochissimo al primo ritiro stagionale della Cannondale, Damiano Caruso è intervenuto ai microfoni della trasmissione di Radio Manà Manà Sport "Ultimo Chilometro" per parlare delle proprie prospettive per il 2013: “L’esperienza del Giro d'Italia di quest'anno mi ha dato consapevolezza nei miei mezzi e affronto il prossimo anno con maggiore grinta. La squadra ha intenzione di responsabilizzarmi, voglio lavorare per fare qualcosa di buono”.
Caruso per diversi giorni è stato il leader della classifica dei giovani al Giro d'Italia: “Indossare la maglia bianca è stato un grande orgoglio per me, ma noi siamo andati al Giro per cercare di conquistare la maglia rosa. Basso tra di noi era il più indicato a fare questo ed era giusto lavorare per dare fiducia ad un grande campione con un grande passato. Anche quest’anno la squadra si presenterà al Giro con l'ambizione di conquistare la maglia rosa, anche se dobbiamo ancora discutere i programmi. Di sicuro, per noi è importante avere Ivan Basso come faro: è un punto di riferimento importante, ci insegna molte cose dall'alto della sua esperienza".
In ottica futura, Caruso non si vuole sbilanciare: “L’inverno è importante, bisogna farlo bene adesso per affrontare una grande stagione. Spero di essere protagonista e mi piacerebbe tornare al Giro: c’è una cronometro lunga, ed è necessario lavorarci su già da adesso con tanti allenamenti. Credo che se si vuole puntare al risultato si deve andare forte anche a cronometro, è difficile vincere un grande giro andando forte solo in salita".
Riguardo ad un possibile derby tutto siciliano con Vincenzo Nibali, Caruso ha affermato: "Vincenzo fa parte dei fuoriclasse. Sarei contento se un giorno potessi impensierirlo. In un confronto diretto ci sono poche storie, vincerebbe lui”.

tuttobiciweb.it
 
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#7
Damiano Caruso, quel bravo ragazzo...
Ambizioni, sogni e programmi del gioane talento siciliano

Non è ancora riuscito a vincere nella massima categoria, ma è riconosciuto da tutti co­me una delle promesse più interessanti del ciclismo italiano. Ha venticinque anni e arriva da Ra­gu­sa, testa sulle spalle e idee chiare, il suo nome è Damiano Caruso.
«Non posso essere considerato un “capitano”, anche perché un capitano che non ha vinto una corsa non si è mai vi­sto. L’inten­zio­ne della Cannon­da­le però è di valorizzarmi, ne sono onorato e cercherò di non deludere le aspettative di chi mi sta dando fiducia. Per questo devo iniziare a vincere».
Professionista dal 2010, 178 cm per 65 chili, l’anno scorso ha vestito per sei giorni la maglia bianca di miglior giovane al Giro d’Italia dimostrando di avere tutte le carte in regola per ambire nei prossimi anni alla generale dei grandi giri, ma vuole tenere i piedi per terra. Anzi, sui pedali perché «prima devo dimostrare quanto valgo a suon di risultati, solo dopo potremo pensare in grande».

Chi è Damiano Caruso?
«Iniziamo con una domanda difficile (sorride, ndr). Un ragazzo normalissimo, come ce ne sono tanti, a cui piace stare in compagnia con gli amici ed è fe­lice di quello che fa. Vivo a Ragusa con la mia fidanzata Ornella. Amo trascorrere il tempo libero in fa­mi­glia, rilassandomi a casa o uscendo a cena con gli amici, stando tranquillo. Oltre al ciclismo in passato ho praticato calcio e in inverno, senza rischiare di farmi male, mi diverto partecipando a qualche partitella con gli amici. In che ruolo? Centrocampo. Da buon siciliano sono una buona forchetta, mi piace proprio mangiare! Preferisco il salato al dolce. Quando ero più piccolo avevo un rapporto complicato con il cibo, ma con gli anni il nostro feeling è migliorato. Vedevo il mangiare un po’ come un nemico, avevo la fissa della linea e mi creavo da solo diete caserecce, che alla fine sono quelle più controproducenti. Ora per fortuna ho un rapporto de­cisamente più salutare con il ci­bo. Non so cos’altro aggiungere, cosa volete che vi racconti?».

Raccontaci di quando hai iniziato a pedalare.
«Il motivo principale per cui ho cominciato è che ero un po’ grassottello. Un’estate ho provato ad andare in bici per perdere peso, all’inizio con la mtb, poi appassionandomi a questo sport ho scoperto anche la bici da strada. Ho iniziato davvero per gioco facendo qualche giro con Maurizio, un cicloamatore amico di papà, man mano l’interesse per la bicicletta è cresciuto e ho iniziato a prendere il ciclismo più sul serio finché è diventato un lavoro. Ho iniziato a correre a quindici anni, tardi ri­spetto alla maggior parte dei miei colleghi anche perché da bambino non seguivo il ciclismo, in famiglia erano tutti appassionati di calcio. Vi­sto che da ragazzino non seguivo il ciclismo non ho mai avuto un campione del cuore, uno da cui posso dire di aver tratto ispirazione. Forse è scontato, ma il primo ad appassionarmi è stato Pantani».

La tua prima gara in assoluto?
«Ero juniores primo anno e avevo una biciclettina Liang gialla. Ricordo che ruppi il cambio, ero così inesperto che feci un casino e fui costretto a ritirarmi. Il primo risultato? Qualche settimana più tardi, vinsi una gara in Ba­si­licata».

Da piccolo, come ti immaginavi “da grande”?
«Non avevo un’idea precisa, il mio so­gno era di pilotare un aereo. Per ora non l’ho realizzato, ma con il lavoro che faccio obiettivamente di aerei ne prendo tanti quanti un pilota (scherza, ndr)».

Che tipo di corridore sei?
«Penso di essere abbastanza completo. Non sono un fuoriclasse né in salita, né in pianura, ma sono abile a difendermi un po’ dappertutto. Ho anche un buo­no spunto veloce. Negli ultimi anni so­no migliorato parecchio negli sprint, in gruppi ristretti quasi sempre riesco a piazzarmi».

Quale ritieni sia il momento più importante nella tua giovane carriera?
«Senza dubbio il Campionato Italiano che ho vinto nel 2008 tra gli Under 23, ero sconosciuto. Quel tricolore è in­dubbiamente stato il momento chiave. Da quel giorno ho iniziato a chiedere di più a me stesso, quella vittoria è sta­ta la molla grazie a cui sono arrivato al pro­fessionismo».

Qual è la gioia e quale il rammarico più grande che hai legato alla bici?
«Il momento più difficile l’ho vissuto senz’altro l’anno scorso quando ho ri­schiato di smettere di correre per una incomprensione, chiamiamola così, con la federazione (Damiano ha ricevuto a febbraio 2012 una squalifica di un anno a decorrere dal 6 ottobre 2010 e da considerarsi estinta in data 5 ottobre 2011, quindi retroattiva e senza stop dalle corse, dal TNA per una complessa vicenda di doping risalente al 2007 quando era dilettante, per la qua­le inizialmente il CONI aveva richiesto per il siciliano addirittura una squalifica di 4 anni, ndr). Ho davvero temuto di dover appendere la bici al chiodo. Il più bello è capitato pochi mesi dopo, quando ho vestito la maglia bianca al Giro d’Italia. Personalmente è stato un piccolo riscatto, una gratificazione tut­ta per me».

Chi ti senti di dover ringraziare per dove sei arrivato?
«Prima di tutti la mia famiglia: mamma Carmen, papà Salvatore e Federico, mio fratello minore che studia ingegneria a Pisa, la mia fidanzata e Giuseppe Di Fresco, da quest’anno ds della Fan­tini Vini, che fin dalle categorie giovanili mi è sempre stato vicino. Mi ritengo fortunato perché ho vissuto tanti anni fuori di casa, principalmente in To­scana (per tre anni ha difeso i colori della Mastromarco, ndr) e lungo la mia strada ho incontrato tante persone che hanno voluto il mio bene».

Dopo il debutto in maglia De Rosa Stac Plastic, tra i professionisti hai sempre indossato la maglia della Liquigas. Cosa hai imparato da questo team?
«Tantissimo, grazie al confronto con corridori importanti come Nibali e Bas­so, ma anche dai tecnici con cui ho avuto modo di lavorare. Appena sono passato, i diesse in particolare mi han­no fatto notare dei dettagli che sottovalutavo o non curavo come si deve, an­che se all’inizio magari ho fatto fatica a capire piccoli aspetti riguardanti l’ali­me­ntazione, l’allenamento e la “vita da corridore”, alla lunga hanno avuto ra­gione. Ora abbiamo cambiato nome, siamo i ragazzi della Cannondale ma per noi atleti cambia poco perché l’or­ga­nico è rimasto identico. Certo che vedere quanto si sta impegnando il no­stro nuovo primo sponsor (non avete idea di cosa è stata la presentazione a Hollywood!) è uno stimolo per continuare a far bene e dare il massimo per gratificare una grande sponsorizzazione che deve essere ripagata al me­glio».

Non sei ancora riuscito a vincere tra i professionisti: il 2013 sarà l’anno buono?
«Speriamo! Ormai questa è diventata una barzelletta che non fa più ridere. Sai, al riguardo con i compagni si scher­za e anche se sono uno che sta volentieri al gioco, questa situazione un po’ la soffro. Sono andato vicino così tante volte alla vittoria ma per un motivo o per l’altro nella massima categoria non ho mai concluso. Quale cor­sa vorrei far mia? Per iniziare qualunque, va bene anche il giro del campanile! La corsa dei miei desideri? Una classica, su tutte la Liegi-Bastogne-Liegi, ma è un sogno nel cassetto».

Quest’anno ti vedremo impegnato al Giro e poi al Tour. Come ti stai preparando a questo duplice appuntamento?
«Con i compagni che svolgeranno il mio stesso programma abbiamo trascorso un ritiro di quindici giorni sul Teide prima di prendere parte al Gran Premio di Lugano, nostra prima corsa stagionale, e alle prove del calendario italiano: GP Camaiore, Giro del Lazio, Tirreno-Adriatico e Milano-Sanremo. Dopo la Classicissima torneremo per altri quindici giorni a Tenerife, per prendere successivamente parte alle Classiche del Nord (Amstel Gold Ra­ce, Freccia Val­lone e Liegi-Bastogne-Liegi). In­somma nella prima parte di stagione avrò più giorni di ritiro che di corsa. Per quanto riguarda i grandi gi­ri, daremo il massimo, sfruttando tutte le nostre carte. Personalmente, nel 2013 mi aspetto di crescere e migliorare, come sto riuscendo a fare ogni an­no, e di ripagare la grande fiducia che mi sta dando la squadra. Non mi è stato affidato il ruolo di capitano, anche perché - come vi ho già detto - un capitano deve essere vincente e io non ho ancora dimostrato di poterlo essere, ma l’in­tenzione dei tecnici della Cannon­dale è di valorizzarmi. Per questo sono onorato e cercherò di non deludere le loro aspettative».

L’anno scorso hai indossato la maglia bianca di miglior giovane al Giro: nei prossimi anni pensi di poter lottare per quella rosa?
«Eh, magari! (sorride, ndr). Non lo so, davvero non voglio e non posso sbilanciarmi così tanto. Come si fa a pensare così in grande se sono ancora a quota zero vittorie? Ho dimostrato di avere un’attitudine per i grandi giri perché ho un buon recupero e sono abbastanza completo, quindi in un futuro chiaramente mi piacerebbe poter puntare alla classifica generale delle grandi corse a tappe, ma è presto e difficile fa­re pronostici nella mia situazione. Pri­ma di parlare, devo dimostrare quanto valgo con i risultati».

Uno che il Giro d’Italia l’ha vinto, ben due volte, come Basso nella cover story di tuttoBICI del mese scorso ha dichiarato: “Damiano avrà la possibilità di far vedere di che pasta è fatto. Ha i numeri per essere un grande corridore: quest’anno deve farlo vedere”.
«Le parole di Ivan mi fanno piacere, ma non mi sorprendono perché so quello che pensa di me. Sono accerchiato da gente che mi stimola e crede molto in me. Io sto facendo di tutto per dar loro ragione, dal Giro d’Italia dell’anno scorso sto lavorando senza lasciare nulla al caso per far sì che questo avvenga e regalare a loro e a me delle belle soddisfazioni. Fino a un anno e mezzo fa io e Ivan eravamo sem­plici compagni di squadra, o meglio lui era Basso e io uno dei tanti che aveva in squadra, negli ultimi tem­pi abbiamo avuto modo di passare più tempo assieme e tra noi è nato un nuovo tipo di rapporto, che va al di là di quello lavorativo, ora posso dire che siamo amici».

Dove può arrivare Damiano Caruso?
«Non so dove può arrivare, ma so cosa vuole: vincere. Dove, come e quando non lo so: voglio cominciare a vincere tra i professionisti, riprovare quella sensazione che mi manca da troppo tempo, ritrovare la strada del successo. Per traguardi più alti, per alzare l’asti­cella e svelare le mie ambizioni ci sarà tempo, prima devo dimostrare (in primis a me stesso) di poter essere il mi-gliore sulla strada».

di Giulia De Maio, da tuttoBICI di marzo
http://www.tuttobiciweb.it/index.php?pag...57522&tp=n
 
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#8
Damiano Caruso e il figlio che verrà
«Per me sarà una motivazione aggiunta sulla strada del Giro»

La Sicilia ha fatto un grande regalo a Damiano Caruso: «Ho finito la stagione dopo Il Lombardia e la mia terra mi ha regalato un ottobre bellissimo, dove potevo andare a star meglio che a casa mia? Così io e mia moglie Ornella, che a marzo darà alla luce il nostro primogenito, ce ne siamo stati tranquilli».

E il lavoro?
«Ho cominciato ormai da un paio di settimane: bici, mountain bike, palestra, le solite corse. Sto già lavorando con una buona intensità, poi dalla prossima settimana, in ritiro in Spagna, si inizierà a far sul serio».

Il primo impatto con la BMC com'è stato?
«Ottimo, ma sapevo che sarebbe stato così. Ci siamo cercati: loro credono molto in me, io ho una grande voglia di crescere ancora e l'arrivo del nostro primo figlio mi dà una motivazione aggiuntiva».

Hai già chiaro il tuo programma?
«Ne abbiamo parlato a grandi linee venerdì scorso, quando sono stato in Svizzera al velodromo della BMC per una seduta di lavoro con la bici da cronometro. Nel dettaglio entreremo nel prossimo ritiro: comunque dovrei partire con il Giro dell'Oman, poi la Tirreno e via fino al primo grande obiettivo della stagione, che sarà il Giro d'Italia».

Da qui si spiega l'attenzione per il lavoro sulla crono.
«Già, d'altra parte la lunga crono avrò un'importanza fondamentale per chi vorrà curare la classifica generale del Giro d'Italia, come farò io. Ma a proposito di Giro, dico che il percorso è bello e mi piace perché ci sono tappe anche altimetricamente non durissime che possono fare la differenza».

E il Tour?
«Abbiamo parlato anche della possibilità di correrlo, l'idea c'è ma ogni decisione sarà rimandata proprio alla fine del Giro d'Italia».

Paolo Broggi per tuttobiciweb.it
 
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#9
Festa in casa di Damiano Caruso, è nato Oscar
Il lieto evento è avvenuto alle 16.40

[Immagine: showimg.php?cod=77611&resize=10&tp=n]

Giornata speciale quella odierna per Damiano Caruso, la moglie Ornella ha infatti dato alla luce il loro figlio primogenito, Oscar. Congratulazioni ai neo genitori e benvenuto al piccolo!

tuttobiciweb.it
 
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