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La Globalizzazione nel ciclismo è necessariamente un male?
#1
Luglio 1986, Greg Lemond arriva in maglia gialla sui Campi Elisi, davanti a Bernard Hinault, è il primo non europeo a vincere il Tour de France, la corsa a tappe più importante e famosa della storia. Possiamo individuare qui il punto d'inizio dell'era della globalizzazione del ciclismo. Sono statunitensi e colombiani i primi extra - europei ad approcciarsi al ciclismo con la 7-Eleven di Jim Ochowicz(squadra che lanciò tra gli altri lo stesso Lemond, Andrew Hampsten ed un certo Lance Armstrong) e la Café de Colombia di Luis Herrera e Fabio Parra.

Oggi quasi trent'anni dopo, il monopolio italo - franco - belga che dominava il ciclismo fino ai primi anni 80 è completamente decaduto, nel ciclismo di alto livello ormai ci sono squadre provenienti da tutto il mondo: Stati Uniti, Kazakhistan, Australia, Sudafrica, Inghilterra, Russia ecc. Tutto questo ha ovviamente avuto risvolti apparentemente negativi per il nostro movimento, il numero di squadre italiane presenti alle grandi corse e drasticamente diminuito, il numero di corridori nostrani in grado di vincerle pure. Molte delle nostre corse hanno perso valore oppure sono addirittura scomparse a causa della nascita di nuove concorrenti in altri stati o continenti.Tanto per dare un dato da notaio: al Tour de France del 1994 erano presenti sette squadre italiane(più una di San Marino), al Tour de France 2014 solo una. 

Ma questo è per forza di cose un male? Io preferisco guardare l'altro lato della medaglia.

Innanzitutto la globalizzazione ha fatto sì che i talenti nel ciclismo si moltiplicassero, se una volta i corridori di alto livello erano si e no 5/6 ora sono molti di più, e questo nel concreto permette di avere ciclisti di alto livello in tutte le grandi corse a tappe, cosa che non succedeva 10/15 anni fa. Prendiamo le startlist del Giro d'Italia, da qualche anno a questa parte riusciamo sempre ad avere al via un Contador, un Nibali o un Quintana oltre ai vari Uran, Rodriguez, Majka e compagnia cantanti; mentre ad inizio anni duemila dovevamo accontentarci di Gibo Simoni e Garzelli con le posizioni di rincalzo che erano occupate dai vari Noé, Frigo, Belli(gente che può essere paragonata agli attuali Cataldo e Capecchi per dire). Poi è vero che la startlist non fa una corsa, però vedere al via tanti campioni ti mette sicuramente più interesse per una corsa.

L'aumento di squadre e corridori stranieri ed in concomitanza le chiusura di molte squadre italiane fa sì che molti meno corridori nostrani passino professionisti. Verissimo, però la globalizzazione è nemica delle mediocrità, non del talento. Gli Aru o i Trentin non fanno di certo fatica a trovare squadra, i campioni li avremo sempre, è quella categoria di corridori alla Marangoni o Cheula che è destinata ad estinguersi, e qui in tutta onestà non ci vedo nulla di male, al giorno d'oggi devi avere qualcosa in più degli altri per emergere in qualsiasi campo lavorativo, non c'è motivo per cui il ciclismo debba essere da meno. E tutto questo ovviamente se sfruttato come fattore potenziante e non come scusa farà sì che molti dei nostri dilettanti/juniores si applichino di più e crescano di più (perché ok il talento, ma se non lo alleni non serve a nulla) evitando così i "casi Locatelli" di corridori che fin che stanno nel loro orticello fanno faville, ma poi arrivati al cospetto coi big si eclissano(e qui la motivazione che gli do io è proprio che si son accontentati negli anni da U23 di fare il minimo che bastava per battere gli avversari di categoria, senza chiedersi qualcosa in più).

Un altro aspetto positivo per quanto riguarda i neopro secondo me è che lavorare con lo staff di una Sky o di una Garmin sia tutt'altra cosa rispetto a lavorare col Saronni di turno, insomma se sei un gran talento hai subito l'occasione di lavorare con tecnici preparatissimi, tutt'altra cosa rispetto a 20 anni fa in cui finivi nella squadra italiana di turno, gestita alla "bene 'è meglio" dove al massimo ti davano una sacca di sangue e quattro pastiglie di EPO.

Per quanto riguarda il discorso corse è "giusto" che spariscano finché restano legate ad un modello anacronistico. Insomma andiamo ancora avanti con le semi - classiche che ormai non interessano più a nessuno, specialmente per quanto riguarda l'inizio di stagione è da pazzi proporre robe come il GP Costa degli Etruschi ed il Trofeo Laigueglia, quando il resto del mondo organizza delle corse a tappe. Ma ci rendiamo conto che i corridori a Gennaio/Febbraio hanno voglia di farsi qualche sgambata per far crescere la condizione ed è sicuramente più funzionale farsi cinque giorni di corsa e non uno !? Si dà tanto la colpa a Qatar, Oman e Dubai, ma non so se gli organizzatori si sono accorti che corse come il Challenge Mallorca, l'Andalucia o l'Algarve hanno sempre startlist di ottimo livello mentre noi il nome più altisonante che abbiamo al via delle gare di inizio stagione è quello di Mauro Finetto. Ma mettersi d'accordo per organizzare anche qua una bella corsa a tappe di 5/6 giorni che sicuramente attira più corridori e porta più gente sulle strade no? Il Giro di Sardegna faceva tanto schifo !?

Per concludere, se sfruttata a dovere, la Globalizzazione nel ciclismo è un ottima cosa, utile ad alzare il livello di questo sport, purtroppo qui in Italia per ora è stata usata solo come scusa per giustificare delle tattiche conservatorie che non hanno portato a nulla di buono. Se il ciclismo italiano è veramente in declino è semplicemente perché i capoccia non hanno saputo adattarsi alla naturale evoluzione delle cose(fermo restando che secondo me si esagera pure su certi aspetti).
 
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#2
La globalizzazione c'è in tutti i campi e non poteva non esserci nel ciclismo. La globalizzazione pura e semplice è una cosa positiva perchè permette di prendere i lati positivi da ogni Paese e cultura e renderli disponibili a tutti. Quindi ben venga che ci siano Nazioni con progetti seri che facciano crescere i loro ragazzi con la passione per la bici, cosa che ovviamente si ripercuote in modo positivo anche sul ciclismo professionistico. Quello che non va bene è che ci siano piogge di milioni scaricate dall'alto, senza nessun progetto dietro, solo per l'interesse di pochi: questo a cosa può portare? Niente, dopo una decina d'anni se uno sport non ha fatto le radici si torna al punto di partenza. Ma alla fine è giusto sia così, quanti sport veramenti globali esistono? Forse nemmeno il calcio lo è...

Però non bisogna cadere nell'opposto contrario e disprezzare ciò che è italiano solo pechè è italiano. La globalizzazione rimane un punto fermo, ma ad esempio la Federazione italiana non deve essere fatalista, ma intervenire seriamente per valorizzare ciclisti, squadre e corridori italiani. Non sto parlando di cose astronomiche, ma basta non essere passivi ed accettare tutto come viene.
 
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#3
Mah, a cose normali non sono un grandissimo amante della globalizzazione: figuriamoci nel ciclismo, dove veramente non ci sono né regole né alcun tipo di misura. E' ovvio che il mondo va avanti e il ciclismo - come tutto - lo segue: però chi comanda dovrebbe avere più rispetto e più attenzione verso movimenti che, fino a ieri, erano il cardine di questo sport, e che adesso - per motivi prettamente economici - non possono più esserlo. Però le basi ci sono sempre, lo spirito e la cultura ciclistica rimangono radicati: a meno che tu non li vada piano piano ad abbandonare. :-/

I campioni non è detto che li avremo sempre: vanno coltivati. Se il ciclismo in Italia muore, il potenziale campione nostrano magari si dà al curling o alla scherma o a quello che gli vien meglio in quel momento. Per questo l'UCI in primis e le federazioni dovrebbero far di tutto per sostenere quei movimenti che si trovano in difficoltà, e non pensare solo al soldo o far finta di nulla se RCS azzoppa il calendario italiano ma poi non si pone problemi ad andare in Qatar o a Dubai...

Il problema grosso per me è quello: è che si guarda solo ai soldi. Di per sé sennò la globalizzazione appunto non sarebbe nemmen malaccio come cosa, se venisse quindi controllata. Non so, riguardo le corse magari potrebbero inventarsi qualcosa tipo "corse storiche" per quelle che hanno più di 50 o 60 edizioni tra i prof: studi un qualcosa che obblighi un tot. numero di corridori della top 100 WT a parteciparvi a rotazione. La federazione potrebbe aiutare creando un canale personale per la trasmissioni tv e quindi accollandosi le spese a riguardo (però poi guadagnarci vedendo i diritti tv). Poi è ovvio che se l'organizzazione fa pena, oltre a chi ti "fornisce" l'UCI non riesci a invitare nient'altro, i media son gestiti male, i percorsi sono brutti ecc, allora è giusto che tu chiuda bottega anche se hai un sacco di anni di ciclismo alle spalle. Però veramente io non vedo nessun aiuto e nessun sostegno a quel mondo che, se non ci fosse stato, fore non saremmo qui a parlare di ciclismo e di globalizzazione...
 
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#4
E' giusto che l'UCI punti a raggiungere il massimo profitto fintanto che si usano metodi leciti, io non ci vedo nulla di male. Anche perché i soldi sono un mezzo per raggiungere un fine, non il fine stesso. Con quei soldi l'UCI - che tra l'altro ora penso sia gestita da gente onesta - può farci un sacco di cose, tipo finanziare ricerche contro il doping, organizzare i vari campionati mondiali ecc.

Sinceramente "obbligare" i corridori a partecipare alle corse mi pare qualcosa di abominevole, come in generale il pensiero che siano UCI e compagnia a venire incontro al nostro movimento, e non noi ad evolverci. Un Giro del Qatar è una win win situation per tutti, per i corridori che si fanno più giorni di corsa, per le squadre che vengono pagate di più per partecipare, per gli organizzatori che guadagnano di più rispetto a fare corse qua da noi e per il paese che ci ricava visibilità. Ma ci vuole tanto ad accorgersi che una semiclassica non è neanche paragonabile ad una corsa del genere.

Sono anni che riceviamo campanelli d'allarme e che non si fa nulla, o ci diamo una svegliata oppure finiremo meritatamente ad avere una posizione marginale nella "mappa del mondo del ciclismo". Penso abbiate tutti presente la parabola dei talenti, chi è ricco(là dove per ricchezza si intenda una mentalità d'abbondanza, non avere i miliardi) avrà sempre di più, chi è povero(cioé ha una mentalità di scarsità) avrà sempre meno. Finché gli organizzatori penseranno solo a salvare la loro corsetta invece che organizzarsi per creare delle corse a tappe al posto di tutte queste semiclassiche(che poi non vorrei dire, ma sarà un caso che la Coppi & Bartali ed il Trentino comunque funzionano?) e finché i vari TM e gli sponsor si accontenteranno di avere la loro professional è giusto che continui il declino, per quanto brutale possa sembrare.

Se invece che continuare con la nostra "tradizione", cominciamo a metterci al passo coi tempi di certo il ciclismo non sparirà, avremo sempre le corse ed anche i campioni.

Tanto per dire tre semplice cose da fare per "aggiornarci":
- Trasformare le varie squadrette dilettantistiche in delle continental come fanno in tutta Europa ormai;
- Unire tra loro alcune delle mille mila professional per creare una squadra da World Tour;
- Fondere le semiclassiche che sono sempre a rischio chiusura per creare una bella corsa a tappe;

Declino qua, declino là. Però il Giro d'Italia ed il Lombardia sono in netta risalita rispetto a qualche anno fa, la Strade Bianche è in ascesa e la Tirreno - Adriatico è ogni anno la corsa con la miglior startlist del calendario al pari col Tour de France. Chi sta al passo coi tempi non sta di certo male eh.
 
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#5
Penso anch'io che le Continental siano la strada giusta, però c'è tanta gente a cui non vanno bene nemmeno queste...

Sul discorso di raggruppare le squadre Professional per fare una WT mi sembra sbagliato e soprattutto non attuabile. Innanzitutto ci vuole sempre un main sponsor e quelli attuali non possono fare un passo più lungo e poi ad oggi gli sponsor hanno breve durata e quindi non so quanto convenga rinunciare a 4 squadre per aprirne una che non si può sapere se avrà vita lunga o breve... E poi almeno queste squadre danno un po' di respiro alle corse italiane e consentono a qualche ragazzo in più di passare professionista. La mancanza di squadre italiane nel WT è il problema principale, ma lì c'è poco da fare se mancano i soldi ( piuttosto bisognerebbe fare una politica afiinchè chi ha i soldi li investa)

Sul discorso delle corse hai ragione, ma non bisogna dimenticarsi che tante hanno già chiuso. Altre continueranno a farlo, è inevitabile e parallelamente si dovrebbe cercare di far nascere qualche corsa a tappe, ma già raggruppare le corse di un giorno sarebbe un passo avanti. Poi quando nasce un Giro di Padania non va bene solo perchè si chiama Giro di Padania...
 
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#6
Purtroppo le squadre dilettantistiche fanno comodo a molti, per questo non si cambia. Alla fine quelli danneggiati sono i corridori che arrivano tra i professionisti troppo indietro rispetto ai parietà. Ai capoccia di queste squadre fa un sacco comodo, non devono pagare stipendi visto che sono dilettanti, quindi in pratica ci guadagnano e basta(mentre avessero delle continental ci sarebbero molte più spese).

Perfettamente d'accordo sul Padania, certo potevano dargli un nome diverso, ma tant'è.
 
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#7
Ad oggi per come stanno andando le cose le Continental italiane sono un mezzo fallimento, certe squadre in particolare con gente RACCOMANDATA o CHE PAGA LA SQUADRA (invece che prendere lo stipendio devono loro portare sponsor etc....) sono veramente uno scempio. Però sono "professionisti" e fanno pure i galletti.............................................
Finirle quantomeno le corse................................
 
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#8
Nello specifico con chi ce l'hai?
 
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#9
si dice il pescato ma non il pescatore...
 
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#10
La globalizzazione del ciclismo è uno stratagemma kissingeriano del governo americano per esportare se stesso e far scomparire il Trofeo Laigueglia quindi è un male

[cit.]
 
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