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Fausto Coppi
#1
[Immagine: in_costruzione.png]
 
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#2
Coppi ricordato in Italia
Oggi cade il 51esimo anniversario della morte di Fausto Coppi, forse il più grande ciclista italiano e figura leggendaria a causa della sua tragica morte per malaria all'età di soli 40 anni.

Ancora una volta i familiari, gli amici ed ex compagni di squadra si sono riuniti per un cerimonia di ricordo nella città di Castellania dove Coppi è nato nel 1919 e dove il suo corpo è conservato in uno speciale monumento insieme al fratello Serse, anche lui stato professionista.

L'anno scorso 10.000 persone hanno partecipato alla cerimonia per celebrare il 50esimo anniversario della sua morte. Quest'anno solo poche centinaia hanno fatto un pellegrinaggio, ma una nuova sala museo è stata inaugurata nella scuola locale, mentre una nuova mostra presso il Museo dei Campionissimi vicino a Novi Ligure celebrerà i molti monumenti che sono stati eretti per ricordare Coppi. Tra questi ci sono le statue e targhe alla sommità del Passo dello Stelvio, Passo Pordoi, Bocchetta e fuori dal Museo del Ghisallo vicino Como. In Italia dozzine di strade e piazze sono state dedicate al suo nome.

I fan di Coppia hanno anche creato una pagina Facebook per ricordarlo, con molte persone che hanno già lasciato messaggi per ricordarlo.

Coppi era conosciuto come l'"Airone" per le sue gambe sottili ma potenti. La sua prima gara da professionista fu nel 1940, vinse il Giro d'Italia a soli 20 anni. Sbriciolò il record dell'ora a Milano nel 1942 prima di essere preso prigioniero nella guerra in Africa

È tornato a vincere il Giro d'Italia per altre quattro volte e ha anche vinto il Tour de France nel 1949 e nel 1952. Fu il primo corridore a vincere Giro e Tour nello stesso anno, nel 1949, e ha anche vinto molte delle classiche più importanti. Ha vinto il Campionato del Mondo nel 1953 e continuò a correre fino alla soglia dei 40 anni. Ha contratto la malaria mentre stava combinando una battuta di caccia con una serie di criterium in Africa.

Coppi è stato un modello e fonte di ispirazione di come l'Italia ha cercato di riprendersi dalla guerra, ma fu anche al centro di un enorme scandalo quando lasciò sua mogie per andare a vivere con Giulia Occhini, che era già sposata. Hanno avuto un figlio insieme, ma fu costretta a partorire in Argentina in modo che Faustino potesse avere il cognome Coppi.

Coppi si è recato in Africa con l'amico Raphaël Géminiani. Anche lui ha contratto la malaria, ma è stata curata nel modi giusto il Francia e riuscì a sopravvivere. I medici italiani si rifiutarono di trattare Coppi nello stesso modo, morì alle 8:45 del 2 gennaio 1960.

cyclingnews.com
 
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#3
[Immagine: Fausto_Coppi_720x550_con_la_sua_biciclet...ecnici.jpg]
 
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[+] A 3 utenti piace il post di Luciano Pagliarini
#4
46x22...

pedivella 170

e attacco 10 Asd Asd Asd

bellissimo
 
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#5
Fausto Coppi e il Tendicollo nei ricordi di un bambino.

Sono nato nel luglio del 1955, ma ho fatto in tempo a vedere il Campionissimo e quel ricordo della tenerissima infanzia, lo porto ancora con me nitido, come lo vivessi in questo momento. Il ciclismo era già entrato in me per passione di famiglia: di mio padre innanzi tutto, un campione del motociclismo che non poté avviare una carriera per meri motivi famigliari, ma che non perdeva occasione di manifestare la sua vicinanza alle emozioni verso gli sport più faticosi o audaci. Di mia madre, che si lasciava andare al suo ruolo di antitesi sportiva, solo per chi correva in bicicletta; di mio fratello che correva veramente sul cavallo d’acciaio e vestiva da dilettante la casacca dell’Emi e di mia sorella, già maestra elementare, che faceva del ciclismo una sua personale poesia. Anche i nomi dei campioni mi suonavano già famigliari, perché ero un prodigio (che poi s’è fermato fino a rincretinire....) e non poteva essere diversamente, in considerazione delle discussioni che, sovente, proprio la mia “dada”, con la loquacità e la penna che poi l’hanno fatta divenire illuminata, era sempre pronta a propinare sul Giro d’Italia in particolare.
Era il 14 giugno 1959, s’era da poco conclusa l’edizione del Giro, vinto alla grande da Charly Gaul e si correva a Forlì la seconda edizione del Trofeo Tendicollo Universal, una gara a cronometro dal lunghissimo chilometraggio: ben 90 chilometri e mezzo. Per l’intera Romagna, quella era una gara dal sapore unico e tutt’oggi ineguagliato: nelle sue sei edizioni seppe raccogliere sulle strade, qualcosa come ottocentomila persone. Quell’anno era poi particolare, perché Ercole Baldini, il campione di casa, correva in maglia iridata, la sfida col normanno amico e celeberrimo avversario, Jacques Anquetil. Ma c’era, soprattutto, la possibilità di vedere, per la prima volta su quella prova sì difficile, il Campionissimo Fausto Coppi. L’eco fu così enorme che in casa, nei giorni precedenti, non si parlava d’altro. Inutile dire che anche il piccolino sottoscritto non voleva mancare a quell’appuntamento. I miei fratelli con le rispettive comitive, in bicicletta, si portarono sulle strade di quel lungo circuito, mentre io raccolsi con entusiasmo le parole di mio babbo: “Giarganen, ci znì, ma han poss non fét avdé Coppi” (Giarganen, sei piccino, ma non posso non farti vedere Coppi).
E fu così che mi mise fra le sue gambe, in piedi sul “pianerottolo” della sua “lambretta” verde e mi portò alla corsa. Ricordo la marea umana che si incontrava fra le non certo belle strade del tempo: quell’asfalto tanto più ruvido di quello di oggi e quel “brecciolino” che pareva appiccicato al catrame, anche perchè il gran caldo di quel giorno, tendeva a liquefarlo. Ricordo come la gente usasse tutti i pochi mezzi di locomozione del tempo, per giungere il più vicino possibile all’arrivo o in zone visibili del circuito. Si vedevano cavalli col calesse, addirittura i carri agricoli più leggeri trainati da mucche, posti sui limbi delle strade, per poter fungere da tribunette o osservatori privilegiati. Babbo con la sua lambretta, arrivò fino ad un luogo che era ben più zeppo di gente assiepata dietro a staccionate bianche e rosse e dove, in lontananza, si vedeva, in alto, uno striscione rosso: era l’arrivo. Mise la lambretta sul cavalletto vicino ad un negozio sulla cui vetrina, era stato incollato un grande manifesto con le foto di tre corridori, due dei quali li riconobbi, perché a casa c’erano le loro cartoline: Ercole Baldini e Fausto Coppi, mentre sul terzo, fu babbo a dirmi che si trattava di Jacques Anquetil.
Arrivammo sul limbo della strada proprio quando una voce, che io definii il “tuono che parla”, facendo ridere tutti coloro che mi sentirono, annunciò il passaggio di Roger Riviere. Avevo sentito parlare di lui in casa, ma non riuscii a vederlo perché davanti a me, pur stando sulle spalle di babbo, la muraglia umana era troppo alta e noi troppo distanti dalla prima fila. Mio padre capì che non era posto per vedere al meglio il passaggio dei corridori, così mi posò per terra e tenendomi per mano, mi portò con lui un po’ lontano dalla strada. Capii che cercava qualcosa di particolare, ma non osai chiedere. Intanto, la medesima voce di prima, annunciò il passaggio di Ernesto Bono, ed io non feci altro che rendermi conto di quanto la gente fosse disponibile ad urlare “dai, dai, daiiii” e ed applaudire con un suono assordante. Babbo però, aveva visto qualcosa di particolare: una scala di ferro che stava vicino ad una capanna posta accanto ad una casa, dove sedeva una vecchietta tanto sorridente quanto tremolante. Andammo da lei, e lui le chiese se poteva prendere quella scala che poi le avrebbe riportato dopo la fine della corsa. Ricordo il consenso immediato di quella vecchia e quella sua frase che mi coinvolgeva: “Tulì pù bon oman, a voi neca mè che e babì e véga Coppi e Baldini!” (Prenda pure buon uomo, voglio anch'io che il bambino veda Coppi e Baldini!)
E fu così che il babbo poté dare compimento a ciò che aveva in animo. Arrivammo fino ad un grosso ma non molto alto albero, posto fra una transenna ed un fossato che avevamo scavalcato per raggiungerlo. Grazie alla scala, potemmo salire su quell’albero senza pericolo alcuno, vista la sua robustezza. Addirittura ci potemmo sedere, tant’è che la prima frase che uscì a babbo, dopo esserci sistemati fu, contrariamente al suo solito, in italiano: “Che fortuna abbiamo avuto Maurizio!” Effettivamente la visuale era stupenda: sotto di noi le teste dei tanti e la strada visibile per metri e metri fino all’arrivo. Dopo non più di due minuti, passò Jacques Anquetil e la mia esclamazione di bambino, dopo il passaggio del francese, quando il baccano s’era attenuato, fu: “ Ma babbo quello piscia dalla faccia” – e giù le risate di tutti coloro che avevano sentito. Effettivamente la sudorazione del francese come quella di Ercole, che vidi poi più tardi, erano qualcosa di incredibile. Di tutti i corridori che mi sono passati davanti o di cui ho scritto, nei tanti anni intercorsi da quel giorno, nessuno mi ha lasciato la medesima impressione di Anquetil e dell’amico Baldini. Venne finalmente il momento di Fausto Coppi. La gente all’annuncio del suo passaggio impazziva, urlava, piangeva di gioia. Rimasi stupefatto. La mia reazione di bimbo fu quella di accostarli alla mia età, perché anche loro piangevano come capitava sovente a me. Non solo, ma mi chiedevo cosa poteva essere stato quel corridore per loro, visto che ai miei occhi era apparso tanto più vecchio degli altri, pieno di rughe, con una smorfia che rendeva la sua bocca aperta e sofferente come quando a me capitava di dover mangiare, perché costretto, i cavolfiori. Pensavo tanto.....e ad ogni passaggio di Coppi, aumentava in me la convinzione che diventare importanti corridori in bicicletta, doveva essere davvero speciale. La corsa finì e vinse Baldini, il Campione del Mondo, che correva in casa, ma quella doveva essere davvero la giornata di Fausto e lo capii quando, dopo il suo arrivo, gli misero sulla maglia bianca quella rosa, con tanti fotografi armati di quelle mastodontiche macchine del tempo, che lo volevano fotografare. Guardai babbo e gli dissi: “Ma perché sono tutti per Coppi, quando la voce che sembra un tuono, ha detto che ha vinto Baldini?”. Mio padre si lasciò andare ad un largo sorrise e mi rispose: “Ricorda questo giorno e quando sarai grande lo capirai, magari scriverai di lui, come fa la Dada oggi”. Aveva ragione.
 
Fa un certo effetto guardare questo filmato: quel giorno di oltre mezzo secolo fa: fra quella muraglia umana (oltre centomila persone) c’era anche il piccolo bimbo sottoscritto.

http://www.vecchiazzano.it/video/tendicollo.wmv

Maurizio Ricci detto Morris
 
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