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Mondializzazione del ciclismo? Qualcuno non conosce la storia e ci vuole fessi.
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…..Anche allo scopo di rendere ancor più peculiare il meraviglioso lavoro proposto da Pagliarini sul percorso ciclistico antecedente la seconda guerra mondiale..... 
 
Mondializzazione del ciclismo? Qualcuno non conosce la storia e ci vuole fessi.
Dalla introduzione del mio libro “Le corse dimenticate”, edito nel 2012, un tema sul quale l’osservatorio ciclistico, anziché capire evoluzioni ed insegnamenti della storia di questo sport, contribuisce nell’oggi a rendere sempre più povera questa disciplina in completa balia del contorto (eufemismo) governo di Aigle. Il motto è “mondializzazione” ma è un falso storico. Nelle righe che seguiranno, al fine di una lettura più attuale, al nome di Pat Mc Quaid, va aggiunto anche quello di Brian Cookson, non certo migliore del penoso predecessore ai vertici UCI. 

Come in ogni campo dell’azione umana, oggi giungono alle nostre orecchie, parole come “mondializzazione” e “globalizzazione”, in nome delle quali, a volte se non spesso, si vogliono giustificare opinabili scelte, o, peggio ancora, quel solito trend che porta, al netto dei fronzoli d’ipocrisia, uno dei più vecchi segni-distinguo dell’essere umano: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Tranquilli, questo non è un testo politico, ma lo sport, ed in questo caso il ciclismo, non vivono sulla Luna e, come tutti gli orizzonti delle nostre azioni, non si possono isolare completamente. Nel pedale la “mondializzazione” è un verbo più che un termine, usato costantemente dal governo UCI di Aigle, ove il ciclismo appare sovente lo strumento-fantoccio di chi la sovrintende per propri scopi, che, si spera, cancellino l’apparenza poco nobile. È la giustificazione per raccogliere copiosi quattrini dalle provenienze geografiche più varie, ma sempre cospicui nei numeri, ove poter dire che lo sport del pedale cresce, si evolve, diventa moderno. Ma è un fenomeno che corre il rischio tangibile di spegnersi, in quanto privo di una base sinceramente voluta e, soprattutto, congiungente filoni realmente antropologici, là dove viene proposto. Resta il fatto che i numeri agonistici nel mondo sono più risicati, anche se maggiormente distribuiti. Morale: meno eurocentrismo, ma più povertà complessiva sui movimenti reali, soprattutto in termini di qualità. Gli amatori, cari signori, con l’agonismo che conta, sono pari a zero.
La mondializzazione poi, non è stata aperta da Hein Verbruggen (comunque dirigente coi suoi valori) e proseguita, nonché cementata, dal pessimo Pat Mc Quaid, con colpi di imperiosità ed interessi dubbi, sui quali, prima o poi, qualcuno dovrà mettere le mani, ma è sempre esistita nella ricerca dell’UCI. Sono cambiati solo i metodi e le pubblicità conseguenti, spesso confondenti per business, o interessi politici di qualcuno, a danno del ciclismo. È codesta la vera novità. Confrontare un Rodoni, un Puig, ad un Mc Quaid, è un insulto, perlomeno per chi ancora vuole vedere uno sport credibile, pur tenendo conto del cambio dei tempi, delle economie conseguenti e delle crisi più generali. Alla luce di tutto questo, perché parlare di mondializzazione odierna, quando a fondare, nel 1894, il primo embrione di un’organizzazione internazione ciclistica c’era il Canada (e non c’era l’Italia…), o l’UCI, nell’aprile del 1900, c’era la Federazione ciclistica degli Stati Uniti, al pari delle consorelle di Francia, Belgio, Italia e Svizzera? Che senso ha mettere l’Australia nel ciclismo delle frontiere allargate, quando nel 1895, già si correva la Melbourne–Warrnambool con 50 partenti, su avventurosi 250 chilometri? 
E Nino Borsari, Olimpionico italiano nel 1932, modenese, rimasto a Melbourne dopo aver corso su quelle strade e su quelle piste, impiantandovi un supermercato della bicicletta e non solo, di dimensioni anche superiori a quelli d’Europa, cos’era? Uno che amava fare le cattedrali nel deserto? Che senso ha dimenticare che un Tour del Marocco o d’Algeria, destinava per lustri, ai vincitori, una notorietà tecnicamente superiore a quella solo d’effetto mediatico dell’odierno Qatar?
E il Giro d’Argentina di 18 giorni, col meglio del ciclismo mondiale di fine novembre, inizio dicembre, cos’era? O le gare nell’odierna terra del Burkina Faso, dove un certo Coppi, trovò le zanzare di quella malaria che lo portò alla morte, cos’erano? E quelle in Nuova Caledonia, dove Tommy Simpson subì un’avvisaglia naturale di quel naturale che lo portò a morire sul Ventoux (altro che doping!), facendo crepare di paura il numero uno del mondo Jacques Anquetil e il “Treno di Forlì” Ercole Baldini, cos’erano? E le migliaia di professionisti del keirin, che il Giappone esibiva negli anni ’80, cos’erano? Oppure ancora, cosa c’erano sulle strade degli States, prima di chi vinse, nel modo che ogni persona dotata di un grammo d’intelligenza sapeva, sette Maglie Gialle? Dove si consumarono le oltre centocinquanta vittorie di Roberto Giaggioli? Che gare erano queste? Incontri a rubamazzo, o corse in bicicletta con un centinaio di partenti cadauna? Certo, alcuni partenti erano davvero professionisti, mentre gli altri semplici carneadi eletti a rango di spessore, per la libera espressione e autonomia che una federazione nazionale, sempre, deve avere sul proprio territorio. Eppure c’erano team, precedenti o contemporanei alla Motorola, come la Gianni Motta-Linea, la stessa Mengoni, la Xerox-Philadelphia Lasers, la 7-Eleven, l’Eurocar-Vetta-Galli, la Saturn, la Coors Light, la Guiltless Gourmet, la Chevrolet, la Mercury e tanti altri, certo di carattere quasi sempre nazionale, ma c’era un movimento notevole per quantità e soldi (questi sodalizi pagavano, eccome se pagavano, anche se duravano mediamente poco). Tutta roba precedente, ripeto, l’acuto dell’invenzione, Armstrong ovviamente compreso, per la quale l’UCI si sente progenitrice. Semmai erano frutti dell’effetto Lemond, ed in parte Hampsten, e dove l’Amgen, l’azienda produttrice dell’Epo, operava eccome, ma solo in vendita e non in sponsorizzazione.
E quel Canada che oggi presenta, extra Europa, le gare tecnicamente migliori e col pubblico più folto ed attento, è forse una scoperta di Mc Quaid? Ci si dimentica del mondiale ’74 e di quel lavoro precedente che i successi dell’abruzzese Vincenzo Meco nella Classica del Quebec, nonché i buoni comportamenti del lombardo Giuseppe Marinoni, intensificarono. Guarda caso due che sono rimasti là, ed han fatto fortuna. Uno, Marinoni, addirittura come illuminato costruttore di biciclette. Da chi è nato Steve Bauer, il canadese per ora più forte del romanzo ciclistico (Hesjedal compreso), se non da loro? E Gordon Singleton è figlio di Mc Quaid? 
Potrei scrivere ore e ore su tanti altri passaggi storici attraversanti tutti i continenti, quando ancora Verbruggen e McQuaid erano piccini, o nei sogni dei nonni, più che genitori. Forse lo farò con un testo specifico se avrò vita a campare. Quel che mi preme qui sottolineare, è che ogni paese, come è giusto sia, ha una sua via antropologica per giungere al ciclismo e viverlo compiutamente. Questo sport, potrebbe anche rimanere per sempre nel limbo del paese “x” o “y”, perbacco! Non si esporta ed importa, o s’impone nulla, coi colpi di danaro, o spennando il danaroso autoctono di turno, o lo Stato di turno. S’è forse portato ad un certo rango il calcio negli States, dopo il ’94? S’è forse giganteggiato il rugby in Italia, dopo l’ingresso nel 6 Nazioni? L’avere oggi ciclisti norvegesi di grande spessore, è forse dovuto al mondiale di Oslo nel ’93? E Knut Knudsen cos’era, un belga? E tutto l’ex impero sovietico, oggi frantumato in tante nazioni, ha scoperto il ciclismo per la supposta mondializzazione, o perché, dopotutto, un tempo su quelle zone operava la FIAC che coinvolgeva 127 paesi? Chi ha portato i germogli di pedale in Astanà? Mc Quaid, o gli echi mondiali ed olimpici, di un Pikkuus, un Kopilov, un Logvin o un Soukhoroutchenkov?
Al ciclismo, il Qatar concederà soldi per un po’, costruirà colline distruggendo la natura del luogo per farvi il mondiale per lo stomaco affamato di Aigle, perlomeno lo farà fino a quando qualche sceicco vorrà togliersi sfizio, ma non aggiungerà nulla al ciclismo. Perché là, la spinta del pubblico, della passione e della semplice curiosità, non c’è. E, tanto meno, è logico pensare ad una fata che trasforma con la bacchetta magica le lucertole ed i ragni, oggi unici reali spettatori delle pedalate monocordi di quelle gare, così fortemente intinte del falso messaggio dell’UCI.
Paradossalmente questi concetti, che in realtà sono solo semplici fotografie, sono allargabili alla stessa geografia di un singolo paese. È inevitabile quanto anche nelle nazioni storiche del ciclismo, questo sport abbia intessuto realtà diverse da zona a zona, fino a lasciare macchie bianche, che si sono prodotte dopo lampi iniziali, spesso per una serie di motivi dovuti, tanto a pecche delle federazioni nazionali, quanto a segni di malgoverno politico, oppure frutto di quella autoctona volontà antropologica, di cui facevo riferimento sopra, che va accettata e rispettata. L’Italia è stereotipo in questo. La sua storia ciclistica, marca quella più complessiva del paese, con un meridione lasciato sportivamente all’abbandono, in sincronia con ciò che si manifestava e cementava politicamente. Un mezzogiorno non nato insensibile alla bicicletta, anzi, ma divenuto marginale al movimento ciclistico assai più rispetto ad altri sport. Abbastanza per far riflettere e far capire che il governo ciclistico italiano, ci ha messo assai del suo, nell’orizzonte più generale non solo delle discipline sportive, ma dell’intero tessuto sociale ed economico del sud nel nostro Paese.
Questo lavoro si muoverà interamente sull’Italia, ed è, conseguentemente ed involontariamente feroce, perché il lettore potrà capire senza miei commenti, quanto fossero assai più vicine le realtà ciclistiche del nord e del sud nei primi anni del ciclismo e quanto, in un’era come quella odierna, dove si parla a sproposito, facendosi fettine della storia, di mondializzazione, gli italiani debbano invece fare i conti con l’italianizzazione che c’è stata e che non c’è più. Parimenti, si scoprirà quanto abbiano pesato i giornali sulla cementazione del ciclismo, divenendo, in tante occasioni, i principali fautori dell’organizzazione delle gare e della propaganda che si legava ad esse. 
Nel crollo di talune corse, ci sta il disimpegno progressivo di tante-troppe testate. Codeste, hanno aiutato l’ascesa dello sport della bicicletta, poi, quando la disciplina del pedale era da anni la più popolare, han dovuto fare i conti con la sua fama. Un coinvolgimento che è pure vissuto su contraddizioni e che non ha toccato solo le testate sportive, ma tutte, persino quelle che erano organi di partiti politici. L’impegno, sempre maggiore, degli industriali e dei potenti dell’economia verso il calcio, ha segnato un primo passo di minori attenzioni verso il pedale, fino a giungere, negli anni sessanta, a stabilire dapprima un pareggio e poi il sorpasso del calcio sul ciclismo. Ed i giornali, che in questo paese sono stati parte decisiva nella poca cultura sportiva degli italiani, sono poi divenuti, per interessi che non è difficile intuire e riconoscere, affossatori del pedale, trattandolo sempre meno, fino a prendere come pomo di giustificazione, l’equazione di ciclismo uguale a doping, creata ad hoc per concentrare su una disciplina, il coinvolgimento di tutte su quel problema. Un grosso motivo in più per spingere, in Italia, questo sport nella crisi enorme che sta vivendo, che si può toccare nella sparizione di tante corse professionistiche, ed in un calo del numero dei corridori “veri”, con percentuali da esodo. In questo contesto, è da vedersi come ininfluente, ripeto e sottolineo, l’esplosione delle consistenze degli amatori, che non sono corridori “agonisticamente” tangibili e che, a loro volta, portano via risorse ed attenzioni a quei giovani, sempre meno, che vorrebbero correre. Il tutto nella più piena incapacità della FCI di dare un senso alla propria esistenza, a parte la partecipazione dei dirigenti alle conviviali….soprattutto delle società amatoriali.
Le corse per professionisti, protagoniste catalizzatrici dell’essenza degli atleti, sono dunque sempre più rare al nord e quasi del tutto sparite al sud, ed a poco valgono le internazionalizzazioni, vere o presunte, vantate dalla idrovora UCI, verso la quale, la Federazione Italiana è genuflessa, aldilà di ogni limite, definito con un tangibile eufemismo, “istituzionale”. Un libro, sulle manifestazioni ciclistiche che, di fatto, non ci sono più nel nostro Paese e che volesse essere totalmente sincronico alle letture odierne, dovrebbe trattarne a decine. Qui ho fatto la scelta delle più lontane, sepolte col cemento e dimenticate, limitando il segmento temporale a tutto il periodo dove il ciclismo era il primo sport nazionale, ovvero fino a circa metà degli anni sessanta. Ne seguirà un lavoro con tanti resoconti o materiali inediti, che piaceranno poco agli amanti del pedale dell’attualità, con tutto quel che c’è e che non ho trattato nemmeno a mo’ di eco sopra, ovvero al ciclismo delle “periodizzazioni” e delle specializzazioni esasperate, dei dottori come unici preparatori, della genuflessione e relativo masochismo degli atleti, dei dirigenti più scarsi fra quelli sportivi ecc. Piacerà, forse, a coloro che vogliono capire, o che amano, magari solo per curiosità, la storia che ci sta alle spalle. E che fra ordini d’arrivo intinti di corridori che per taluni non diranno nulla o sono fossili, vi siano degli zoom su di loro, rappresenta per me la coerenza con ciò che mi muove da sempre: sono gli atleti la quintessenza dello sport. Ed è bene lo capiscano, i dirigenti, ed i loro spesso siamesi lacchè, che sono, purtroppo, troppi giornalisti. Magari, qualche lettore avrà modo di provare delusione non trovando degli zoom su taluni corridori, ma il motivo sta solo nell’aver scritto “sui qui dimenticati” su altre opere, e non ho ritenuto riportarli anche in questo libro. Ma sono casi molti limitati.

Maurizio Ricci detto Morris
 
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#2
(18-10-2018, 04:22 PM)Morris Ha scritto: [...]Nel pedale la “mondializzazione” è un verbo più che un termine, usato costantemente dal governo UCI di Aigle, ove il ciclismo appare sovente lo strumento-fantoccio di chi la sovrintende per propri scopi, che, si spera, cancellino l’apparenza poco nobile. È la giustificazione per raccogliere copiosi quattrini dalle provenienze geografiche più varie, ma sempre cospicui nei numeri, ove poter dire che lo sport del pedale cresce, si evolve, diventa moderno. Ma è un fenomeno che corre il rischio tangibile di spegnersi, in quanto privo di una base sinceramente voluta e, soprattutto, congiungente filoni realmente antropologici, là dove viene proposto. Resta il fatto che i numeri agonistici nel mondo sono più risicati, anche se maggiormente distribuiti. Morale: meno eurocentrismo, ma più povertà complessiva sui movimenti reali, soprattutto in termini di qualità. Gli amatori, cari signori, con l’agonismo che conta, sono pari a zero.
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Al ciclismo, il Qatar concederà soldi per un po’, costruirà colline distruggendo la natura del luogo per farvi il mondiale per lo stomaco affamato di Aigle, perlomeno lo farà fino a quando qualche sceicco vorrà togliersi sfizio, ma non aggiungerà nulla al ciclismo. Perché là, la spinta del pubblico, della passione e della semplice curiosità, non c’è. E, tanto meno, è logico pensare ad una fata che trasforma con la bacchetta magica le lucertole ed i ragni, oggi unici reali spettatori delle pedalate monocordi di quelle gare, così fortemente intinte del falso messaggio dell’UCI.

Secondo me questo è il punto centrale e questo tuo stralcio di messaggio andrebbe appeso a caratteri cubitali nell'ufficio di chi dirige l'UCI e di chi lo dirigerà.
Il ciclismo è uno sport che vive di tradizione, senza quella perde quel quid che lo differenzia dagli altri sport e fa solo risaltare i tanti difetti di cui purtroppo è pieno. Ma tralasciando questo aspetto che alcuni potrebbero definire inutilmente sentimentale, scaricare soldi a pioggia su dei movimenti inesistenti è dannoso anche dal punto di vista economico.
Creare dei giganti economici dai piedi d'argilla (cioè senza passione alla base) non ha nessun senso ed è anzi controproducente. Sia perchè prima o poi tutti i rubinetti (o meglio i pozzi di petrolio) si chiudono sia perchè, per fare queste operazioni, abbandoni il ciclismo storico, quello che ti ha portato avanti fino adesso.

Io sono a favore della globalizzazione ma fatta con un certo raziocinio. Con grande lungimiranza avevi evidenziato nel 2012 il "paradosso Qatar" e infatti si è realizzato tutto quello che avevi predetto. E' servito solo a fare propaganda per ottenere un Campionato del Mondo e per arricchire alcuni organizzatori e alcuni politici sportivi.
E chi scrive era un fan (uno dei pochi) di una corsa come il Giro del Qatar, la trovavo godibile come spettacolo televisivo, ma a conti fatti è stata un'esperienza risibile, che per il bene del ciclismo poteva benissimo essere evitata.

Per quanto riguarda la situazione italiana io sto invece in una posizione un po' più intermedia. Sicuramente negli  anni le colpe di UCI e FCI ci sono sommate e sono sotto gli occhi di tutti. Basti pensare a come è stato gestito quest'anno il campionato tricolore a cronometro, una situazione assurda, nemmeno da terzo mondo (e questa mia frase è offensiva per il terzo mondo, dove i campionati di ciclismo si disputano con regolarità).
Però trovo ci siano anche delle situazioni contingenti, l'Italia ha vissuto (e purtroppo sta continuando a vivere) un un'epoca non facilissima e i mancati investimenti nel ciclismo non sono dovuti solamente al fatto che ad oggi il ciclismo è poco attrattivo per gli sponsor, ma anche perchè banalmente di soldi ne girano pochi. Dispiace a tutti che nel nostro Paese si siano perse tantissime corse storiche però con la situazione attuale (sempre meno ciclisti italiani sia a livello giovanile sia a livello professionistico, ZERO squadre italiane nel World Tour) secondo me era quasi impossibile avere tutta quel fiorire di corse che c'erano negli anni '90/inizio 2000...
 
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