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Franco Balmamion, campione taciturno e concreto.
#1
[Immagine: 14141886641453BALMANIONFranco.jpg]

Nato a Noie Canavese (Torino) l'11 gennaio 1940. Passista scalatore, alto m. 1,72 per 67 kg. Professionista dal 1961 al 1972 con 12 vittorie. 
Quando oggi un corridore vince un grande Giro senza passare per primo il traguardo in una singola tappa, si è soliti dire che ha vinto “alla Balmamion”. L’accostamento, sul piano statistico è azzeccato, ma è bene sempre fare dei distinguo e spiegare certi perché, in quanto si corre il rischio di sminuire i successi, sia di Balmamion, che del corridore col quale si va al confronto. Franco, sia chiaro, è stato un campione, certo ben poco spettacolare, ma sincronico ad una realtà dello sport. In altre parole, ha sfruttato al massimo le sue qualità non eccelse, e già per questo, viste le risultanze, merita attenzione e pure ammirazione.
Il fatto poi che non sia stato una meteora, aggiunge al giudizio, una conferma significativa sui suoi valori di nota. La storia del ciclismo, come di altre discipline del resto, è piena di “occasionali”, ovvero atleti che han saputo sfruttare al massimo, una o due volte, l’occasione di una congiunzione fra le proprie qualità fisiche e tattiche, con la fortuna o l’anomalia degli eventi. Non è così per Balmamion, il quale non ha vinto Giri, grazie a fughe bidone per poi sparire e non essere più fra i protagonisti. Questo piemontese doc, in tutte le corse a tappe disputate, escluse le ultime, quando i suoi compiti erano quelli del gregario, è sempre stato un evidente, ed ha colto altri podi che lo eleggono a campione, perlomeno, per i più scettici, di regolarità.
Certo, nel suo palmares, ci sono due successi (’62 e ’63), un secondo posto (’67) e altri quattro piazzamenti a ridosso del podio al Giro d’Italia, un terzo posto (’67) al Tour de France, ma non ci sono vittorie di tappa e questo aspetto da voce e spago ai suoi detrattori, ma è pur vero che Balmamion era praticamente fermo in volata e tutto ciò ha pesato notevolmente sul suo curriculum. Una dimostrazione di quanto detto, viene dai suoi undici podi su singole tappe del Giro o del Tour, dove è giunto al traguardo col tempo del vincitore. Viene pure dal suo 3° posto colto alla Milano Sanremo nel 1965, quando fu battuto in volata da Arie Den Hartog e Vittorio Adorni, giunti nell’ordine. Insomma, uno che ha inciso sul suo tempo, anche se non ha mai dato esempio di tangibile spettacolarità.
Nella storia lontana e più sconosciuta della carriera del taciturno torinese, i segni di una luce notevole, c’erano tutti. Nei due anni fra i dilettanti fu capace di vincere in bellezza una quindicina di corse, fra le quali una prova che, negli anni, si dimostrò premonitrice: il Trofeo San Pellegrino a tappe, a quei tempi un appuntamento classico per verificare i giovani più adatti alle prove a frazioni.
Passato professionista giovanissimo, nel 1961, a ventun anni non ancora compiuti, all’interno della Bianchi e poi di quella Carpano che aveva come indiscusso capitano Nino Defilippis, Franco Balmamion, si mise subito in luce nelle corse più dure: si piazzò secondo nella tappa inaugurale del Giro d’Italia a Torino, quarto nella dura frazione di Trento e chiuse la corsa rosa al ventesimo posto. Nel finale di stagione colse un bel terzo posto nel giro dell’Emilia. L’anno seguente, al Giro d’Italia, dopo aver colto significativi piazzamenti nelle tappe di Perugia (3°) e, soprattutto, a Pian dei Resinelli, dove si inchinò al solo camoscio spagnolo Angiolino Soler, nella frazione pianeggiante che portava la carovana da Lecco a Casale Monferrato, si inserì in una fuga e guadagnò la maglia rosa che poi seppe difendere bellamente sulle Alpi.

Fu attaccato e non portato in carrozza come qualcuno, dimenticando, ebbe a dire, ed a Milano, i fiori del trionfo accompagnarono meritatamente il piemontese.
Franco Balmamion, a ventidue anni da poco compiuti, era dunque entrato nella storia. Aldilà del sempre importante concetto che dispone a valore la regolarità, la superiorità ed il merito del piemontese, si vide compiutamente zoomando l’attenzione sul suo recupero all’indomani della più terribile tappa dell’era moderna del ciclismo, la Belluno – Moena, accorciata a traguardo sul Passo Rolle, per una bufera di neve senza precedenti. In quella giornata che elevò a gloria “l’angelico” abruzzese Vincenzo Meco, giunsero al traguardo solo 53 corridori e fra i 57 ritiri rattrappiti dal freddo anche il mitico Charly Gaul, Balmamion fu uno dei migliori, arrivando sul Rolle con ancora in serbo quelle forze che poi nel prosieguo si rivelarono decisive. Sui venti e più centimetri di neve presenti sulla carreggiata del Rolle, si sciolsero le punte velleitarie di autentici camosci come Imerio Massignan, di nerboruti scalatori come Vito Taccone, di specialisti della sofferenza come Graziano Battistini, proprio colui che in quel giorno di tregenda conquistò la maglia rosa. Tutti gli stranieri uscirono di classifica e dire che di bravi, nel cast di quella edizione, ce ne stavano. Balmamion, dunque, vinse il Giro con merito, punto.
La stagione ’62 però, gli riservò altre soddisfazioni, grazie ai successi in solitudine (e non poteva essere diversamente) nella Milano Torino e nel Giro dell’Appennino (chi si eleva sulla Bocchetta è sempre perlomeno un ottimo). Nel 1963, vinse alla grande il Campionato di Zurigo, già allora classica internazionale, anche se non di livello primario. Al Giro d’Italia, di fronte ad un cast stavolta meno valoroso, concesse il bis, sfruttando la sua regolarità e superando Vittorio Adorni, tanto virtuoso e audace, quanto vittima nella decisiva tappa di Moena, di una grave crisi. A soli 23 anni, dunque, il piemontese soprannominato “cinese”, poteva così vantare un palmares tra i migliori della storia, a quella età. Balmamion, che nel frattempo era stato azzurro ai mondiali del ’62 a Salò (ritirato) e ’63 a Renaix (ritirato), dopo un’interlocutoria stagione ’64 (finì il Giro 8°), ritornò a delle buone prestazioni nel ’65, dove vinse con Italo Zilioli il Criterium di Caen, giunse 5° al Giro d’Italia, mentre ai mondiali del Nurbrugring, con l’ottavo posto, fu il primo degli italiani.
Nel ’66 vinse il Circuito di Cirié e finì 6° nella “corsa rosa”.

Tornò a ruggire in grande stile nel ’67, il primo in maglia Molteni, quando arrivò secondo al Giro d’Italia dietro a Gimondi e davanti ad Anquetil. Vinse in solitudine il Giro di Toscana che gli valse il titolo di Campione d’Italia e arrivò terzo al Tour de France, dietro Roger Pingeon e l’ex sacrestano spagnolo Julio Jimenez. A completare la sua ottima annata, giunsero poi le vittorie nel Circuito di Maggiora e nella frazione di Prati di Tivo di quella Cronostaffetta che, per la Molteni, si tramutò in un trionfo. Ai mondiali di Herleen, i primi vinti da Eddy Merckx, finì 30°. Nel ’68 ebbe una evidente flessione di risultati. Nonostante ciò, chiuse il Giro all’ottavo posto e partecipò ai Mondiali di Imola vinti da Adorni, dove si ritirò. L’anno successivo passò alla Salvarani di Gimondi, ed il suo ruolo cambiò, orientandosi sempre più verso il gregariato. Nella sua prima stagione con l’asso di Sedrina, vinse la Cronosquadre della Parigi Nizza, di nuovo il Circuito di Maggiora e il Criterium Camors. Nel ’70 nonostante la sua totale devozione a Gimondi chiuse sia il Giro che il Tour al 12° posto. L’anno seguente finì alla Scic, portando la sua esperienza al servizio di una formazione che aveva più di una freccia nel proprio arco. Terminò la carriera alla fine del 1972.

Il Cinese. 
Franco Balmamion, rimase orfano all’età di tre anni e venne cresciuto con amore paterno da uno zio, che era stato qualcuno nel ciclismo: Ettore Balmamion.
Costui, aveva un soprannome, “Magninot”, che spesso si confondeva con le sue generalità e l’intera famiglia Balmamion. Era un uomo forte, non di grande taglia, con una gioventù che lo aveva visto fior di dilettante, molto bravo in salita e capace di vincere, tra le altre belle corse, assieme ai compagni della U.S. Pro Dronero, la Coppa Italia, una cronosquadre che, a quei tempi, in epoca fascista, assumeva codici di richiamo nazionale. Ettore passò professionista, finì un paio di Giri d’Italia e, nel primo, quello del 1931, seppe conquistare il quinto posto finale, maglia rosa virtuale degli isolati. Dunque, un buon corridore anche nella categoria assoluta. Con Franco, Magninot, si comportò da buon piemontese, guardando soprattutto al sodo. Quando capì che la scuola poco si addiceva al ragazzo e alle esigenze di tutta la famiglia, trovò al giovane un impiego alla sezione ricambi della Fiat. I nuovi ritmi di vita, furono decisivi per cementare in Franco la vocazione di emulare e, magari, superare lo zio nel ciclismo. Già, perché la ventina di chilometri che si frapponevano fra la casa dei Balmamion a Nole e l’Officina di Torino, da percorrere in bicicletta, diventarono per il ragazzino una palestra per provarsi. Non tardò a capire di saperci fare. Raggiunta l’età per correre nell’allora categoria allievi (equivalente all’odierna degli juniores), il nipote di Magninot si diede davvero al pedale, incontrando l’ovvia “benedizione” dello zio. Con le corse, Franco, conobbe anche quel soprannome-nomignolo che non lo abbandonerà più: “il Cinese”, proprio per i suoi tratti somatici tendenti all’orientale.
Quando il giovane Balmamion, a soli ventun anni, passò professionista, in lui viveva una precisa volontà: guadagnare abbastanza per non tornare più all’officina Fiat. Per riuscirci, doveva sfruttare al massimo le sue qualità tecniche sulle ali di una forza d’animo non comune. Si sentiva tagliato per le corse a tappe, quelle dove i conti si fanno alla fine: per questo iniziò a mimetizzarsi in mezzo al gruppo, con l’occhio attento a raccogliere ogni occasione utile per un segmento di vantaggio. Più che i traguardi parziali, cercava una maglia a tinta unita e quei successi che entrano nella storia, fino ad aprire conti in banca sufficienti per dire addio a chiavi, martelli e schede da marcare: voleva il Giro. Quando i suoi ventidue anni vivevano ancor primavera, gli giunse la prima opportunità d’un ruggito: la corsa amata giungeva nella sua terra, a Casale Monferrato, passando per la pianura del vercellese. Lui, “il Cinese”, non poteva che spiccare le ali per il suo personale incontro, vestendosi di rosa. La sera, a Nole, fu festa e Magninot offrì da bere a tutti: in fondo, anch’egli, stava diventando grande.
Oggi, cinquantacinque anni dopo quel radioso giugno del 1962, il “Cinese”, divenuto distinto, cordiale e simpatico signore, può guardare il ciclismo con gli occhi di un anziano che sui pedali ha realizzato il suo sogno di vita. E’ un uomo che non dimentica zio Magninot, morto nel ’95 ad 88 anni, ed è un osservatore acuto di quei distinguo che fecero del pedale della sua epoca, un riferimento sportivo perlomeno pari al calcio. Era un ciclismo diverso, più umano, con interpreti di valore assoluto. Franco, lo sa bene.

 
Morris
 
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#2
Davvero interessante.
 
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#3
Condivido quanto scrive Dui, ritratto davvero interessante.

Personaggio affascinante Balma Mion, di cui si parla sempre troppo poco, ad esempio non avevo la più pallida idea che avesse perso i genitori a soli tre anni.

Comunque, dato che sono un assiduo lettore, mi hai fatto venire voglia di comprarmi un libro per approfondire ulteriormente il personaggio (e arricchire la mia libreria personale che pian piano sta prendendo forma), consigli qualcosa?

Su Amazon ho trovato questi due:
- https://www.amazon.it/Eagle-Canavese-Fra...=balmamion
- https://www.amazon.it/campione-silenzios...8888329080

Poi, nel topic adatto, ti chiederò anche qualcosa sui libri che hai scritto (mi interesserebbe parecchio la biografia del Treno di Forlì).
 
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#4
Franco è un gran signore. Lo invitai ad un convegno del Panathlon su Tullo Morgagni, in occasione del Centenario del Giro d’Italia, nel 2009. Cordiale come pochi e depositario come tanti di quella grandiosa generazione di corridori, di numerosi aneddoti ed inediti. Molti non narrabili. Acquista il  libro di Bili, mi han detto in diversi che lo merita.   
 
Relativamente al “Treno” aspetto tue, ma temo che dovrai accontentarti di spezzoni, perché il libro è esaurito da anni.
 
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#5
Non narrabili in che senso?

Mio nonno dice sempre che vinse i due Giri grazie ad un acume tattico fuori dal comune grazie al quale riusciva ad essere sempre, in corsa, nel posto giusto nel momento giusto.
 
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#6
(11-01-2018, 09:03 PM)Danilo M. Ha scritto: Non narrabili in che senso?

Mio nonno dice sempre che vinse i due Giri grazie ad un acume tattico fuori dal comune grazie al quale riusciva ad essere sempre, in corsa, nel posto giusto nel momento giusto.

Tranquillo Danilo, non c’è niente di losco nelle vittorie di Franco Balmamion al Giro d’Italia. Ed è vero quel che dice tuo nonno. Tra l’altro, la grande sagacia tattica mostrata dal ventiduenne Franco nella edizione del 1962 (la sua vittoria più bella), sconcertò non poco il capitano designato della Carpano di Ettore Milano, quel Nino Defilippis, detto Cit, che non le mandava certo a dire e che esagerò non poco nel giudizio sul comportamento comunque ineccepibile di Balmamion. Quel che volevo dire con “molti non narrabili” si riferisce all’intero arco della carriera di Franco e dei suoi colleghi di una generazione fortissima, sugli sfondi di un ciclismo profondamente diverso, dove insistevano nazionalismi più esasperati e dove non mancavano momenti che oggi l’ipocrita politically correct non tarderebbe a definire “di devianza”. Faccio un esempio banalissimo. Procurarsi l’acqua o le bevande alle corse d’allora, era un‘avventura che poteva contemplare anche l’entrare in un bar e “rubare” qualche bottiglia. Oppure, prima del 1966-’67, insistevano altri tipi di peripezie che vedevano come oggetto le stradiffuse stenamine: pastigliette collocabili nelle future tabelle del CIO, nel gruppo “A”, quello degli stimolanti. E poi per i ciclisti italiani, c’è quel 1967, zona Tonale….con quell’alleanza che non fu edificante….. Insomma, come per tutti gli atleti d’ogni sport, non tutto l’arco del proprio segmento agonistico può essere zoomato, aperto o addirittura vivisezionato. Checché ne pensino i giornalisti. È giusto portare rispetto alla volontà degli atleti, ed è straordinariamente bello e significativo trovarsi depositari di segreti che qualche campione t’ha raccontato, perché ha ritenuto di potersi fidare di te. Ovviamente, segreti che ti porterai nella tomba, se non interverrà un’indicazione diversa da parte dello stesso campione…. Occhiolino :)
 
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#7
Una domanda: come mai secondo te Balmamion ha avuto una carriera così precoce e particolare, che lo ha portato a conseguire i risultati migliori a 22 e 23 anni e poi lo ha relegato (generalmente) a posizioni di rincalzo negli anni successivi? Perché gli stimoli sono calati essendosi sistemato economicamente o perché si era spremuto troppo tra i dilettanti o piuttosto perché il livello dei Giri successivi è cresciuto con l'esplosione dei Gimondi e dei Motta e un Anquetil sempre più presente in Italia?
 
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#8
Dal libro traspare che Balmamion avesse una forza mentale fuori dal comune.

Per come lo racconta sembra che per lui fosse normale puntare a vincere il Giro sin dal primo anno da professionista.

Persona umile, ma che non temeva nessuno.
 
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#9
(13-01-2018, 11:59 AM)Hiko Ha scritto: Una domanda: come mai secondo te Balmamion ha avuto una carriera così precoce e particolare, che lo ha portato a conseguire i risultati migliori a 22 e 23 anni e poi lo ha relegato (generalmente) a posizioni di rincalzo negli anni successivi? Perché gli stimoli sono calati essendosi sistemato economicamente o perché si era spremuto troppo tra i dilettanti o piuttosto perché il livello dei Giri successivi è cresciuto con l'esplosione dei Gimondi e dei Motta e un Anquetil  sempre più presente in Italia?

I grandi talenti esplodono per un buon 90% presto, ed hanno spesso una carriera non lunghissima. Ovviamente lo dico alla luce della storia precedente l’avvento del doping sistematico di origine medica, della quarta-quinta lingua ciclistica per un secolo divenuta prima, di quel ridicolo e snaturante balzello dell’accorciamento delle corse e delle altre frattaglie inventate dal mefitico governo di Aigle. In altre parole (opinione che sento immanente), prima dell’avvento della non credibilità di questo sport.
Franco, come ho scritto, era talentuoso ma non un eccelso, un epocale, o uno che poteva raggiungere punte incredibili e leggendarie. Era un ottimo prospetto, che seppe divenire nei tempi giusti, un corridore da capitolo obbligato. Uno che mostrò da dilettante d’essere votato per le corse a tappe, infatti vinse il Trofeo San Pellegrino a 20 anni, anche lì senza vincere tappe, e che ebbe poi la fortuna e l’intelligenza di passare fra i professionisti a 21 anni. Quindi, uno che non si è spremuto fra i cosiddetti “puri”. Aveva, tra l’altro, la testa del campione: basti citare il suo comportamento nella prima tappa del Giro d’Italia del ’61, dove solo una ruota come quella di Poblet, riuscì a domare la sua. E restò in classifica per giorni.
Quel che è avvenuto dopo la doppietta al Giro, va ugualmente salutato come una conferma dei suoi valori eccellenti, perché il suo era un ciclismo di grandissimi corridori, sia da GT che da corse di un giorno (probabilmente la generazione più forte della storia). E loro correvano sempre: non andavano sull’isola del vulcano che è sul podio del mondo per altitudine, a pettinarsi la ricerca anoressica, magari con una Maserati ad indicare “tabelle”. Le posizioni di rincalzo di Balmamion, erano posizioni da campione e poi c’è quel 1967 che grida. Un Giro deciso a monte del Tonale e di Tirano, con un nazionalismo che non rese onore ad una corsa che vedeva allo start squadre di marca, non nazionali. Quel Giro, nella politica dei “se”, Balmamion lo poteva vincere: non andò più piano di Gimondi. Arrivò 2°, davanti ad Anquetil e al Tour de France finì 3°, con Gimondi 7°. Tutti ad inneggiare il bergamasco, ma nelle corse a tappe, il più forte del ‘67, a livello mondiale, fu il meno spettacolare torinese.
La stessa scelta di Franco di fare la spalla o il gregario, appena vide che era un poco calato, va salutata come una dimostrazione di valori. In fondo, le possibilità di correre ancora come punta le aveva, ma scelse l’umiltà. Un signore.

Ciao!
 
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#10
Peraltro nel libro lui dà al campionato italiano vinto nel '67 lo stesso valore che dà ai Giri.

Immagino concorderai che spesso e volentieri si finisce, purtroppo, per dare alle vittorie dei campioni di ieri il peso che quest'ultime hanno oggi e non quello che avevano quando sono state conquistate.
 
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