Login Registrati Connettiti via Facebook



Non sei registrato o connesso al forum.
Effettua la registrazione gratuita o il login per poter sfruttare tutte le funzionalità del forum e rimuovere ogni forma di pubblicità invasiva.

Condividi:
Le corse dimenticate
#51
Trentottesima Edizione 20-27 aprile 1960

Un’edizione che, pur nata fra tante difficoltà, non ultime quelle delle pretese dei corridori, a quei tempi decisamente più capaci di far valere la loro forza, riuscì a presentarsi ancora, come appuntamento peculiare della stagione primaverile, almeno per quegli atleti che avevano la fortuna di essere invitati. Quarantaquattro partecipanti per una corsa lunga complessivamente 1555 chilometri, dei quali 1365 in linea, su strada, e i rimanenti 190 in circuito, dietro al rullo delle Lambrette. Sedici le frazioni in totale, divise negli otto giorni di corsa, fra una prova in linea, ed una al vento dei mezzi a motore. Gli arrivi a Caserta, Foggia due volte e per due giorni consecutivi, Pescara, Rimini, Riccione, Spoleto e l’apoteosi di Roma. Specificità: un settore, fra Manfredonia e Foggia, con agganciamento volante agli allenatori, e un altro, sui 26 Km da Foligno a Spoleto pure dietro allenatori, ma a cronometro individuale. La divisione netta fra i tratti in linea e quelli motorizzati, fu una scelta precisa degli organizzatori, ma l’UVI ci mise lo zampino, imponendo le partenze delle tappe  motorizzate per un breve tratto in linea, almeno mezzora dopo la fine della frazione classica su strada. Ogni giorno dunque, come detto, due distinti ordini d'arrivo, i cui tempi si sarebbero sommati per stabilire gli aggiornamenti della classifica generale ogni sera. Ancora 5 i GPM della manifestazione e per ognuno, come nell’edizione precedente, 30” di abbuono al primo e 15” al secondo. Gli atleti di maggior prestigio, o più attesi al via: Poblet, Wagtmans, Bobet, Hoevenaers, Baldini, Brankart, Stablinski, Elliott e il fortissimo giovane belga Emile Daems.

Prima tappa: Roma-Caserta
Una prima tappa sonnolenta, corsa a passo turistico, che produsse a lungo una serie di domande sul “perché” di una simile abulia. Protesta sotterranea dei meno famosi per l’ingaggio mancato? Fatto sta che a poco da Caserta, uno dei favoriti non solo di tappa, ma di intero Gran Premio, lo spagnolo Miguel Poblet, si trovò appiedato da una foratura. Per quanto risalito in sella dopo poche decine di secondi, e validamente coadiuvato dai suoi compagni di squadra Baldini e Baffi, fermatisi ad attenderlo, Poblet non poté colmare il ritardo, tanto violenta e spietata fu l'offensiva di tutti i suoi avversari, naturalmente coalizzati contro di lui. Furono poco più di trenta minuti di corsa che riscattarono oltre 5 ore di sbadigli. Nella volata decisiva, Benedetti sembrò a lungo il vincitore, ma a cinquanta metri dal traguardo, Liviero schizzò fuori a tale velocità, da superarlo. Un minuto e sette secondi dopo il gruppo, arrivavano Poblet e i suoi compagni.

Sul vincitore.
[Immagine: 14366480837732livier10.jpg]
Nato a Castelfranco Veneto il 30 maggio 1938, deceduto a Tarvisio il 6 maggio 1970. Professionista dal 1959 al 1964, con 5 vittorie. 
Un velocista dalla sparata notevole che, per vari motivi, non s’è compiuto come si poteva presumere, anche se è stato, nei pochi anni da professionista, assai popolare. Arrivò presto al ciclismo, evidenziando immediatamente le sue doti velocistiche. Naturalmente le sue vittorie furono ben presto copiose al punto che una società del Ravennate, l’Edera di Santo Stefano, lo volle assolutamente con sé, ed allora i trasferimenti extraregionali fra i dilettanti, erano rari. Passò professionista nell’ottobre del 1959 in seno alla Torpado. Nel primo vero anno nell’elite si mise subito in mostra vincendo il Giro di Campania e la tappa di Caserta del GP Ciclomotoristico, prova nella quale fu 2° nella frazione di Manfredonia, 6° in quella di Spoleto e 15° nella classifica finale. Nell’anno, colse anche un significativo 3° posto nella tappa di Verona al Giro d’Italia, chiuso 74°. Nel 1961 vinse il Circuito di Ponte di Piave, si piazzò 2° nelle tappe di Teano e Firenze al Giro d’Italia e finì 6° nella Milano Sanremo. Nel 1962, provò la più grande gioia di carriera, vincendo la prima tappa del Giro d’Italia a Tabiano Terme, che gli valse anche la conquista della Maglia Rosa. Nell’anno si impose anche nel GP Cemab di Mirandola, colse il 3° posto al Giro Toscana, il 4° nella Milano-Mantova e il 6° nella Milano-Vignola. Nel 1963, passò dalla Torpado alla Lygie, ma non fu una stagione felice, solo un 4° posto a Lurago d'Erba, prova del Trofeo “Cougnet”. Ancora un cambio di squadra nel 1964, con l’arrivo all’Ibac, ma non giunsero vittorie. Nell’anno fu 4° al Giro di Calabria e quinto nella Sassari–Cagliari. Il calo di risultati e la chiusura dell’Ibac lo spinsero al ritiro dall'attività agonistica. Un destino crudele lo portò via ai suoi cari, ai suoi tifosi, alla sua gente, il 6 maggio del 1970, a soli 32 anni. Un incidente in galleria a Tarvisio, l'appuntamento fatale con la morte. 

Ordine d’arrivo:
1° Dino Liviero km 213 in 5h57’12” alla media di 35,861 kmh; 2° Rino Benedetti; 3° Armando Pellegrini; 4° Federico Galeaz; 5° Silvano Ciampi; 6° Klaus Bugdahl (Ger); 7° Carlo Brugnami; 8° Michele Gismondi; 9° Emile Daems (Bel); Seamus Elliott (Irl) ed altri 29 corridori.

Seconda tappa: Caserta-Circuito della Reggia dietro moto
Dopo una scarsa mezzora di riposo concessa, i 44 concorrenti, in varie file, si lanciarono al segnale di partenza per raggiungere i rispettivi allenatori, per correre sull’ormai famoso Circuito della Reggia di Caserta. Il più sollecito ad agganciarsi al rullo protettore fu Monti, mentre il motore della macchina del mago Hugo Lorenzetti, allenatore di Bobet, fece per un paio di minuti le bizze. Il primo passaggio vide così in testa il romano, seguito a 1" da Poblet, a 4" da Liviero, a 5" da Daems, a 6" da Hoevenaers. Bobet era a 15", mentre Baldini, che proprio appariva fuori forma e inadatto a questo genere di prove, era già ad un minuto.  
La lotta si restrinse ben presto fra Bobet, lanciato a riguadagnare il tempo perduto nel primo giro, ed i suoi avversari più vicini. Fra questi, Monti rimase al comando anche per il secondo giro, ma poi iniziò inesorabilmente a retrocedere. Poblet, Hoevenaers e Daems correvano ruota dietro ruota, controllandosi scambievolmente, Liviero scomparve, mentre Bobet con uno slancio risoluto e incalzante ricuperò terreno e posizioni. Al terzo giro si portò in testa e non fu più rimontato da nessuno. Con la vittoria di frazione, il francese conquistò pure la testa della Generale.  

Ordine d’arrivo:
1° Louison Bobet (Fra) km 27,6 in 29’15” alla media di 56,615  kmh; 2° Emile Daems (Bel) a 10”; 3° Jos Hoevenaers (Bel) a 12”; 4° Miguel Poblet (Esp) a 1’01”; 5° Wout Wagtmans (Ned) a 1’08”; 6° Alfredo Sabbadin a 1’15”; 7° Rino Benedetti a 1’16”; 8° Adriano Zamboni a 1’17”; 9° Pierino Baffi a 1’20”; 10 Jean Stablinski (Fra) a 1’22”.

Classifica generale dopo la prima giornata:
1° Louison Bobet (Fra) 6h26’27”; 2° Emile Daems (Bel) a 40”; 3° Jos Hoevenaers (Bel) a 42”; 4° Wout Wagtmans (Ned) a 1’08”; 5° Alfredo Sabbadin a 1’15”; 6° Rino Benedetti a 1’16”; 7° Adriano Zambini a 1’17”; 8° Jean Stablinski (Fra) a 1’22”; 9° Carlo Brugnami a 1’23”; 10° Armando Pellegrini a 1’25”. 

Terza tappa: Caserta-Foggia
Dopo due ore di gruppo compatto, che pur ad un’andatura migliore, aveva fatto temere ad una semplice marcia di trasferimento, come era stata fino alla foratura di Poblet quella di Caserta, la corsa si svegliò sulle ondulazioni del Sannio, poco prima che la dura scalata ad Ariano Irpino, mettesse all'opera gli scalatori per il GPM. Fu Vito Favero  a rompere la compattezza del gruppo, portandosi via Bobet,  Wagtmans, Stablinski e Galeaz. Ai piedi della salita, i cinque marcarono 53" di vantaggio sui primi inseguitori, che erano Poblet, Hoevenaers, Gouget, Elliot, Daems, Brugnami e Champion. Verso il culmine, dall'ultimo chilometro a grosso acciottolato, Wagtmans e Bobet, si rizzarono sui pedali, mentre Favero, Stablinski e Galeaz persero terreno. Sotto lo striscione, l'olandese anticipò Louison d'un centinaio di metri, ma al termine della successiva discesa, a circa 60 km dal traguardo di Foggia, i cinque davanti si riunirono, evidenziando un vantaggio di una cinquantina di secondi su Hoevenaers, Poblet, Zamboni, Elliot, Daems, Gouget e Brugnami e, poco più distanti, Sabbadin e Kazianka. A 37 chilometri dal termine, i nove inseguitori raggiunsero i battistrada, ed i 14 al comando, andarono a disputarsi la tappa allo sprint. Vinse Poblet, su Daems e Zamboni. 
 
Ordine d’arrivo:

1° Miguel Poblet (Esp) km 160 in 4h30’10” alla media di 35,452 kmh; 2° Emile Daems (Bel); 3° Adriano Zambini; 4° Federico Galeaz; 5° Seamus Elliott (Irl); 6° Jos Hoevenaers (Bel); 7° Jean Stablinski (Fra); 8° Louison Bobet (Fra); 9° Carlo Brugnami; 10° Vito Favero; 11° Alfredo Sabbadin; 12° Wout Wagtmans (Ned).

Quarta tappa: Foggia-Circuito dell’Ippodromo dietro moto
Al vento riparato dalle Lambrette, la corsa visse un altro prova di forza, anzi più convincente ancora, da parte di Louison Bobet. Sui sei giri del circuito, diede un’autentica lezione a tutti di come si stia al rullo, ed il francese stava convincendo l’intero osservatorio, sulla quasi certezza di un suo bis al Ciclomotoristico, a meno di incidenti di una certa gravità. Fra i battuti, grande prestazione del neoprofessionista perugino Carlo Brugnami che, senza esperienza alcuna in quel tipo di corse, in due giorni riuscì a dimostrare di essere bravo anche lì. 

Ordine d’arrivo:

1° Louison Bobet (Fra) km 23,1 in 22’01” alla media di 63,195 kmh; 2° Emile Daems (Bel) a 20”; 3° Wout Wagtmans (Ned) a 41”; 4° Carlo Brugnami a 48”; 5° Miguel Poblet (Esp) a 56”; 6° Jos Hoevenaers (Bel) a 1’12”; 7° Pierino Baffi a 1’14”; 8° Adriano Zamboni a 1’15”.

Classifica generale dopo la seconda giornata:
1° Louison Bobet (Fra) 11h18’28”; 2° Emile Daems (Bel) a 1’15”; 3° Wout Wagtmans (Ned) a 1’34”; 4° Jos Hoevenaers (Bel) a 2’09”; 5° Carlo Brugnami a 2’26”; 6° Adriano Zamboni a 2’47”; 7° Alfredo Sabbadin a 3’02”; 8° Seamus Elliott a 3’’36”; 9° Jean Stablinski (Fra) a 3’43”; 10° Rino Benedetti a 4’25”.

Quinta tappa: San Giovanni Rotondo-Manfredonia
La lunga fuga del belga Dewolf, scattato a trenta chilometri dalla partenza,caratterizzò la frazione. Il corridore fiammingo, approfittando dell'indifferenza del gruppo, aumentò progressivamente il suo vantaggio che a Cagnano, dopo 82 km di corsa  sfiorò i 4 minuti. Su una strada ricca di saliscendi, il belga fu capace di resistere a lungo alla caccia del gruppo, trovando fine dopo ben 120 chilometri in solitaria sulla salita di Monte Sant'Angelo. L’irlandese Seamus Elliott, evaso dal gruppo assieme al bresciano Ernesto Bono, raggiunse e staccò tanto Dewolf quanto il compagno di fuga e transitò primo sul GPM, guadagnando l'abbuono di 30". Bobet passò in cima alla salita col gruppo ad 1’45" di ritardo. Negli ultimi 20 chilometri, l'irlandese aumentò ancora il suo vantaggio. All’arrivo vincente di Manfredonia, Elliot anticipò il gruppo con Bobet di 2’59”. Coi 30” d’abbuono conquistati al GPM, l’irlandese divenne il nuovo leader della classifica.

Sul vincitore.
[Immagine: 1235123468ELLIOTT%20Seamus%20-%208.jpg]
Seamus Elliott nacque il 4 giugno 1934 a Dublino, ed ivi è deceduto il 4 maggio 1971. Passista. Professionista dal 1956 al 1967 con 57 vittorie. È da considerarsi, a tutti gli effetti, l'antesignano del ciclismo in una terra, l'Irlanda, che ai suoi tempi vedeva questo sport come un fatto straordinariamente raro e che poi, dietro il suo esempio, riuscì a portare alla massima notorietà due autentici campioni: Stephen Roche e Sean Kelly.
Seamus Elliott non fu un campione della levatura dei suoi delfini, ma ha lasciato la sua bella traccia nella storia del pedale. Un corridore ardimentoso, coraggioso e tenace, discretamente veloce e con la qualità di sapersi districare come pochi nel difficile ruolo di gregario, a quei tempi assai più complicato rispetto ad oggi. Il fatto che Anquetil, non un capitano qualunque, lo abbia sempre definito come prezioso e difficilmente sostituibile, la dice lunga sulla bravura di Seamus. 
Nella storia di questo irlandese bruno, i tratti antropologici della sua terra, salvo la tipica tenacia di quei luoghi, si son sempre visti poco. In lui, invece, traspariva un velo di tristezza ed un  portamento a volte premonitore di una costrizione. Il ciclismo, per Elliott, era un mestiere visto e vissuto come uno strumento per vivere il futuro un po' meglio, attraverso una base che gli poteva servire per fare poi altro. Era quel mestiere che gli era venuto dalle gambe forti e dalla voglia di mettersi alla prova, senza perdere del tempo inutile, e da vivere con pragmatismo. Ma quel velo di tristezza, forse, significava quel qualcosa in più che le strade, le ruote, l'ambiente, non han saputo leggere e che la sua tristissima fine, nei modi e nella violenza in cui è avvenuta, eleva come un dubbio che mai sarà risolto. All'indomani della sua vittoria nel campionato irlandese dei dilettanti, colta a soli 19 anni, Seamus, capì che per fare il corridore doveva emigrare e si trasferì in Francia. Nel 1956 passò professionista, divenendo ben presto un luogotenente di Jacques Anquetil. Per le sue buone doti sul passo e l'ottimo spunto veloce, seppe collezionare una bella serie di successi, soprattutto nei primi anni sessanta. Di nota le vittorie nel Gran Premio Sigrand ('58), G.P. Nizza ('59), G.P. Peugeot ('60), GP Ockers ('60), G.P. St Raphael ('61), G.P. Danainx ('63), nel Giro di Morbihan '64, nel Tour de l'Oise '65 e nella tappa di Roubaix, al Tour de France del '63. In Belgio vinse l'Het Volk ('59), in Algeria il G.P. di Algeri ('56), in Gran Bretagna vinse il G.P. dell'Isola di Man, due volte: nel '59 e '64. In Spagna, giunse terzo nella classifica finale della Vuelta del 1962, in cui vinse una tappa, ed un'altra tappa la vinse nel '63. In Italia, si segnalò diverse volte e trionfò nella frazione Trieste-Belluno del Giro '60. Nel 1962, ai Mondiali di Salò, mentre si trovava in fuga solitaria, fu beffato in contropiede dall'amico francese, ed ex minatore, Jean Stablinski, giungendo così secondo. Sull'episodio han girato a lungo delle voci: c'è chi parlò di accordo tacito fra i due e chi, invece, sosteneva che l'irlandese fosse stato giocato dall'amico. I due han sempre dato delle versioni poco convincenti, ma è pur vero che il più forte in corsa, quel giorno, fu proprio il francese. Insomma un ruolino di tutto rispetto, per un atleta che, in vita, ha fatto tanti sacrifici per riuscire ad emergere nello sport che più amava e verso il quale era più tagliato. Lasciò l'attività agonistica, di fatto, nel 1966, dopo aver colto, anche nell'ultima stagione, altri cinque traguardi minori. Staccò la licenza ancora per qualche anno, ma le sue apparizioni non furono più quelle di un professionista. In terra britannica, per l'originalità che ha sempre accompagnato il ciclismo, era possibile. Il 4 maggio 1971, dopo aver aperto un'officina, fu ritrovato morto nel garage di casa, ucciso da un colpo di arma da fuoco. Non si trattò di un delitto, ma di una sua scelta.

Ordine d’arrivo:
1° Seamus Elliott (Irl) km 188,4 in 5h26’19”; 2° Muguel Poblet (Esp) a 2’59”; 3° Dino Liviero; 4° Vito Favero; 5° Emile Daems (Bel); 6° Adriano Zamboni; 7° Armando Pellegrini 8° Michele Gismondi; 9° Giancarlo Gentina; 10° Addo Kazianka; e atri undici corridori fra i quali Bobet.

Sesta tappa: Manfredonia-Foggia
La sosta a Manfredonia, prima del via della frazione ciclo-motoristica, in parte in linea e per la gran parte  dietro Lambrette, che doveva durare mezz'ora, venne prolungata per attendere l'arrivo dei ritardatari, fra i quali Baldini e lo stesso animatore della tappa conclusa Dewolf. Durante questo intermezzo l'ex campione mondiale Georges Speicher, direttore sportivo dell’Helyett, la squadra del nuovo leader Elliott, venne  derubato del portafogli con tenente oltre centomila franchi francesi, il passaporto, il libretto di circolazione ed altri documenti personali. Purtroppo, il disappunto di Speicher, trovò un seguito più tardi, perché Elliott nella prova dietro motori, perse tanto tempo, mentre Bobet, più che mai a suo agio in questa specialità, non solo riprese all’irlandese il lieve ritardo dei 13 secondi, ma gli inflisse un distacco di 4’22”. Bobet non solo riconquistò la leadership della corsa, ma vinse come era nelle previsioni di tutti anche la frazione. Bravissimo ancora una volta il giovane Brugnami, il primo degli italiani, classificatosi secondo, a 49" dal francese. 

Ordine d’arrivo:

1° Louison Bobet (Fra) km 39,6 in 51’01” alla media di km 48,421; 2° Carlo Brugnami a 49”; 3° Wout Wagtmans (Ned) a 1’15”; 4° Emile Daems (Bel) a 1’52”; 5° Adriano Zamboni a 1’59”; 6° Miguel Poblet (Esp) a 2’01”; 7° Bruno Monti a 2’12”; 8° Armando Pellegrini a 2’12”; 9° Pierino Baffi a 2’12”; 10° Alfredo Sabbadin a 2’15”.  

Classifica generale dopo la terza giornata:
1° Louison Bobet in 17h38’52”; 2° Wout Wagtmans (Ned) a 2’19”; 3° Emile Daems (Bel) a 3’07”; 4° Carlo Brugnami a 3’15”; 5° Seamus Elliott (Irl) a 4’09”; 6° Adriano Zamboni a 4’15”; 7° Miguel Poblet (Esp)a a 5’05”; 8° Jos Hoevenaers (Bel) a 5’10”; 9° Alfredo Sabbadin a 5’37”; 10° Pierino Baffi a 7’18”.

Settima tappa: San Severo-Pescara
Per venire alla breve cronaca della giornata, va detto che la semitappa mattutina era cominciata, e proseguita per oltre cento chilometri, all'insegna della più cordiale “non  belligeranza”, con l'eccezione di un breve scatto di Zoppas e, fra la meraviglia generale, di Baldini. Un po' perché ancora affaticati dalla dura tappa del giorno prima, ed un po’ per il gran caldo estivo, più che primaverile. Fu sulla salita di Vasto, che la corsa si ravvivò di colpo, entrando nella fase risolutiva. Vito Favero, aveva appena vinto il traguardo volante posto nel citato centro abitato, quando dal gruppo, che s’era allungato nella successiva discesa, il veneto Arrigo Padovan, giocando d'audacia, com'era suo costume, se ne andò come un dannato. Sollecito, Pierino Baffi gli corse appresso e, assieme, iniziarono una fuga alla quale, un paio di chilometri dopo, si aggiunsero Bobet, Brugnami, Wagtmans, Hoevenaers e Gouget. La corsa si fece allora velocissima. Dal gruppo, appena rimessosi dalla sorpresa, uscirono altri sei: due italiani, Liviero e Benedetti e quattro stranieri, Poblet, Elliott, Stablinski e Daems. La lotta si restrinse fra il gruppo dei sette battistrada, ed i sei che gli davano la caccia. Per oltre mezz'ora il distacco fra gli uni e gli altri, oscillò sul mezzo minuto per poi aumentare notevolmente fino al punto che gli inseguitori furono ripresi dal grosso. I sette  andarono così allo sprint decisivo, dove Pierino Baffi fece valere i diritti del suo spunto velocistico.

Ordine d’arrivo:

1° Pierino Baffi km 167 in 5h10’06” alla media di 33,860 kmh; 2° Louison Bobet (Fra); 3° Arrigo Padovan; 4° Carlo Brugnami; 5° Jos Hoevenaers (Bel); 6° Wout Wagtmans (Ned); 7° Pierre Gouget (Fra) a 15”; 8° Rino Benedetti a 3’14”; 9° Dino Liviero; 10° Seamus Elliott (Irl).

Ottava tappa: Pescara-Circuito del mare dietro moto
Dopo mezzora di sosta, venne data la partenza per il settore dietro motori, su sei giri di un circuito, per 25 chilometri e mezzo totali. All'agganciamento con la Lambretta, Wagtmans e Brugnami furono più svelti di Bobet e, al termine del primo giro, lo precedettero rispettivamente di 3 e 4 secondi. Poi, il francese si portò al comando, coprendo il terzo giro alla velocità di 58,395 kmh, senza più lasciarlo, mentre alle sue spalle, il bravo Brugnami, superò Wagtmans, per poi cadere al penultimo giro, a causa di una foratura. Sfortuna nera davvero. Spuntò allora Zamboni che, superati l'olandese e lo sfortunato compagno di squadra, andò ad insidiare addirittura il successo di Bobet, il cui vantaggio all'arrivo, fu di soli 2".

Ordine d’arrivo:
1° Louison Bobet (Fra) km 25,5 in 26’36” alla media di 56,807 kmh; 2° Adriano Zamboni a 2”; 3° Wout Wagtmans (Ned) a 22”; 4° Miguel Poblet (Esp) a 59”; 5° Jos Hoevenaers (Bel) a 1’04”; 6° Rino Benedetti a 1’05”; 7° Carlo Brugnami a 1’07”; 8° Alfredo Sabbadin a 1’07”; 9° Pierino Baffi a 1’15”; 10° Dino Liviero a 1’30”.

Classifica generale dopo la quarta giornata:
1° Louison Bobet in 23h15’54”; 2° Wout Wagtmans (Ned) a 3’11”; 3° Carlo Brugnami a 4’22”; 4° Jos Hoevenaers (Bel) a 6’14”; 5° Emile Daems (Bel) a 7’52”; 6° Pierino Baffi a 8’33”; 7° Miguel Poblet (Esp) a 9’18”; 8° Seamus Elliott (Irl) a 9’36”; 9° Rino Benedetti a 12’19”; 10° Adriano Zamboni a 12’29”.

Nona tappa: San Benedetto del Tronto-Rimini
Alla partenza da San Benedetto del Tronto i corridori giunsero più stanchi del solito, essendoisi sobbarcati sessanta chilometri in auto da Pescara dove avevano pernottato. Il tratto sul mezzo aveva sconvolto preparativi, massaggi e colazione. Fatto sta, che per buoni tre quarti, la corsa rimase sonnolenta. Poi a poco più di trenta chilometri dall'arrivo, lo scoppio di una gomma, costrinse Bobet a mettere piede a terra. L'allarme venne subito dato, e un sussultò scompaginò la comitiva. Poblet e i suoi, Wagtmans e i suoi, Brugnami e i suoi, tutti quanti, insomma, gli si coalizzarono contro, per metterlo in difficoltà, magari impedirgli di rientrare, farlo cadere nello stesso trabocchetto che fu fatale allo spagnolo nella prima tappa... Ma non ci riuscirono. In meno di 15" la ruota nuova era già al suo posto e Bobet in sella. Lanciato all'inseguimento, prima dietro le protettrici ruota dei suoi gregari e poi da solo, in meno di cinque minuti, ritornò in gruppo. Ad una ventina di chilometri da Rimini,la corsa abbandonò la Litoranea per andare verso l'interno, lungo una strada secondarla e in salita. Sotto l'impulso di Sabbadin, il gruppo si allungò. In breve, in  testa, si trovarono una decina di corridori, fra cui Coletto, Brugnami, Stabllnsky, Poblet, Favero e, naturalmente, Bobet. Nella discesa, polverosa e sassosa, Favero e Coletto tentarono il colpaccio, ma dopo dieci minuti di caccia gli inseguitori li ripresero. A quel punto l'andatura diminuì, per preparare l’imminente volata e ne approfittò il redivivo Baldini per rientrare anche lui, con altri ritardatari. La volata decisiva con Poblet presente, non poteva aver altro risultato che una sua vittoria. I principali battuti, Pellegrini e Benedetti.

Ordine d’arrivo:

1° Miguel Poblet (Esp) km 197,5 in 5h16’57” alla media di 37,387 kmh; 2° Armando Pellegrini; 3° Rino Benedetti; 4° Federico Galeaz; 5° André Vlayen (Bel); 6° Silvano Ciampi; 7° Dino Liviero; 8° Vito Favero; 9° Arrigo Padovan; 10° Emile Daems.

Decima tappa: Rimini-Circuito del mare dietro moto
La prova dietro Lambrette, partita la fatidica mezzora dopo, diede anch’essa il risultato previsto: 1° Bobet, a mani alte, come suol dirsi. E' vero che alla presa degli allenatori, altri furono più svelti di lui, come dimostrò il passaggio del primo giro, dove al comando s’era collocato Zamboni, seguito a 9" da Daems, a 10" da Baffi, a 12" da Wagtmans, ed a 13", appunto, dal francese. Ma già al passaggio successivo, il leader della classifica era già salito al secondo posto. Indi, girando sempre più veloce, con un quarto giro alla media record di 56 chilometri e 840 metri, si portò in testa, per vincere, naturalmente. 

Ordine d’arrivo:

1° Louison Bobet (Fra) km 21,5 in 23’41” alla media di 54,721 kmh;  2° Adriano Zamboni a 3”; 3° Wout Wagtmans (Ned) a 13”; 4° Emile Daems (Bel) a 21”; 5° Miguel Poblet (Esp) a 30”; 6° Rino Benedetti a 1’03”; 7° Alfredo Sabbadin a 1’05”; 8° Carlo Brugnami a 1’08”; 9° Agostino Coletto a 1’17”; 10° Jean Stablinski (Fra) a 1’18”.

Classifica generale dopo la quinta giornata:
1° Louison Bobet in 28h56’32”; 2° Wout Wagtmans (Ned) a 3’24”; 3° Carlo Brugnami a 5’30”; 4° Jos Hoevenaers (Bel) a 7’47”; 5° Emile Daems (Bel) a 8’13”; 6° Miguel Poblet (Esp) a 9’48”; 7° Pierino Baffi a 10’07”; 8° Seamus Elliott (Irl) a 12’11”; 9° Rino Benedetti a 13’21”; 10° Adriano Zamboni a 13’31”.

Undicesima tappa: Rimini-Riccione
La prova mattutina, ebbe un andamento “classico” per la morfologia dell’’itinerario, con la formazione all'avanguardia di un gruppo d'una decina di corridori sulla salita di San Marino, a circa metà percorso, valevole per il GPM (dove passò primo Alfredo Sabbadin davanti a Daems, Galeaz, Dewolf, Favero ed altri, fra cui Poblet e Bobet), ed un epilogo ancor più normale col successo di Poblet in volata, sui suoi compagni di fuga e qualche altro sopraggiunto nella parte finale della corsa. Fu nell'avvicinarsi a Riccione, che si ebbero le prime avvisaglie del “tornado”, che di lì a poco si sarebbe rovesciato sulla carovana. Quando i quattordici del gruppo di testa, appena protetti dal riparo dei palazzi e dei grandi alberghi, sbucarono sul lungomare, vennero investiti da un vento furioso, che letteralmente li bloccò. I corridori barcollarono, poco mancò che cadessero, finché, riavutisi dalla sorpresa, al meglio del poco possibile, si accinsero alla volata, ma appena entrati sul rettilineo, incontrarono le raffiche gelate che soffiavano al loro massimo, facendo fuggire i pochi spettatori presenti, e mettendo lo scompiglio negli addetti all'ordine. L'arrivo, comunque, fu regolare; sia per il primo gruppo che per i seguenti, anche se ad un comprensibile rallentatore, con tanto di ovvia goffaggine. Immediatamente dopo il passaggio della  linea, andarono tutti a ripararsi all'interno degli alberghi, a rifocillarsi, a riscaldarsi e ad iniziare le discussioni se, col maltempo sempre più imperversante, lo svolgimento del tratto dietro motori, fosse o no possibile. 

Ordine d’arrivo: 

1° Miguel Poblet (Esp) km 112 in 2h55’33” alla media di 36,875 kmh; 2° Adriano Zamboni; 3° Emile Daems (Bel); 4° Vito Favero; 5° Alfredo Sabbadin; 6° Michele Gismondi; 7° Jozef De Wolf (Bel); 8° Agostino Coletto; 9° Ugo Massocco; 10° Louison Bobet (Fra), 11° Hilaire Couvreur (Bel), 12° Pierre Gouget (Fra); 13° Wout Wagtmans (Ned); 14° Jean Stablinski (Fra) tutti col tempo del vincitore; 15° Ernesto Bono a 29”; 16° Rino Benedetti st; seguono a 33” 18° Jos Hoevenaers (Bel); 19° Carlo Brugnami; 20° Pierino Baffi.

Dodicesima tappa: Riccione-Circuito del mare dietro moto
La discussione continuò a lungo, ed alla fine i corridori, attraverso gli ambasciatori direttori sportivi, fecero sapere all’organizzazione, che la loro conclusione era chiara: non era pensabile svolgere una gara dietro motori in quelle condizioni, perché insisteva pericolo alla loro incolumità e lo spettacolo non sarebbe stato sui valori dello sport, ma solo circense. 
Il rappresentante dell'UVI e il direttore di corsa, condivisero tale opinione, ma dopo una riunione volante dal sapore quasi del conciliabolo, nello stretto significato del termine, finì per prevalere il parere del direttore dell’organizzazione, Natale Bertocco, che diede ordine di procedere all’appello dei concorrenti. Uniche concessioni: la riduzione dei giri da  percorrere, da sei a quattro e lo svolgimento della corsa in due batterie, composte, la prima, dalla ventunesima posizione in classifica fino all’ultima, e, la seconda, coi primi venti della “generale”. Il vincitore e la graduatoria della frazione sarebbero usciti dal crono d’ognuno. I primi venti corridori, i più forti in tutto, anche come fama, potere d’impatto esperienza e loquela, non accettarono quella decisione e minacciarono una forma di protesta clamorosa. Fatto sta, che la prima batteria si svolse regolarmente, perlomeno per quello che poteva uscire da condizioni atmosferiche estreme, ed obiettivamente pericolose. Vinse il milanese Alfredo Bonariva che ebbe ragione dei ben più illustri Arrigo Padovan, Luigi Tezza, Guido Messina e Virginio Pizzali. Quando fu il momento della seconda batteria, gli assi, tutti uniti, partirono a passo turistico, non s’agganciarono alle Lambrette, e conclusero la prova in un tempo più che doppio rispetto ai colleghi della prima batteria. Protesta dunque c’era stata, idem la conseguente frittata. Ovviamente, erano giunti tutti fuori tempo massimo e il regolamento prescriveva l’esclusione di questi corridori dalla corsa. Nuove discussioni infuocate e per risolvere la situazione, ed evitare di proseguire la manifestazione con i corridori ridotti della metà e senza gli “assi”, ove il regolamento fosse stato, come si doveva, strettamente applicato, dopo una lunga e tempestosa riunione, la giuria trovò una soluzione di compromesso, che, pur incolpando i ciclisti della seconda batteria di grave atto di indisciplina, lì deferì alla Commissione professionistica dell'UVI*, per i provvedimenti del caso, ma li autorizzò a proseguire la gara. La classifica generale venne dunque stabilita in base ai tempi impiegati nella prova motorizzata, come nulla di irregolare fosse successo, ed alla fine, visti i vantaggi che perlomeno i primi dieci avevano nella generale, la graduatoria cambiò di poco. Un compromesso ridicolo, che non fece onore a nessuno, ma che dimostrò quanto il potere dei corridori fosse forte, niente a che vedere, dunque, con quel ruolo di  porta-schiaffi che siamo abituarti a constatare oggi. 

*Note: la Commissione professionistica dell’UVI, stabilì una decina di giorni dopo, per i corridori deferiti, pur considerando la giustezza della loro proposta di sospensione della frazione, una serie di multe che, su una somma complessiva di 900 mila lire, circa 26mila euro odierni, colpì soprattutto Adriano Baffi (quale maggior istigatore della protesta) con 200mila lire. Tartassati pure Adriano Zamboni e Louison Bobet con 100mila, indi tutti gli altri 17 (Pellegrini, Liviero, Brugnami, Kazianka, Elliott, Poblet, Gismondi, Massocco, Sabbadin, Benedetti, Hoevenaers, Daems, Wagtmans, Coletto, Galeaz, Bono e Stablinski), con 30mila. All’organizzazione, invece,  giudicata dalla Commissione come maggior responsabile dell’accaduto, la contraddizione di una multa di sole 20mila lire. Come dire: anche allora il ciclismo era diretto “un po’…. così”, ma quelli erano comunque dei giganti rispetto ai dirigenti odierni.

Sul vincitore.
[Immagine: Bonariva_zpsoxk6b1gc.jpg?t=1546423254]
Alfredo Bonariva, è nato a Milano il 5 dicembre 1934. Passista. Professionista dal novembre 1957 al 1961, con tre vittorie. Un discreto pedalatore, con la dote migliore sul passo, che ha rischiato di passare inosservato come atleta, per l’epoca in cui ha corso, densa di grandi corridori e per aver potuto correre un solo Giro d’Italia, nel 1961 e per poche tappe, in quanto costretto al ritiro. Un acuto osservatore che ha saputo far tesoro dopo di tutto quello che il ciclismo agonistico gli aveva dato. Dopo una buona carriera fra i dilettanti, dove la Coppa Colli Briantei ‘57, rappresentò il suo migliore traguardo, ed il trampolino per il passaggio fra i professionisti, che avvenne agli sgoccioli della stagione 1957. Nel ’58 in seno alla Bianchi andò a segno un paio di volte, nel Gran Premio Somaglia e nel Circuito di Guazzora. Dopo un grigio 1959, nel 1960 fu autore di un ottimo Giro di Romagna, chiuso al 4° posto e poi, una settimana dopo, colse dietro motori, sul Circuito di Riccione, un ben augurante successo di frazione al Gran Premio Ciclomotoristico. Sembrava lanciato, invece quella vittoria fu pure l’ultima e dopo alterne fortune e partecipazioni, a fine ’61,  lasciò l’agonismo. Si rifece nel dopo, innanzi tutto avviando un negozio-officina di bici e ciclomotori in Bollate che è stato per decenni e decenni, un riferimento nel milanese. Da tecnico, invece, fu il primo a credere nel ciclismo femminile, di cui è stato una figura storica, allenando per un trentennio, le migliori cicliste italiane.

Ordine d’arrivo:
1° Alfredo Bonariva km 12,4, in 15’05’, alla media di 49,352 kmh; 2° Arrigo Padovan a 16”; 3° Luigi Tezza a 18”; 4° Guido Messina a 29”; 5° Virginio Pizzali a 37”; 6° Pierre Gauget (Fra) a 46”; 7° Silvano Ciampi a 1’01”; 8° Pietro Zoppas a 1’14”; 9° Willy Haelterman (Bel) a 1’23”; 10° Hilaire Couvreu (Bel) 1’29”.

Classifica generale dopo la sesta giornata:
1° Louison Bobet in 32h14’11”; 2° Wout Wagtmans (Ned) a 3’24”; 3° Carlo Brugnami a 6’03”; 4° Emile Daems (Bel) a 7’58”; 5° Jos Hoevenaers (Bel) a 8’20”; 6° Miguel Poblet (Esp) a 9’48”; 7° Pierino Baffi a 10’40”; 8° 10° Adriano Zamboni a 13’31”; 9° Rino Benedetti a 13’50”; 10° Jean Stablinski (Fra) a 14’56”.

Tredicesima tappa: Riccione-Nocera Umbra

Con gli echi delle polemiche per i fatti del giorno precedente e, finalmente in una giornata di sole e buona temperatura, i corridori partirono da Riccione alle 8,30. La prima parte di tappa percorsa a buona andatura ma a gruppo compatto,si consumò sulla Litoranea Adriatica, fino a Pesaro e, poi, da qui, si incanalò sulla via Flaminia. Ai due terzi del percorso sul Passo della Scheggia, dov'era posto il quinto ed ultimo traguardo per il GPM il gruppo si mantenne compatto e, sulla cima di un’ascesa comunque facile, passò primo Poblet, su Benedetti. Lo sprint in salita, generò un frazionamento nel gruppo che, però, in discesa, si ricompattò. La tappa sarebbe finita ancora in volata, se a 25 chilometri dall’arrivo di Nocera Umbra, non fosse partito come in fulmine Guido Messina. Il torinese di origine sicula, ricordandosi di essere stato inseguitore storico, pedalò come nelle sue migliori giornate e dopo cinque anni di astinenza con la vittoria su strada, tornò al successo. La volata per il secondo posto non ci fu, nel senso più classico del termine, perché il traguardo era posto su una bell’ascesa che tarpò le ali ai velocisti puri. Tant’è che la piazza d’onore, andò ad un uomo di ben altro spessore, come il francese Jean Stablinski e terzo finì un grande corridore come stava dimostrando d’essere, il belga Emile Daems.

Ordine d’arrivo:
1° Guido Messina km 150 in 4h16’52” alla media di 35,037 kmh; 2° Jean Stablinski (Fra) a 1’22”; 3° Emile Daems (Bel) a 1’26”; 4° Addo Kazianka id; 5° Pierino Baffi a 1’27”; 6° Federico Galeaz a 1’31”; 7° Adriano Zamboni a 1’32”; 8° Agostino Coletto a 1’34”; 9° Rino Benedetti id; 10° Alfredo Sabbadin id. …12° Carlo Brugnami a 1’37”; 13° Wout Wagtmans (Ned) a 1’37”; 14° Louison Bobet (Fra) a 1’39”; ….18 Miguel Poblet (Esp) a 1’43”.

Classifica Finale del Gran Premio della Montagna:
1° Miguel Poblet (Esp) punti 8; 2° Henri Dewolf (Bel) punti 7; 3°  Louison Bobet (Fra) punti 6; 4° Seamus Elliott (Irl), Wout Wagtmans (Ned), Alfredo Sabbadin ed Emile Daems (Bel) punti 5. 

Quattordicesima tappa: Foligno-Spoleto, crono dietro moto
Nel pomeriggio, stavolta con un intervallo più ampio, per la particolare morfologia della frazione motorizzata, si ebbe la riprova della bravura del leader Louison Bobet. La Foligno-Spoleto infatti, pur da compiere al rullo delle Lambrette, fu una cronometro che, di fatto, confuse un poco quelle che erano le risultanze classiche delle frazioni motorizzare, Luison Bobet a parte, naturalmente. Per gli italiani, si ebbe la conferma delle  ottime qualità di Carlo Brugnami, che finì secondo a 17” dall’asso francese e di Adriano Zamboni, terzo, a 28”. Incredibile la folla presente.

Ordine d’arrivo:
1° Louison Bobet (Fra) km 26 in 23’41” alla media di 63,868 kmh; 2° Carlo Brugnami a 17”; 3° Adriano Zamboni a 28”; 4° Miguel Poblet (Esp) a 45”; 5° Emile Daems (Bel) a 1’03”; 6° Dino Liviero a 1’17”; 7° Jos Hoevenaers (Bel) a 1’23”; 8° Alfredo Sabbadin a 1’47”; 9° Pierino Baffi a 1’56”; 10° Rino Benedetti a 1’59”.

Classifica generale dopo la settima giornata:
1° Louison Bobet (Fra) in 36h56’23”; 2° Wout Wagtmans (Ned) a 5’32”; 3° Carlo Brugnami a 6’18”; 4° Emile Daems (Bel) a 8’48”; 5° Jos Hoevenaers (Bel) a 9’49”; 6° Miguel Poblet (Esp) a 10’07”; 7° Pierino Baffi a 12’24”; 8° Adriano Zamboni a 13’52”; 9° Rino Benedetti a 15’29”; 10° Jean Stablinski (Fra) a 17’03”.

Quindicesima tappa: Spoleto-Roma
La giornata conclusiva del GP Ciclomotoristico 1960, s’aprì alle 11 del mattino, con un tempo davvero inclemente: pioggia e vento contrario che non potevano che rendere difficile la marcia di corridori comunque stanchi, per le difficoltà di una prova anomala e stressante come quella del Corriere dello sport. Si attendeva la volata di Poblet in Roma, ed invece al traguardo per disputarsi la vittoria, si presentarono due corridori, Alfredo Sabbadin e l’anziano belga Hilaire Couvreur. La coppia era fuggita al km 27 sullo slancio di un traguardo volante, vinto da Sabbadin proprio su Couvreur. E dopo 127 chilometri d’avanscoperta, i due arrivarono al traguardo finale, finalmente col tempo un poco migliore. Ma il risultato agonistico non cambiò: vinse nuovamente Sabbadin, sul “vecchio” belga.  A 2’26”, Rino Benedetti regolò il gruppo.

Ordine d’arrivo:
1° Alfredo Sabbadin (Philco) km 154 in 4h16’51” alla media di 35,800 kmh; 2° Hilaire Couvreur (Bel -Fynsec) st; 3° Rino Benedetti (Ghigi) a 2’26”; 4° Armando Pellegrini (Emi); 5° Emile Daems (Philco); 6° Federico Galeaz (Torpado); 7° Miguel Poblet (Esp-Ignis); 8° Arrigo Padovan (Gazzola); 9° Pierino Baffi (Ignis); 10° André Vlayen (Bel-Molteni).

Sedicesima tappa: Roma-Circuito dell’Eur dietro moto
Il Gran Premio Ciclomotoristico delle Nazioni, che tante diatribe e polemiche aveva sollevato, terminò sui viali dell’Eur, in un apposito circuito da percorrere dietro Lambrette. Fu una conclusione spettacolare, che si concluse con la sorpresa di vedere il dominatore del Gran Premio mancare la vittoria nella frazione conclusiva. A battere Bobet, ci pensò il giovane e piccolo belga Emile Daems, autore di una prestazione maiuscola, che solo talune curve ad angoli piuttosto stretti impedì una media oraria sui 65 kmh. Vinse a quasi 58, e si capì che la squadra italiana della Philco, aveva fatto una gran cosa ad assumerlo. Detto di Bobet secondo, ma grande vincitore con un perentorio bis al Ciclomotoristico, l’interesse del pubblico, davvero incredibile e festoso, si mosse tutto sul   tentativo del giovane Carlo Brugnami - che alla fine sarà 4°, un secondo dietro al compagno della Torpado, ottimo pure lui, Adriano Zamboni - di scalzare dal secondo posto della classifica Wout Wagtmans, l’anziano olandese, vincitore nel ’57, nonché valente stayer. Sui sei giri del circuito per complessivi 24 km, Brugnami entusiasmò gli spettatori, debitamente avvertiti dallo speaker, relativamente ai distacchi che stava infliggendo all’avversario. Purtroppo alla fine, il giovane italiano, rosicchiò solo 19”, insufficienti per giungere al posto d’onore, ma restava senza ombra di dubbio la rivelazione della corsa, così come lo era stata circa un mese prima, alla Mentone-Roma. Per Bobet, infine, il secondo successo al Ciclomotoristico, pur continuando a correre un paio d’anni, rappresentò quasi un “canto del cigno”, dopo una luminosa e lunga carriera.  

Sul vincitore.
[Immagine: 14042210971453DAEMSEmile.jpg]
Emile Daems nacque a Genval il 4 aprile 1938. Completo. Alto 1,64 metri per 63 kg. Professionista dal 1959 al 1966 con 55 vittorie. Un brevilineo compatto, veloce, persino potente, con un carattere fortissimo, ed una simpatia evidente. Passò professionista con un palmares da predestinato e nei soli sei anni e mezzo trascorsi nell'elite, mantenne le promesse. Si scontrò con Van Looy, a cui non giurò fedeltà in occasione dei mondiali di Sachsenring. Fu l'unico a contrastarlo in patria volgendogli la faccia e questo fatto gli rese l'antipatia, ma pure il rispetto del Sire di Herentals. Ma in quel duello, per un paio d’anni Emile non uscì sconfitto. Agli esordi vinse alcune medie classiche belghe ed al primo anno da totale prof, si ribadì nelle corse fiamminghe, conquistò due tappe al Giro e l'Appennino, quindi il gran finale col trionfo nel Giro di Lombardia che, per la prima volta affrontò il "muro" di Sormano. Nel '61, vinse il Giro di Sardegna che, nelle dizioni fino agli anni settanta aveva un cast da grande manifestazione, diverse corse in patria, nonché l'allora prestigioso Giro del Ticino. Imperiale nel '62, dove si impose nella Milano-Sanremo. Alla Roubaix, solo Van Looy lo anticipò, ma dopo il traguardo gli disse che si sarebbe vendicato l'anno successivo. Fu poi protagonista al Tour de France, con tre tappe all'attivo e la vittoria nella mitica Briancon, dopo aver scalato il Col di Restefond, il Vars e l'Izoard. Il carattere del Daems si vide nel '63, quando vinse proprio la Roubaix, superando allo sprint il rivale Van Looy. Vendetta era fatta. Nel '64, complici diversi contrattempi fisici s'aggiudicò qualche gara fiamminga e l'anno successivo, dopo 4 stagioni in squadre italiane o francesi, ritornò in patria, ma una grave caduta alla Sei Giorni di Bruxelles, pose di fatto fine alla sua carriera.

Ordine d’arrivo:
1° Emile Daems (Bel-Philco) km 22 in 23’14” alla media di 57,331 kmh; 2° Louison Bobet (Fra-Mercier) a 16”; 3° Adriano Zamboni (Torpado) a 19”; 4° Carlo Brugnami (Torpado) a 20”; 5° Miguel Poblet (Esp-Ignis) a 26”; 6° Wout Wagtmans (Ned-Molteni) a 47”; 7° Michele Gismondi (Gazzola) a 57”; 8°Jos Hoevenaers (Bel-Ghigi) a 1’02”; 9° Rino Benedetti (Ghigi) a  1’23”; 10° Pierino Baffi (Ignis) a 1’25”; 11° Armando Pellegrini (Emi) a 1’38”; 12° Alfredo Sabbadin (Philco) a 1’46”; 13° Dino Liviero (Torpado) a 1’50”; 14° Pierre Gouget (Fra-Mercier); 15° Agostino Coletto (Ghigi) a 1’58”; 16° Addo Kazianka (Emi) a 2’02”; 17° Arrigo Padovan (Gazzola) a 2’20”; 18à Jean Stablinski a 2’35”.

[Immagine: Lorenzetti_zpsfb1eyjm6.jpg]
L’allenatore di Louison Bobet, il “mago” dei “pacer” per le corse su strada, il francese Hugo Lorenzetti. Proveniente da una famiglia di Torino, emigrata in Francia 2 anni prima della sua nascita. Qui lo vediamo, su pista, nell’arte del mestiere, allenare il Campione di Francia degli Stayer Robert Varnajo.

[Immagine: Bobet%20premio_zpspw2y5i1w.jpg?t=1546423261]
Il francese Louison Bobet alla cerimonia dopo il bis al Ciclomotoristico

Classifica Generale Finale:
1° Louison Bobet (Fra-Mercier) km 1555 in 41h38’34”; 2° Wout Wagtmans (Ned-Molteni) a 6’19”; 3° Carlo Brugnami (Torpado) a 6’38”; 4° Emile Daems (Bel-Philco) a 8’32”; 5° Jos Hoevenaers (Bel-Ghigi) a 10’49”; 6° Miguel Poblet (Esp-Ignis) a 11’31”; 7° Pierino Baffi (Ignis) a 12’49”; 8° Adriano Zamboni (Torpado) a 14’11”; 9° Rino Benedetti (Ghigi) a 16’31”; 10° Alfredo Sabbadin (Philco) a 17’01”.

Maurizio Ricci detto Morris

.....segue
 
Rispondi


[+] A 3 utenti piace il post di Morris
#52
Un topic bellissimo, grazie Morris per avermi fatto scoprire corse di cui ignoravo totalmente l'esistenza.
 
Rispondi
#53
Trentanovesima Edizione 25/04-01/05 1961

La scheda del Gran Premio Ciclomotoristico, di quella che sarà lì’ultima e rimpianta edizione, si aprì fra constatazioni e critiche, come sempre del resto, nella sua storia. 
L'indubbia affermazione di prestigio a livello internazionale, ed il pubblico che stuzzicava la barba del Giro d’Italia tant’era numeroso, non era infatti servita a cancellare le polemiche. La formula non era digerita da una parte dell’osservatorio, ed indipendentemente dal peso sulle risultanze dei tratti motoristici, erano proprio questi, per la loro presenza, ad essere osteggiati. E dire che il pubblico, spesso pagante, dei circuiti da consumarsi dietro scooter, era addirittura maggiore di ogni più ottimistica previsione. In altre parole si viveva un autoctono rifiuto, unico in Europa, in quel momento storico, di una parte dell’ambiente ciclistico italiano, alla faccia di come la pensava la gente (pensiero tutt’oggi esistente, probabilmente). In più, l’ovatta da una parte ed i lanci d’eco della produzione culturale dall’altra, insistenti da sempre nei giornali, stavano iniziando a tessere, nelle loro voci centro-settentrionali, una perfida tela di distinguo sottilmente avverso all’Italia centromeridionale, aspetti poi esplosi e tradotti nelle fattucchiere insistenti nella pessima politica italiana, giunta oggi, tanto al grottesco, quanto al fallimentare. Con quel coacervo era difficile convivere, e furono questi, al pari del cambio di rotta della direzione del giornale principalmente organizzatore, a segnare la morte di una corsa originale, che dava fiato come nessuna alla sete di ciclismo del mezzogiorno d’Italia e che sviluppava, con la sua morfologia, valori tecnici eccellenti, per lo stesso intero ciclismo. 
Nel 1961, gli organizzatori affrontarono ulteriormente, cercando di porre i necessari correttivi, all’unico vero ed in parte giustificabile motivo di critiche intelligenti e oneste: il peso del tratto motoristico sulla corsa. E lo fecero tornando in parte all'antico, attraverso agganci al rullo dei mezzi meccanici volanti, ovvero nei finali di  tappa, istituendo particolari abbuoni, sia sotto gli striscioni del Gran Premio della Montagna (un minuto al primo e mezzo al secondo), come già era avvenuto, nonché ai traguardi delle tre tappe che sarebbero state disputate completamente in linea. Riducendo la lunghezza delle frazioni, ed andando incontro ai corridori circa l’asprezza dei tempi di corsa nel segmento giornaliero. Ne uscirono sette giorni di gara, nove tappe, per complessivi 1309 chilometri. 
Quarantaquattro ciclisti, suddivisi in undici squadre risposero all’appello, fra questi, facevano spicco, fra gli italiani i vari, Carlesi, Venturelli, Zamboni, Battistlni, Massignan, Trapé, Brugnami, Ronchlni e Martin, mentre fra gli stranieri, i più in vista, perlomeno alla vigilia, erano Daems, Gaul, Hoevenaers, Van Aerde e Graczyk.

Prima tappa: Roma-L’Aquila
Una bella tappa, ed una bella giornata. Dopo qualche scaramuccia in apertura, la corsa visse a lungo sul coraggio del neoprofessionista abruzzese Antonio Franchi, che, andato in fuga al 14esimo km, rimase al comando per circa 90 km, fintantoché fu raggiunto da una pattuglia composta da Graczyk, Martin, Hoevenaers, Chiodini e Spinello, indi dall’intero gruppo. 
Gli abbuoni, saggiamente decisi dagli organizzatori per i vari Gran Premi della Montagna, produssero subito il loro effetto. Infatti, sulla  facile salita ai mille metri di Cella di Corno, una battaglia abbastanza vivace, condotta in particolare da Battistini, portò in testa, sia pur con lieve vantaggio, un gruppetto di otto elementi, che, al traguardo del GPM, transitarono nell'ordine: Martin, Hoevenaers, Van Aerde, Trapé. Battistini, Brugnami, Graczyk e Gaul. Martin, conquistò così il minuto di abbuono e Hoevenaers i 30 secondi. 
Il plotone si riformò compatto in discesa e sempre compatto si agganciò agli scooter, dove Gaul perse tempo, non avendo trovato subito il suo allenatore. Balzò a guidare la cavalcata Brugnami, che tenne duro sino all'Aquila. Alle sue spalle, prima si face luce Daems, poi Ronchini, che operò una splendida rimonta che gli consentì dì classificarsi al secondo posto, a 12", dall’alfiere della Torpado, splendido vincitore. 
I lievi distacchi che separarono ì migliori nella graduatoria di tappa, fecero ben  sperare per il prosieguo della corsa. Martin, giunto a l’Aquila con un ritardo di 1’09”, con l’abbuono guadagnato su Cella di Corno, si collocò al 2° posto nella Generale.

Sul vincitore.
[Immagine: 1293870201BRUGNAMI%20Carlo%20-%203.jpg]

Nato il 30 settembre 1938 a Corciano (PG) ed ivi deceduto il 2 febbraio 2018. Passista-scalatore, altezza m. 1,74 per kg. 67. Professionista dal 1960 al 1965 con 3 vittorie. Corridore elegante e bravo nell'emergere nelle corse più dure. Il suo curriculum non lascia tracce pari alla tangibilità dimostrata nel ciclismo della prima metà degli anni sessanta. Silenzioso, arrivava sempre, anche se ha fatto attendere invano l'acuto che, se giunto, avrebbe sicuramente allungato la sua permanenza nel pedale professionistico. 
Buon dilettante, passò nell'elite ci-clistica nel 1960, all'interno della Torpado. Il suo debutto fu più che buono, grazie ai successi nel GP Roveta di Altopascio e nel Circuito di Avezzano, ma, soprattutto, per i diversi piazzamenti. Finì infatti secondo nella Mentone-Genova-Roma, terzo nel Giro del Piemonte e nel Giro dell'Emilia, nonché nella classifica finale del GP Ciclomotoristico. 
All'estero, colse i secondi posti nel GP Monaco e nel GP Nizza. Fu più che discreto anche al Giro d'Italia, chiuso 15°. Si  guadagnò poi l'azzurro per i mondiali di Hohenstein, dove giunse 31°. Nel 1961, vinse la tappa Roma-L'Aquila del GP Ciclomotoristico delle Nazioni, ed i suoi piazzamenti furono ancor più consistenti. Al Giro d'Italia, che chiuse 9°, giunse 2° nella tappa di Trento e 6° nel tappone dello Stelvio che si concluse a Bormio. Si guadagnò la chiamata in Nazionale per il Tour, dove, prima di abbandonare (12a tappa) a causa di una indisposizione, fece in tempo a cogliere due terzi posti a Roubaix e Torino, un quarto a Charleroi, un quinto a Belfort ed il decimo nel tappone di St Etienne. Chiuse la stagione con il quinto posto nel Giro dell'Emilia ed il quarto nel Giro di Lombardia. Nel 1962, col passaggio alla Philco, Brugnami era atteso all'esplosione, ma questa non arrivò. Nell'anno, solo il terzo posto nella tappa di Rieti al Giro d'Italia, poi terminato al 14° posto; il sesto della Milano Sanremo, ed un Tour de France anonimo. Il 1963 corso in maglia Gazzola, gli regalò quei piazzamenti che dimostravano la sua presenza nei quartieri alti degli arrivi, ma anche molto anonimato. Finì il Giro al 10° posto. Nel 1964, corso in maglia Lygie, l'involuzione continuò  nonostante una certa presenza nei fogli d'arrivo. Andò invece decisamente male al Giro, dove al terzo posto nella frazione di Lavarone aggiunse solo il 40° posto finale. Nel 1965, finì alla Molteni, ma anche i piazzamenti scemarono, ed a fine anno decise di smettere. La sua popolarità in Umbria però, continua tutt'oggi immutata.

Ordine d'arrivo: 
1° Carlo Brugnami km 145,9 in 3h49’16” alla media di 38,182 kmh; 2° Diego Ronchini a 12”; 3° Emile Daems (Bel) a 17"; 4° Jean Graczyk (Fra) a 23"; 5° Jo De Haan (Ned) a 34". 

Classifica generale:
1° Carlo Brugnami in 3h49'16"; 2° Walter Martin a 9" 3° Diego Ronchini a 12"; 4° Emile Daems (Bel) a 17"; 5° Jean Graczyk (Fra) a 23"; 6° Jo De Haan (Ned) a 24"; 7° Jos Hoevenaers (Bel) a 30”. 

Seconda tappa: L’Aquila-Teramo
La seconda giornata di gara s’aprì al mattino, alle 8,30, con una frazione interamente in linea di 76 km che da l’Aquila avrebbe fatto raggiungere la carovana a Teramo. Tanti abbuoni in ballo, perché al minuto finale per il primo di tappa, ed i trenta secondi per la piazza d’onore, si sarebbero aggiunte le medesime entità per il GPM di Passo delle Capannelle. E fu subito battaglia. Non appena s'abbassò la bandierina del via, infatti, scattò Chiodini, seguito da Catalano e da Liviero, ed ai due si aggiungessero anche Balmamion, Musone e Gaggioli. La reazione del gruppo fu vivacissima e in poche battute il plotone ritornò compatto. La strada quindi iniziò a salire, per portare la carovana verso il lungo, ma non duro Valico delle Cappannelle che, comunque, raggiungeva quota 1283. Se ne andarono spediti Catalano e Balmamion, senza però guadagnare un consistente vantaggio sul gruppo. Intanto dal cielo carico di nuvole nere, iniziarono a cadere frequenti scrosci di pioggia. Sulla salita, il grosso reagì sotto la guida di Carlesi e di Daems. Poco dopo Carlesi, operò  un allungo e raggiunse Catalano e Balmamion, sui quali, più avanti, si riportò anche Battistini. A due chilometri dalla vetta, le posizioni erano le seguenti: i battistrada Carlesi, Battistini, Catalano e Balmamion; indi a cinquanta metri Trapè e Franchi, a cento metri Ronchini, Martin, Daems, Brugnami e Hoevenaers, mentre il gruppo lamentò un ritardo di 45". Trapè e Franchi coronarono l'inseguimento ad un chilometro dalla vetta, dove Balmamion allungò trascinandosi a ruota Battistini e Carlesi. Gli altri componenti della pattuglia al comando si portarono però sotto e un nuovo. A quel punto, allungò Battistini, ma non ebbe fortuna. Sotto lo striscione del GPM il successo e gli abbuoni furono stabiliti da una volata che vide spuntarla Carlesi su Battistini e Balmamion. In discesa il gruppo tornò compatto. A circa quindici chilometri dall'arrivo, su un tratto in lieve salita, un nuovo tentativo di fuga da parte di Carlesi, Battistini e Balmamion, sui quali il solo Sartore fu lesto ad agganciarsi. I quattro restarono al comando per cinque chilometri e poi furono inghiottiti dal gruppo notevolmente assottigliato. A circa tre chilometri dal traguardo, Carlesi, davvero  attivissimo, giocò il tutto per tutto. La sua fu una bella azione da finisseur che gli consenti di giungere vittorioso sul traguardo finale, con 12° secondi sui 19 inseguitori, regolati da Van Aerde. Grazie ai 2 minuti guadagnati per i primi posti fra GPM e tappa, nonché i 12” sul traguardo, Carlesi, che nella prima frazione era giunto con un vistoso ritardo (5’24”), rimontò tante posizioni in classifica. Graduatoria nella quale però, perlomeno fra i primi dieci, non si registrarono sconvolgimenti. Solo Battistini e Van Aerde, grazie ai 30” d’abbuono avanzarono a danno di Ronchini, che perse il terzo posto.

Sul vincitore.
[Immagine: CARLESI%20Guido%20-%204.jpg]
Nato a San Sisto al Pino (PI) il 7 novembre 1936. Passista veloce. Professionista dal 1957 al 1966 con 35 vittorie. Il suo stile sulla bici e la sua incredibile somiglianza fisica con Fausto Coppi, valsero immediatamente a Carlesi, l'impegnativo soprannome di Coppino. Anche se dall'immenso Fausto lo divideva tantissima classe, una sua bella carriera, il "semisosia" pisano del Campionissimo, la seppe comunque fare. Avesse avuto capacità di scalatore più tangibili, avrebbe sicuramente vinto qualcosa di importante anche nelle corse a tappe, perché non gli mancavano né il fondo, né l'audacia, né la regolarità. Si segnalò giovanissimo, vincendo da indipendente il Giro delle Alpi Apuane '56, in maglia Nivea Fuchs, la formazione di Fiorenzo Magni. Nel '57, nella "Bottecchia", vinse la tappa di Porrentruy del Giro di Normandia. Passò quindi alla Chlorodont e, nel '58, vinse la tappa di Castro alla Vuelta di Spagna e la frazione di Cattolica al Giro d'Italia. Nel '59 passò alla prima formazione della Molteni, ma vinse solamente il Circuito di Collecchio. All'alba del nuovo decennio si trasferì alla  squadra che gli darà le maggiori soddisfazioni: la Philco. Vinse in quell'anno il Giro di Reggio Calabria, il Circuito di Modena e una tappa della "Quattro giorni di Dunkerque". Il 1961 fu il suo anno d'oro. Trionfò in due tappe della Mentone-Roma, una al Gran Premio Ciclomotoristico, chiuse quinto il Giro d'Italia e poi "nell'amica" terra francese, conquistò un prestigioso secondo posto al Tour, dietro Anquetil e davanti a Gaul, arricchendo la sua prestazione coi successi di tappa ad Antibes e Tolosa. Sempre sul suolo transalpino, vinse i Criterium di Bort Les Orgnes e St. Raphael, ed a fine stagione, andò in Belgio a vincere il Criterium di Baasrode.
Guido, fece un grande bottino anche nel '62: fece sua la frazione di Civitavecchia al Giro di Sardegna, indi la Sassari-Cagliari, la tappa di St. Etienne alla Parigi Nizza, il Giro di Toscana, le tappe di Nevegal e di Milano al Giro d'Italia, i Criterium di Jeumont e Charleroi e la prova di Seregno, valevole per il Trofeo Cougnet. 
Nel '63 tornò in Molteni e s'aggiudicò le tappe di Pescara e Lumezzane al Giro d'Italia, nonché, a Mirandola, la terza prova del Trofeo Cougnet. 
Ancora un cambio di maglia nel '64, con l'accasamento alla Gazzola, ma fu un anno incolore, coi soli lampi nei Circuiti di Imola e quello di casa, a San Sisto al Pino. Nel 1965, passò alla formazione con la quale chiuderà la carriera: la Filotex. Fu un'ottima annata, passata in gran parte ad aiutare il rampante Franco Bitossi. Carlesi vinse comunque le tappe di l'Aquila e Agrigento al Giro d'Italia, nonché quelle di Siebnem e Berna al Giro di Svizzera. Un sensibile calo della forma nel 1966, lo spinse a chiudere la carriera a fine stagione. Nel suo palmares fa capolino, inoltre, una serie lunghissima di secondi e terzi posti. Come dire.... che il Coppino", la sua bella traccia nel pedale l'ha lasciata.

Ordine d’arrivo:
1° Guido Carlesi km 76,400 in ore 1.52'27" alla media di 40,746 kmh; 2° Michel Van Aerde (Bel) a 12"; 3° Emile Daems (Bel); 4° Jean Graczyk (Fra); 5° Livio Trapé; 6° Dino Liviero; 7° Pietro Chiodini; 8° Mario Minieri; 9° Pietro Zoppas; 10° Federico Martin. 

Terza tappa: Teramo-Pescara
La frazione pomeridiana della seconda giornata, consisteva in 62 chilometri in linea, senza GPM inseriti, ed un tratto finale dietro scooter. Il traguardo di Pescara, non avrebbe quindi concesso abbuoni. Fu una tappa interlocutoria, anche nello stesso tratto motorizzato, anche se alla fine sconvolse la classifica in virtù del guaio di una foratura nel finale, che fece perdere la Maglia Rosso-Oro a Carlo Brugnami, perlaltro apparso meno sicuro del solito. Ad emergere fu un giovane olandese che correva in Francia e di cui si diceva un gran bene, Jo De Haan. Costui vinse, soprattutto grazie al tratto dietro moto, dove riuscì a distanziare un gruppo stranamente più compatto del solito, ed a raggiungere il srecondo posto in classifica. Graduatoria, cortissima, che vide nel belga Emile Daems, secondo al traguardo di Pescara, a 5” dal tulipano, il nuovo leader. Mentre Ronchini si riappropriò del terzo posto. 

Sul vincitore.
[Immagine: DE%20HAAN%20Johannes%20-%202.jpg]
Jo De Haan nacque a Klaaswaal (Olanda) il 25 dicembre 1936. Deceduto a Huijbergen il 19 aprile 2006. Passista. Professionista dal 1958 al 1966 con 38 vittorie. Passò nella massima categoria da campione olandese dei dilettanti e la sua completezza, faceva pensare ad una buona carriera fra i professionisti, ma fu così solo in parte. Nei suoi otto anni di permanenza nell'elite, pur raccogliendo un bottino di 38 successi, si distinse a livello internazionale, solo agli inizi. La Parigi-Tour del 1960 fu il suo gioiello. 
Altri successi di nota: il G.P. Flandria '59, il Tour de l'Oise e la Parigi Valenciennes '60, il GP d'Isbergues '61. Diverse le frazioni di brevi corse a tappe finite nel suo bottino. Fu terzo nel Giro delle fiandre nel 1961 e terzo ai Mondiali di Renaix nel 1963.
Tutte le sue vittorie.
1959: GP Flandria; tappa di St. Malo del Tour de l'Ouest; tappa di Charleville del Tour de Champagne; tappa di Epernay del Tour de Champagne; Circuit du Cher; Criterium di Rijen; Criterium di Haacht. 1960: Parigi-Tours; Parigi-Valenciennes; Tour de l’Oise; tappa di Compiègne del Tour de l’Oise; Challange de France; Criterium di Hoepertingen; Criterium di Zandvoort; Criterium di Lommel; Criterium di Saint Nazaire. 1961: GP d'Isbergues; GP Tre Città Sorelle; tappa di Pescara del GP Ciclomotoristico; tappa di Roubaix del Tour du Nord; tappa di Helmond del Giro d’Olanda; Circuit de la Vienne; Criterium di Helmond; Criterium di Sint-Truiden; Criterium di Zwevezele. 1962: tappa di Carcassonne del GP Midi Libre; 2a tappa della Vuelta a Levante; tappa di Dunkerque della Quattro Giorni di Dunkerque; Criterium di Lommel. 1963:Criterium di Sint-Jansteen; Criterium di Wavre. 1964: tappa di Dunkerque della Quattro Giorni di Dunkerque; Criterium di Ede; Criterium di Sint-Willebrord; Criterium di Eede. 1965: Criterium di Dinteloord. 1966: Criterium di Opwijk; Criterium di Grobbendonk.

Ordine d’arrivo:

1° Jo De Haan (Ned) km 87 in 2h17’31” alla media di 38,102 kmh; 2° Emile Daems (Bel) a 5”; 3° Diego Ronchini a 5”; 4° Jean Graczyk (Fra); 5° Michel Van Aerde (Bel); 6° Jos Hoevenaers (Bel); 7° Jo De Roo (Ned); 8° Livio Trapé; 9° Walter Martin; 10° Carlo Brugnami.

Classifica generale dopo la seconda giornata:
1° Emile Daems (Bel) in 7h41'46"; 2° Jo De Haan (Ned) a 2”; 3° Diego Ronchini a 3”; 4° Jean Graczyk (Fra); 5° Michel Van Aerde (Bel); 6° Walter Martin; 7° Carlo Brugnami; 8° Jos Hoevenaers (Bel); 9° Livio Trapé; 10° Jo De Roo (Ned).

Quarta tappa: Ortona-Foggia
Il Gran Premio Ciclomotoristico, corse in questa tappa, lungamente avversata dal maltempo, il serio pericolo di perdere, in un sol giorno, buona parte del suo interesse: quattro uomini, il toscano Silvano Ciampi, l’anziano belga Hilaire Couvreur, il neoprofessionista padovano Renato Spinello ed il redivivo Romeo Venturelli, andarono in fuga al 36esimo chilometro e il gruppo li lasciò tranquillamente accumulare vantaggio senza inseguire. La fortuna della corsa fu che i quattro pur tenendo una buona andatura, non si dannarono più di tanto. Soltanto Spinello, prese sempre sul serio la faccenda; Venturelli si limitò a lavorare un po' all’inizio,  Ciampi lavorò un po' verso la fine, mentre Couvreur, forse per i suoi 37 anni, o più per scelta della sua squadra, la francese Helyett, che puntava tutto su Graczyk, non tirò nemmeno un metro. Fatto sta che il poker di fuggitivi, solo grazie soprattutto al padovano, arrivò all’imboccò del circuito dell'Ippodromo di Foggia, dove i corridori erano attesi dai rispettivi allenatori su motoscooter, con un vantaggio di oltre otto minuti sul plotone e soltanto il tratto dietro motori riportò la gara in un'atmosfera, per così dire, di normalità. Ciampi prese il comando e, alla fine dei sei giri in programma, riuscì a conservare un bottino di minuti sufficiente per balzare al primo posto in classifica generale, spodestando il suo capitano Daems, e Couvreur, sia pure al piccolo trotto, fu l’unico a rimanere sulla scia dell'ex capostazione toscano. Spinello e Venturelli rivelarono invece una impressionante crisi di stanchezza e, se conservarono rispettivamente la terza e la quarta posizione, fu solo perché il loro vantaggio sul gruppo, nonostante tutto, era davvero tanto. Nel grosso, ovviamente, il tratto motorizzato fece infervorare la battaglia e ad uscirne nettamente come il migliore del lotto fu nuovamente l’olandese De Haan che, col 5° posto di tappa, andò a collocarsi alle spalle di Ciampi nella Classifica generale. Una graduatoria che, però, evidenziava ancora un bel mazzo di possibili al successo finale, tanto più in considerazione della difficile frazione, la più dura a parere degli organizzatori, che attendeva la carovana il giorno seguente.

Sul vincitore.
[Immagine: ciampi_silvano.jpg] 
Nato a Marasca San Marcelle Pistoiese (PI) il 22 febbraio 1932. Passista veloce. Alto m. 1,81 per kg. 77. Professionista dal 1957 al 1964, complessivamente ha ottenuto 18 vittorie. Dopo esser stato un ottimo dilettante dalla ruota veloce e non solo, quando passò professionista, nel 1958, con la fortissima Faema, fu autore di una stagione d’esordio eccellente. Così convincente ed esplosiva, da muovere confronti grandissimi e previsioni d’avvenire luminosissime nell’osservatorio e fra i tecnici. In quell’anno, infatti, vinse sette corse, fra le quali tre classiche italiane come il Giro del Piemonte, il Trofeo Matteotti e il Gran Premio Industria e Commercio. Per lui si spendevano accostamenti verso i grandi velocisti dell’epoca, ovvero i vari Van Looy, Van Steenbergen e Poblet, ma in realtà, Ciampi, era giunto a tanto, solo per le ragioni e le logiche della sopraggiunta maturità atletica: aveva già 25 anni compiuti e s’era forgiato nelle gare dilettantistiche che, a quei tempi, volendo viaggiare nella storia attraverso disamine semplicemente realistiche, erano perlomeno paragonabili al meglio della non certo brillante realtà professionistica odierna. Non a caso, dopo il debutto, paradossalmente si completò e si trasformò in un corridore più resistente, capace di emergere, anche se con ben altra intensità vittoriosa, su percorsi meno prevedibili per un velocista. Non a caso, nel ’59, vinse una prova come il Giro dell'Appennino, che s’è sempre distinta per essere preclusa alle semplici ruote veloci. Parimenti, iniziò prima di tanti, anche la parabola discendente di carriera. In realtà, il suo fu un processo naturale, ben diverso dalle logiche che i medici santoni, così siamesi al doping ben anni luce più potente delle amfetamine, hanno propinato ed inculcato non solo negli atleti odierni, ma pure in chi, da tempo ormai, dovrebbe osservare senza farsi prendere per i fondelli dalle ragioni della chimica, degli istrioni in camice bianco e del di questi paravento chiamato scientificità. Silvano Ciampi non divenne un Van Steenbergen, ma un buon corridore, che fa piacere ricordare e che, come tanti di generazioni lontane, ci riporta ad un ciclismo più umano, vero e decisamente più bello di ciò che oggi si è “costretti” a digerire. Ed alla storia, per i palati fini, il gagliardo Silvano, non sta sconosciuto, anzi. Tutte le sue vittorie. 1957: Giro del Piemonte;Trofeo Matteotti; Gran Premio Industria e Commercio Prato;   tappa di Ragusa al Giro di Sicilia; Circuito di Vighizzolo; GP Pontedera (Prova Trofeo UVI);  Gran Premio Lari; Circuito Busto Arsizio. 1958: tappa di Chiavari al Giro d'Italia. 1959: Giro dell'Appannino; Giro di Romagna; Giro del Piemonte. 1960: Trofeo Longines (cronosquadre). 1961: tappa di Firenze al Giro d'Italia; tappa di Foggia al Gran Premio Ciclomotoristico; tappa di Castellammare di Stabia alGran Premio Ciclomotoristico. 1962: Giro di Campania. 1963: tappa di Ginevra al Giro di Romandia. I suoi migliori piazzamenti. 1957: 2° nella Coppa Bernocchi. 1958: 3° nel Giro di Calabria. 1959: 2° nel Trofeo Matteotti. 1961: 2° nel Trofeo Fenaroli; 3°nella tappa di Mondovì alla Mentone-Roma. 1962: 3° nel Trofeo Matteotti. 1963: 2° nella tappa di Asti al Giro d'Italia; 2° nel Giro dell'Emilia; 3° nel Giro del Lazio. Ha partecipato ad otto Giri d’Italia concludendone tre, col miglior piazzamento nel 1963, quando giunse 49°. Ha corso per Faema, Bianchi, Philco e Springoil.

Ordine d’arrivo:

1° Silvano Ciampi km 207,055 in 5h08’22” alla media di 40,236 kmh; 2° Hilaire Couvreur (Bel) a 48”; 3° Renato Spinello a 4’20”; 4° Romeo Venturelli a 4’37”; 5° Jo De Haan (Ned) a 5’56”; 6° Jo De Roo (Ned) 6’40”; 7° Jean Graczyk (Fra) a 6’48”; 8° Carlo Brugnami st; 9° Walter Martin a 6’52”; 10° Michel Van Aerde (Bel) a 6’56”.

Classifica generale dopo la terza giornata:
1° Silvano Ciampi in 13h07’34”; 2° Jo De Haan (Ned) a 1’40”; 3° a pari tempo Diego Ronchini, Jean Graczyk (Fra), Emile Daems (Bel) a 2’55”; 6° Michel Van Aerde (Bel) a 3’21”; 7° Walter Martin a 3’35”; Hilaire Couvreur (Bel) a 3’36”; Carlo Brugnami a 3’39”; 10 Jos Hoevenaers (Bel) a 3’49”.

Quinta tappa: Foggia-Campobasso
Nonostante gli innumerevoli scatti, via via operati da Trapè, da Graczyk, da Hoevenaers, da Balmamion e da Massignan, il plotone restò compatto fin sulle rampe della salita che porta a Castelnuovo, dove era posto il primo GPM di giornata. Qui, Antonino Catalano operò un allungo che gli consentì di passare la vetta primo (un minuto d'abbuono) su Daems (30" di abbuono), Graczyk, Ciampi e Gaul. In discesa i ranghi tornarono  compatti, ad eccezione di De Roo, di Zorzi, di Venturelli e di Spinello che, nel frattempo, si erano ritirati.
Poco dopo Riccia, Jean Graczyk attaccò e con lui se ne andarono Pietro Zoppas e Pietro Chiodini. Poco dopo, gli unici dal gruppo che capirono il pericolo, furono soltanto Battistini e Sartore che uscirono dal grosso trascinandosi dietro i passivissimi Aldo Bolzan, un lussemburghese di chiare origini italiane e l’ormai solito “vecchietto” belga, Hilaire Couvreur. I quattro raggiunsero i tre al comando formando un drappello di sette uomini al 95esimo chilometro di corsa. Al rifornimento, ventun chilometri dopo, il vantaggio dei battistrada era di 2’40” su Casali e Minieri e di 5’ su un gruppo che pareva aver calato il sipario della propria resa. Aspetto che si confermò copioso nei chilometro successivi. Sulle rampe di Fresolone, il secondo GPM di giornata, il pavese Giuseppe Sartore, lasciò il drappello che di frantumò e al passaggio sulla cima, andò a prendersi l’abbuono di 1’), passando con 1’14” su Graczyk (30” d’abbuono), Bolzan e Battistini, 1'26” su Couvreur, 1’31" su Chiodini e 5’ 18” su Mario Minieri che aveva staccato Casali, rientrato in gruppo e Zoppas che, invece, era crollato dal  gruppetto di testa. Pur col traguardo ancora lontano, il pavese proseguì deciso, ma in vista di Campobasso, la sua resistenza crollò. Battistini lo raggiunse e andò via da solo. Graczyk, rispose una prima volta, poi mollò facendosi raggiungere da un ispirato Chiodini che, però, all’ultimo chilometro, a sua volta, crollò. Dopo un giro tortuoso all’interno della città, Battistini irruppe sulla pista dove era collocato il traguardo, dimostrando di essere l’atleta di valore che si era evidenziato, col 2° posto al Tour de France ‘60. Jean Graczyk, detto “Popof” arrivò a 46”, ma con l’abbuono e il vantaggio che la fuga aveva scavato sui primi in classifica, divenne il nuovo leader, con un vantaggio tale, da ipotecare il successo finale.

Sul vincitore.
[Immagine: 15388215081325Battistini,Graziano.jpg]
Graziano Battistini, nacque il 12 maggio 1936 a Pulica di Fosdinovo (Massa Carrara). Deceduto a Baccano di Arcola il 22 gennaio 1994. Passista scalatore. Professionista dal 1958 al 1968 con 7 vittorie. Per due anni ha iscritto il suo nome al rango dei papabili  per le grandi corse a tappe. Poi, invece, s’è ritagliato uno spazio come corridore tenace, adatto alle giornate di tregenda e con una discreta regolarità complessiva. Forse, quando da lui si attendeva il salto verso i grandi traguardi, gli è pure mancata la presenza in squadra di un corridore di lunga esperienza e ancora birra in corpo, capace di equilibrarlo nei momenti di sbandamento. Che Graziano Battistini avesse particolari attitudini per le corse a tappe, lo si era visto già fra i dilettanti, dove vinse con sicurezza le maggiori prove di tal tipo per i “puri” di allora, ovvero la Ruota d’Oro e la San Pellegrino. Ed al passaggio fra i prof nel 1959, in seno alla Legnano, riuscì a confermarle, giungendo 7° in un Giro d’Italia dal grande cast e dove si piazzò 2° nella tappa di Vasto e terzo nella “storica” di Courmayeur. La sua grande stagione fu quella del 1960. Vinse tanto, collezionò diversi piazzamenti, ed entrò nell’olimpo dei podi del Tour. 
Dopo la vittoria nella prima prova del Trofeo UVI a Lugagnano Val D’Arda e un Giro d’Italia sotto le aspettative (giunse 2° nella tappa di Belluno), si guadagnò la fiducia di Alfredo Binda e fu inserito nella Nazionale che partecipò alla Grande Boucle. Qui,  esplose ben aldilà del 2° posto finale e delle vittorie di tappa ad Angers e nella “mitica” Briancon. Diede soprattutto segni di un grande futuro possibile. Futuro che parve confermarsi con la vittoria nella Coppa Sabatini e, per quello che potevano valere, nei circuiti di Borgomanero e della Brianza. 
Partecipò poi al mondiale di Hohenstein, finendo 13°. Atteso ad un grande ’61, vinse subito la dura frazione di Campobasso, della Roma-Napoli-Roma, ma poi dal Giro, chiuso al 12esimo posto e dal Tour, dove si ritirò all’undicesima tappa, arrivarono solo piazzamenti. Nel 1962, vincendo la tappa di Sestri Levante al Giro d’Italia, provò per la prima volta l’ebbrezza di portare la maglia rosa e quando, dopo la frazione della neve sul Passo Rolle, la riconquistò, parve riassaporare l’arrivo all’olimpo. Ma fu una gioia che si incrinò assai a Casale Monferrato e si sciolse definitivamente sulle Balconate Valdostane. Fra malanni e problemi vari, s’avviò ad un lento declino attenuato da qualche piazzamento. Tornò a ruggire nel 1965, vincendo fra la neve, sul Passo dello Stelvio, una tappa del Giro d’Italia che passerà alla storia: fu infatti quella salita la prima ad essere insignita del titolo di “Cima Coppi”.  
Graziano corse fino al ‘68, ma il suo ‘60 è ancora là che si chiede dei “perché”. Terminata la carriera si impegnò nel proselitismo, poi, nel ’94, un male incurabile se l’è portato via.

Ordine d’arrivo:

1° Graziano Battistini km 209,6 in 6h41’15” alla media di 31,426 kmh; 2° Jean Graczyk (Fra) a 46”; 3° Pietro Chiodini a 1’39”; 4° Hilaire Couvreur (Bel); 5° aldo Bolzan (Lux) a 5’19”; 6° Giuseppe Sartore st; 7° Mario Minieri a 8’42”; 8° Jo De Haan a 17’08” che vinse la volata del gruppo.

Classifica generale dopo la quarta giornata:
1° Jean Graczyk (Fra) in 19h51’30”; 2à Graziano Battistini a 5’15”; 3° Hilaire Couvreur (Bel) a 5’28”; 4° Pietro Chiodini a 12’15”; 5° Silvano Ciampi a 14’27”; 6° Aldo Bolzan (Lux) a 14’54”; 7° Giuseppe Sartore a 15’19”; 8° Jo De Haan (Ned) a 16’07”; 9° Emile Daems a 16’52”; 10° Diego Ronchini a 17’22”.

Sesta tappa: Campobasso-Salerno
La conclusione della tappa del giorno precedente, col gruppo giunto ad oltre diciassette minuti, entro il quale c’erano la maglia di leader di Silvano Ciampi, l’ex Daems, nonché Carlesi e il gregario, ma forte passista, Musone, lasciò talmente l’amaro in bocca al dottor Porcellana dirigente della Philco, da spingerlo a multare, per scarso impegno, i quattro corridori. E fu una bella sberla, perché l’ammontare, a testa, fu di 200mila lire, circa 6mila euro odierni. Non fu l’unica squadra a tempestare di domande sul “perché” di quella resa, anche se non furono dichiarate multe. Resta il fatto che anche la frazione che da Campobasso portò la carovana a Salerno, con 146 chilometri in linea e poco più di 18 dietro scooter, mantenne la falsariga della precedente, lasciando intravvedere una resa al suo ormai certo trionfatore, ovvero Jean Graczyk. Il francese da par suo, per dimostrare quella superiorità che la classifica dichiarava, ma che non era stata ancora arricchita da una vittoria di tappa, pensò bene di vincere, proprio a Salerno, sfruttando al massimo il tratto dietro motori, al cui appuntamento, il gruppo giunse praticamente compatto.

Ordine di arrivo: 
1° Jean Graczyk (Fra) Km 164,2 in 4h34'35" alla media di 35,619 kmh; 2° Diego Ronchini a 17"; 3° Jo De Haan (Ned) a 28” 4° Carlo Brugnami a 1’01”; 5° Guido Carlesi a 1’05”; 6° Walter Martin a 1’'06' 7° Michel Van Aerde (Bel) a 1’07”; 8° Loris Guernieri a 1'17"; 9° Jos Hoevenaers (Bel) a 1’24”; 10° Silvano Ciampi a 1’38”.

Classifica generale dopo la quinta giornata: 
1° Jean Graczyk (Fra) 24 ore 28'5"; 2° Graziano Bat-tistini a 6'59"; 3° Hilaire Couvreur (Bel) a 7'36"; 4° Pietro Chiodini a 14'15"; 5° Silvano Ciampi 16'05"; 6° Jo De Haan (Ned) a 16'45'; 7° Diego Ronchini a 17'39"; 8° Aldo Bolzan (Lux) a 17'57"; 9° Michel Van Aerde (Bel) a 18'55' 10° Walter Martin a 19'02". 

 Settima tappa: Salerno-Castellammare di Stabia
Ormai decisa la classifica generale, la lotta per quella relativa alla graduatoria dei migliori scalatori, servì non poco ad animare le fasi iniziali della Salerno-Castellammare, che comprendeva lungo il proprio tracciato, l'ultima salita della corsa. Lo scalatore palermitano, Antonino Catalano, nonostante l’involuzione della sua carriera e le poche forze rimaste, con tanta buona volontà, si scatenò in una serie di attacchi quasi commoventi, ma quando era in fuga bucò e fu costretto a dare un malinconico addio, a ogni speranza di affermazione. Il gruppo, attraverso il paesaggio fiabesco della costa amalfitana, tornò così compatto e, solo a un chilometro dalla vetta di Sant'Agata, sede del citato GPM, Battistini scattò, senza trovare reazioni di nota. Il capitano della Legnano, passò primo in cima. Poi si rialzò e la calma ritornò in gruppo. Per assistere ad un episodio vivace, fu necessario attendere la periferia di Castellammare. Pioveva, tirava un vento veloce e Gaul, improvvisamente, dopo una corsa fin lì abulica, si mise in testa di partire all'offensiva, con grande caparbietà. Le lotta divampò, breve e violenta e fini con il proiettare in avanti due uomini, Ciampi e Hoevenaers, mentre il lussemburghese, che da tempo non lavorava così, si lasciò sorprendere al momento buono. Ciampi ed Hoevenaers, con l’italiano a tirare come un dannato, ed il belga a ruota, riuscirono ad arrivare al traguardo ed a disputare la volata decisiva e qui, nonostante il gran lavoro svolto, il toscano della Philco, decisamente più veloce, ebbe facilmente la meglio.

Ordine d'arrivo:
1° Silvano Ciampi km 82,7 in 2h31'19" alla media di 32,790 kmh (abbuono 1’); 2° Jos Hoevenaers (Bel) st (abbuono 30”); 3° Adriano Zamboni a 25"; 4° Loris Guanieri st; 5° Charly Gaul (Lux) st; 6° Giuseppe Sartore st; 7° Pietro Chiodini a 36" che superò in volata il gruppo comprendente tutti i migliori. 

Ottava tappa: Castellammare di Stabia-Caserta
La frazione del pomeriggio con finale dietro scooter, che da Castellammare di Stabia, portò la carovana a Caserta, segnò il trionfo dell’Olimpionico della 100 chilometri a squadre Antonio “Toni” Bailetti. Il ragazzone vicentino, andò in fuga quasi con rabbia: la sua squadra, la Bianchi, interamente composta da giovani, agli ordini di Pinella De Grandi, in quel “Ciclomotoristico” aveva più volte tentato di vincere una tappa (soprattutto con Balmamion e Sartore), ma erano sempre stata sfortunata. L'occasione di Salerno però, aveva tutto per essere buona: una certa lentezza del gruppo nell’inseguire, ed il finale dietro motori, dove un Bailetti forte sul passo avrebbe  potuto, giocandosi la tappa, tenere. E fu così. Toni arrivò in solitudine all’aggancio col rullo dello scooter sul Circuito della Reggia di Caserta e difese il vantaggio, fino al termine della velocissima galoppata. Alle sue spalle, si fece luce Ronchini, che conquistò la piazza d’onore, poi De Haan, Daems e il leader Graczyk. Come finì la corsa, la folla ruppe i cordoni, strinse in un abbraccio forsennato gli atleti, distribuì applausi generosi a tutti, perfino (e magari con un pizzico di mala voglia) a Graczyk, che pure questi applausi li meritava ben più degli altri. Era un segno tipico della passione dei casertani verso il ciclismo. E fu l’ultima volta per quella corsa, purtroppo.

Sul vincitore.
[Immagine: 14966800371453BAILETTIAntonio1961.jpg]
 Nato il 29 settembre 1937 a Bosco di Nanto (VI). Alto 1,82 m. per 78 kg. Passista veloce. E’ stato professionista dal 1961al 1969 con 17 vittorie. Atleta alto e possente, con una spiccata sensibilità verso il ritmo. Ne usciva una potenza di pedalata che lo portò ben presto, quando militava fra i dilettanti, a fungere da treno della cronosquadre. Proprio col quartetto della 100 chilometri, dominò la gara olimpica ai Giochi di Roma nel 1960 (gli altri erano Cogliati, Fornoni e Trapè). Corridore coriaceo, con la velocità nel sangue fin dalle categorie minori, seppe divenire velocista, in virtù di progressioni che facevano maledire le pedivelle. Un dilettante di pregio dunque, ed un professionista, dal 1961, che per un lustro recitò un ruolo di grande evidenza, in sincronia con ciò che aveva fatto vedere da puro. Il suo esordio nella massima categoria fu davvero col botto. In poche  settimane vinse la tappa di Sassari al Giro di Sardegna, quindi la frazione di Caserta al Gran Premio Ciclomotoristico, il Circuito di Nyon, la tappa di Campobasso nella “Tre Giorni del Sud” e il Circuito di Turbigo. Ancor più importante il suo 1962, vissuto sui successi in due tappe al Giro di Sardegna, nella Nizza-Genova, nella frazione di Perugia al Giro d’Italia, in quella di Bordeaux al Tour de France, quindi, sempre in terra francese, i trionfi nei Criterium di Haurs e Chiarite sur Loire. Tutto questo gli valse l’azzurro ai mondiali di  Salò, dove chiuse al 33° posto. Anche il ’63 confermò la sua firma al Giro e al Tour, in quanto vinse le tappe di Milano e Rennes. L’anno successivo, ancora un sigillo in Sardegna, a quei tempi corsa a tappe d’apertura di stagione. Nel ’65, continuò ad animare diversi arrivi, ma il successo lo colse solo alla Ronda di Monaco. Il suo canto del cigno, anche se nel momento in cui si consumò era ben lungi dall’apparire come possibile, si determinò con la vittoria nel Trofeo Laigueglia ’66, classica iniziale per eccellenza del calendario italiano. Continuò a correre fino al ’69, quando, cimentandosi sulla pista del Vigorelli di Milano, fu vittima di una rovinosa caduta, che pose fine ad una carriera già al lumicino da tempo.

Ordine d'arrivo:
1° Antonio Bailetti km 97,9 in 2h29'09" alla media di 39,382 kmh; 2° Diego Ronchini a 54"; 3° Jo De Haan (Ned) a 55' 4° Emile Daems (Bel) a 1'08"; 5° Jean Graczyk (Fra) a 1’13"; 6° Michel Van Aerde (Bel) a 1'28”;  7° Carlo Brugnami a 1’45"; 8° Jos Hoevenaers (Bel) a 1’'53"; 9° Silvano Ciampi a 1’'56"; 10° Walter Martin a 2'04".

Classifica generale: 
1° Jean Graczyk (Fra) in 29h30'22";
2° Graziano Battistini a 7'56"; 3° Hilaire Couvreur (Bel) a 9'25' 4° Silvano Ciampi a 15'12"; 5° Jo De Haan (Ned) a 16'27"; 6° Diego Ronchini; 7° Pietro Chiodini; 8° Michel Van Aerde (Bel); 9° Jos Hoevenaers (Bel); 10° Carlo Brugnami.

Nona tappa: Caserta-Castelfusano di Roma
La lunghezza della tappa, davvero esagerata, 231 chilometri in linea e 30 dietro motori, forse l’unico errore degli organizzatori in quell’ultima edizione, provocò una chiusura in tono minore della manifestazione. Un peccato, doppio, a ben pensarci. La parte in linea, fu un trasferimento turistico e nulla più. Poi, sui trenta chilometri da svolgersi sul circuito di Castelfusano, al rullo degli scooter, la musica cambiò frenetica. A farla da padrone, un terzetto: gli italiani Ronchini e Martin e l’olandese De Haan. Il Leader Graczyk, invece, causa una foratura, fu costretto ad una rimonta notevole, che evidenziò le sue qualità, la sua freschezza e sancì ancora una volta quanto fosse meritevole il suo successo. La tappa si decise a sette chilometri dalla conclusione, quando un’accelerazione di De Haan, provocò il cedimento di Martin, mentre Ronchini, non solo rispose, ma negli ultimi due chilometri passò in testa e andò a vincere con pieno merito, dimostrando di aver raggiunto un notevole livello specialistico, in quel particolare tipo di gara. Ma non ci furono più possibilità per confermarlo.

Sul vincitore.
[Immagine: ronchini1957.JPG]
Nato il 9 dicembre 1935 ad Imola (BO), ed ivi de-ceduto il 18 aprile 2003. Passista. Professionista dal 1956 al 1966 con 15 vittorie. Fu un gran dilettante: azzurro, nonchè vittorioso in gare di notevole prestigio come il Piccolo Giro di Lombardia,  il Giro delle Marche, la Ruota d'Oro e il GP Pirelli. Il suo debutto professionistico, avvenuto  al Giro di Lombardia del 1956, fu di quelli che, per un verso o per l'altro, nessuno può scordare. Nella classica che tanto Fausto Coppi amava, il destino propose una lunga fuga, proprio di Ronchini col Campionissimo. Diego, dalle grandi capacità sul passo, si comportò come il più devoto dei gregari, ma con gambe da campione e sostenne il mitico Fausto come meglio non poteva. Ma contro di loro ci mise lo zampino una signora, che da qualche anno divideva gli italiani e si faceva odiare: la "dama bianca". Fiorenzo Magni nel corso di un'intervista che mi rilasciò, ebbe modo di testimoniarmi quanto gestacci e parole di quella signora, fossero riusciti a far riscattare in lui antiche forze. Fatto sta che col ritrovato "leone delle Fiandre", anche gli altri inseguitori ripresero a pedalare come se di mezzo ci fosse l'onore più grande. A pochi chilometri dal Vigorelli, Ronchini e il Campionissimo furono raggiunti e, nell'epilogo sul celebre anello, un maestoso Coppi dovette cedere di pochi centimetri alla verve del biondo francese Darrigade. Per Diego, dunque, un battesimo col fuoco. Ma la classe e le sue predisposizioni verso questa classica, non tardarono a fuoriuscire, ed infatti, l'anno dopo, Ronchini trionfò proprio nella “Classicissima di chiusura”. Nel ‘58, l'imolese si impose nel Giro della Sicilia e nel Giro dell'Emilia e, nel ’59, grazie ad uno sprint mozzafiato, si aggiudicò col Giro del Lazio, anche la Maglia Tricolore. Al Giro d'Italia di quell'anno, si inchinò solo a quello straordinario camoscio che rispondeva al nome di Charly Gaul e, per soli 4”, al grande sconfitto: Jacques Anquetil. Nel 1960, vinse il Giro del Veneto e poi, in coppia col grande talento Romeo Venturelli, il Trofeo Baracchi. Nel 1961, rivinse il  Giro dell'Emilia e l'anno dopo, quello del Giro di Romagna. Dopo aver indossato dieci giorni la Maglia Rosa al Giro d'Italia del 1963 (finì l'edizione, 5°), Ronchini, raggiunse il suo ultimo successo nel 1964, al Giro di Reggio Calabria. Fu poi valido scudiero di Gimondi nel suo Tour vittorioso. Lasciò il ciclismo corso nel ‘66, in seguito ad un grave incidente mentre s'allenava. La sua carriera comunque, già anche prima si era dovuta inchinare alla sfortuna, infatti, un male pernicioso, l'ameba, ne aveva menomato assai il rendimento. Fu azzurro ai mondiali del '59 (5°), '60 e '61. Chiusa la parentesi agonistica, rimase nel ciclismo come direttore sportivo. Morì prematuramente a causa di un male incurabile.

Ordine d’arrivo:
1° Diego Ronchini km 263,3 in 7h31’40” alla media di 34,990 kmh; 2° Jo De Haan (Ned) a 4”; 3° Walter Martin a 43”. 

Classifica Generale Finale:
1° Jean Graczyk (Fra-Fynsec) km 1334 in 37h01’02” alla media di 36,037 kmh;
2° Graziano Battistini (Legnano) a 11’08”; 3° Hilaire Couvreur (Bel-Carpano) a 12’11”; 4° Jo De Haan (Ned-Acifit) a 14’41”; 5° Silvano Ciampi (Philco) a 15’12”; 6° Diego Ronchini (Carpano); 7° Michel Van Aerde (Carpano); 8° Jos Hoevenaers (Ghigi); 9° Walter Martin (Carpano); 10° Carlo Brugnami (Torpado); 11° Pietro Chiodini (Molteni); 12° Antonio Bailetti (Bianchi); 13° Charly Gaul (Lux-Gazzola); 14° Livio Trapé (Ghigi); 15° Aldo Bolzan (Lux-Dr Mann); 16° Giuseppe Sartore (Bianchi); 17° Adriano Zamboni (Molteni); 18° Marcel Ernzer (Lux-Gazzola); 19° Guido Carlesi (Philco); 20° Loris Guernieri (Torpado).

Sul vincitore del Gran Premio Ciclomotoristico delle Nazioni. 
[Immagine: 14698783411453GRACZYKJean1960.jpg]
Jean Graczyk nacque il 23 maggio 1933 a Neuvy-sur-Barangeon, deceduto a Vignoux-sur-Barangeon il 27 giugno 2004. Passista veloce, pistard e ciclocrossista. Professionista dal 1957 al 1972 con 78 vittorie. Di origine polacca, naturalizzato francese il 23 giugno 1949. Un corridore che ha segnato un’epoca, ed anche se non ha raggiunto risultati eclatanti, quanto fatto è lautamente sufficiente per definirlo un campione. Dotato di una notevole punta di velocità che emergeva su doti di passo altrettanto notevoli, s’è distinto pure per dinamismo e combattività e per la tangibilità dimostrata in quelle che erano le sue palestre, volute e cercate, ovvero le corse a tappe, specie il Tour de France. Si segnalò già da dilettante neofita, come grande inseguitore e finisseur su strada, poi come ruota veloce che amava fare la gamba anche nel ciclocross. Vinse una classica per “puri” come la Parigi-Vierzon, poi, nell’ultima stagione nella categoria, coincidente coi Giochi Olimpici di Melbourne, si laureò Campione di Francia, sia su strada, che su pista nell’inseguimento a squadre. In quest’ultima specialità, alle prime Olimpiadi australiane, conquistò la Medaglia d’Argento. Partecipò anche ai Mondiali di Copenaghen, dove giunse 16°. Passato prof in seno all’Helyett-Potin di Jacques Anquetil, vinse all’esordio 9 corse, compreso il Giro delle 6 Province del Sud Est, dove colse due tappe e pure la Classifica a punti. Partecipò al Tour de France, ma si ritirò alla 6a tappa. L’anno seguente i successi furono 7, ma di spessore maggiore, fra i quali la Classifica a Punti del Tour de France, una tappa alla Vielta di Spagna, ed una al Delfinato, nonché il GP d’Orchies. 
Tanti pure i piazzamenti di pregio, caratteristica che l’accompa-gnò sempre e che nel ’58, appunto, gli consentì di portare a Parigi la Maglia Verde. Partecipò ai Mondiali di Reims dove chiuse 24°. Nel 1959, ancora 7 successi, fra i quali la tappa di Rennes al Tour e, soprattutto, la Parigi-Roma, ovvero l’unica edizione della Parigi Nizza, che s’allungò con la Menton-Roma, ad un rango di corsa a tappe di gran pregio, lunga 12 giorni e con un cast da Giro-Tour. Si ritirò ai Mondiali di Zandvoort dopo aver lavorato per il futuro iridato André Darrigade. Lanciatissimo, nel ’60, Jean Graczyk fu, nell’anno, il corridore con più costanza ai vertici mondiali, al punto di vincere il Trofeo Superprestige Pernod, una classifica migliore di ciò che venne dopo, ovvero, Coppa del Mondo e l’attuale abortistico World-Tour. In quella stagione, nei 14 successi colti,  Jean andò a segno in tutte le corse a tappe a cui partecipò, dalle quattro frazioni vinte al Tour de France, arricchite dalla sua seconda Maglia Verde a Parigi, al Delfinato, al Sardegna, alla Parigi Nizza, vinse poi il Criterium National e impreziosì il tutto col 2° posto alla Sanremo, al Giro delle Fiandre e col 3° posto alla Parigi Bruxelles, ed il 5° alla Liegi Bastogne Liegi. Unica nota stonata di quell’anno, il Mondiale, dove non andò oltre il 30° posto. Anche nel ’61, il numero dei suoi successi rimase in doppia cifra, 10, fra i quali il Gran Premio Ciclomotoristico, ed una tappa dello stesso, una frazione del Delfinato, nonché il 2° posto alla Freccia Vallone, il 4° nella Parigi Bruxelles e il 7° al Fiandre. Si ritirò ai Mondiali. Nel 1962, andò a segno 12 volte e fra questi centri, anche quattro tappe alla Vuelta di Spagna e una alla Parigi-Nizza. Fra le 8 vittorie colte nel 1963, due frazioni del Giro di Catalogna, una al Tour del Sud-Est e l’allora prestigioso GP di Monaco. Dopo tanti anni di vittorie e pochi contrattempi, il 1964 fu un anno difficile per Graczyk, che ebbe diversi malanni che gli fecero saltare corse importanti come il Criterium National e dove si evidenziarono i primi segni di declino. Ciononostante, vinse un paio di corse minori e fu protagonista, anche se piazzato, a classiche come Milano Sanremo (6°) e Bordeaux-Parigi (7°). Nonostante i 6 successi conquistati nel 1965, il tramonto di Graczyk apparve tangibile come l’incipiente perdita di capelli. Il franco polacco, amante della natura, pensò di attutire i colpi dell’età incentivando la partecipazione alle proposte invernali nel ciclocross e nel gennaio del 1966, andò a segno in una anomala prova a coppie con Raymond Poulidor, in quel di Fontenay sous Bois, Fu quella l’unica vittoria colta nell’anno, anche se, a dispetto del crepuscolo arrivante, continuò a cogliere tanti piazzamenti su strada. Divenuto gregario di Anquetil ed Aimar, anche nelle stagioni ’67 e ’68 continuò a piazzarsi. Poi, nel ’69 andò a portare esperienza nella giovane squadra della Sonolor, ed a Quesnoy, raggiunse il suo ultimo appuntamento con la vittoria. Continuò a correre su pista, nel cross e qualche criterium su strada fino al 1972. Per divertirsi, innanzi tutto. E poi si diede alla caccia e al commercio. In carriera fu soprannominato “Popof”, un appellativo non simpaticissimo, che in Francia s’usava qualche decennio fa, per indicare i polacchi.

[Immagine: Graczyk%20e%20Baffi_zpsa4p6byg9.jpg?t=1546447502]
Jean Graczyk, vincitore dell'ultima edizione del Gran Premio Ciclomotoristico delle Nazioni, riceve le congratulazioni di Pierino Baffi.

Maurizio Ricci detto Morris

....Fine....Alla prossima "corsa dimenticata"
 
Rispondi


[+] A 3 utenti piace il post di Morris
#54
Vorrei continuare a regalare delle prime, sul web e, lasciatemelo dire, pure su carta. La corse che seguiranno, non sono solo dimenticate, ma sconosciute ai più. Certo, anche fra gli addetti ai lavori, nonché alle stesse enciclopedie ciclistiche. Già, perché la passione per la ricerca, può far cose che non si credevano possibili…… 

A presto!
 
Rispondi


[+] A 4 utenti piace il post di Morris
  


Vai al forum:


Utente(i) che stanno guardando questa discussione: 1 Ospite(i)