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Salvador Sanchez
#1
Il protagonista di questo racconto è Salvador Sanchez, un pugile messicano tra i più grandi della storia e uomo, il cui tratto di vita, concede tanto di più di quello che solitamente si chiede ad un campione dello sport. Un artista, che il destino s’è portato via giovanissimo, quando ovviamente era ancor pieno delle sue facoltà.

Ho cercato di scavare sul personaggio, proiettandolo sullo sfondo di quel Messico denso di povertà, drammi e contraddizioni, di cui ancor poco si parla.
Lo sforzo che ho profuso, scrivendo in mezzo all’emozione che spesso mi pervade quando sento particolarmente quello che scrivo, non s’è indirizzato verso la sola rivisitazione delle imprese del protagonista, pur lontane oltre venti anni e, quindi, sconosciute a molti, bensì sull’uomo Salvador. Un giovane intelligente, con dei valori palpabili e con una grande capacità di esprimerli. Un pugile che ha dimostrato, con la sua arte, quanto questo sport sia il contrario di quello che molti, erroneamente, pensano: un ammasso di imbecilli e violenti.
Spero venga apprezzato anche da coloro che non amano il pugilato.
 
A Salvador
.........Il vento soffiava
la fatica nello spingere quel carro
sulla terra screpolata dalla siccità,
coi cuori appassiti
ogni giorno
nella ricerca di un pugno di farina.
Un mulo con bisacce vuote
un cane a cui si contavan
gli anelli della spina dorsale,
un gatto inselvatichito
che miagolava ferito
la mancanza di lucertole,
un odore acre
che arrivava da lontano
cosparso di grigio.
Un paesaggio infinito e confuso
che graffiava l’orizzonte
e dietro uno sguardo
la semplicità d’un sorriso
che orchestrava una speranza di vita.
Grazie mio signore
d’avermi dato un pennello
ed un quadrato come cornice
per non morire
cercando ogni giorno di vivere........
 
(Morris)
 
[Immagine: Boxers-Pages~Salvador-Sanchez~Salvador-S...ent180.jpg] 
Combatteva a testa alta guardando negli occhi gli avversari, le sue gambe, sempre in continuo movimento, spingevano, attraverso i tendini d’Achille, l’azione ritmata pronta a tenere in temperatura quella reattività, nella sua arte indispensabile. Il suo corpo, proporzionato, ma decisamente alto per il suo peso, ci presentava un volto su cui il naso, nella parte alta schiacciato da quella che era tradizione del tempo fra i maestri del suo paese, e nelle precoci battaglie cui s’era necessariamente sottoposto, non aveva scalfito quel fascino che già interessava qualcuno, lassù, proprio sopra la sua terra. Erano i teatranti di quel luogo che, da sempre, si sente tanto padrone quanto demagogo di volti e portamenti e nel dipinto mobile di presentarli; quel mondo che l’avrebbe voluto prima o poi, perché il suo sguardo, la sua espressività e sensibilità, erano garanzie di evidente recitazione. Lui, intanto, la sua arte la propinava alla gente e l’imponeva, uno dopo l’altro, a tutti quelli che volevano stenderlo al tappeto.
I suoi capelli, ricci come tanti dalle pelle più scura, donavano, con quel lor colore biondo castano ben poco in sincronia con quel nome e quel cognome, tanto tipico sugli altipiani, la convinzione fosse un meticcio, quando invece era messicano di origine ispana. Era un buono nella vita, trasudando quell’intelligenza e quell’acume che erano tanto alleati al corpo nella costruzione di una leggenda, via via più in simbiosi col suo io. Non voleva ci fossero stupori, era contento di quel che faceva e rispettava tutto ciò che si poneva di fronte al suo camminare. In lui l’orizzonte era chiaro come fosse sulla montagna ove si poneva, lontano dallo smog della sua capitale, a meditare sul suo tratto e per come atteggiarsi al prossimo. Leggeva Neruda, amava la musica strozzata nelle corde d’una chitarra che Carlos Santana, un suo connazionale, da Woodstock aveva allargata al mondo. Era la romantica “Samba pa ti” ad aiutarlo mentre si concentrava per trovare, nell’interno, la forza per salire sul suo teatro con le sue vere sembianze, per non offendere chi guardava e il valore del suo avversario. In tempo di riposo, era invece “Oje como va”, col suo ritmo, ad accompagnarlo in auto mentre si trasferiva sull’amica collina a scrutare l’altipiano, per guardare lontano, alla ricerca di quella poesia che cresceva in lui, come il tratto del suo essere raffinato artista d’una apparenza selvaggia.
Lo chiamavano Salvador Sanchez, che poi erano le sue stesse generalità, ma lui era sempre più la boxe, un’arte nobile trasformata sovente, dalla malvagità umana, a guerra fra galli o cani, per guadagnare danaro e sentirsi pieni della propria criminalità. Era un giovane come tanti, nato vicino alla miseria senza esserne stato coinvolto pienamente, abbastanza per capirla, interpretarla e ricordarla ogni volta ve ne fosse bisogno, per non dimenticare. Un giorno disse che per essere bisognava rispettare, soprattutto per chi, come lui, aveva ancora tanto da imparare perché tenero alla vita e troppo vecchio per non rimembrare le voci di chi vedeva saggio. Qualcuno gli chiese perché avesse scelto quella boxe così violenta e lontana, forse, da uno come lui, e Salvador, come fosse su un sentiero a passeggiare guardando ed ammirando anche quello che la natura non sempre da per luccicare, rispose: “Perché nessuno si deve vergognare quando rispecchia quella vita che tanta gente fa soffrire, ma che alla fine ti offre sempre un’occasione. Da piccolo ero uno dei tanti e sono finito in palestra, perché era un modo per fare sport. Non potevo far altro, c’era solo quella vicino casa, ma ho apprezzato subito il pugilato. Fossi nato nei sobborghi di Londra forse avrei fatto il calciatore, a Dallas, il giocatore di baseball, ad Hong Kong il pongista. Le nostre passioni, spesso, nascono proprio dall’ambiente in cui si viene al mondo. No, non mi vergogno di essere pugile, anzi ne sono fiero!”
L’originale modo di concepirsi, lasciò spesso con l’amaro in bocca coloro che in qualche modo volevano toglierlo da quell’alone che costruiva mistero, solo perché non cercava altro che la normalità. Ma per le voci che costruiscono echi, lui era personaggio da scoprire, anche perché alle cronache finiva come campione così evidente per la sua arte, addirittura brillante per come viveva la sua catena di successi. E quando, lontano dal ring, gli chiesero perché combattesse a testa alta ed a viso aperto, rischiando più pugni dei più e perché la sua condotta fosse così pulita, cercando di legare così poco le braccia dell’avversario, lui, il giovane Salvador, ancora una volta con naturalezza, rispose: “Il rispetto per l’avversario è il rispetto a se stessi. Ti da forza interiore, perché quando sali sul ring hai paura e cerchi tutto quello che è possibile per farti coraggio. La boxe ti da tante opportunità per difenderti, non solo per colpire. In quel quadrato sei in lotta, ma ci sono gli spazi per farti il giusto male. Quando trovi uno più bravo di te soccombi, ma nessuno ti potrà dire che non hai fatto il tuo dovere. Io combatto a testa alta, per vedere meglio. Allaccio poco le braccia dell’avversario per colpire d’anticipo e quando cerco di legare, è solo per tirare il fiato e riprendermi da un colpo che m’ha fatto male. Oppure, per tattica, facendo credere al mio avversario una cosa che non c’è. E’ una variabile che devi usare con criterio, per non scoprirti troppo. Il ring è anche furbizia nel rispetto. Non c’è mai un pugile che sei sicuro di battere. Quello che dici prima, per caricarti, è solo una finzione, un momento per eccitare gli altri che verranno a vederti, più che te stesso. La vera spinta verso la vittoria, la trovi solo quando sei di fronte ad un altro che, come te, vive le stesse paure. Contro di lui, puoi essere migliore solo se hai fatto tutto quello che dovevi fare in palestra. Se sei concentrato a dare il meglio di te”.
In quelle frasi c’era il Salvador Sanchez che tutti abbiamo ammirato come uno dei più grandi, ma ci stava, a ben guardare, il pugilato. Frasi brevi, ma col peso di un macigno e portatrici di quella intelligenza che ha fatto, di quel giovane, uno dei più straordinari personaggi del suo sport, ma non solo. Parole pulite e, nel contempo, intense di un ricco mondo interiore, ecco perché, ogni tanto, si isolava per guardare il lontano, con le bellezze e le contraddizioni dell’altipiano. Ecco perché stuzzicava chi voleva raccontare in tridimensionale. Era diverso nella normalità, proprio come appariva sul ring. Nelle variabili del pugno, non era di nessuna il più forte: come incassatore non era la roccia più riconoscibile, come tecnico non era il più evidente, come stile nemmeno, nella velocità uno dei tanti. In palestra non si distingueva per abnegazione e la sua condotta quotidiana era quella di un giovane della sua età, senza vivere da monaco perché glielo imponeva il suo titolo mondiale. Eppure, da constatazioni di non eccellenza, con l’intelligenza, sul ring, diveniva il migliore in tutto. Come facesse è uno di quei misteri che stanno nel profondo dell'essenza dell’arte sportiva. E Salvador, di questa, aveva l’istinto e le stigmate, ne possedeva i colori e le voci, per darne quella immortale eco che ancor oggi ci risuona e ci concilia la determinazione del presente, quando ci avviciniamo ad un quadrato. Un fenomeno che rimarrà per sempre giovane e che non ci darà mai il segno inevitabile della decadenza atletica, o il ricordo di una sconfitta di fronte ad un pugile, quel giorno, migliore di lui. Tutto questo non ci potrà mai essere, perché come il destino ce lo aveva donato così denso di facoltà per insegnare, altrettanto per insegnare e per dire che è solo lui a decidere, se l’è portato via, a soli ventitre anni, il 12 agosto 1982.
Mentre andava, forse, sulla solita collina, un pugno tragico nelle spoglie di un trattore con rimorchio, che tagliò la strada alla sua Porsche nei pressi di Queretaro, gli inflisse un irrimediabile ed istantaneo ko. Fra quelle lamiere finite sotto il rimorchio, s’era spenta la vita di Salvador, ma non il suo messaggio di campione straordinario. S’era chiuso un segmento luccicante della storia della boxe e di quegli artisti che sono gli sportivi. Lui era originale, troppo originale, per passare inosservato anche se faceva della normalità un credo. Anche nella morte lo è stato. Gli incidenti, purtroppo, sono un fatto comune, e diversi colleghi di Sanchez ci hanno lasciati nello stesso modo. Ma su un rischio così presente a tutti noi, Salvador andò incontro al luogo che mai avrebbe potuto presagire un simile fatto: poche auto, pochi camion, molta miseria e quel trattore con rimorchio proprio lì, in quel preciso istante, a svolgere una manovra incauta. Da quel giorno lontano oltre vent’anni, ogni volta che la chitarra di Carlos Santana si distende nel suo spesso struggente modo di parlare, chi vi scrive ha pensato a Salvador, ai sui incontri, ai suoi echi, al suo modo di intendersi e concepirsi, ed un rivolo di lacrime scende senza percepirne i perché. Per anni ho sperato che Carlos dedicasse a quel ragazzo artista un intreccio di note, ma non mi risulta l’abbia mai fatto e se lo ha fatto, m’è sfuggito. Per lustri ormai, il lungo corso e la carriera breve di Salvador mi riconducono sullo sfondo d’un Messico che mai è riuscito a rabberciare le proprie contraddizioni e su quella collina che guarda l’altipiano, dove lo spirito di quel giovane si incarna nel colore di un dipinto, per donare un po’ di luce alla miseria imperante di quella terra.
[Immagine: salsanchez46656656.jpg] 
Il Salvador Sanchez pugile. 
Nato il ventisei gennaio 1959 a Santiago Tianguisten, come tutti i messicani esordì prestissimo fra i professionisti della boxe. Il cinque aprile del 1975, a poco più di sedici anni, sul ring di Veracruz affrontò Al Gardeno, di tre anni più anziano e riuscì a metterlo al tappeto dopo sole tre riprese. Da quell’incontro Salvador Sanchez inanellò una serie di 18 successi consecutivi, di cui 17 prima del limite ed uno ai punti, col connazionale Fidel Trejo, poi peraltro sconfitto per KO alla sesta ripresa in un successivo incontro. Una stecca di match pronti a giurare sulle qualità del ragazzino messicano, soprattutto, più che per la pesantezza del suo pugno, sulla sua già evidente capacità di sfruttare, a proprio favore, le carenze di avversari comunque non di grandissima nota, salvo Daniel Felizardo, un buon combattente, finito al tappeto alla quinta ripresa. D’altronde sulla strada di un giovanissimo come Salvador, non era pensabile mettere pugili di altro rango, ed in questo si distingueva l’opera di Cristobal Rosas, il manager di Sanchez, che aveva capito benissimo i primari valori di quel ragazzino. Ciononostante, ben presto iniziò a mettere di fronte a Salvador avversari già nelle "top ten" mondiali dei vari Enti. Il nove settembre 1977 sul ring di Mazatlan, il pupillo di Rosas, combatté per il titolo messicano dei piuma e subì la prima, ed unica, battuta d’arresto di carriera, ad opera di Antonio Becerra un ventunenne di casa, al match che poi si dimostrerà il suo "top" nel palmares. La vittoria di strettissima misura ai punti di questi, infatti, apparve ai più come un lasciapassare per il suo futuro ravvicinato, piuttosto che la lettura fedele di quel match. D’altronde, Salvador, era ancora molto giovane e quell’incontro rappresentava gli inizi della seconda fase di avvicinamento ai vertici. L’esito non proprio legittimo del match con Becerra, comunque, un certo contraccolpo in Salvador lo provocò. I quattro incontri successivi, infatti, furono i più incolori della sua carriera: tre vittorie ai punti con Soto, Cosme, e Jose Sanchez, ed un pareggio con Juan Escobar, tutti senza favori s’intende, ma col sapore di un’involuzione e qualche incertezza di troppo. Il ragazzo però, era ancora ben sotto ai vent’anni, ed era più che legittimo un appannamento. Ma il 13 agosto 1978, a Mazatlan, contro il forte Hector Cortez, Salvador, fugò ogni dubbio, stroncando l’avversario con un perentorio ko alla settima ripresa, dando un segno inequivocabile delle sue qualità, ben oltre l’epilogo.
Nei piani di Rosas però, gli appuntamenti importanti dovevano ancora aspettare e dopo Cortez, continuò a proporre al suo pupillo, pugili forti, alcuni pure molto esperti, ma non ancora dei super. A tutto questo aggiunse diverse “capatine” sui duri ring americani. La risposta di Sanchez fu all’altezza della fama che si stava costruendo, match dopo match. Una striscia di dieci successi tutti vinti in maniera perentoria, compreso quello chiusosi ai punti contro Fel Clemente, uno che tre anni prima aveva combattuto per il titolo mondiale dei piuma. Terrificante, poi, il KO tecnico col quale chiuse i conti con Felix Trinidad senior (il padre di cului che è stato per chi scrive, assieme a Lennox Lewis, il miglior pugile degli anni ’90). Ancora un incontro in un tempio del pugilato, l’Olympic Auditorium di Los Angeles, contro Richard Rotelle, ed ancora un KO. Indi, per testimoniare il suo essere fenomeno a soli vent’anni, sul ring di Guadalajara, un altro KO ai danni di Rafael Gandarilla. I pesi piuma avevano così trovato un nuovo protagonista da proiettare sulla scena mondiale. Di questa nuova dimensione ne ebbe piena consapevolezza Cristobal Rosas che, con un atto di coraggio, tanto criticato da una parte dell’osservatorio, colse al volo l’opportunità di un match mondiale contro un mostro sacro del pugilato di quei tempi, Danny Lopez. Costui, soprannominato Little Red, il piccolo rosso, era stato nominato, dal gotha dei giornalisti di pugilato raccolti nella rivista Ring Magazine, il miglior pugile del mondo, nel 1979. Campione mondiale dei piuma da quattro anni e con ben nove successi iridati, il ventottenne californiano, nel pieno della maturità atletica, non pensava a Sanchez come un avversario in grado di potergli togliere il titolo. Ma sul ring del Memorial Coliseum di Phornix, in Arizona, ebbe l’amara sorpresa di trovarsi di fronte ad un fenomeno. Lui, il piccolo rosso, che aveva steso e abbattuto fior di campioni, si trovò da subito nelle insolite vesti di uno che si doveva difendere: quel giovane lo guardava in faccia irriverente e lo anticipava sistematicamente. In ogni ripresa, mettendo in mostra l’università del pugilato, attraverso jub, montanti, ganci e diretti con ambo le braccia, Salvador Sanchez si dimostrò il veterano di mille battaglie. 
[Immagine: danny_l_pez_vs_salvador_s_nchez.jpg]
Il giovane messicano cambiò pure guardia, mettendo inoltre in evidenza una velocità che non gli si riconosceva. Per Lopez il match si dimostrò un calvario. Quando già era larghissimamente in vantaggio, Salvador, con una gragnola di colpi seppellì il californiano alla tredicesima ripresa, costringendo l’arbitro a decretare la sua vittoria per KO tecnico. Ad appena 21 anni, e con una condotta da pugile in grado di aprire una leggenda, Sanchez diventò il nuovo campione del mondo dei piuma, versione WBC.
Aldilà della cintura conquistata, la carriera di Salvador, ed il suo essere fenomeno, trovarono il loro peso supremo, in un dato che vado a spiegare e che mentre scrivo mi fa venire i brividi: con o senza la voglia di strafare e di guadagnare di Cristobal Rosas, l’ancor giovanissimo Sanchez arriverà, comprendendo il match che gli valse il titolo, a combattere per ben sei volte per la massima cintura in tredici mesi! Un record ineguagliato nella storia della boxe! Un match di massima importanza ogni due mesi e qualche giorno, straordinario!
Il contratto relativo al match con Lopez, recitava che in caso di successo di Salvador, si sarebbe dovuta tenere una rivincita entro cinque mesi, ed il messicano la concesse. Prima però, solo settanta giorni dopo la conquista del titolo, mise in palio al Civic Auditorium di Tucson, la freschissima cintura contro Ruben Castillo, un pugile pericoloso, esperto e con un curriculum denso di successi importanti. Sanchez lo vinse senza cercare sincronia con quel ruolo di picchiatore terrificante, che il suo palmares dimostrava: si limitò a dominare l’avversario con la tecnica, a testimonianza dei suoi valori eccelsi. Il verdetto al termine delle 15 riprese gli fu favorevole in maniera netta. Dopo due mesi dall’incontro con Castillo, arrivò la rivincita con Danny Lopez. Sullo sfondo di uno dei templi della boxe come il Caesar’s Palace di Las Vegas, il match si dipanò sulla falsariga del primo, ma stavolta con esiti ancor più brutali per un Lopez che mise tutto se stesso alla ricerca della rivincita. La conclusione per KO tecnico, una ripresa più tardi rispetto al primo match non deve trarre in inganno: Salvador dominò il californiano imponendogli una lezione di pugilato di una pesantezza tale, da stroncare definitivamente la carriera di “little red”, solo sette mesi prima valutato il miglior pugile del mondo, ogni categoria. Qualche settimana dopo, furono proprio le parole di Lopez a suggellare la grandezza di Sanchez: “Questo pugile entrerà nella storia, è fortissimo dappertutto, ed è troppo giovane!”.
Due mesi dopo la rivincita col californiano, al Joe Freeman Coliseum di San Antonio, Salvador Sanchez era di nuovo sul ring, a mettere in palio il suo titolo mondiale. L’avversario, Patrick Ford, un pugile della Guaiana, pieno di mestiere e con un evidente palmares, aveva tutta l’aria del boxeur da evitare, perché adatto a tendere un’imboscata. L’incontro però, suggellò ancora una volta la grande completezza di Salvador, un picchiatore per palmares, in tecnico sopraffino di fronte alle necessità, ed uno che sul ring, anche nei momenti di difficoltà, sapeva seminare intelligenza. Alla quindicesima ripresa, dopo aver vinto il match con largo vantaggio di punti, Sanchez si vide assegnare l’incontro per intervento medico: Ford, col volto tumefatto, ed una pericolosa ferita fu fermato, ma il match non aveva più storia da tempo.
Dopo tre mesi, sull’orizzonte di Salvador si presentarono i primi echi della grande rivalità che ha sempre diviso messicani e portoricani, nelle spoglie di un pugile tra i più belli, resistenti e velenosi in circolazione: Juan La Porte. Nella storia di questo fighter coetaneo di Sanchez, che ha portato la sua figura a calcare i ring fino a tre anni fa (40 anni), ci stavano, all’epoca dello scontro col messicano, solo 15 match da professionista, ma la cosa non deve ingannare, perché i portoricani, a differenza dei messicani, fanno da sempre esordire i loro pugili al professionismo più tardi, ma hanno ben altri modi di temprarli e dopo 10 match nella massima serie, sono già pronti a qualsiasi confronto. I “figli di San Juan de Portorico”, sono smaliziati come pochi e decisi a fare del pugilato una ragione di vita, o meglio una rivincita con quello che l’esistenza ha imposto loro all’atto della nascita.
Il match fra Sanchez e La Porte, si tenne il tredici dicembre 1980 al County Coliseum di El Paso, in Texas. Fu un bellissimo match, anche perché La Porte oltre ad essere un combattente nato, possedeva una tecnica sopraffina e un’arma che rappresentava per Salvador una variabile nuova fra i pugili incontrati per il titolo: la capacità di incassare cannonate e pure di schivare i colpi. Sanchez ebbe momenti di sofferenza, ma impose chiaramente i diritti della sua classe eccelsa e vinse chiaramente ai punti. Dopo due mesi, il suo crescendo impressionante, lo portò di nuovo sul tempio del Caesar’s Palace di Las Vegas per affrontare, titolo in palio, il campione europeo dei piuma, lo spagnolo Roberto Costanon. Anche quel match non ebbe storia e finì nel palmares del messicano, grazie ad una vittoria per KO tecnico alla decima ripresa. In tredici mesi, Salvador, era stato capace di combattere per sei volte per il titolo mondiale, vincendo sempre senza problemi! Era una realtà luccicante del pugilato mondiale, a nemmeno 22 anni!
Quale match per entrare nella leggenda?
Sull’orizzonte del giovane messicano, c’era il campione della WBA Eusebio Pedroza, per un incontro che avrebbe potuto unificare il titolo, oppure, sempre da quella sigla, il campione mondiale dei supergallo, un terribile picchiatore imbattuto dopo 32 match fa professionista, tutti vinti per KO, escluso uno solo, Wilfredo “bazooka” Gomez!
Fu scelto quest’ultimo, portoricano anch’esso, e di tre anni più anziano di Salvador. Prima però, Cristobal Rosas fece sostenere al suo pupillo, a Los Angeles, un incontro non valido per il titolo, ma con un pugile che valeva certamente quanto uno sfidante, Nicky Perez. Costui, battuto da Gomez quasi due anni prima per KO alla quinta ripresa, riuscì a contenere Sanchez per tutte le 10 riprese, anche se uscì sconfitto chiaramente ai punti. Fu proprio il non certo molto opportuno incontro con Perez e la sua conclusione ai punti, a fare di Gomez, il preferito dei pronostici alla vigilia del grande incontro del Caesar’s Palace di Las Vegas. Ma Salvador, doveva e voleva entrare nella leggenda, ed il tempio crescente della boxe mondiale, poté assistere a quello che rimarrà il capolavoro di questo giovane ed incomparabile artista dell’altipiano. Il match, presentato alla grande come fosse uno scontro fra due titani dei pesi massimi, con centinaia di televisioni a bordo ring ed una diffusione mondiale, vide sorgere una stella. Salvador Sanchez, per nulla intimorito dal pugno devastante e dalla velenosa condotta di un grande come Gomez, anch’esso dotato di una cintura mondiale, lo seppellì. Gli fu superiore in tutto: nella tecnica, nell’incassare i colpi, nel portarli e persino nella potenza! All’ottavo round, quando il portoricano era ridotto ad un burattino di pezza nelle mani della costruita leggenda messicana, l’arbitro fu costretto a decretare la fine di un calvario che avrebbe potuto nuocere alla salute di Gomez. Con quella vittoria per KO tecnico, Salvador era divenuto un divino della “noble art”, un campione da strappare le lacrime agli occhi di tutti, e non solo di quelli che han sempre compreso i dettami di questa disciplina.
Ricordo i commenti d’ammirazione e stupore di gente comune, dopo aver visto il match in TV. Ricordo un vecchio pugile che insegnava ai ragazzi la tecnica, per fare di questo sport non quello che in tanti o troppi dicono, venirmi incontro con un rivolo di lacrime che scendevano sulle guance e dirmi: “Voglio la registrazione di questo match, per farla vedere ai ragazzi che vengono in palestra. Salvador Sanchez non è un pugile è la perfezione. Questo incontro non rappresenta, è, il pugilato!”.
E come non dar ragione a quell’uomo che aveva visto i più grandi! Salvador, era stato davvero sublime e perfetto. Ricordo pure mio fratello, uno che ha sempre visto la boxe come il fumo negli occhi, dirmi che si era esaltato come quando poteva vedere uno scalatore involarsi, con la sua bicicletta, verso quella montagna da sempre mito del ciclismo. Salvador Sanchez ci aveva conquistato tutti: Gomez, un campione con la “C” maiuscola, uno dal pugno che poteva stroncare un toro, affrontato a viso aperto sull’ideale terreno del suo essere picchiatore, era stato ridotto a fantoccio tra le sue mani. Il giovane dell’altipiano che leggeva Neruda e ascoltava Santana, era un uomo dai valori eccelsi, anche perché aveva dimostrato ancora una volta un’intelligenza non comune.
Il richiamo di quell’incontro, provocò negli avversari di Sanchez la condizione ideale per affrontarlo: la convinzione di dover giocare al massimo le proprie possibilità, perché contro di lui ogni ripresa era guadagnata. In altre parole, non avevano nulla da perdere, una condizione ideale in tante discipline e nella boxe in particolare. La concretizzò subito un inglese, Pat Cowdell, che aveva detronizzato Costanon dal titolo europeo dei piuma, il quale si presentò all’Astrodrome di Houston, quattro mesi dopo lo storico match con Gomez, per togliere a Salvador il titolo mondiale. Fu l’incontro in assoluto più difficile che Sanchez abbia mai sostenuto con la cintura in palio. Cowdell fece il match della vita, ed il suo pugilato sgusciante ebbe la fortuna di aggiungersi alla pessima giornata del messicano. Una congiunzione che nella boxe, spesso si paga con interessi ben più deleteri che in altre discipline. Alla quindicesima ripresa, l’incontro vedeva il britannico con uno o due punti di vantaggio, ma nel quindicesimo ed ultimo round, Salvador, raccolse la concentrazione e le virtù necessarie per dominare la ripresa e spedire al tappeto, anche se in maniera non decisiva, Cowdell. Bastò, comunque, per guadagnarsi il verdetto, seppur in “split decision”, decisione non unanime.
La stentata vittoria e la promessa di una rivincita, rappresentarono per Sanchez un fatto d’onore e di rispetto verso quel pugile d’oltre oceano, venuto ad affrontarlo senza timori reverenziali, ma per imposizioni a cui nessuno può sfuggire, quella rivincita all’inglese Salvador non la poté dare.
Cinque mesi dopo, sul ring della Reunion Arena di Dallas, il messicano dalla faccia e dal portamento che stava stuzzicando Hollywood, affrontò con titolo in palio, il pericoloso connazionale Jorge Garcia, vincendo chiaramente ai punti, ma le solite cassandre, che nel pugilato spesso assumono connotati fastidiosi e provocatori, cominciarono a parlare sulle pagine dei loro giornali, di un Salvador in difficoltà. In realtà, era un modo per vederlo di fronte a qualche altro pugile che potesse contenere, nel suo seno, facoltà simili a quelle di Gomez. E solo due mesi dopo, nello scenario del Madison Square Garden di New York, in quello che è da considerarsi il tempio perenne della boxe, Salvador Sanchez, affrontò colui che più di ogni altro possedeva le caratteristiche del portoricano, il ghanese Azumah Nelson (uno che è arrivato a combattere fino ai 40 anni).
[Immagine: boxing_history_July17.jpg]
Fu un ennesimo scontro fra titani, vinto con chiarezza da Sanchez, ed un epilogo analogo a quello con Gomez, anche se avvenuto all’ultima ripresa. Sicuramente Nelson, poi divenuto negli anni un grande della storia della boxe, mise più in difficoltà il campione, di quanto non fosse riuscito al portoricano, ma la vittoria di Salvador non fu mai messa in discussione, per quanto le doti di Azumah potessero, da un momento all’altro, far girare quel match. Ciò non avvenne, perché Sanchez era un pugile superiore a Nelson e questi avrebbe sempre avuto difficoltà con un boxeur che poteva combattere, sia da picchiatore che da tecnico, come il messicano. Lo dico alla luce della visione dei successivi incontri di Azumah contro Gomez, Whitaker, La Porte e Fenech e, pur giudicando il ghanese un pugile tra i migliori, mi sento tranquillo nell’affermare che Salvador gli fosse superiore. Quando poi leggo autorevoli commentatori internazionali, dichiarare che Azumah fu sconfitto da Sanchez, perché era ancora troppo giovane, non posso far altro che sorridere: aveva un anno in più di Salvador e se si presentò a quel match con minori incontri da professionista, possedeva una carriera dilettantistica e una maturità fisica, che non potevano certo porlo in condizioni di inferiorità.
L’incontro col ghanese al Madison, tenutosi il ventuno luglio 1982, mise Salvador Sanchez nelle condizioni di entrare fra i grandi della boxe, anche per quelli che basano i loro giudizi, solo ed esclusivamente sulla statistica. In fondo, il giovane messicano, aveva in poco più di due anni combattuto ben 10 volte per il titolo mondiale, un record tutt’oggi ineguagliato. Era forte, all’indomani del Madison, la domanda su quali potevano essere i programmi futuri di Sanchez e che cosa avrebbe scelto per lui Cristobal Rosas. Non ci fu il tempo per vederne le minime tracce, perché ventidue giorni dopo il match con Azumah Nelson, il più crudele dei destini, volle porsi di fronte a Salvador per un match impari. Quello che non era riuscito a nessuno dalle umane sembianze, riuscì alle mani che mai si vedono, ma spingono i nostri destini, le nostre speranze, ed il bisogno inconscio di continuare a tracciare. Salvador Sanchez, per il rimorchio di quel trattore finito sulla strada di Queretaro perse la vita, quella giovane esistenza che l’aveva eletto pugile straordinario, per le rare stimmate di cui era stato dotato. Era avviato verso una leggenda che, l’improvvisa e tanto prematura morte, sancì nel modo più cruento.
Sono passati più di trenta anni, ma sembra ieri, anche perché il solco tracciato da questo ragazzo, semplice e così sensibile alla normalità degli uomini, rilancia i suoi echi ogni giorno in chi ha avuto la fortuna di vederlo.
La leggenda e l’orgoglio messicano che lui incarnò nello sport rappresentano un immutato tenue momento di sorriso, sullo sfondo di un paese tanto grande quanto povero.
Salvador, con quei suoi folti capelli e quello sguardo tanto significativo, continuano a camminare sull’altipiano e, sovente, li ritroviamo sui ring, quando vediamo uno che solo lontanamente gli assomiglia. E’ vivo nei cuori e nelle passioni, è immortale per le consistenze del suo tratto. E’ la speranza “che si può”, per chi ancora oggi si avvicina a quell’arte di cui è stato profeta e, come allora strappava le lacrime per la sua grande onestà d’artista sul ring, oggi le fa scorrere alla constatazione di non concederci la sua mano per stringerla. Salvador, veleggia nei cuori dello sport, come una piuma, quel peso che lo vide inimitabile e che ancora gli permette di dipingere affreschi, nel suo nuovo status di immortale. 

Maurizio Ricci detto Morris
 
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#2
Grazie Morris per il ritratto di questo sfortunato campione.

Mi permetto di aggiungere che "Bazooka" Gomez nell'avvicinamento allo storico incontro, uno dei più grandi della storia della boxe, fece fioccare le prese in giro e gli sfottò nei confronti di Sanchez, indegno a suo dire di portare la cintura, ma il messicano non cadde nel tranello del più esperto rivale.

Inoltre Gomez ebbe problemi a raggiungere il peso stabilito, nonostante salisse di categoria per l'occasione, e lo raggiunse solo dopo diverse ore di sauna: pratica tuttora diffusa ma che rischia di fiaccare la resistenza dell'atleta.

Ciò ovviamente non va a togliere alcun merito a Sanchez, preparatosi meticolosamente e pugile migliore a tutto tondo.

Sanchez, a tuo avviso, è stato il pugile messicano più grande di sempre? Meglio lui, JC Chavez, o un terzo?

Ricollegandomi a Chavez e a quanto hai accennato a proposito dei migliori pugili degli anni '90, in cosa Trinidad e Lewis si lasciano preferire, ad esempio, a un Whitaker?

Grazie ancora!
 
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#3
Aldilà delle preferenze personali dettate dal tifo, Sanchez è senza dubbio stato il piuma messicano più grande di tutti i tempi, ma per la brevità di carriera (e di vita, purtroppo), in una classifica messicana “pound for pound” di sempre, Julio Cesar Chavez va preferito. 

Diciamo subito che gli anni ’90 del pugilato sono stati generosi di talenti, così come, anche oggi,la bistrattata ed esageratamente divisa boxe, può esibire dei formidabili alfieri. Di sicuro, ad esempio, circumnaviga il ciclismo sul versante delle corse a tappe. 
Trinidad e Lewis si lasciano preferire a Whitaker, perché formidabilmente tecnici quanto Pernell, ma di lui più potenti. Lennox, tra l’altro, è stato l’ultimo grande peso massimo della storia. Non a caso i pesi massimi sono la categoria da anni più in crisi. 
Ciao Albi!
 
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#4
Al giorno d'oggi uno come Usyk, oltre a porsi come antitetico alla divisione di titoli e sigle che attanaglia la boxe contemporanea, surclassa, come atleta a tutto tondo, i cadaveri che pascolano sulle salite dell'arco alpino.

E lo stesso vale per il connazionale Lomachenko, per Crawford, o per Inoue.

Se si chiudono gli occhi sull'inadeguatezza del carrozzone che fa da contorno alla ciccia rappresentata dai protagonisti combattenti, c'è di che lustrarsi gli occhi.
 
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