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Homo Pedaliensis
#1
Non posso dire di conoscere bene il sito, sono tanti i meandri dove non mi sono ancora avventurato (i pronostici o i giochi, ad esempio). Tuttavia, ogni tanto zonzo tra i vari articoli, spesso apprezzando molto. Di recente ho scoperto la serie di articoli “Sulle orme del passato”: grande Er Paglia! Ave

Trovo molto piacevole la varietà delle chiacchiere e degli argomenti. Volendo contribuire a questa varietà non trovo molte frecce nella mia faretra. Molte cose le ho seguite per parte della mia vita, ma spesso non con continuità. Gli argomenti che seguo maggiormente per passione personale sono l’evoluzione umana e gli scacchi (senza essere un forte giocatore).

Non so quanto possa interessare ma vi propongo il primo, la lunga strada che dagli alberi che andavano svanendo nell’Africa centro – orientale ci ha condotto fino a qui. Se vi interessa, se qualche notizia sull’argomento vi incuriosisce, ne chiacchiererei volentieri.

Per l’occasione propongo una nuova specie, l’Homo Pedaliensis…  :D

I meccanismi evolutivi che conducono dall’Homo Sapiens al Pedaliensis non sono noti Mmm   ma ho una mia teoria. Siamo diventati prima uomini e poi Sapiens correndo e sudando nella savana. Non siamo veloci ma dotati di una notevole resistenza. Correvamo per inseguire le prede ma la corsa credo sia pian piano diventata un modo ulteriore di sentirsi vivi, di sfidare il mondo e l’orizzonte, il vento sulla faccia, il cuore che batte. Molti corrono ancora oggi, per diletto, molti altri, i Pedaliensis, sfidano il mondo con un nuovo strumento, figlio della nostra mente. A volte una montagna ci nasconde l’orizzonte, ma la scaliamo, fino a conquistare una visione più ampia di quanto ci circonda, il vento sulla faccia, il cuore che batte.
 
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#2
Non ci ho capito tanto, ma sappi che sei uno dei miei utenti preferiti tra i nuovi.
 
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#3
(30-03-2016, 04:09 PM)Dayer Pagliarini Ha scritto: Non ci ho capito tanto, ma sappi che sei uno dei miei utenti preferiti tra i nuovi.



Grazie!
“L’ideazione” di Homo Pedaliensis è un elogio ai ciclisti e agli appassionati di ciclismo.


Quando si scoprono fossili non attribuibili a specie già conosciute (o quando si scoprono animali o piante non attribuibili a quanto già classificato) si nomina una nuova specie, enumerandone caratteristiche e differenze rispetto ad altre specie simili. Si usano termini latineggianti, con il nome del genere (la categoria immediatamente superiore alla specie, nel nostro caso “Homo”) e il termine per la specie, che viene inventato in vari modi. L’uomo di Neanderthal deriva il suo nome dal luogo dove è stato scoperto per la prima volta un fossile attribuibile a tale nuovo “gruppo” (la valle, in tedesco thal, di Neander). Quindi il termine scientifico è Homo neanderthalensis (se specie a sé stante, cosa su cui i paleoantropologi non sono unanimi).


Come artificio, per dire che trovo il ciclismo profondamente legato alla nostra natura umana, sono partito dai pedali per denominare scherzosamente la “nuova specie” Homo Pedaliensis. L’immagine è quella dell’arrivo in cima a un passo, magari alpino, con lo sguardo che spazia, mentre il cuore batte per lo sforzo e si avverte la brezza sulla pelle. Un attimo che avverto profondamente legato al nostro essere uomini (come tanti altri diversi attimi o sensazioni, ovviamente).
 
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#4
L'aver citato Indurain oggi in un altro post mi ha fatto venire in mente che c'è persino un legame tra Paleoantropologia e Ciclismo! 
Nel 1992, anno in cui Indurain fece la prima accoppiata Giro - Tour, venne scoperto ad Atapuerca, in Spagna, un famoso fossile, un cranio quasi completo insieme ad alcuni resti post craniali, attribuito alla specie Homo heidelbergensis, che venne soprannominato Miguelòn in suo onore!


[Immagine: Atapuerca-5.jpg]
 
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#5
Da pochi giorni è stata pubblicata su Nature la scoperta di un cranio fossile molto antico (ritrovato nel 2016), risalente a 3,8 milioni di anni fa (Mya, millions years ago). La notizia ha avuto su tutti i media a livello mondiale un risalto discreto ma non eccezionale, spesso definendo il nuovo fossile come “l’antenato di Lucy”.
Lucy è il fossile “superstar” della paleoantropologia, lo scheletro di una femmina, completo al 40%, risalente a 3,2 Mya e ritrovato in Etiopia nel 1974, attribuito alla specie (definita a partire da questo fossile e da molti altri ritrovamenti) Australopithecus afarensis. Era una specie, completamente bipede ma che conservava adattamenti all’arrampicamento sugli alberi, vissuta approssimativamente tra 3,9 e 2,9 milioni di anni fa, posta dalla teoria prevalente alla base della diramazione evolutiva derivante da due diversi adattamenti dietetici, da un lato i “grandi masticatori” (australopiteci, oggi descritti nel genere Paranthropus, che a fronte della crescente aridità in Africa, con forte riduzione di alberi e frutta, si adattarono ad una dieta di vegetali duri e fibrosi, che richiedevano una lunga masticazione), dall’altro i gruppi che iniziarono a integrare la dieta con proteine animali, soprattutto, si ipotizza, derivanti dalle carcasse, utilizzando strumenti di pietra scheggiata per macellare tali avanzi, la linea che avrebbe dato vita al genere Homo.
Una serie di straordinarie scoperte, nell'ultima ventina di anni, ha reso più complessa la descrizione delle nostre origini, aumentando molto i “cespugli” dell’albero evolutivo e costringendo a riflettere su alcuni passaggi delle linee evolutive maggiormente accettate. Nei suoi tratti fondamentali, però, la storia che siamo in grado di raccontare resta valida, e tutto fa pensare che resterà tale anche in futuro.
 
Negli ultimi 50 milioni di anni il clima della Terra si è progressivamente raffreddato, un processo che è diventato via via più marcato a partire da 15 Mya. Ancora 10 milioni di anni fa l’Africa era quasi completamente ricoperta di foreste ma, nell’ambito del globale raffreddamento, una serie di cambiamenti della circolazione dell’aria e delle precipitazioni (connessi anche all’incipiente spaccatura dell’Africa, lungo la linea della Rift Valley) ha diviso climaticamente due regioni, con le foreste che tutt’oggi caratterizzano l’Africa occidentale e la crescente aridità in Africa orientale. E’ stato un processo molto lento, che ha richiesto milioni di anni. I paleontologi individuano a partire da sette milioni di anni fa un primo “popolamento etiopico”, ovvero la comparsa di specie che si andavano adattando alla crescente savana.
Gli antenati di uomo e scimpanzé si sono trovati a vivere in due situazioni diverse e il “gruppo orientale” ha dovuto adattarsi, migliorando l’incipiente bipedismo (più adatto per muoversi nella savana, a tutt’oggi gli scimpanzé tendono ad alzarsi in piedi se devono attraversare uno spazio aperto, in linea di massima per guardarsi meglio attorno) per spostarsi da una macchia di foresta ad un’altra, in cerca di cibo. La dieta restava prevalentemente frugivora, come quella dei cugini occidentali. Nei successivi uno / due milioni di anni la situazione non è probabilmente cambiata molto, questo adattamento era sufficiente per la sopravvivenza del gruppo orientale. Con il tempo la savana conquistava però spazi sempre più ampi, gli alberi e la frutta erano sempre meno disponibili. Si arriva così, indicativamente a partire da 2,9 – 2,8 Mya, in una fase ben più arida delle precedenti, al momento della diramazione tra grandi masticatori e i gruppi che integravano la dieta con la carne.
Il paleoantropologo che ha proposto questa teoria, la “East side story”, ha descritto efficacemente quanto accaduto in contrasto all’idea “volitiva” dei nostri antenati, scesi “coraggiosamente” dagli alberi per conquistare gli spazi aperti e infine il pianeta: “Non sono stati i nostri antenati a scendere dagli alberi, sono stati gli alberi a sparire sopra le loro teste!”.
 
Questo preambolo (estremamente e necessariamente sintetico) per individuare meglio il nuovo eccezionale fossile.
 
[Immagine: Anamensis.jpg] 
 
Per quanto limitato agli addetti ai lavori, il dibattito sulle nostre origini è molto ampio e vivo. Il modello tuttora prevalente, che descrive Australopithecus afarensis (Lucy) come antenato ancestrale nostro e dei parantropi, incontra diverse domande e mostra qualche scricchiolio. Afarensis ha dei molari piuttosto grandi, che denotano un progressivo adattamento verso il consumo di vegetali duri. In quell’epoca, tra 3,5 e 3 Mya, sono stati trovati diversi fossili, mandibole e denti, che hanno molari meno grandi e spessi. Anche un cranio molto distorto, che ha fatto denominare un’altra specie, Kenyantrophus platyops, con molari ancora più piccoli, risale a quel periodo. Potrebbero essere indizi di una dieta diversa, meno specializzata, forse con un incipiente consumo anche di carne (anche se molari più piccoli potrebbero semplicemente appartenere ai rappresentanti di gruppi che forse riuscivano ancora a mantenere una dieta prevalentemente frugivora). A 3,3 milioni di anni fa risalgono degli utensili in pietra molto primitivi, trovati pochi anni fa e diversi, meno sofisticati dei successivi strumenti (i cui esempi più antichi sono di 2,6 Mya), che, insieme al ritrovamento di ossa scarnificate e spezzate intenzionalmente per estrarne il midollo, potrebbero indicare a partire da 3,3 / 3,4 Mya (epoca cui corrisponde la prima crisi climatica nettamente più arida del periodo precedente) l’inizio della differenziazione del nostro genere, Homo.
 
 [Immagine: temperatura01a.png]
 
Il nuovo cranio risale ad un periodo ancora precedente, 3,8 milioni di anni fa, ed è stato attribuito alla specie Australopithecus anamensis. Si tratta di una specie denominata nel 1995 in base a diversi fossili (mandibole e parti delle gambe, fino ad oggi senza crani) risalenti a 4,2 – 3,9 milioni di anni fa. Rispetto ad afarensis si tratta di una specie che presenta caratteristiche facciali ancora più “scimmiesche” ma con resti post – craniali che segnalano un pieno bipedismo, secondo alcuni autori più completo di quello di afarensis. In entrambe le specie i molari sono abbastanza grandi e a smalto spesso, segnalando l’incipiente consumo anche di vegetali più duri e fibrosi della frutta. Secondo alcuni autori ci sarebbe una continuità evolutiva tra anamensis ed afarensis, come dire che i fossili di anamensis rappresentano solo degli afarensis più antichi, secondo altri le differenze e alcune specializzazioni di anamensis fanno pensare a due linee evolutive diverse, anche se molto vicine.
 
Questo nuovo fossile ha permesso il raffronto con resti facciali frammentari, finora non assegnati ad una determinata specie, di 3,9 milioni di anni fa. L’analisi ha fatto considerare agli autori differenze significative, attribuendo i resti frammentari ad afarensis, ovvero la specie di Lucy. Una conclusione un po’ azzardata, a mio avviso, si tratta di dettagli interpretativi che saranno sicuramente oggetto di dibattito. Si suggerisce comunque, il che è probabilmente corretto, che almeno due gruppi / specie diverse di ominini bipedi vivevano nella boscaglia / savana dell’Africa orientale 4 – 3,8  milioni di anni fa. Perché questo, eventualmente, avveniva? Vi erano aree in cui le macchie forestali erano più rade rispetto ad altre, costringendo probabilmente ad un adattamento più complesso, a camminare più a lungo e a integrare la dieta frugivora. Si potrebbero introdurre molte altre informazioni e considerazioni ma mi fermo qui, c’è abbastanza nebbia e non è facile distinguere dettagli.
 
In ogni caso, il nuovo fossile ha secondo me un particolare elemento di fascino. Al di là delle lievi differenze, i gruppi che stavano forse iniziando a differenziarsi erano ancora molto simili. Non possiamo ovviamente dire che questo cranio sia appartenuto ad un rappresentante del gruppo dei nostri antenati ma i nostri avi di 3.8 – 4 milioni di anni fa avevano comunque, molto probabilmente, un aspetto simile. Se percorressimo una ipotetica fila dei nostri antenati per 160.000 generazioni, incontreremmo presumibilmente un ominino bipede con un aspetto analogo a questo.

[Immagine: Anamensis2.jpg]
 
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