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Jacques Anquetil
#1
 
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#2
[Immagine: 3601862863_21a4c903b9.jpg]

Perchè mi affascina questo fuoriclasse del passato?

Scrivono di lui "E' stato corridore di un'eleganza rara in bicicletta. Calcolatore lucido e cinico in corsa, non aveva lo slancio visionario di Bobet, l'impeto dirompente di Rivière. Grande egocentrico. Focoso paladino del doping. Viveur impenitente e sacrilego. Ha lasciato ricordi che brillano e macerie."

Bhè leggete di lui e non resterete indifferenti.
 
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#3
http://video.gazzetta.it/legends-30-anni...ta-romanzo
 
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#4
Jacques Anquetil
Nato a Mont Saint-Aignan (Francia) l’8 gennaio 1934, deceduto il 18 novembre 1987. Passista. Professionista dal 1954 al 1969 con 203 vittorie. 

Definire Anquetil con un aggettivo non è facile, perché i superlativi in chiave positiva si sprecherebbero. Dovessi porlo in una graduatoria personale fra i più grandi ciclisti della storia nei GT, gli riconoscerei il terzo posto, dopo il duo Merckx-Coppi, in anticipo lievissimo su Bartali, ma ben marcato sul connazionale Hinault. E se poi fossi chiamato a giudicarlo sul piano umano, per il suo essere anticonvenzionale e per nulla ipocrita, bèh direi che le consistenze del personaggio sono tali da definirlo, con un eufemismo: semplicemente interessante. Ed a me, chi dice di fronte a microfoni e taccuini quel che pensa, anche se fa male alla pubblica sete di ipocrisie, è solo da applaudire a prescindere. Poi magari si potrà dissentire, ma se la storia avesse avuto più gente simile, il suo corso sarebbe stato migliore e più facile da concepire come un patrimonio di esperienze ed insegnamenti. Lo dico da laico e da libero pensatore, affinché dal mio umile osservatorio, si levi una piccola voce contro i dogmi e lo schiacciamento intellettivo che la lettura più miope ed unidirezionale della sovradimensionale religione dell’uomo, consistente nel danaro, ha generato e, purtroppo, fra sangue e criminalità, continuerà a generare. 
Jacques Anquetil, partendo dallo sport, è stato un genuino tracciatore di se stesso, senza scuse e peli sulla lingua, ha difeso le sue convinzioni e lo ha fatto senza stare a calcolare il gioco dei consensi. Da atleta, non s’è risparmiato la vita, perlomeno ciò che della vita voleva e, guardando la sua ellisse, anche il suo modo di vincere s’è mosso nello sfruttare le sue capacità senza umiliare, perché era nei suoi epigoni. In altre parole, ha sfruttato il cronometro, perché era nato per quel gesto tecnico, ma non mi toglie dalla testa nessuno, ed a confermarmelo sono stati taluni suoi avversari, che se avesse voluto, in serbo aveva la forza per umiliare o rendere più tangibili i suoi successi. Jacques, non si privava di nulla e quando contestò l’antidoping, indipendentemente dalla giustezza o meno delle sue convinzioni, lo fece con una chiarezza esemplare, senza mai cedere alla tentazione, universale nello sport e nella vita, del motto: “fatta la legge, trovato l’inganno”. Contestabile finché si vuole, per carità, ma un grande, con tanto di spina dorsale.


La storia di Anquetil, meriterebbe un romanzo, ed essendo egli figlio di Normandia, terra natale e di vita di un grandioso narratore come Guy de Maupassant, spero che qualcuno, prima o poi, provi a tradurre su carta un simile copione. 

Jacques, era figlio di un coltivatore di fragole di Mont Saint-Aignan vicino a Rouen. Si appassionò alla bici pedalando dalla fattoria di famiglia, fino a Sotteville, il mercato agricolo dove di solito il padre proponeva i suoi prodotti. Iniziò a correre a diciassette anni, nel 1951, facendo subito vedere doti non comuni, tant’è che l’anno seguente, era già campione nazionale. Partecipò giovinetto alle Olimpiadi di Helsinki, vincendo il bronzo nella cronosquadre. Determinato e convinto sul fare delle corse in bicicletta un mestiere, decise di passare subito al professionismo, a soli 19 anni, attraverso l’obbligata categoria degli indipendenti. 

Charles Pelissier e Gaston Benac, vedendo il suo fenomenale stile in bicicletta e la consistenza del suo passo, lo spinsero a partecipare al Gran Premio delle Nazioni, ovvero la principale corsa contro il tempo del calendario internazionale. Ed il giovane Jacques, sui massacranti 140 chilometri della prova sbaragliò il campo, vincendo con più di sei minuti di distacco sul secondo: nacque così la sua leggenda. 
Il mondo del pedale si interessò da subito a questo giovane, capace di spingere i pedali con una compostezza unica, al punto di far dire a più d’uno, che uno come lui avrebbe potuto tenere in perfetto equilibrio, sulla schiena, una coppa di champagne! Il GP delle Nazioni, la gara a cronometro per eccellenza, colei che lo fece scoprire, finì poi per ben nove volte nel taschino personale di “Monsieur Chrono”. Nel 1954, a venti anni, Jacques, gridò al mondo che non era solo uno specialista della gara contro le lancette, finendo fra i grandi protagonisti del mondiale di Solingen, dove chiuse al quinto posto, davanti ad un certo Fausto Coppi. Attento a vivere come gli piaceva e a non anticipare troppo i tempi di crescita, debuttò al Tour de France nel 1957, non prima di aver posto come condizione il non inserimento di Luison Bobet, nella squadra nazionale francese, ovvero il connazionale maggiormente rappresentativo nelle corse a tappe. I dirigenti transalpini diedero fiducia al giovane tutto d’un pezzo e Jacques li ripagò vincendo il Tour con un quarto d’ora sul secondo. Dopo un 1958 amaro di soddisfazioni, soprattutto chiamate Charly Gaul, uno scalatore così bravo da infliggergli una delle rare sconfitte nella tappa a cronometro di Chateaulin, nel 1959, provò a vincere il Giro d’Italia, ma ancora una volta il lussemburghese lo anticipò. Al Tour di quell’anno, un altro scalatore, stavolta spagnolo, Federico Bahamontes, si frappose fra lui e il bis nella Grande Boucle.

Nel 1960, al Giro d’Italia, si prese la rivincita su Gaul, vincendo così la sua seconda grande corsa a tappe, ma non partecipò al Tour. Ancora una sconfitta, stavolta ad opera del bertinorese Arnaldo Pambianco, gli precluse un altro successo al Giro del 1961, ma al Tour, che in suo omaggio partì da Rouen, sfruttando gli oltre cento chilometri contro il tempo, ottenne una facile vittoria. Nelle tre stagioni successive, la Grande Boucle presentò l’Anquetil storico, ovvero colui che dominava tutte le tappe contro il tempo e rintuzzava gli attacchi degli avversari in salita, Raymond Poulidor e Federico Bahamontes in particolare. Ma quei tre Tour vinti consecutivamente, furono diversi come difficoltà. Se nell'edizione del 1962, Jacques demolì i suoi concorrenti e nel ’63 controllò abbastanza bene la situazione, diverso fu il successo del ’64. Gli assalti continui di Poulidor, erano diventati ficcanti e Jacques si trovò fiaccato dai postumi di una festa con relativa notte brava, nel giorno di riposo in quel di Andorra, anche se a smentire il tutto scese in campo la moglie Janine…. Nella tappa Andorra-Toulouse, per farlo rinvenire dalla crisi, il suo diesse Raphael Geminiani, secondo leggenda, gli passò una borraccia di champagne…Vera o non vera quella circostanza, Jacques Anquetil stava perdendo quel Tour, che riguadagnò con una discesa del Port d'Envalira, davvero portentosa. A Parigi solo 55” divisero Jacquot da Poupou. Fu però un successo importante, perché “Monsieur Chrono” aveva vinto nell’anno anche il suo secondo Giro d’Italia, finendo per aggiungersi a Coppi nella doppietta Giro-Tour nello stesso anno. 

In precedenza, nel 1963, aveva vinto anche la Vuelta di Spagna e, nel corso della primavera del 1964, era riuscito a mettere in cascina una classica del nord, come la Gand Wevelgem. 

A dimostrazione di qualità sensazionali, nel 1965 (dove non partecipò né al Giro e né al Tour), vinse il Giro del Delfinato, una corsa da sempre durissima e, nemmeno 24 ore dopo, viaggiando in parte in macchina, si presentò, dall’altra parte della Francia, al via della Bordeaux-Parigi, la classica più massacrante, vincendola. 
Nel 1966 dopo aver stravinto la Liegi Bastogne Liegi, grazie ad una lunga fuga solitaria, dove lasciò tutti i migliori a cinque minuti ed oltre, si presentò al Giro, ma si inchinò alla forza di Motta e alla regolarità di Zilioli. Al Tour, prima di ritirarsi nel corso della 19a tappa, non essendo in buone condizioni, pilotò il giovane compagno Aimar, verso il successo. Tornò al Giro d’Italia nel 1967 e l’avrebbe probabilmente rivinto se i tanti e forti italiani non avessero corso come una Nazionale a vantaggio di Gimondi, ma Anquetil, nonostante la sua vita che non si privava di nulla, c’era ancora. 

Continuò a vincere qualcosa d’importante, fino a quando, nel 1969, di fronte all’arrivo di Eddy Merckx, l’unico corridore che ha sempre considerato di un altro pianeta, decise di smettere. Una volta sceso di bicicletta, si ritirò in campagna, dove divenne un grande coltivatore. Lavorò poi per l’Equipe e come commentatore TV. Fu anche CT della Francia. Nel 1987, gli fu scoperto un tumore e nonostante un intervento chirurgico, non riuscì ad evitare la morte. 
Fra i tanti aspetti tralasciati nella carriera di Jacques per doveri di spazio, sono da segnalare i suoi tentativi sull’Ora. Fu lui a strappare il record a Coppi. Nel 1967, quando il primato era passato a Riviere, al Velodromo Vigorelli, lo riconquistò, ma il primato non fu omologato, perché si rifiutò di sottoporsi al controllo antidoping, di cui ha sempre vivacemente contestato nascita e procedure. 



Le sue prestazioni al G.P. Tendicollo Universal e G.P. Terme di Castrocaro, la mia prima palestra di ciclismo dal vivo... 
Jacques Anquetil, certo anche per l’ammirazione e il rispetto che ha sempre provato per Ercole Baldini, fece di Forlì una città riferimento. Non esagero se affermo che non vi fu città italiana, che l’abbia visto, Giro d’Italia a parte, più presente per una competizione. Aldilà delle bellissime sfide col “Treno di Forlì”, “Monsieur Chrono” ha segnato indelebilmente la manifestazione della Forti e Liberi, attraverso quello che non s’è visto, proprio per il suo modo di affrontare la corsa e di proporsi come campione raro. 

Di tutto questo, riporterò più avanti un paio di pagine del libro “La storia di Ercole Baldini, il treno di Forlì e l’uomo” Edizioni Ciclofer, scritto da Rino Negri e dal sottoscritto, ove attraverso il racconto dello stesso Ercole, è possibile conoscere tanto di Anquetil, del rapporto fra i due campioni e di come il grande normanno viveva e si preparava al Tendicollo. 
Jacques partecipò ad otto edizioni della corsa che ha contraddistinto ciclisticamente Forlì nel mondo. Ne vinse tre nel 1960, nel 1961 e nel 1965. Dei suoi epici duelli con Baldini su quegli asfalti e quelle medie su percorsi lunghi novanta chilometri, si potrebbe scrivere un libro di carattere tecnico, perlomeno quanto basta per far capire ai più giovani che i due non erano inferiori ai super menzionati passistoni di oggi, o del recente passato. Ma il successo che a mio giudizio diede più significativi riscontri sulla forza di “Monsieur Chrono” , fu quello del 1965. Nel riporto che leggerete, Ercole racconta di come Anquetil arrivò e di come scoprì che il percorso era cambiato con l’inserimento di una salita. Aveva una bicicletta coi rapportoni, non li cambiò e manco si preoccupò dell’indicazione di Baldini, circa la forza dei suoi avversari a quali si era aggiunto un giovane italiano rampante, di nome Felice e di cognome Gimondi. “Questa corsa – disse Jacques ad Ercole – adesso che tu non corri più, non può crearmi nessun problema. La bicicletta va benissimo così, anche se c’è salita”. Ed infatti, pur con rapporti da volatone, ed una preparazione consistente in una veloce sgambata mattutina dietro la Gilera di Bruno, fratello minore di Ercole, lasciò Gimondi a 2’38”. Quello era davvero “Monsieur Chrono”, tanto bello da vedere in bici, quanto redditizio come nessuno nell’uscire dalle curve. Fra i tanti ricordi che mi han lasciato le osservazioni di Jacques in questa corsa, non potrò mai dimenticare la sua ultima partecipazione, nel 1968, quando era già 34enne. Non era più quello di un tempo, ma incuteva rispetto in tutti. Lo raggiunse Merckx, che era partito due minuti dopo di lui. Il grande belga, che aveva appena vinto il suo primo Giro d’Italia, non lo lasciò sul posto, anzi, accompagnò per circa una tornata il vecchio campione, quasi volesse osservarlo o chiedergli scusa. Solo quando gli dissero che Jacques andava piano e che, stando con lui, lo svantaggio su Gimondi aveva raggiunto i due minuti, ritornò a pedalare da solo, ma pur recuperando una cinquantina di secondi, non evitò la sconfitta. Sapevo bene quanto quella fosse l’ultima occasione di vedere Jacques su una bicicletta da corsa, ed in corsa: lo guardai trasformando gli occhi in telecamere ed anche in quella caldissima giornata di giugno, rimasi stupefatto dalla sua sudorazione, dalla bellezza del suo passo, dalla sua signorilità atletica. Oggi, ripassando quei fotogrammi, mi giungono due lacrimoni. Com’era bello il ciclismo di quei tempi!  


Il Palmares più importante di Anquetil: 


5 Tour de France: 1957, 1961, 1962, 1963 e 1964 
2 Giri d'Italia: 1960 e 1964 
1 Vuelta a Espana: 1963 
9 GP delle Nazioni: 1953, 1954, 1955, 1956, 1957, 1958, 1961, 1965, e 1966 
1 Gand-Wevelgem 1964 
1 Bordeaux-Parigi 1965 
1 Liegi-Bastogne-Liegi: 1966 
5 Parigi-Nizza: 1957, 1961, 1963, 1965 e 1966 
2 Dauphiné Libéré: 1963, 1965 
1 Giro di Catalogna: 1967 
2 Quattro Giorni di Dunkerque: 1958, 1959 
4 Criterium National: 1961, 1963, 1965, 1967 
1 Record dell'ora nel 1956 (46,159 km) 
4 volte vincitore del Super Prestige Pernod : 1961 - 1963 - 1965 - 1966 
3 volte vincitore del Trofeo Gentil: 1953 - 1960 - 1963.


Tratto dal libro “La storia di Ercole Baldini, il treno di Forlì e l’uomo” Edizioni Ciclofer, scritto da Rino Negri e dal sottoscritto….. 

……Baldini ed Anquetil, una storia di rivalità ed amicizia che ha segnato un'epoca. Un rapporto sicuramente denso di episodi e particolari che molti non conoscono. Che ci puoi dire a riguardo?
"Ribadisco che Jacques, fin dal mio primo anno fra i professionisti, fu il collega straniero che più mi aiutava e consigliava. Era un gran personaggio, per la sua spontaneità e quel tocco di signorilità a cui accompagnava una incredibile sicurezza sui suoi mezzi atletici, a volte con sfumata strafottenza. Quando fu organizzato il primo Trofeo Tendicollo Universal di Forlì, nel 1958, il nostro rapporto si intensificò moltissimo, anche perché quell’appuntamento aveva il significato della nostra personale sfida. Ambedue amavamo il cronometro, ben aldilà del peso e dell'importanza che aveva nel contesto generale del ciclismo. Era la nostra gara, arrivavamo addirittura a pensare che la crono fosse del ciclismo, non solo l'aspetto più onesto, ma il terreno sul quale usciva certamente il più forte, senza tattiche ed astuzie. Il "Tendicollo" come abbiamo sempre chiamato la cronometro della mia Forlì, fu anche la prima occasione di visita a casa mia di Jacques, ed avvenne nel modo più anomalo. Fu lui stesso ad invitarsi sostituendo la mia abitazione all'albergo. Per lui questo era naturale e lo sarebbe stato anche per me, se fosse stato solo il semplice amico che ti viene a trovare e non il principale avversario. Per anni ed anni, la trasferta di Anquetil e del suo massaggiatore per quella corsa, si consumò prima che in gara, presso l'albergo di casa Baldini. Questo fatto fece pensare in zona ad un nostro accordo, che lui fosse lì per una vacanza e che mi lasciasse vincere quella corsa perché lo ospitavo. Le cose non stavano di certo così, perché, nel giorno di gara, ce le davamo di santa ragione, basta guardare a quale distacco relegavamo il terzo arrivato! Fra noi c'era, ripeto, semplice amicizia. Un rapporto che proprio in quei giorni passati a casa mia, si rafforzò semplicemente anche coi pranzi e le cene che ambedue consumavamo senza badare a diete di nessun tipo. Ed un'amicizia che trovò modo di esaltarsi ulteriormente attraverso altri significativi particolari. Ad esempio, a quei tempi, non era facile procurarsi i rifornimenti in corsa, allora non si potevano ricevere le borracce dalle auto ammiraglie e gli stessi gregari non sempre potevano essere così alati, da trovare acqua e portartela con facilità. Bisognava spesso organizzarsi con qualche parente o amico. Bene, Jacques, quando si correva in Italia, sapendo che mia moglie veniva spesso durante il percorso di gara per darmi una borraccia di acqua fresca, stava sempre vicino a me, perché sapeva che così una borraccia l'avrebbe avuta anche lui. Tante volte, prima di partire, mi chiedeva se quel giorno Wanda sarebbe venuta, ed in quale punto della corsa mi avrebbe rifornito. In corsa poi, parlavamo spesso anche di fatti lontani dagli aspetti più tecnici. Ricordo un episodio che credo testimoni appieno l'intensità del nostro rapporto (favorito sicuramente dalla perfetta conoscenza del francese da parte di Baldini n.d.m). Era la fine del '60 ed eravamo in Belgio, nella regione del Limburgo, per partecipare ad un circuito. In quella zona, un italiano era come di casa, visti i tanti connazionali che vivevano là per ragioni di lavoro, in particolare presso le numerose miniere di carbone. Alcuni dirigenti di una di queste, anch'essi italiani, mi invitarono a visitare la loro miniera, proprio in profondità, dove lavoravano gli operai. Vi andai assieme a Jacques, Bruni e l'austriaco Christian. Rimanemmo impressionati dalle condizioni di lavoro e dalle presumibili fatiche a cui erano chiamati quei lavoratori. La sera, la prevista gara si consumò sotto la pioggia, in un circuito tutto curve, pavé e rotaie del tram. La durezza del tracciato e l'evidente pericolosità, mi spinsero ad iniziare la corsa nelle ultimissime posizioni del gruppo e Anquetil fece altrettanto. Il tanto pubblico presente, che ci vedeva come importanti attrazioni, iniziò a mugugnare. Ad un certo punto, Jacques, che era dietro a me, mi affiancò e mi disse: "Ercole, la miniera è più dura!" Il messaggio era chiaro e ci mettemmo alle spalle la paura di cadere, rimontando le maglie del gruppo per dare spettacolo in testa. Non vincemmo nessuno dei due, ma almeno facemmo felici gli spettatori, fra i quali tanti minatori. La familiarità del nostro rapporto, continuò anche dopo la fine della mia carriera. Ricordo quando tornò a Forlì, nel 1965, per partecipare alla prima edizione del G.P. di Castrocaro, una gara a cronometro che sorse sulle spoglie del nostro "Tendicollo" e che presentava un percorso con una impegnativa salita. Non avendoci fatto sapere nulla, pensai che Anquetil non si fosse accordato con gli organizzatori per l'ingaggio. Quando telefonai a casa sua, il giorno prima della gara - si tenga conto che allora non c'erano cellulari - mi dissero che era partito per partecipare alla cronometro di Forlì, ma non vedendolo arrivare, pensai avesse scelto, per la prima volta, l'albergo, anziché casa mia. Si fecero le dieci di sera, ma di Jacques, nessuna traccia. Allora telefonai agli organizzatori della "Forti e Liberi", i quali mi diedero conferma della partecipazione di Anquetil, ma non mi seppero dire dove alloggiasse, ed io immediatamente capii che sarebbe venuto a casa mia. Dissi a Wanda di preparare da mangiare perché prima o poi Jacques sarebbe arrivato. Lei mi rispose che io ero matto a pensare che Anquetil potesse venire a quell’ora e che se poi fosse veramente venuto, i matti erano due. Si fecero le undici e trequarti, ma di Jacques nessuna traccia, ed a quel punto Wanda mi disse che non voleva spartire altri minuti con la mia pazzia e se ne sarebbe andata a letto. Scocca la mezzanotte e dopo neanche un minuto, suona il campanello: era Anquetil, da solo, senza massaggiatore e con una bicicletta con rapporti di pura pianura, quando lo aspettava una gara con una bella salita. Wanda si rimise in cucina e ci preparò da mangiare come ai vecchi tempi. Parlammo e mangiammo fino alle tre e Jacques non ne voleva sapere della gara del giorno dopo, perché diceva che non avrebbe avuto storia, in quanto avrebbe vinto facilmente perché non c'ero più io. Gli dissi che c'erano Adorni, Bracke, Motta ed un giovane di grande avvenire, tra l'altro specialista, come Gimondi. Ma lui non ne voleva sapere. Non riuscii nemmeno a dirgli che il percorso rispetto a quello del "Tendicollo" era cambiato e che quella bici aveva dei rapporti inadeguati al tracciato. L'unica cosa che mi chiese sulla corsa, prima di andarsi a coricare, fu di mettergli a disposizione, per le 11 di mattina, una motocicletta con relativo conducente, per fare un po' di riscaldamento dietro moto. Infatti, come promesso, mio fratello Bruno lo condusse in "Gilera" verso il percorso di gara e quando svoltò verso Castrocaro, Anquetil capì che il tracciato era cambiato, ma che non gli importava nulla. Il pomeriggio, corse e vinse con più di due minuti su Gimondi. Alla fine mi avvicinò e mi disse che quella corsa, senza di me, non era più la stessa. Ritornò nel 1968, ancora una volta alloggiando a casa mia, ma stavolta la musica era cambiata, Gimondi era diventato un grande campione e alla gara partecipò anche il fenomeno Eddy Merckx, che aveva appena vinto il suo primo Giro. I due si classificarono nell'ordine, ed Anquetil chiuse al quinto posto. Il tempo era passato anche per Jacques. Quando diciotto anni dopo seppi della sua malattia, rimasi senza fiato, se ne stava andando una persona che mi era davvero familiare"

Guardando gli scontri fra voi due però, emergono dati che a mio avviso testimoniano appieno le vostre diversità tecniche, lui più forte sui percorsi nervosi, tu, in quelli più lineari e piatti. Mi sbaglio? 
"Non ti sbagli. Sono sempre stati pochissimi però, quei giornalisti che han fatto questi paragoni. Vedendo vincere nella maggior parte dei casi Anquetil, pensavano a lui come il più forte specialista. C'erano invece dei particolari tecnici che meritavano maggior attenzione e dei necessari distinguo. Mi ricordo che a quell'epoca, in Romagna, oltre alle gare ciclistiche furoreggiavano anche quelle motociclistiche, spesso organizzate su percorsi cittadini. E mi ricordo pure quante volte ho avuto occasione di sentire appassionati dire che su quel circuito denso di curve, sarebbero andate più forte le "250" anziché le "500", perché pur avendo meno cavalli, erano più maneggevoli e si guidavano meglio. Il paragone per tanti aspetti poteva andare bene anche a me ed Anquetil. 
Jacques è sempre stato un atleta stupendo soprattutto per il cronometro, sapeva guidare il mezzo bicicletta senza paura e con una grande capacità di riprendere velocità dopo curve severe, tra l'altro percorse da lui a forte andatura. Io ero più macchinoso, anche perché mi portavo appresso circa dieci chili in più. Ero decisamente più lento nelle variabili di gara e se il percorso era molto nervoso, con molte curve o con molti strappi, come sovente succedeva a quei tempi nelle gare a cronometro in Francia, o a Ginevra e Lugano, sapevo che sarei uscito battuto. Sapevo però altrettanto bene, che se il tracciato fosse stato pianeggiante, ed avesse contenuto molti rettilinei e curve ampie, le mie percentuali di vittoria erano superiori alle sue. Questo ragionamento nessuno lo faceva e nessuno, tra l'altro, prendeva come esempio il mio veloce ed improvvisato tentativo di record dell'ora dove avevo superato Anquetil. Un giorno del 1957, tornando a casa in auto da Ginevra, dove avevo corso quella classica cronoetro giungendo secondo dietro a Jacques, ne parlai con un caro amico che era con me: Afro Gavelli. Costui, che era un dirigente di primo piano della "Forti e Liberi" di Forti, mi chiese se Anquetil era imbattibile. Gli risposi che lo era su percorsi come quelli di quel giorno, fatto di tante curve e diversi strappi, ma su un percorso pianeggiante, con molti rettilinei e non molte curve, ero sicuro di batterlo. Afro fece finta di niente e continuammo la strada fino a Forlì, parlando d'altro. 
Con Gavelli ci si vedeva spesso, ma di quell'argomento non si parlò più. Diversi mesi dopo, imparai che la "Forti e Liberi" aveva messo in calendario una corsa a cronometro, da svolgersi qualche giorno prima della partenza del Giro d'Italia. Era nato il Trofeo Tendicollo Universal di Forlì, ed il percorso scelto era fatto sul modello di quello che avevo detto ad Afro quel giorno, in automobile. Pensai che il buon Gavelli, zitto zitto, mi volesse mettere alla prova. Ed il giorno del primo "Tendicollo" vinsi con 4'09" su Rolf Graf e 4'55" su Anquetil, ma era il 1958, il mio anno forte. L'anno dopo, sul medesimo percorso, con uno stato di forma non proprio ottimale, rivinsi ad oltre 46 di media, dando ad Anquetil un minuto e quasi tre minuti a Riviere. Nelle edizioni del '60 e del '61 persi da Jacques rispettivamente per 14 secondi ed oltre quattro minuti, ma avevo delle visibilissime e inconfutabili attenuanti. Nel '60 venivo da una rovinosa caduta al Giro, ed avevo una mano rotta, tanto è che, ancora ingessato, corsi le prime dieci tappe del Tour. Nel 1961, invece, corsi con 38 di febbre, solo perché non potevo mancare dalla corsa di casa. Nel 1962, ritornai a star bene e rivinsi ad oltre 46 di media, dando più di tre minuti ad Anquetil e nel '63, l'ho ribattuto distanziandolo di 2'27". Nel 1964, la corsa non si disputò. Afro Gavelli, mi confermò più volte che le mie considerazioni, quel giorno, tornando da Ginevra, erano giuste. Col passare degli anni però, mi è cresciuto il rammarico nel vedere come troppi ed importanti giornalisti scrivendo su di me ed Anquetil, non abbiano mai fatto quei confronti tecnici e quei distinguo".

Maurizio Ricci detto Morris

.....segue alla pag. seguente
 
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#5
Anquetil e la famiglia: le rivelazioni della figlia Sophie. 
Quando scrivevo il libro su Baldini, sua moglie Wanda, me lo aveva accennato, ma non aveva volutamente mai approfondito il discorso, per non ferire la privacy della famiglia Anquetil. I contenuti non mi erano comunque sconosciuti: troppe interlocuzioni in Francia e qualche lettura un po’ strana, mi avevano fatto capire quanto l’anomalia del nido famigliare d’Anquetil, non fosse leggenda aggiunta al leggendario percorso del campione. Alla convinzione ci fosse del vero, s’è poi aperta e sommata, come prova, la voce, virtuosa e fuori dagli schemi, della figlia maggiore di Jacques, Sophie. 
Costei, nata nel 1972, nel 2004, ha dato alle stampe un libro, “Pour l’amour de Jacques”, che è da considerarsi la storia, per la gran parte inedita, della sua famiglia. I contenuti dell’opera, vissuti in Francia col “modus normal” di un paese non soffocato dal “bacchettonismo iperipocrita” tanto tipico dell’Italietta, ci riportano un Anquetil fascinoso a 360 gradi, anche sul piano delle intimità, insomma un personaggio totale. 

Già le sue origini, che ebbero genesi dalla relazione mozzata dagli eventi, di una nonna, Augustine Melanie Anquetil, con un ufficiale prussiano, paiono come un fatto propedeutico che Sophie, nella sua narrazione, riesce ad intingere su orizzonti sociologici ed antropologici, e poi lui, il campione che mai s’è cosparso di banale, ha spinto il resto... 

“Sono stata una bambina con due madri, una di loro era figlia dell'altra, e per 15 anni le mie due mamme hanno vissuto sotto lo stesso tetto e papà su due letti” – racconta Sophie, parlando della sua origine, con l’incanto dell’amore verso il padre, non con l’odio o il risentimento che si potrebbe considerare legittimo o plausibile, nell’evidenza che poi saprà narrare. 

“Papà Jacques – prosegue – era un uomo capace di ammaliare come nessuno, aveva un fascino magnetico che circoscriveva il cuore delle donne, era una fortuna averlo conquistato”. 

Già, proprio come s’evince dal titolo del libro….. 

La storia riassunta è questa. Il giovane Anquetil, giunto agli altari dello sport appena diciottenne, conobbe Janine, la moglie del suo medico e se ne innamorò. Una relazione impossibile? Non per Jacques, che gettò sui sentimenti tutti i virtuosismi e le imprese che poteva compiere il suo talento, fino a conquistarla e, sei anni dopo, a farla divorziare e sposarla. L’anno era il 1958, uno dei più feroci, in Italia, per la storia simile di Coppi e la sua Dama Bianca. 
Janine, bellissima giunse al “Sì” a 30 anni, sei in più di Jacques e con la consapevolezza di aver subito un’operazione che il marito aveva reso irreversibile, non si sa quanto volutamente o per linea di destino: ella sapeva che non poteva avere più figli. Due però li aveva avuti col medico, Alain e Annie e se li portò con sé a casa di Jacques, in quella che diverrà dimora da fiabe per bellezza architettonica e per appellativo: la Villa degli Elfi, in Normandia, a due chilometri da La Neuville-Chant-d'Oisel ed a 17 da Rouen. 

Fra Jacques e Janine tutto filò liscio, in armonia, fino a quando, dopo la fine della carriera, Jacques sentì il bisogno di quel figlio che la moglie non poteva dargli e lei, per amore verso il marito che pareva aver fermato il tempo, "regalò" ad Anquetil la figlia Annie. Ne nacque un rapporto a tre, con Janine consenziente alle fughe di letto famigliare, per quell’evento che tutti attendevano e che, nel 1972, si concretizzò con la nascita di Sophie: una femmina, dunque, che non avrebbe mai potuto portare l’agnomen Anquetil. All’esterno, la piccola era la figlia di Janine, mentre all’interno della villa, il triangolo strano, continuò negli anni e si prolungò fino ai primi anni ottanta, quando Annie, la figliastra mamma della figlia del campione, non accettando più quella situazione così particolare, minacciò di andarsene. Jacques, per non perderla, la elesse a favorita-regina della Villa degli Elfi, e ciò provocò la furiosa reazione di Janine, che chiamò a raccolta, nella dimora normanna, anche gli altri di famiglia a conoscenza del triangolo, ovvero il figlio Alain con la moglie Dominique e il piccolo nipote Steve. Lo scopo: far godere a tutti i beni dell’ormai non più giovanissimo Anquetil, senza far uscire nulla all’esterno. Ma il campione, già più che cinquantenne, consapevole di tutto e di tutti, il vizietto non lo perse e la sua reazione non tardò. Col solito magnetismo sedusse e fece innamorare anche la bella e giovane Dominique, provocando così, nell’inorridito fino ad un certo punto, la fuga di Janine, dei figli Annie ed Alain (che divorziò da Dominique) e della nipotina Sophie. La nuova coppia, assieme al piccolo Steve, visse un breve periodo nella Villa degli Elfi, ed ebbe anche il tanto ricercato figlio maschio, Christopher, nato nel 1986, un anno prima della veloce malattia allo stomaco, che si portò via Anquetil. 

“Mia nonna Nanou (Janine), mia madre Annie, mio padre Jacques, io li amo tutti da sempre - scrive Sophie nel suo libro - e questo amore continuerà. Non ho niente, davvero niente da rimproverare loro. Non gliene voglio. Mi hanno dato la forza di essere quello che sono nella mia vita, con passione e amore. Io li amo tutti, da sempre”. 

A quanto pare, nemmeno gli altri di quella strana famiglia. Qualcuno penserà ai soldi come collante, altri ad una versione dell’amore, ma tanto è, perlomeno a quanto ci è dato sapere dal racconto e dal dichiarato. 


Non mi spetta e non voglio giudicare le scelte e la vita famigliare di Anquetil, mi limito a dire che se una storia simile fosse stata consumata da un campione o un “vip” italiano, sarebbe successo il finimondo, ma a noi italici piace l’ipocrisia, anche per ragioni papaline. E così, grazie a questo retroterra penoso, la Sacra Rota ....può annullare come non consumato il matrimonio con due figli di un mio amico grande tecnico.... Sì, un’altra chiave delle tragedie dell’Italietta....delle banane..... 

Le rivalità… 
Se sviluppassi modus e pathos delle rivalità vissute da Jacques, allora questo thread diverrebbe un libro....... 

Mi limito ad accennare quelle coi connazionali in ordine di nascita, ovvero con Luison Bobet, Roger Riviere, Henri Anglade. Mi dilungherò un poco solo con la quarta, la più importante e la più lunga: quella con Raymond Poulidor. I francesi, in gran maggioranza, parteggiavano per “Poupou”, per la loro facilità a scegliere l’amore e il tifo verso il più debole. Già, perché se Raymond non era inferiore a Jacques in salita (perlomeno per quel che Anquetil ha dato vedere), gli era troppo inferiore a cronometro, nonostante le sue indubbie valenze contro le lancette. 

Erano diversissimi i due: Poulidor, concreto e attento alla quotidianità del corridore, mentre Jacques era anticonvenzionale ed amante della vita, soprattutto a tavola. Anquetil si faceva cambiare il sangue in Svizzera ad ogni fine anno, perché inquinato dalle amfetamine? E’ vero, ma se le anfetamine erano metodica di tutti, solo il normanno vi aggiungeva una quotidianità fra champagne, ostriche, lumache, arrosti e pane. In altre parole Jacques si permetteva cose che per i colleghi erano dell'altro mondo. Resta il fatto, inconfutabile, che il preciso ed onesto “Poupou”, doveva soccombere di fronte al normanno dai tanti slanci autoctoni. Ma in fondo questa non è altri che una legge suprema dello sport, nonché variabile che va gustata senza sfregiare nessuno: il talento abbondante, sta sempre o quasi, dalla parte di chi non ha bisogno di programmarsi oltre ogni dove per vincere. Magari, gente del genere, s’ammazza prima, o non giunge sull’olimpo, ma l’insieme di quello scherzo di natura che forma il convenzionale talento, rappresenta per chi scrive, lo stimolo maggiore per amare lo sport come forma artistica: sì proprio da poeta maledetto. 
Ed è stato lo stesso Anquetil a darne un estremo segno, due giorni prima di spirare, quando l’onesto e pur grandissimo Poulidor, lo raggiunse al capezzale per salutarlo. Jacques, come vide Raymond, gli disse: “Eh caro Poupou, anche stavolta sei arrivato secondo!”.


 Cosa han detto di Anquetil i suoi avversari…
Anche qui l’elenco sarebbe lungo. Mi limiterò, dopo il tanto riportato di Baldini, a qualche battuta di un paio di corridori che ho conosciuto e conosco bene: Charly Gaul e Arnaldo Pambianco, me ne parlarono insieme, in una di quelle cene, dove i sapori donano a storie e ricordi, humus ed ore piccole, davvero particolari. 



Charly Gaul. 

"Quando battevi Jacques, sapevi di aver fatto un’impresa e quando non ci riuscivi, ti rimaneva sempre la convinzione di essere stato forte, fortissimo. Non aveva il fascino in corsa di un Coppi, perché all’italiano spettava una leggenda, magari favorita, aldilà degli eccelsi meriti, dal calore che avete voi in Italia. Anquetil però, non gli era molto distante, nonostante i tempi che stavano rendendo tutto più meccanico e quando te lo trovavi a fianco, sapevi che accanto a te c’era un monumento. Jacques mi temeva, ed io ne ero orgoglioso, era un avversario leale contrariamente a Bobet. Proprio le considerazioni del francese erano un vanto che esibivo a Bahamontes, che lo poteva staccare solo in salita, mentre io lo impegnavo allo spasimo anche a cronometro". 



Arnaldo Pambianco. 

“E’ vero quello che dice Charly, Anquetil lo temeva come nessuno, e fu per me un onore aldilà della grandezza di conquistare un Giro d’Italia, averli battuti entrambi nel 1961. Jacques temeva lui convinto di controllare me, invece, gli feci uno scherzetto. In corsa era un faro, ed anche coi suoi gregari era signorile, ma aveva una tempra molto forte che diveniva evidente e persino strafottente, quando sapeva di stare benissimo, al punto di permettersi qualche piatto in più anche durante un Giro, o un Tour. Nonostante quel che ha vinto, sono sicuro che Jacques poteva vincere di più, soprattutto le classiche, se si fosse risparmiato un poco quando non era in bici e se avesse considerato gli altri traguardi del ciclismo, al medesimo livello delle grandi corse a tappe. Ha vissuto spesso di rendita dietro le cronometro, ma ne aveva anche per fare delle imprese. 



Charly Gaul. 

“Certo, e le fece pure. Ricordo la Gent Wevelgem nel ’64. Ero fermo per quella maledetta operazione di appendicite e lo vidi in TV, quando, da superiore, si lasciò alle spalle tutti i belgi, compresa la guardia rossa di Van Looy. Anche la vittoria nella Bordeaux Parigi è stata devastante. La ricordo perché partecipai al Delfinato ’65, che fu anche una delle mie ultime corse, dove mi ritirai all’ultima tappa. Lì, Anquetil, volava. Quando mi disse che sarebbe andato a Bordeaux, gli dissi che era una pazzia arrivare in tempo…. Invece, la corse e la dominò. Anche la Liegi-Bastogne-Liegi del ’66, che non vidi perché avevo chiuso col ciclismo in tutto e per tutto, me l’hanno dipinta come una grande impresa. 



Arnaldo Pambianco. 
“Già, fece di quella classica una cronometro, e seppellì tutti di minuti”.


Maurizio Ricci detto Morris
 
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Racconti fantastici Applausi
 
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#7
Applausi per Morris e per Anquetil Applausi

Si fà spesso notare, a ragione, la longevità di Poulidor, ma Anquetil non è stato da meno: ha iniziato con Coppi e Magni e ha finito con Merckx e Gimondi.

Di mezzo una generazione, la sua, tra le più prolifiche per quanto riguarda le corse a tappe. Poulidor, Gaul, Bahamontes, Nencini, Balmamion, Pambianco...e tanti altri di cui si parla sempre troppo poco, come nostri Massignan, Zilioli, Carlesi, il belga Jef Planckaert e poi Angelino Soler e gli altri spagnoli. Il tutto con un assaggio di Roger Rivière ed Ercole Balrdini.

Deve essere stata proprio una bella epoca per il ciclismo, consona a quei mitici anni '60 che ha attraversato.

Quando ero un teenager apprezzavo soprattutto gli scalatori puri: scattanti, selvaggi, sregolati. Sono nato un mese dopo i mitici numeri di Pantani sul Ventoux, all'Alpe e a Val Thorens, è stato un idolo dei primi anni della mia infanzia e non potevo non affezionarmi a lui e a corridori simili, come El Chava Jimenez o, tornando un po' più indietro, il grande José Manuel Fuente.

Di recente però ho riscoperto i passisti-scalatori: potenti, eleganti, perfetti sulla sella e in grado di combinare doti incredibili sia in piano che in salita. Indurain, Rominger, Ullrich...di odierni Kelderman, Roglic, ma soprattutto un giovane yankee che mi fa impazzire, si chiama Brandon McNulty, farà parlare di sé in futuro.

Anquetil non è stato il primo passista-scalatore, ma ne è la rappresentazione massima, il corrispettivo su bicicletta di un'ammiraglia top di gamma scintillante, velocissima e silenziosa. Il connubio uomo-bicicletta che raggiunge la perfezione, la frase della coppa di champagne è elequente.

Ti ringrazio per il bellissimo racconto, a nome mio, ma penso di tutti in realtà dato che Anquetil è uno di quei personaggi che ha sempre stregato noi giovani appassionati della storia di questo sport che da anni ormai su questo spazio cerchiamo di approfondire il più possibile la nostra cultura ciclistica.

Avessi avuto 23 anni nel 1960 sarebbe stato il mio corridore preferito.
 
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