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Matteo Pelucchi
#1
in arrivo
 
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#2
Matteo Pelucchi, la prima è per Marina
La vita di Matteo Pelucchi è cambiata un giorno di giugno dello scorso anno. Aveva già deciso di smettere, dopo il terribile incidente che ha obbligato Marina Romoli, la sua fidanzata, a rimanere su di un letto di ospedale, quando lei gli ha chiesto di continuare.

LA FORZA DI MARINA - Non è diventato professionista per caso, Matteo Pelucchi, dopo una carriera da giovane promessa e il successo di domenica alla Clasica de Almeria davanti ad atleti navigati come Juan Rojas, Oscar Freire e l’olandese Lightart, lo dimostra. La prima vittoria di Pelucchi, prima anche della neo-nata Geox-TMC di Mauro Gianetti ha un sapore del tutto particolare: la dedica speciale, rivolta alla sua dolce metà non lascia spazio a dubbi “Marina mi ha dato la forza per continuare. Quando lei ha avuto l’incidente, ho nascosto la bici, i vestiti, tutto. Non avevo più la voglia di continuare. Poi lei mi ha dato la forza di andare avanti.” Ma la vittoria non era scontata domenica sulle strade spagnole “Le sensazioni dalla mattina non era delle migliori, però nel finale ho tenuto duro e mi sono buttato a testa bassa nello sprint. E' andata bene ed è stata una gioia immensa."

Diventare professionista e vincere era il sogno del piccolo Matteo Pelucchi appena salito in sella e, proprio nel momento in cui era divenuto una cosa di relativo valore, ecco il successo ”Non mi devo montare la testa per questo primo sucesso. Non mi pongo obbiettivi che alla fine diventerebbero irraggiungibili, per il momento mi limito a scoprire giorno dopo giorno questo mondo. Sono appena tornato dal Quatar e dall'Oman, la condizione è ottima e vedermi al fianco di grandi campioni mi fa sentire bene."

VALANGA AZZURRA - Ultimo ad affermarsi, in ordine di tempo, in questo inizio di stagione che ha visto la batteria dei velocisti italiani in grande spolvero, Matteo Pelucchi è un altro di quegli atleti cresciuti in pista e approdati con successo in strada, ed è proprio nel corso delle trasferte con la nazionale azzurre che Matteo ha incontrato Marina. La sua fidanzata che è sempre nei suoi pensieri “Quando sono a casa, mi alleno. Poi vado a vederla, stringerla, aiutarla perché è una ragazza che se lo merita. Il suo incidente mi ha fatto rendere conto di quanto valore possa avere la vita. Sono molto più sereno rispetto ad un anno fa, le sono vicino e cerco di dimostrarglielo in ogni modo. Sono felice perchè le sue condizioni migliorano ogni giorno, voglio aiutarla a tornare quella di prima".

SOGNO MILANO-SAN REMO - E dal suo letto di ospedale, Marina, prova a fare altrettanto accompagnandolo nella nuova avventura di Matteo tra i professionisti “Marina mi spinge e io mi alleno per essere sempre al top. Ho l’opportunità di fare parte di un bel gruppo con un ottimo staff tecnico che mi consente di migliorarmi. Sono molto contento. Dopo il Giro di Friuli e una corsetta in Uruguay, spero fortemente di poter fare parte della squadra per la Milano-San Remo. Per un velocista, questa corsa è un sogno. Anche se è dura, anzi durissima, già poterla correre sarà una bella vittoria.” Un altro risultato dedicato alla sua ragazza, Marina.

Jérome Christiaens - ciclismoweb.net
 
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#3
PELUCCHI. Buono l'avvio di stagione del giovane velocista
Non che ora tutto sia perfetto, ma sembra che Matteo Pelucchi sia partito col piede giusto. L'anno ciclistico che si è aperto con la nuova divisa francese del team Europcar (la squadra di Thomas Voeckler, maglia gialla all'ultimo Tour de France), rappresenta una svolta nel futuro del giovane ventitrenne lecchese di Rogeno. Considerando che è soltanto alla sua seconda stagione fra i professionisti (aveva esordito lo scorso anno con la Geox-Tmc), Pelucchi pare avviato verso una maturazione in tutti i sensi. E la conferma è subito arrivata dalla Spagna, dove l'emergente velocista si è messo in luce alla "Challenge di Maiorca" con il decimo posto al Trofeo Palma e la terza posizione al Trofeo Migjorn sulla distanza di 171 chilometri. Un buon terzo posto per l'atleta lombardo che si è trovato a sgomitare con alcuni fra i migliori velocisti del momento come l'inglese Andrew Fenn, il norvegese Edvald Boasson Hagen, lo spagnolo Josè Rojas, l'italiano Daniele Bennati e l'australiano Michael Matthews. Sta vivendo un buon momento Pelucchi, ma sa che può migliorare e contare sul supporto dei compagni negli arrivi affollati. Come ti trovi con il gruppo dei francesi? "Con il direttore sportivo Jean Rene Bernaudeau il rapporto è ottimo, d'altra parte quando si ha la fiducia del tecnico e dei compagni di squadra è facile esprimere al meglio le proprie qualità - afferma Pelucchi-. Inoltre in questo team hai la tranquillità giusta per rendere al meglio. Con tutti i miei nuovi compagni sono in buonissimi rapporti, mi sono inserito facilmente nel gruppo e rispetto e aiuto reciproco sono le qualità di tutti noi. Poi con me c'è un altro italiano, il veneto Davide Malacarne che ha doti e grande temperamento". Cosa ti aspetti da questa stagione sia per te che per l'Europcar? "Mi auguro tante soddisfazioni personali in funzione della squadra, se riuscissi a conciliare bene le volate con le vittorie sarebbe il massimo. Ragiono sempre in rapporto alla squadra, per cui spero di essere utile alla causa dei colori verdi del team. E' evidente - continua a parlare Pelucchi- che facendo parte di una formazione francese debba pensare a una possibile partecipazione al Tour de France".
Tuttobiciweb.it
 
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#4
Da tuttoBICI: Pelucchi, easy ryder
Matteo Pelucchi è un ra­gazzo genuino per il quale «il ciclismo nella vita non è tutto, ma mi ha dato molto». Un ragazzo che a soli 22 anni ha dovuto affrontare un ostacolo ben più grande di quelli che può presentare una semplice gara in bici, ma che si è saputo rialzare. Ci racconta l’incidente occorso due anni fa alla sua fidanzata Marina Romoli, la rabbia provata nei confronti della bicicletta, il rifiuto iniziale di tornare in sella e alla fine il ritorno, ma «solo perchè Marina mi ha quasi obbligato». Un ragazzo che, a parte questa vicenda, è uno dei tanti in gruppo che pedalano da una vita e con la spensieratezza della sua età ci confida i suoi interessi, l’emo­zio­ne per la prima vittoria nella massima categoria vissuta un anno fa e la nuova avventura nella francese Europcar.

Lascio a te le presentazioni...
«Sono un tipo abbastanza tranquillo, non un “fissato” del ciclismo. Oltre alla bici ho altre passioni: come mio papà sono “malato” di moto. Io ne ho tre, a casa in totale ne abbiamo otto. Abito a Rogeno (Lc) con mamma Sa­brina e papà Filippo. Ho una sorella maggiore, Elisa, che ha 27 anni e ora vive da sola. Mi sono diplomato geometra. Come andavo a scuola? In mo­to! A parte gli scherzi, ho sempre fatto il minimo indispensabile. Quando arrivava un’insufficenza mi impegnavo per portare a casa un 7 e tornare alla mia media standard del 6. I professori non apprezzavano molto la mia tecnica. Di­ciamo che sui banchi mi comportavo come in sella quando ci sono in programma delle tappe dure: “vado al risparmio” preoccupandomi solo di stare nel tempo massimo (sorride, ndr)».

Che corridore sei?
«Sono veloce. Questo è poco, ma sicuro. I risultati che ho ottenuto finora sono arrivati tutti allo sprint. Con gli anni capirò comunque meglio quali sono i miei punti di forza e i miei punti deboli. I “vecchi” del gruppo mi hanno detto che, col passare delle stagioni, il fisico cambia, quindi staremo a vedere quale sarà la mia direzione».

Chi ti ha trasmesso la passione per il ci­clismo?
«In famiglia nessuno ha mai amato particolarmente questo sport, da piccolino papà mi mise in bici dicendomi: “prima impari ad andare in bici, poi impari ad andare in moto”. Il suo obiettivo e la mia volontà era di correre sì sulle due ruote, ma a motore. Il motociclismo però costava parecchio e col tempo la bici mi ha affascinato sempre di più, tanto che non l’ho più la­sciata. Il mio vicino di casa Enzo Fu­ma­galli mi ha visto andare in bici ed è rimasto impressionato perché per la mia età ero un funambolo. Mi ha convinto ad iscrivermi all’UC Costama­sna­ga e da lì è iniziata la mia avventura».

La tua prima gara?
«Da G2, a otto anni, su una piccola biciclettina rossa della società. Alla prime corse continuavo a piazzarmi 3°, poi mi hanno spiegato come si cambiava rapporto (prima correvo sempre con lo stesso) ed è iniziata ad arrivare an­che qualche vittoria. Il ciclismo è come una malattia, quando entri in questo mondo non ne esci più. Anche quando si appende la bici al chiodo non ci si riesce a staccare. Ad andare in bici si fa fatica, ma non se ne può fare a meno. È strano, ma sappiamo bene tutti che è così».

Cosa provi quando sei in volata?
«Lo sprint, oltre che una sfida di forza, è un duello di abilità, scaltrezza, prontezza e chi più ne ha più ne metta. La vivo in maniera diversa in base a come mi sento: se sto bene sono lucido per decidere che tra­iettoria prendere, se invece sono in giornata no la subisco e mi faccio trascinare dal gruppo, il che non è il massimo. È affascinante, ma non semplice. Confesso che quando guardo una gara da spettatore ho pau­ra, tremo e ho il cuore in gola, quando rivedo una corsa a cui ho preso parte mi spavento vedendo quanto andavamo forte, quanto eravamo vicini e penso “siamo dei pazzi”. Quando sono sulla sella è tutto un altro di­scorso: non mi accorgo nemmeno dei rischi che prendo, quando è il mo­mento di giocarsi tutto “spengo il cervello” e lo riaccendo dopo l’arrivo. In genere riesco ad essere abbastanza calcolatore, ma nei chilometri finali mi faccio guidare dalla trance agonistica, se ragionassi troppo non mi “butterei” come faccio. Credo sia così per tutti i velocisti, non solo per me».

Un tuo campione di riferimento?
«Valentino Rossi perché è Valentino Rossi: per quello che ha fatto a livello sportivo e per la cattiveria agonistica che continua ad avere nonostante ab­bia vinto tutto. Solo i campioni sanno mettersi sempre in gioco, intraprendono senza paura nuove sfide e scommettono su se stessi. Ho avuto modo di vederlo al rally di Monza, ma non ho ancora avuto l’occasione di conoscerlo, anche se guardando tutte le gare di moto GP alla tv mi sembra quasi uno di famiglia. È un bell’esempio da seguire».

Corsa del cuore?
«Sarà banale, ma rispondo la San­remo. Per tutti gli italiani è la gara dei sogni. Poi c’è la maglia iridata che è il top. Io mi accontenterei già di arrivare davanti alla Classicissima, l’an­no scorso al mio primo anno tra i professionisti vi ho preso parte ed è stata una grande emozione. Quest’anno purtroppo la squadra non è stata invitata, ma spero nelle prossime stagioni di ri­percorrere quelle strade dal sapore speciale».

Come giudichi l’anno scorso trascorso in Geox?
«Sono abbastanza soddisfatto perché la prima parte di stagione è andata bene: mi sono subito piazzato in Oman, poi ho vinto e raccolto altri risultati interessanti. Per colpa di una mononucleosi trascurata, che mi permetteva sì di correre ma non di esprimermi al me­glio, ho terminato la mia stagione a settembre. Durante l’inverno ho recuperato bene e a Maiorca ho finalmente ri­provato la sensazione di stare bene. Era ormai un anno che arrivavo a di­sputare le volate ed ero sempre esausto, “finito”. Anche considerando il clima in squadra, è stato un buon inizio tra i professionisti. Le ragioni che han­no portato alla chiusura della squadra non riguardano nè i corridori nè lo staff, io so­no stato sempre trattato al me­glio e non mi è mai mancato nulla».

Alla Clasica de Almeria la pri­ma vittoria da professionista.
«Ho vinto al colpo di reni su Rojas. La prima cosa a cui ho pensato è stata “ecco, mi ha fregato!”. Nell’in­de­cisione del risultato ho alzato le mani, mi dicevo “al massimo le alzo per niente, quand’è che mi ricapita...”. Lì per lì non ci credevo, nei dieci minuti in cui i giudici guardavano il photofinish volevo morire. Mi sembrava di aver vinto, ma visto che si trattava di millimetri mi ripetevo “vuoi vedere che so­no così sfortunato, che mi ha battuto proprio sulla linea? E ho anche alzato le braccia...”. Quando hanno ufficializzato che ero io il vincitore sono rimasto incredulo per almeno tre ore. Nella mia testa pensavo “ok mi hanno detto che ho vinto, ma sicuramente succede qualcosa per cui mi tolgono la vittoria” (sorride, ndr). Invece è andato tutto per il meglio e ho provato una grande emozione. È proprio bello vincere!».

Dall’ultima vittoria alla prossima. Quale corsa ti piacerebbe far tua?
«Qualsiasi gara va bene (sorride, ndr). Prossimamente prenderò parte alla Parigi-Roubaix, al GP de Denain, al Gi­ro di Turchia e poi alle corse del calendario francese. Ho in programma più corse di un giorno che corse a tappe, anche se sono un “diesel” quindi preferisco avere qualche giorno per ingranare, comunque cercherò di dare il massimo a ogni occasione. Non vedo l’ora di fare esperienza delle classiche del nord!».

Dopo il crack Geox, hai trovato un ingaggio alla Europcar.
«Non è stato bello trovarsi tutti spiazzati: a me alla fine è andata bene, mentre altri ragazzi purtroppo non hanno trovato un’alternativa. Io ho avuto la fortuna di ottenere un ingaggio per un anno in questa squadra in cui per ora mi trovo da dio. Sono arrivato senza sa­pere neanche una parola di francese e con la paura di rimanere un po’ isolato, invece i miei compagni sono stati i primi a coinvolgermi. Ormai faccio par­te integrante del gruppo e mi diverto anche parecchio. Anche uno come Voeckler, tanto per fare un esempio, a tavola non fa attenzione al grammo di più o in meno di pane, e alla sera una birretta se la concede. Chiaramente agli appuntamenti importanti sarà molto più attento anche all’alimentazione, ma in generale si prende meno sul serio di altri campioni. Insomma nella Euro­p­car ho trovato un po’ meno pasta in bianco e un po’ più di vita normale. Un’altra mia paura quest’inverno era la difficoltà di essere seguito a distanza, ma il team anche da questo punto di vista mi ha rassicurato e si sta dimostrando molto professionale. Tutto è pianificato per tempo e nulla è lasciato al caso. Da quest’anno per la preparazione mi affido al Centro Mapei di Ca­stellanza e posso dire che non sono mai stato tranquillo come adesso».

Che rapporto hai con Malacarne, l’unico altro italiano della squadra?
«Davide mi ha aiutato molto nel pri­mo periodo in cui non riuscivo a spiaccicare una parola di francese. Se non ci fosse stato lui a darmi una mano, avrei fatto molta più fatica a integrarmi, quin­­di colgo l’occasione per ringraziarlo. Dal punto di vista atletico secondo me può fare molto bene quest’anno. In ritiro staccava tutti, anche i capitani. La squadra punta molto su di lui e per come sta andando, sono sicuro che nei prossimi mesi potrà togliersi delle belle soddisfazioni. Almeno per la prima me­tà di stagione abbiamo programmi molto diversi, lui sarà al via del Tour, ma saremo uno a fianco all’altro al Campionato Italiano e a qualche altra gara più in là».

Quali sono le tue ambizioni per quest’anno?
«Vincere, perché ci vuole davvero (sorride, ndr). Quante gare? Iniziamo con una perché arrivare primo non è mai facile, poi conquistata la prima, possiamo pensare alla seconda, alla terza e così via. Già essere tra i migliori negli sprint, costante tutto l’anno, per me sarebbe una bella dimostrazione».

Un momento chiave della tua vita e della tua carriera è stato l’incidente occorso a Marina, il 1° luglio del 2010 a Lecco, mentre vi stavate allenando insieme.
«Una macchina uscita da una strada laterale l’ha presa in pieno. Ho vissuto attimi di terrore, che non potrò mai dimenticare (Marina a quasi due anni dall’incidente è costretta su una sedia a rotelle, ndr). Quando è successo questo maledetto incidente ho sofferto mol­to. Volevo assolutamente smettere di andare in bici, dall’istante dell’impatto avevo chiuso con il ciclismo, il gioco era finito su quella strada, ma Ma­rina mi ha convinto a tornare. Lei ha insistito molto, io ho ripreso a pedalare ma davvero controvoglia. Il primo periodo avevo paura della mia ombra, non avevo timore di cadere, cadere è normale in questo sport, ma avevo paura di farmi male anch’io. Ero ancora dilettante e pensavo “lei sta passando un periodo orribile, perchè devo darle una preoccupazione in più?”. D’altro canto volevo vincere, per lei, per renderla felice. Quello che abbiamo vissuto è difficile da spiegare, poi è ar­rivato il passaggio con la Geox e la vittoria in Almeria che non potevo che de­dicare a lei. Il regalo più bello che le ho fatto».

Cosa pensi ora quando sei in bici?
«Il ciclismo è il mio lavoro quindi devo superare le mie paure, ma va detto che, come qualsiasi altro corridore, ogni mattina esco di casa per allenarmi e non so se ci tornerò intero. Non voglio essere allarmista ma sulle nostre strade ormai è una vera guerra con gli automobilisti. Ogni settimana capita l’oc­ca­sione in cui mi trovo a pensare: “cavolo, anche stavolta è andata bene, meno male che non mi ha preso”. Per chi esce in bici ogni tanto questa situazione può andare anche bene, per chi co­me noi è sulla strada ogni giorno il ri­schio è altissimo. La mia paura più grossa è allenarmi in strada. Da quando è successo l’incidente di Marina sto molto attento e mi è rimasta la paura delle macchine, in gara per fortuna ne avverto molta meno».

Dai la colpa di quanto successo alla bici, ma questo sport ti ha anche dato molto.
«E mi è servito anche in questa situazione difficile. Essere abituato a fare sacrifici come quelli che comporta il ci­clismo mi ha aiutato a crescere in fretta. Fin da quando si è piccoli questa disciplina dà delle responsabilità, insegna a mettersi in gioco, a fare rinunce, a diventare uomo. Pedalando si diventa grandi in fretta e questo aiuta nella vita».

Visto quello che hai passato, consiglieresti a un bambino di praticare questo sport?
«Nonostante tutto non sconsiglierei questo sport a nessuno però direi a chiunque di prendere tutte le precauzioni possibili per evitare qualsiasi rischio evitabile. Noi ciclisti abbiamo solo una protezione: il casco. Va mes­so, non ci sono storie che tengano. Seconda cosa: in strada bisogna essere concentrati. Quando si è in bici non ci si può distrarre pensando alla morosa, agli impegni che si hanno dopo gli allenamenti o a qualsiasi altra cosa. Io sono un corridore quindi sono dalla parte di chi pedala e pretendo più rispetto da chi è al volante, ma noi atleti dobbiamo essere i primi a stare lontani dai pericoli. Tra bi­ci e automobili servirebbe davvero maggiore rispetto reciproco».

Chi ti supporta nella tua professione?
«Marina mi sta molto vicino, come ov­viamente i miei genitori che non hanno la possibilità di venire a vedermi spesso alle corse per motivi di lavoro (papà lavora per un’impresa edile in Svizzera, mamma è operaia in un’azien­da vicina a casa), ma sono sempre dalla mia par­te. Poi gli amici di sempre, quelli di una vita, i più conosciuti proprio grazie al ciclismo».

Cosa speri per il tuo futuro?
«Intanto di continuare ad avere una professione (scherza, ndr). Spero di rinnovare il contratto con la Europcar, di ottenere dei buoni risultati e perchè no di vincere una corsa importante. Questi sono gli obiettivi, ma non sono uno che si assilla troppo. Ci tengo a far bene, ma so che nella vita non c’è solo il ciclismo. Per quanto riguarda il privato non ho ancora progetti a lungo termine. Il ciclismo con le gare in giro per il mondo non porta via solo una fetta della nostra vita, ma l’impegna quasi tutta. Soprattutto dopo quello che mi è capitato vivo alla giornata, credo sia il modo migliore».

di Giulia De Maio, da tuttoBICI di aprile
www.tuttobiciweb.it
 
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#5
Matteo Pelucchi: "Un successo che cancella le lacrime"
"Si. No. E’ successo davvero? Si che è successo”. L’asfalto sotto alle ruote e il rumore delle biciclette nelle orecchie. La baraonda di una volata e il vociare della gente. Il silenzio interiore; la concentrazione; la linea bianca da espugnare. Tanti chilometri nelle gambe e un solo istante a disposizione; un solo colpo da sparare; una sola occasione per poter alzare le braccia al cielo e urlare al mondo che, quel giorno, è il proprio giorno.

UN SUCCESSO BELLISSIMO - Cascina: provincia di Pisa, città bagnata dall’Arno, una tradizione di artigianato del legno. Sede d’arrivo della 2^ frazione della Tirreno-Adriatico, edizione numero 49. Traguardo battezzato da Matteo Pelucchi, 25 anni e livrea IAM Cycling sulle spalle. La vittoria più bella di una carriera cominciata, tra i professionisti, nel 2011 e quinta perla nel palmares. Dopo i successi conquistati a Clasica de Almeria, Quatre Jours de Dunkerque (5^ tappa), Ronde de l’Oise (3^ tappa) e Circuit de la Sarthe (1^ tappa), infatti, il lombardo classe 1989 è andato a segno anche sulle italiche strade dei “Due Mari”: “Continuavo a ripetermi che non poteva essere vero. Era tutto un si e un no, dentro di me. Poi, quando ho visto l’elicottero che mi inquadrava e i giornalisti venire nella mia direzione, ho capito che avevo vinto sul serio! E’ stato il successo più bello della mia carriera”.

Una vittoria voluta, cercata, inaspettata. “Avevo lavorato tanto per fare bene, però non immaginavo di riuscire ad ottenere un risultato così alla Tirreno-Adriatico” racconta con vivida emozione. “La prima Tirreno della mia vita, io che l’ho sempre guardata in televisione. Ritrovarmi ad esserne protagonista è stata un’emozione fortissima; una sorpresa bellissima”. Vivide sono, altresì, nell’animo, le immagini di quelle ultime pedalate verso l’arrivo, partite da San Vincenzo e culminate dopo 166 chilometri. “Nel finale la situazione era un po’ confusa. Non si capiva bene quali fossero le squadre a prendere in mano la situazione. Io sono stato ottimamente pilotato da Roger Kluge e Heinrich Haussler; mi hanno portato nella posizione perfetta, permettendomi di affrontare lo sprint al meglio”.

PASSATO, PRESENTE E FUTURO - Esordio nel professionismo con la Geox, trasferimento oltre le Alpi alla Europcar, dal 2013 Pelucchi veste i colori della compagine rossocrociata IAM Cycling, una formazione “giovane” anagraficamente che è cresciuta e sta crescendo molto. “Il nostro è un Team che che cresce continuamente, c'è sempre la voglia di progredire” spiega. “Anche durante l'anno si cerca di fare migliorie, ad esempio sull’ alimentazione, i viaggi, l’abbigliamento. E’ molto stimolante. Per quanto mi riguarda, l’anno scorso era stato un po' di stallo, però quest'anno credo di aver fatto un grande salto qualità, soprattutto grazie al lavoro invernale che mi ha permesso di migliorare cose come alimentazione e allenamento”. Nessuna miglioria linguistica, invece, per lui che è abituato alla multietnicità delle sue squadre. “Io sono l'unico italiano, quindi mi ritrovo a parlare in francese e inglese. Soprattutto si usa il francese, specie con i compagni transalpini come Sylvain Chavanel”.

E, proprio in appoggio al cinque volte Campione Nazionale di Francia lo stradista e pistard di Giussano ha affrontato la Milano-Sanremo. “Alla Sanremo ho supportato Sylvain Chavanel e Heinrich Haussler, che erano i nostri capitani e ho fatto quello che dovevo fare. Penso che sia stata una buona prova per me. Siamo andati un po' sotto alle aspettative, però da parte mia sono soddisfatto. La condizione c'è”. Dopo due gare come la Tirreno-Adriatico e la Classicissima di Primavera l’attenzione si sposta, ora, verso il Nord, la Gand-Wevelgem e gli altri appuntamenti. “Da questa prova non so mai bene cosa bene aspettarmi” ammette. “L'anno scorso era andata così così, dato che ero fuori dai primi e mi sono ritirato. Quest'anno l’obiettivo era di provare a fare una bella gara, perché se si riesce a star davanti ce la si può giocare in volata. Ora ci si concentrerà su Route Adélie de Vitré, Scheldeprijs e Gp Denain”.

IL RICORDO PIU’ COMMOVENTE - Pedalate, allenamenti, sudore, fatica. Vittorie: la vita “normale” del ciclista, insomma. Che, al ritmo dei battiti e dei “click” del cambio, va avanti. Nonostante tutto. Che si muove nel turbinio delle aspettative rivolte alle cose future; nella rimembranza di quelle passate. Ma, quando si tratta di ricordare, a volte, si va anche oltre. Oltre le semplici parole; oltre, anche, la gioia del trionfo, la quotidianeità e i tracciati percorsi. Ci si spinge più in là di ciò che è stato e verso l’alto. Verso quella mano sollevata -mentre oltrepassava per primo la meta di Cascina- ad indicare non qualcosa, bensì qualcuno. Un compagno di squadra, soprattutto un amico, perso a causa di un terribile incidente in febbraio: Kristof Goddaert. “La mia vittoria era per lui”. La voce si increspa e il tono si incrina, mentre pronuncia la dedica più commovente e più straziante. “Io ci tenevo tanto a poterla dedicare a lui e credo che sarebbe stato contento di me. Eravamo in camera insieme, in Qatar, nella sua ultima gara. Poi, purtroppo, è successa la tragedia”.

Una tragedia che mozza il respiro, che toglie addirittura il fiato e consuma le lacrime. “E’ stata una batosta atroce. Sia per me, che per tutta la squadra. Non è stato facile reagire, continuare a fare le cose che si facevano prima. Poi ho trasformato il dolore in voglia di fare. Non pensavo a niente. Solo a voler realizzare questa cosa per lui. Mi sono allenato pensando a lui e a poter vincere una gara per lui”.

Se ci vuole tanta forza per lanciarsi in una volata, di più ne serve per fare sì che quella fiammata si stagli oltre le nuvole, oltrepassando il confine e squarciando il tempo e le distanze. Per far si che l’eco di quell’impresa arrivi proprio là, dove deve arrivare. Giungendo in una destinazione lontana; oscura per gli occhi, forse, ma limpida e ben chiara per il cuore.

Pubblicato Martedì, 01 Aprile 2014 00:00 | Scritto da Silvia Tomasoni
http://www.ciclismoweb.net/index.php?opt...Itemid=108
 
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#6
Pelucchi, l''uomo della velocità
Va forte in bici ma ama soprattutto i motori

Una moto. Matteo Pelucchi alla Tirreno-Adriatico ha sprintato come se avesse il motore. Sui traguardo di Ca­scina, con una potenza e lucidità sorprendenti, ha messo nel sacco sprinter del calibro di Greipel, Demare, Caven­dish e tutti gli altri big attesi alla Corsa dei due Mari.
Lui che tra moto e bici non ha dubbi e sceglie a occhi chiusi la prima, ha sgasato mettendo in scena la volata più im­­portante della sua carriera. Nel tem­po libero e rigorosamente a stagione finita, si diverte in sella ai suoi bolidi: nel cross una KTM 250 e su strada una Suzuki GSXR 750. Di lavoro fa il ciclista semplicemente perché è sempre andato forte spingendo sui pe­dali.
«In tanti sono rimasti sorpresi dalla mia volata alla Tirreno, ma non è la prima di questo livello che riesco a firmare. Diciamo che ho un certo stile e occhio, quello che mi mancava era la vittoria in una corsa prestigiosa» ci confida il venticinquenne lecchese.

“Pelo” è arrivato al professionismo nel 2011 con la maglia della Geox TMC e quest’anno, grazie alla fiducia concessagli dalla svizzera IAM Cycling, si sta affermando a livello internazionale. Non è un corridore come tanti, né un ragazzo nella media anche se lui si definisce «un tipo normale, tranquillo».
È un velocista che di salite ne ha dovute affrontare tante, troppe in soli 25 anni che si fa fatica a crederci. Il 1° giugno del 2010 la sua vita viene sconvolta dal grave incidente occorso alla sua fidanzata Marina Romoli e anche la sua carriera, quando è una promessa tra i di­lettanti, sembra non potere superare il dolore. Rimonta in bici perché Marina lo spinge, o meglio lo ob­bliga, deve raggiungere i traguardi che lei sulla sedia a rotelle è costretta ad abbandonare, impegnata a lottare per bisogni più essenziali e per aiutare i tanti ra­gazzi nella sua condizione con l’associazione benefica Marina Romoli On­lus di cui Matteo è il primo testimonial.

Centra la prima vittoria nella massima categoria nella Clasica de Almeria 2011 ed è una vittoria tutta per lei; l’ultima a livello temporale (è la numero cinque tra i professionisti, ndr) che è anche la più prestigiosa finora conquistata è invece tutta per Kristof God­daert, il suo compagno di squadra bel­ga che ha perso la vita in allenamento travolto da un bus meno di due mesi fa. Un’altra tragedia, un’altra botta per Matteo che apprende la notizia il giorno in cui è diretto verso le Marche, per passare un paio di giorni che aveva immaginato spensierati con la sua Ma­ri­na. Anche questa volta Matteo riesce a reagire al colpo e a ripartire. Perché ha un motivo in più per vincere. Disegna uno sprint perfetto. Lanciato da Haussler e Kluge fino agli 800 metri, quando tocca a lui battezza la ruota giusta, quella di Andrè Greipel, va a caccia di Demare e Sagan, ed esce allo scoperto al cartello dei -100. Al successivo dei -50 è in testa, può staccare le mani dal manubrio e, finalmente, versare lacrime di gioia.

Matteo, credi al destino?
«Sai, è difficile rispondere a questa do­manda. Non so se esista la buona o cattiva sorte, se tutto in fondo ha un sen­so ed è già scritto. So solo che questa vol­ta, da quando ho saputo dell’improvvisa scomparsa di Kristof non ho pensato ad altro che a vincere per lui. Nelle tre settimane successive non mi sono impegnato negli allenamenti per puntare al successo personale, alla fa­ma, ai soldi e quant’altro ma solo a lui e alla sua famiglia. Alla Tirreno è stata una delle rare occasioni in cui non ho corso per me ma per qualcun altro. Questo lutto ha segnato profondamente la nostra squadra, volevamo fare qualcosa per ricordarlo come si deve. Sono felice di esserci riuscito. Detto questo, non voglio parlare delle mie tragedie. Ognuno ha le sue, purtroppo nessuno è immune. Conta come si af­frontano e, se non ti uccidono, sono convinto ti fortifichino».

Ci racconti che tipo era Kristof?
«Fino a due anni fa eravamo avversari, lui correva per l’AG2R e io per la Eu­rop­car. Non lo conoscevo, ma a pelle non so perché, non mi piaceva. Non ci avevo mai parlato, si trattava di un’impressione superficiale e chiaramente sbagliata. Quando siamo diventati compagni di squadra l’ho rivalutato e l’inverno passato ci eravamo avvicinati mol­to. In Qatar eravamo compagni di stanza, nelle interviste diceva che non vedeva l’ora di tirarmi le volate e il suo ultimo tweet era rivolto proprio a me:
“@Peluc­chi_Matteo vai a letto ami­co, domani sarà una giornata mol­to importante ‪#dohacorniche ‪#italiansdoitbetter”. Kristof era una di quelle persone che non passano inosservate, in gruppo lo conoscevano tutti perché non è uno di quelli che se c’è o non c’è non fa differenza. Parlava sempre, a volte era simpatico, a volte rompeva le balle, ma riusciva sempre dopo le corse a distrarmi con una battuta e a farmi sorridere se non era andata bene. Un ragazzo pie­no di vita, sempre al centro dell’attenzione, così vivace che se non c’era te ne accorgevi subito. Per questo mi manca un sacco e in squadra avvertiamo un vuoto incolmabile. Dopo la mia vittoria, i suoi genitori, la sorella e la signora Van Linden con cui viveva mi hanno ringraziato per la dedica. Ri­ce­vere i complimenti dalle persone che più gli erano vicine per me è stata la soddisfazione più grande».

Quella della Tirreno è stata la tua volata più bella di sempre?
«Sì. Ne ho fatte di molto belle anche in precedenza e avevo già battutto velocisti importanti come Greipel ma finora avevo raccolto tanti piazzamenti, mentre questa volta lo sprint è valso il primo posto. Il finale è stato molto confuso, non c’era una squadra-guida che pilotasse la volata. Nel giro precedente avevo notato che c’era un po’ di vento contrario, così ho deciso di restare al coperto. Ai -500 ero un po’ indietro, poi ho recuperato la ruota del campione tedesco e ai 200 metri mi sono lanciato. Non pensavo di vincere, mi sono stupito io per primo di quanto sono riuscito a fare. Lì per lì ho fatto fa­tica a realizzare il tutto, ora sono contento e orgoglioso. Riguardando i file della prestazione ho visto che ho sprigionato quasi 1.600 watt. Non è il mio record assoluto, ma per una volata a fine corsa non è niente male».

Dopo la Tirreno, hai preso parte alla Milano-Sanremo.
«Prima della vittoria alla Tirreno avevo il 90% di possibilità di non farla, ma questo successo è stata un’iniezione di fiducia incredibile. La squadra ha deciso di schierarmi all’ultimo momento, per lavorare in favore di Chavanel e Haussler e capire fin dove posso reggere per il futuro. La Sanremo è lunga e dura nel finale, l’avevo provata solo al mio primo anno, ma mi affascina da sempre. Per ogni corridore italiano è la corsa dei sogni, io non faccio eccezione. Sono migliorato molto in salita ri­spetto agli anni passati, ma so di dover crescere ancora molto per poter pensare di lottare coi migliori dopo 300 chilometri. Non sono ancora pronto per ambire al risultato pieno, devo macinarne tanti di chilometri ma un giorno vorrei partire come leader».

Niente Giro d'Italia...
«Purtroppo non siamo sta­ti invitati. Spero che la Iam Cycling ottenga la wild card per la Vuelta a España, così potrei finalmente debuttare in un grande giro. Mi mancano l’emozione e la fatica di una corsa di tre settimane».

Chi ti ha trasmesso la passione per il ciclismo?
«In famiglia nessuno ha mai amato particolarmente questo sport, da piccolino papà mi mise in bici dicendomi: “prima impari ad andare in bici, poi impari ad andare in moto”. Il suo obiettivo e la mia volontà erano di correre sì sulle due ruote, ma a motore. Il motociclismo però costava parecchio e col tempo la bici mi ha affascinato sempre di più, tanto che non l’ho più la­sciata. Il mio vicino di casa Enzo Fu­ma­galli mi ha visto andare in bici ed è rimasto impressionato perché per la mia età ero un funambolo. Mi ha convinto a tesserarmi all’UC Costamasna­ga e da lì è iniziata la mia avventura».

La tua prima gara?
«Da G2, a otto anni, su una piccola biciclettina rossa della società. Alla prime corse continuavo a piazzarmi terzo, poi mi hanno spiegato come si cambiava rapporto (prima correvo sempre con lo stesso) ed è iniziata ad arrivare anche qualche vittoria. Il ciclismo è come una malattia, quando entri in questo mondo non ne esci più».

Come andavi a scuola?
«In moto! A parte gli scherzi, sono di­plomato geometra ma ho sempre fatto il minimo indispensabile. Quando arrivava un’insufficienza mi impegnavo per portare a casa un 7 e tornare alla mia media standard del 6. I professori non apprezzavano molto la mia tecnica. Diciamo che sui banchi mi comportavo come in sella quando ci sono in programma delle tappe dure: “vado a ri­sparmio” preoccupandomi solo di arrivare nel tempo massimo (sorride, ndr)».

Un tuo campione di riferimento?
«Valentino Rossi perché è Valentino Rossi: per quello che ha fatto a livello sportivo e per la cattiveria agonistica che continua ad avere nonostante ab­bia vinto tutto. Solo i campioni sanno mettersi sempre in gioco, intraprendono senza paura nuove sfide e scommettono su se stessi. Ho avuto modo di vederlo al rally di Monza, ma non ho ancora avuto l’occasione di conoscerlo, anche se guardando tutte le gare di mo­to GP alla tv mi sembra quasi uno di famiglia. È un bell’esempio da seguire».

Chi ti supporta nella tua professione?
«Marina mi sta molto vicino, come ov­viamente i miei genitori Sabrina e Fi­lip­po, oltre a mia sorella maggiore Eli­sa. Poi gli amici di sempre, quelli di una vita, i più conosciuti proprio grazie al ciclismo come quelli con cui mi alleno di solito, vale a dire Giacomo Niz­zo­lo, Samuele Conti, Christian Delle Stelle, Daniele Colli e gli altri ciclisti brianzoli. Da un anno ormai vivo a Chiasso, ma il gruppetto con cui esco è sempre lo stesso, mi tocca percorrere solo una ventina di chilometri in più rispetto a quando vivevo a Rogeno (LC) con mamma e papà».

Cosa provi quando sei in volata?
«Lo sprint, oltre che una sfida di forza, è un duello di abilità, scaltrezza, prontezza e chi più ne ha più ne metta. La vivo in maniera diversa in base a come mi sento: se sto bene, sono lucido per decidere che traiettoria prendere, se in­vece sono in giornata no la subisco e mi faccio trascinare dal gruppo, il che non è il massimo. È affascinante, ma non semplice. Confesso che quando guardo una gara da spettatore ho pau­ra, tremo e ho il cuore in gola, quando rivedo una corsa a cui ho preso parte mi spavento vedendo quanto andavamo forte, quanto eravamo vicini e penso “siamo dei pazzi”. Quando sono in gara è tut­to un altro discorso: non mi accorgo nemmeno dei rischi che prendo, quando è il momento di giocarsi tutto “spengo il cervello” e lo riaccendo dopo l’arrivo. In genere riesco ad essere abbastanza calcolatore, ma nei chilometri finali mi faccio guidare dalla trance agonistica, se ragionassi troppo non mi “butterei” come faccio. Credo sia così per tutti i velocisti, non solo per me».

L’anno prossimo difenderai ancora i colori della IAM?
«Il mio contratto è in scadenza, ma la squadra mi ha già fatto sapere che vorrebbe confermarmi. Dopo il successo alla Tirreno-Adriatico so che qualche altro team ha dimostrato interesse nei miei confronti, ma per ora non c’è nulla di concreto quindi non voglio sprecare energie a pensarci. È ancora presto, in fondo siamo solo a inizio anno».

Un sogno per il tuo futuro agonistico?
«Ho fatto un pensierino al mondiale del 2016 in Qatar, che è completamente piatto. Mi piacerebbe davvero tanto ri­tornare a indossare la maglia azzurra che ho difeso più volte nelle categorie giovanili. Lavoro anche per questo, è un mio obiettivo. Mi ha fatto molto piacere ricevere i complimenti da parte del CT Cassani (che per l’occasione ha twittato: “Mai avrei pensato che la vittoria di un italiano mi facesse un così grande effetto rispetto a quando le gare le raccontavo. Bravo Pelucchi”, ndr) che reputo uno degli uomini più competenti nel nostro ambiente. D’altron­de, con tutti gli anni passati a fare il te­lecronista in RAI, ha seguito più corse lui di tutti i ds in circolazione».

A proposito di Cassani, quest’inverno hai frequentato il Bici-Lab di Ottobiano (PV) nella Pista South Milano che porta il suo nome.
«Sì, devo ringraziare Marco Gatti per avermi invitato a svolgere un test ri­guardante la postura in sella e per la gentilezza dimostrata nei miei confronti. In realtà non abbiamo apportato grandi modifiche alle misure della mia bici, si tratta di accorgimenti minimi (nello specifico ho avanzato di 1 mm le tacchette rispetto ai miei assi metatarsali per avere una leva leggermente più lunga in fase di spinta), ma è confortante avere conferma da un centro qualificato che spingo bene sui pedali e non disperdo energia a causa di una postura scorretta».

In quanto a preparazione hai cambiato qualcosa rispetto al passato?
«Molto, in termini di qualità: in inverno ho macinato tanti chilometri con il ds Albasini, a novembre al ritiro di Ma­iorca ho conosciuto la nuova dietologa del team che mi ha aiutato tanto. Gra­zie ai suoi suggerimenti ho perso peso, o meglio, grasso. A gennaio la plicometria indicava 10% di grasso corporeo, ora sono sceso a 7%. Inoltre sto facendo molta più attenzione a quello che mangio e bevo, a come gestire il recupero e il riposo, piccole cose che fanno la differenza. Per fare un salto di livello do­vevo impegnarmi ancora più a fon­do, non mi sono tirato indietro e la differenza si è vista. Ho fatto tanta fatica, ma i risultati mi stanno dando ragione».

di Giulia De Maio, da tuttoBICI di aprile
http://www.tuttobiciweb.it/index.php?pag...67807&tp=n
 
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#7
Pelucchi rinnova con la IAM e punta alla Vuelta
Matteo pronto per il suo primo grande Giro

La IAM Cycling Team non se l'è voluto far scappare. Matteo Pelucchi ha rinnovato per la prossima stagione il contratto che lo lega dal 2013 all'ambizioso team svizzero con cui quest'anno ha centrato una bellissima vittoria di tappa alla Tirreno-Adriatico. Il velocista brianzolo classe '89 pensa al futuro anche a breve termine con una seconda parte di stagione ricca di impegni. «Tra una decina di giorni tornerò in gara alla Route du Sud, poi sarò al via della Vuelta a Burgos prima della Vuelta a España» racconta "Pelo" pronto ad affrontare il suo primo grande giro in carriera. «Non vedo l'ora, anche perché dicono che una corsa di tre settimane ti cambia il motore, ti fa fare quel salto di livello che solo una gara lunga e vera può darti. Chiaramente punterò alle tappe adatte ai velocisti e a portarla a termine. Finirla sarà importante per la mia crescita, anche in vista dei prossimi anni».

Giulia De Maio per tuttobiciweb.it
http://www.tuttobiciweb.it/index.php?pag...69236&tp=n
 
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#8
Impennate: Pelucchi sfida Sagan...
Anche l'Italia ha il suo re delle impennate: guardate cosa fa matteo Pelucchi in allenamento...




tuttobiciweb.it
 
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#9
Pelucchi: «Il grande obiettivo si chiama Giro d'Italia»
Matteo Pelucchi è tornato a casa questa mattina con due vittorie nella borsa, insieme alla sua fida bicicletta. «Non mi aspettavo di partire così forte anche se ho trascorso un buon inverno. Non sono ancora al 100% e interpreto queste due vittorie come un buon segnale, ma non mi illudo e so che il difficile deve ancora venire».

Quale il segreto di questo buon inizio?
«Un po' di fortuna, l'aver trovato due buone giornate e poi sicuramente il fatto di essere rimasto nella stessa squadra. Il gruppo in casa Iam Cycling è molto buono e il treno per le volate ormai lavora insieme da più di un anno e i meccanismi cominciano ad essere rodti. In particolare mi intendo a meraviglia con Saramontins: lui sa cosa deve fare per me, io so come lavora lui e come sfruttare le sue scelte».

Quali i tuoi obiettivi per la stagione?
«Il primo era partire bene e direi che ci siamo, ma il grande obiettivo si chiama Giro d'Italia. Per me sarà il primo e ci tengo in maniera particolare. Per questo vorrei avere al mio fianco proprio Saramotins. Con lui, Klugge e Haussler ci divideremo il peso delle volate: in particolare io dovrei essere la punta per le tappe pianeggianti e lavorare per Haussler in occasione di quelle più impegnative».

Come procede ora la tua stagione?
«I prossimi appuntamenti sono il Tour d'Oman, la Kuurne-Bruxelles-Kuurne, il Samyn sempre in Belgio e la Tirreno-Adriatico, nella quale mi piacerebbe fare bene. Quindi Criterium International e Giro d'Italia».

Giulia De Maio per tuttobiciweb.it
 
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#10
Pelucchi: «Anche il prossimo anno correrò nella Iam»
«Poche tappe per i velocisti alla Vuelta»

Matteo Pelucchi è pronto per affrontare la Vuelta e lo fa con una determinazione ancora più forte dopo il rinnovo del contratto che lo lega alla Iam. «In questa squadra mi trovo bene, le mie idee collimano con quelle dello staff, perciò non avrebbe senso cambiare tanto per farlo. Stiamo bene insieme e continueremo ad esserlo anche per il 2016. La Vuelta? Non ci sono molte tappe riservate ai velocisti: spero di non pagare lo scotto del caldo e di tenere botta sulle salite per provare ad inventarmi qualcosa in una tappa adatta alle mie caratteristiche».

Giulia De Maio per tuttobiciweb.it
 
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