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Joe Frazier, un mito...
#1
[Immagine: 300px-Joe_Frazier-1600.jpg]

Settantaquattro anni fa, oggi, nasceva a Beaufort, nella Carolina del Sud, un pugile che è diventato mito, senza averne caratteristiche simpatetiche, ma per quello che era e che sapeva sempre dimostrare su ogni epigone. Lo voglio ricordare con quanto scrissi il giorno della sua morte, avvenuta a Filadelfia il 7 novembre 2011, affinché quello che è stato il tratto-distinguo d’un uomo divenuto sportivo per fame, offra ai giovani un quadrante sul quale riflettere sulle varie sfaccettature dello sport come attore nel film delle nostre vite e come assioma d’una originale forma d’arte, talvolta sublimata nell’antropologia più sfumata dei comuni orizzonti culturali.

Se ne è andato dalla Terra, per impugnare meglio martello e scalpello e scolpire a tempo pieno il suo mito sui tanti milioni che continuano ad amare il pugilato. Se ne è andato da uomo sconfitto, come lo siamo tutti di fronte alla più onesta delle volontà che ci stanno superiori e che non riusciamo a concepire nei contorni, negli interni e nei confini. Resterà perennemente quel combattente che saliva sul ring e non scendeva, se prima non aveva fatto uscire fumo dai suoi guanti.
Caro Joe, mi impressionasti quando mandasti al tappeto il terribile Buster Mathis. Sai, in quel periodo, eravamo tutti vedovi di Cassius Clay, che ancora si chiamava così e che aveva osato dire quelle verità e che, per queste, stava pagando.
Si cercava un grande che lo potesse sostituire, ed erano tanti i titolati: si pensava a Jimmy Ellis, un predestinato perché sparring preferito di Cassius. Non erano pochi gli estimatori del gigantesco Oscar “Ringo” Bonavena, c’era chi sperava addirittura in un passaggio competitivo fra i massimi, dello “Sceriffo di Albuquerque”, il perticone Bob Foster. Pugili che ricordo bene, eppure tu li superasti tutti: solo con Ringo, ai punti e con qualche difficoltà. Ma fu proprio l’incontro con l’argentino, che mi fece scommettere per Alì, che era comunque il mio preferito, quando, finalmente, l’8 marzo 1971 al Madison Square Garden, ti poté incontrare.
Sai Joe, quando si tifa per un atleta e su di questi si scommette, perdere è dura, ma se si è giovani, come nel mio caso a quei tempi, e si cresce bene, una sconfitta può divenire molto meno amara, se chi vince è un grandissimo campione come te. Dimenticai la settimana senza panino a scuola, perché ero povero e tu mi avevi bucato il portafogli; sopportai, pensando a quel gancio sinistro col quale avevi spedito al tappeto Alì, l’affronto di un ceffone che una coetanea, con la quale stavo scoprendo il sesso, mi mollò; salutai meglio la possibilità che la racchetta di Rosewall mancasse anche in quel ’71, il Titolo di Wimbledon.
Ero un ragazzino Joe e voi artisti dello sport che già vi vedevo come tali, riuscivate ad integrarvi nella mia vita in formazione, anche quando per vedervi si trattava di marinare una notte, più che un giorno di scuola.
Il tuo primo incontro con Alì, t’aveva dato un giustissimo verdetto, impreziosito da quel gancio portato così innaturale, quasi in sospensione e, per questo, ancor più grande, ma era stata una vittoria dispendiosa oltre i limiti, che non poteva evitare di segnare te, più che Mohammad. Già, perché lui, e mi perdonerai se lo dico ancora oggi, era dotato di quella classe naturale nel portare con precisione i suoi colpi, certo meno potenti dei tuoi, senza dover sacrificare, per l’altezza che l’accompagnava, una parte di sé per guadagnare la distanza, come invece capitava quasi sempre a te. Dopo l’incontro del Madison, finiste entrambi al St Luke Hospital. Lui, per te sempre Cassius, vi restò una notte giusto per verificare la mascella destra, tu, invece, per oltre venti giorni. Erano sorte leggende: si diceva che avevi il cranio crepato per quei jab destri che Alì portava così precisi, si diceva, e questo purtroppo era vero, che non riuscivi ad urinare, che non riuscivi a mangiare e persino a camminare. Avevi speso una grossa parte di te, Joe.
Ritornasti e mentre il per te Cassius iniziò più umile, per modo di dire, a combattere sul ring, battendo in fila, uno per uno, i più forti, tu, da campione, aspettasti quasi un anno per la prima difesa contro il modesto Terry Daniels, troppo debole per giungere anche ad un fresco claudicante come te. Dopo quella formalità aggiungesti al tuo carnet, cinque mesi dopo, un altro debole ed insignificante come Ron Stander ed anche con lui vincesti facile. Erano passaggi obbligati per l’esigenza di recuperare, ma aggiungevano poco al tuo allenamento agonistico. Il terzo incontro, sarebbe dovuto avvenire quasi due anni dopo lo scontro con Alì, ed in tanti pensavamo che per te sarebbe stato quasi impossibile superare chi ti avevano messo davanti: George Foreman.
Ancora una volta Joe, e ti chiedo perdono per questo, scommisi contro di te, ma stavolta lo feci considerandoti il mio preferito.

A differenza di tanti, pur ancora ragazzino, mi sentivo di conoscere bene Foreman. E non certo perché sapevo che lui aveva vinto le Olimpiadi di Città del Messico, come te quelle di Tokyo e Cassius Clay quelle di Roma. Lui, quel gigante di nome George, lo avevo visto in quelle giornate a cinque cerchi e non potevo scordare quando nella semifinale, fece restare sul tappeto, morto di paura, il nostro Giorgio Bambini. Conoscevo poi bene due avversari che aveva domato prima dell’incontro con te, l’argentino Gregorio Peralta, gran bel pugile, per me non inferiore a Ringo Bonavena ed il gigantesco canadese George Chuvalo. Avevo poi letto più volte il suo curriculum, fatto certo di nomi poco noti, ma sempre battuti prima del limite. E poi ricordandolo così alto, anche più di Alì, sapevo che per entrare nella sua guardia, avresti dovuto passare dall’inferno. Non ti vedevo pronto, anche se tutti ti davano vincente come se George fosse un Daniels qualsiasi.
Purtroppo non mi sbagliai, tu non combattesti in Jamaica in quel gennaio del ’73. Fosti completamente nelle mani di Foreman, aldilà dei sei atterramenti fra la prima e la seconda ripresa, di cui almeno quattro per non dire tutti, permettimi Joe, vissuti solo come atto di quella tutela che stavi perfettamente calcolando. Intanto Alì, il tuo vero avversario, quello che tutti volevano vedere al tuo cospetto, di incontri ne aveva sostenuti dieci, tutti vittoriosi, contro i tuoi tre e con avversari ben diversi e ben più titolati dello stesso Foreman. Arrivasti di nuovo a lui, dopo che Alì aveva subito l’onta di una seconda sconfitta con tanto di mascella rotta, subito cancellata in una difficilissima rivincita contro Ken Norton: un pugile fortissimo, intelligente e pure valente attore. Anche stavolta, il vostro incontro si consumò sul teatro del Madison Square Garden, ed anche stavolta scommisi contro di te. Caro Joe, eri davvero un fuoriclasse, perché pur perdendo, e fu verdetto giusto, dimostrasti di essere l’unico vero e tentacolare pericolo per un Alì nel pieno delle sue forze. È vero, lui aveva quasi 33 anni e tu due in meno, ma lui non aveva mai dovuto combattere per raggiungere la corta distanza e solo chi ama il pugilato, o è salito sul ring, sa cosa significhi, dover battersi con un simile handicap.
Fu un match diverso dal primo: lui stavolta ti conosceva bene e ti tenne a bada meglio, punzecchiandoti sempre al volto, perché il per te Cassius, colpiva solo lì, per scelta e quella grandezza unica che l’ha eletto a “più grande”. Non uscisti ridimensionato, anzi, ma ti eri ulteriormente logorato.
Doveva esserci bella, ma prima spettava ad Alì il tentativo mondiale con Foreman, l’intruso del regno dei massimi.
L’incontro fra costoro avvenne a Kinshasa, in Africa, nel Congo, proprio come auspicava il per te Cassius, uno che ha sempre ragionato e disquisito, come sai, sulle vostre realtà di afro-americani. Alì annientò Foreman, soprattutto dimostrò quanto fosse abissale la differenza di classe fra i due e quanto la forza e la potenza non siano tutto nella “noble art”. Un anno dopo Kinshasa, a Manila, in quelle Filippine che pagarono l’evento un ossesso, tu e il per te Cassius, vi ritrovaste di fronte per quella bella che, stavolta, aveva di nuovo il titolo in palio.l Titolo di Wimbledon.
Il vostro terzo incontro non fu un match, ma un insieme di fotogrammi da leggenda, in cui ogni round rappresentava uno spaccato di quella boxe che può e deve far innamorare i giovani, dove la violenza è la rappresentazione della vita e le schivate e gli affondi, sono le correzioni che ognuno si da per sopravvivere. Quella boxe che sa far grandi le abilità, i distingui, quei colpi d’occhio che nel volgere di millesimi di secondo, fanno dell’uomo una macchina-computer dotata di quel cervello che nessuna elettronica può dare e dove, ogni passo laterale o in diagonale, rappresenta una danza che ha il peso ed i significati di un trattato su come giungere alle possibilità di successo. Un caleidoscopio che, rimembrandolo, fa tornare il sottoscritto al bambino che s’appassionò e che oggi urla sempre più, quanto il vostro terzo incontro, sia stato, purtroppo, l’ultimo mohicano fra i massimi.
Foste selvaggi ed intelligenti Joe, spendeste tutto quel che c’era da spendere, usando l’intero campionario dei vostri repertori. Carlos Padilla fu un grande arbitro, come lo è stato quasi sempre in carriera e voi due giganti che andrebbero riproposti agli odierni pessimi massimi, affinché imparino qualche frammento, o decidano di smettere per manifeste incapacità. Il verdetto, Joe, all’alba del quattordicesimo round ti vedeva sotto di sei, quattro e cinque punti, secondo i tre cartellini, ma tu avevi dato tutto, ed anche se non dimostravi di stare tanto peggio del per te Cassius, come alla fine del primo match, dove le conseguenze dell’incontro furono più gravi per te, non ti rialzasti dallo sgabello, consegnando così, anzitempo, all’altrettanto esausto Alì, il match. E che tu avessi dato tutto, lo dimostrò il dopo. Finisti lì la carriera, il secondo incontro con Foreman non fa testo e ancor meno quell’appendice del 1981, col modesto Cummings.
Caro Joe, dopo quella sera filippina, ormai adulto, più per esigenze di vita che per anni, continuai a cercare un tuo erede, col rispetto che si deve ai grandi già divenuti miti per manifesti segni di nobiltà. Di gente come te, non ne ho più vista fra i massimi e, col tempo, sono diventato tuo tifoso anche se non combattevi più. Mai potrò dimenticare l’incosciente coraggio nella ricerca d’imitare il padre, di tuo figlio Marvis, quel ragazzo che mettesti al mondo poco più che sedicenne, picchiato oltremodo da Larry Holmes, già alla prima ripresa. E quella sera avrei preso a calci Mills Lane, l’arbitro sosia di Robert Duval, che continuava ad ignorare l’evidenza nonché i continui inviti di Larry a chiudere quell’incontro completamente impari.
Ricordo poi la tua fibra di uomo che il tempo aveva reso meno segnato dallo sport rispetto ad altri e ricordo quando, quasi per lavoro, fui costretto a vedermi un match fra massimi, che scimmiottavano sul ring la tua arte e quella di Alì, tali Chris Arreola e Manuel Quezada, due che riuscirono a farmi addormentare e non certo perché s’era in piena notte.
Nostalgie immortali Joe, nostalgie che vivo come quei giorni di primavera, in cui il bambino sottoscritto, faceva esordire sui selciati fuori casa i “quarcì” dei corridori, strizzando l’occhio a quel bel album di figurine che gli faceva scoprire le versioni precedenti, al Dick Tiger avversario sconfitto da Bob Foster; o quel Silvano Simeon che si lanciava col suo disco verso Jay Silvester e Al Oerter, oppure ancora sui vicini fogli di “Stadio” che leggevo avidamente dove, finalmente, mi potevo intenerire sapendo che Ken Rosewall e Rod Laver, avrebbero potuto rigiocare coi cosiddetti dilettanti della racchetta.
Altri tempi ed altri uomini, Joe, nel pugilato più che mai.
Altri tempi, che segnano la tua immortalità in milioni e milioni di menti, come oggi, come sempre, per quell’uomo che saliva sul ring e non scendeva fino a quando non aveva fatto uscire fumo dai suoi guanti.

Maurizio Ricci detto Morris
 
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#2
Smoking Joe... 
Come te pronosticavo Clay (ormai Alì) ma un mio compagno di liceo, lettore assiduo di Boxe Ring, era certo che avrebbe vinto Frazier, anche perché peso massimo naturale rispetto al "mediomassimo" Alì. Sul match aleggiava la potenza di Sonny Liston, se non c'era riuscito lui a mettere in difficoltà Cassius... Ma Frazier non era solo la potenza di Liston o, in seguito, quella di Foreman, con il suo "pugno ovunque", Joe esprimeva una splendida arte pugilistica, una superba mobilità del tronco, e faceva innamorare con la sua tenacia, la sua intensità nel combattere. Il fatto incredibile, visto con gli occhi di oggi, era che tutti parlavano del match, l'attesa era enorme, nei giorni precedenti non si parlava d'altro, facendo sbiadire persino il calcio. E il match fu all'altezza delle attese, 15 riprese incerte e intensissime, un grandissimo evento di sport. 
Non solo calcio, come hai scritto anche in un altro post, un'epoca in cui il ciclismo era altrettanto seguito e discusso, in quelle "chiacchiere da bar"  che erano anche socialità e immaginario comune. 
Nel frattempo lasci venire in superficie nomi quasi dimenticati, dal fortissimo Oscar "Ringo" Bonavena a Bob Foster, Buster Mathis, Jimmy Ellis, George Chuvalo... E passando ad altri sport, i grandissimi Rosewall e Laver, o il disco di Silvano Simeon, capace di avvicinare i leader mondiali Jay Silvester e Al Oerter... Poca tv e tanti nomi o record sui giornali, raramente avevi il privilegio di vederli gareggiare, magari solo in un servizio della Domenica Sportiva. Altri tempi, in cui l'Olimpo dei grandi dello sport entrava nell'immaginario, forse dando una giusta dimensione ai sacrifici necessari per arrivare fino a quelle prestazioni. Oggi tutto si brucia in pochi secondi, il più spettacolari possibili, una spettacolarità spesso vuota, priva di attese e che svanisce in un attimo. 
Nella nostra piccola isola non è così, a partire dall'analisi dei percorsi dei grandi giri e dalla possibile partecipazione. Siamo da tempo sullo Zoncolan, per vedere se metterà in difficoltà Dumoulin o Froome e se uno scalatore riuscirà a fare la differenza su quelle pendenze (Lopez?). 
Ho sentito echeggiare una narrazione alla Rino Tommasi... Grazie!
 
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#3
Applausi

Me ne hanno parlato spesso i miei nonni di quell'epoca gloriosa del pugilato...mentre mio padre mi parla frequentemente di quella successiva: una sera ci siamo guardati insieme un bel po' di incontri di Ray Boom Boom Mancini, ad esempio.

Quando ero piccolo ricordo che ancora un po' di pugilato se ne parlava, rammento Lennox Lewis che demolisce Mike Tyson su Italia 1.

Poi basta, negli ultimi anni pare che la gente se ne sia quasi dimenticata, qua in Italia di Floyd Mayweather se n'è parlato solo per la pagliacciata contro quello che fa MMA.

Probabilmente vittima della spettacolarizzazione a tutti i costi di cui parla OldGiBi, molti non sarebbero in grado di seguire un incontro di 10 riprese. Il ciclismo negli ultimi anni è stato, stupidamente, semplificato: tappe e corse ricorrenti con chilometraggi da juniores, dislivelli contenuti e via dicendo...il tutto in nome di un presunto spettacolo che non esiste. La Boxe, evidentemente, non può essere semplificata.
 
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#4
(12-01-2018, 11:36 AM)OldGiBi Ha scritto: .... Poca tv e tanti nomi o record sui giornali, raramente avevi il privilegio di vederli gareggiare, magari solo in un servizio della Domenica Sportiva. Altri tempi, in cui l'Olimpo dei grandi dello sport entrava nell'immaginario, forse dando una giusta dimensione ai sacrifici necessari per arrivare fino a quelle prestazioni. Oggi tutto si brucia in pochi secondi, il più spettacolari possibili, una spettacolarità spesso vuota, priva di attese e che svanisce in un attimo. 
Verissimo! E converrai che era pure un tempo dove i narratori erano tali, facevano cultura liberando sentimenti, ed educando i lettori a capire, interpretare e volare. Oggi la stragrande maggioranza, son solo ricercatori d'effetto o di scoop. 
A presto!
 
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#5
(12-01-2018, 12:45 PM)Luciano Pagliarini Ha scritto: Probabilmente vittima della spettacolarizzazione a tutti i costi di cui parla OldGiBi, molti non sarebbero in grado di seguire un incontro di 10 riprese. Il ciclismo negli ultimi anni è stato, stupidamente, semplificato: tappe e corse ricorrenti con chilometraggi da juniores, dislivelli contenuti e via dicendo...il tutto in nome di un presunto spettacolo che non esiste. La Boxe, evidentemente, non può essere semplificata.

Mi fa enorme piacere leggere queste parole. Paradossalmente rappresentano una ventata d'ottimismo, perché scritte da un ragazzo poco più che ventenne. Purtroppo il ciclismo ha subito l'ingresso imperialista di una lingua, dopo un secolo di anonimato, riuscendo persino a creare un  Toro Moreno perfetto.   
A presto!
 
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#6
(12-01-2018, 12:45 PM)Luciano Pagliarini Ha scritto: Applausi

Me ne hanno parlato spesso i miei nonni di quell'epoca gloriosa del pugilato...mentre mio padre mi parla frequentemente di quella successiva: una sera ci siamo guardati insieme un bel po' di incontri di Ray Boom Boom Mancini, ad esempio.

Quando ero piccolo ricordo che ancora un po' di pugilato se ne parlava, rammento Lennox Lewis che demolisce Mike Tyson su Italia 1.

Poi basta, negli ultimi anni pare che la gente se ne sia quasi dimenticata, qua in Italia di Floyd Mayweather se n'è parlato solo per la pagliacciata contro quello che fa MMA.

Probabilmente vittima della spettacolarizzazione a tutti i costi di cui parla OldGiBi, molti non sarebbero in grado di seguire un incontro di 10 riprese. Il ciclismo negli ultimi anni è stato, stupidamente, semplificato: tappe e corse ricorrenti con chilometraggi da juniores, dislivelli contenuti e via dicendo...il tutto in nome di un presunto spettacolo che non esiste. La Boxe, evidentemente, non può essere semplificata.

Anche durante la mia gioventù (fine anni Ottanta*) ricordo qualche incontro trasmesso alla tv. Non era come negli anni Sessanta-Settanta, ma certamente neanche come adesso. Ricordo ad esempio che si aspettavano con curiosità gli incontri di Tyson e poi ricordo un Hagler vs Leonard che però fu abbastanza deludente
 
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#7
Non sono un fan del pugilato ma ho letto tutto d'un fiato questo pezzo, solo applausi.

La ricerca della spettacolarità a tutti i costi è forse una conseguenza della possibilità di scelta notevolmente più ampia rispetto a qualche decennio fa: oggi abbiamo i mezzi per seguire eventi sportivi 24 ore su 24 ed ognuno di questi deve "vendere" il proprio prodotto andando appunto a cercare una presunta spettacolarità immediata ma in realtà semplificando il concetto stesso di sport. Non conosco la boxe, per natura sono sempre stato un appassionato degli sport di squadra, ma forse come dice Pagliarini è uno sport che non può essere semplificato.
 
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