Login Registrati Connettiti via Facebook



Non sei registrato o connesso al forum.
Effettua la registrazione gratuita o il login per poter sfruttare tutte le funzionalità del forum e rimuovere ogni forma di pubblicità invasiva.

Condividi:
Team UAE Abu Dhabi 2017
#31
La maglia non è nemmeno malaccio, anche se è difficile che uno possa comprarla fuori dagli emirati. Troppo nazionalista. Quella della Katusha lo era molto meno...

Il bello è che uno sponsor italiano sarebbe pure entrato: Segafredo. Quello di Saronni poteva essere un bel progetto da sposare, visti i tanti neo in rampa di lancio quest'anno. E anche a costi relativamente bassi.
 
Rispondi
#32
Allenamenti del team, parola ai preparatori Marangoni e Notari
Sotto un sole deciso e con temperature di stampo comunque invernale, sono iniziati i lavori del Team UAE nel raduno di Terracina.

Con l'arrivo nella giornata di giovedì da Abu Dhabi dei cinque corridori che hanno impreziosito la conferenza stampa di lancio del team (Ganna, Guardini, Meintjes, Mohoric e Rui Costa), gli effettivi della squadra presenti nell'Hotel Fiordaliso sono saliti a 24, praticamente la squadra al completo a eccezione del campione nazionale degli Emirati Arabi Uniti Yousef Mirza, prossimamente in Italia per incontrare i nuovi compagni.

Quali sono le finalità specifiche di un raduno collegiale in questo periodo dell'anno, con l'avvio della stagione ormai alle porte (esordio il 15 gennaio in Australia nel People's Choice Classic Criterium)?
A spiegarlo sono Samuel Marangoni e Giacomo Notari, i preparatori qualificati che compongono da quest'anno, sotto la supervisione del Dottor Roberto Corsetti e con il supporto di Marco Marzano, la struttura interna alla squadra deputata alla preparazione, alla programmazione degli allenamenti e alla valutazione delle prestazioni.

“E' fondamentale avere la possibilità di incontrare in un unico momento tutti i corridori in organico e questo raduno ci dà proprio questa opportunità che, per motivi di calendario, durante la stagione non sarà ripetibile – ha sottolineato Giacomo Notari – Per noi preparatori è importantissimo poter incontrare i ciclisti e instaurare un rapporto aperto sul piano umano e professionale, perché la base di un buon lavoro di impostazione degli allenamenti e di valutazione è un confronto sincero e produttivo, con riscontri chiari e precisi all'insegna della fiducia reciproca.

Abbiamo avviato questo lavoro già a inizio novembre a Darfo Boario Terme, qui a Terracina stiamo compiendo un ulteriore passo che consente alla nostra struttura un'operatività il più possibile efficace”

Quale tipo di lavoro stanno svolgendo gli atleti della squadra sulle strade laziali in sella alle bici Colnago C60, lo spiega Samuel Marangoni: “I corridori che debutteranno in Australia o in Argentina stanno curando già il ritmo e l'intensità, lavori favoriti dal fatto di poter pedalare in gruppo, dal confronto con i compagni e da alcune simulazioni di situazioni di gara. Per colori che, invece, inizieranno la stagione agonistica solo tra qualche settimana, in questo momento l'obiettivo è mettere chilometri nelle gambe.

I lavori, calibrati per i singoli atleti in base a tabelle di allenamento personalizzate, sono monitorati attraverso i dati raccolti tramite gli strumenti Power2Max e grazie ad alcuni test, quali ad esempio il test di Mader, svolto proprio ieri in salita e concluso con un prelievo di lattato eseguito dal Dottor Corsetti.

Sono sicuramente preziosi anche le sessioni di allenamento in modalità da cronometro, durante le quali i corridori, suddivisi in gruppi da 6 o 8 elementi, impostano gli automatismi alla base di una cronosquadre”.

A riguardo della formazione che presto volerà in Australia, i preparatori esprimono un parere concorde: “Tutti i ragazzi che correranno il Tour Down Under hanno lavorato bene sin dalla ripresa degli allenamenti. Ulissi ha mostrato già un buon colpo di pedale, Swift si è dimostrato una garanzia in termini di affidabilità e Laengen ha impressionato positivamente per la qualità delle sue attitudini di passista, ancora più ampie di quanto si poteva immaginare”.

Le giornate del team si concludono con sedute in palestra: “Tutti i giorni, prima di cena, gli atleti si dedicano assieme a noi a 45' di stretching e core stability – ha spiegato Giacomo Notari (in foto, mentre conduce una sessione di esercizi di allungamento) – Grazie a queste sessioni, si riesce a rendere più rilassata la muscolatura dei corridori, con benefici relativi alla prevenzione degli infortuni, alla maggior facilità nel mantenimento della miglior posizione in sella alle bici, all'agevolazione del lavoro dei fisioterapisti.
Gli atleti stanno apprezzando questi lavori che, terminato il raduno, diventeranno una buona abitudine da seguire anche a casa e alle corse”.

Il nuovo sito internet della squadra sarà presto disponibile, nel frattempo seguiteci sui canali ufficiali di social network:
– Twitter: @TeamUAEAbuDhabi
– Facebook: @TeamUAEAbuDhab
– Instagram: team_uae_abudhabi

comunicato stampa
 
Rispondi
#33
Team UAE, online il sito ufficiale
E’ ora accessibile la versione aggiornata del sito internet ufficiale del Team UAE all’indirizzo www.uae-abudhabi.com/uae

Tutti gli appassionati di ciclismo e gli addetti ai lavori potranno trovare notizie, fotografiche, schede dei corridori e tutte le informazioni aggiornate relative alla formazione emiratina. Il sito è proposto nelle versioni in lingua inglese, in italiano e in cinese.

[Immagine: Sito-hp.jpg]

L’offerta informativa del Team UAE è completata dalla newsletter ufficiale (tasto di iscrizione nella pagina iniziale del sito), e dai profili ufficiali di social network:

- twitter: @TeamUAEAbuDhabi
- facebook: @TeamUAEAbuDhabi
- instagram: team_uae_abudhabi

Il Team UAE non si ferma qui, perché prossimamente sarà lanciato un nuovo sito internet della squadra, ancora più completo, rinnovato nella grafica e nella struttura e dall’alta compatibilità con tutti i dispositivi di consultazione.

Buona navigazione!

comunicato stampa
 
Rispondi
#34
Nuovo sponsor e nuova maglia in arrivo

 
Rispondi
#35
Dovrebbe essere questa

[Immagine: ROA-WTT_UAD_2017.jpg]
 
Rispondi
#36
'Azz.
E' stato detto per quanto si impegneranno?
 
Rispondi
#37
(21-02-2017, 06:58 PM)SarriTheBest Ha scritto: 'Azz.
E' stato detto per quanto si impegneranno?

No però nel corso della conferenza è stato detto che in 3 anni vorrebbero diventare un team da top 3 nella classifica mondiale
 
Rispondi
#38
Saronni: «La nostra sfida al mondo»
Il general manager del Team UAE racconta tutto

[Immagine: showimg.php?cod=98377&resize=10&tp=n]
 
Saronni è un paradosso. Chi lo conosce e lo frequenta lo sa: dopo essere stato uno dei corridori più veloci del pianeta negli Anni Ottanta, oggi è un tranquillo signore pacato, riservato e riflessivo come pochi. Quando c’è da essere veloci lo è ancora adesso, ma deve es­serci l’occasione.
Saronni è un paradosso. Tra gli ex corridori è il più stanziale, eppure da fine agosto all’inizio dell’anno l’uomo della fucilata di Goodwood è passato da es­sere cinese ad arabo in un amen.

«Mi muovo quando c’è necessità. Si può essere Emilio Salgari, che ha scritto di posti lontani standosene comodamente seduto nel suo studiolo di casa, quando tutto corre per il verso giusto.  Ma quando si tratta di affrontare si­tuazioni cruciali, bisogna agire. In questo caso, per garantire il proseguimento dell’attività della squadra e avendo a cuore la sorte di tutte le persone che lavorano nel team e delle loro famiglie, sono stato ben contento di volare in Cina e negli Emirati Arabi».

Ecco, partiamo da qui: come mai è naufragato il progetto cinese?
«Intanto non è naufragato ma ha subìto solo un brusco rallentamento. Purtroppo per noi, l’anima della TJ Sport Consultation Co, il signor Li Zhiqiang, è ve­nuta meno. Il presidente è alle prese con una brutta malattia e in questo momento ha ben altro a cui pensare. In verità parte del suo staff sta lavorando ancora al progetto, ma lo sappiamo, certe iniziative governative hanno i loro tempi e se viene a mancare l’uomo chiave non dico che bisogna ricominciare da capo ma quasi. In ogni caso è un progetto che è lì, nel senso che è tutt’altro che accantonato. E l’augurio è che Li, il presidente di TJ Sport Consultation possa tornare al più presto per completare il lavoro».

Quando hai pensato: qui restiamo tutti a piedi?
«Ho sempre pensato che potesse esserci una via d’uscita, ma non ti nascondo che ho trascorso sicuramente i venti giorni più difficili della mia vita. Non tanto per me, che posso anche smettere di fare questo lavoro domani mattina, ma per le oltre settanta famiglie che rischiavano di perdere un po­sto di lavoro in un momento della stagione in cui non potevano certo riciclarsi. Credimi, non ho dormito per settimane».

Quando è scattato l’allarme?
«A fine novembre, quando ho capito che la documentazione dalla Cina non poteva arrivare nei tempi utili dettati dall’Uci e qui è entrato nuovamente in gioco Mauro Gianetti, che aveva fatto un grandissimo lavoro in Asia e ha trovato al volo l’alternativa. Il 27 novembre è andato ad Abu Dhabi a trovare un suo caro amico che l’ha invitato ad assistere al Gp di F1 e ha colto l’occasione per parlargli di quanto noi stavamo vivendo. Il suo amico è Matar Suhail Al Yabhouni Al Dhaheri, presidente di una società che negli Emirati lavora nel campo dell’edilizia e dell’immobiliare (Kopaonik Property In­vestment LLC) e che è un grandissimo appassionato di ciclismo. Mauro gli ha spiegato tutto per filo e per segno, soprattutto gli ha fatto capire che non c’era tempo da perdere ed era un’occasione d’oro. Matar non se l’ha fatta sfuggire. Forse, in questo caso, la fretta e i tempi cortissimi ci hanno aiutato. O si prendeva questa opportunità al volo, oppure saltava tutto».

Che ruolo ha Mauro Gianetti nel team?
«Oltre ad essere un caro amico e un grande uomo di affari è chiaramente il referente del team con gli investitori».

Avresti mai pensato di diventare “arabo” alla soglia dei sessant’anni?
«Se è per questo non pensavo nemmeno di diventare cinese, ma è la globalizzazione, bellezza».

Che ruolo ha avuto Ernesto Colnago in tutta questa trattativa?
«Come in tutte le cose, in certi momenti, occorre la mano di tutti. Loro sono venuti a Cambiago, hanno visitato l’azienda, hanno parlato con Ernesto, con Alessandro, con Anna e Vanni. Sono stati qualche giorno assieme. Insom­ma, si sono conosciuti profondamente, hanno compreso a fondo cosa significa Colnago nel mondo della bicicletta e per la storia del ciclismo. È stato come mettere su una bella torta già ben guarnita quella ciliegina che gli arabi hanno gradito parecchio. Negli Emirati Arabi si sono gettate le basi, a Cambiago è stato definito tutto».

Il tuo gruppo doveva trasformarsi in TJ Sport, prima formazione cinese. Invece è nato il Team Uae Abu Dhabi, prima formazione WorldTour dell’Emirato che, ac­canto al Gp di F.1 darà grande impulso al ciclismo…
«È un progetto triennale, importante e ambizioso. Quest’anno si prosegue con l’organico che avevamo già predisposto, ma è chiaro che da adesso in poi siamo attentissimi a quello che succederà sul mercato per cogliere occasioni importanti e fare un ulteriore salto di qualità. Gli Emirati vogliono diventare velocemente un punto di riferimento nel mondo del ciclismo».

Sentite di avere una grande responsabilità sulle spalle?
«Guarda, la responsabilità l’abbiamo sempre sentita. Per quasi trent’anni abbiamo portato in giro per il mondo il nome di Lampre e della famiglia Gal­bu­sera: li ringrazio per averci sostenuto con costanza, dal canto nostro la squadra li ha ripagati valorizzando in ma­niera enorme il loro impegno. Cer­to, ora abbiamo sulle spalle il progetto di una nazione. Una nazione che ha scelto in ogni caso una realtà italiana.  Il Team si chiama UAE Fly Emirates. Uae vuol dire Emirati Arabi Uniti. In­som­ma, siamo passati dalla squadra-famiglia della Lampre alla squadra-nazione. E anche la maglia ha i colori della bandiera degli Emirati: bianco, verde, nero e rosso. Porteremo stilizzata sul fronte e sul retro il profilo della Grande Mo­schea in marmo bianco di Carrara, alta 115 metri, che può contenere 40 mila persone ed è uno dei simboli del Pae­se. La presenza di Aref Al Awani, se­gretario generale dell’Abu Dhabi Sports Council, il nostro Coni per in­tenderci, in occasione della nostra presentazione al mondo la dice lunga su cosa sia il nostro team e cosa rappresenti».

Ma negli Emirati il ciclismo è così seguito?
«È lo sport di riferimento. Per l’élite non è il golf ma il ciclismo. Chi ha un certo livello e una certa posizione so­ciale, ha una bicicletta di altissima gam­ma. Abu Dhabi è la città più ricca del mondo, 600 mila abitanti e un Pil da quasi centomila dollari a testa.  E poi c’è anche una bellissima pista ciclabile di 40 chilometri, illuminata anche di notte. Il ciclismo per loro è davvero strategico».

Hai detto: hanno scelto l’Italia. E anche la tecnologia è assolutamente tricolore.
«Sono tornato a casa, dal mio secondo papà: Ernesto Colnago. Con lui e sulle sue biciclette ho in pratica corso sempre. Con le sue biciclette torneremo a correre. E saranno equipaggiate Cam­pagnolo, Selle Italia, gomme Vittoria, attacchi Deda Elementi e caschi Met».

Ma il presidente del team chi è?
«Matar Suhail Al Yabhouni Al Dha­heri».

E la struttura operativa?

«Rimane invariata, andiamo avanti con la nostra organizzazione».

La squadra è stata anche rinnovata e ringiovanita parecchio…
«Un organico di 26 corridori, con Ulis­si, Rui Costa, Meintjes, Swift, Guar­dini e i neopro Ganna, Consonni, Ravasi e Troia. Gli ultimi innesti sono  il marocchino Anassait Elabdia e Yousef Mohamed Mirza, 28 anni, il “Pistolero” degli Emirati, visto che quando vince ha lo stesso modo di festeggiare di Alberto Contador. Però tra i nuovi arrivi ci sono anche Ata­puma e Marcato: due ragazzi sui quali noi contiamo molto».

Una squadra nazione che deve anche rispettare alcune regole comportamentali.
«Esattamente. Non per niente abbiamo un codice interno per i corridori e tutto lo staff: attenzione in particolare ad un uso corretto dei social. All’uso delle fotografie “postate” e all’ambientazione, soprattutto a situazioni in cui siano evidenti gli alcolici o le donne. Sono norme di buonsenso che richiederanno compostezza anche nei momenti di celebrazione delle vittorie sul podio».

Team manager?
«Mio figlio Carlo. Anche per lui questa stagione sarà importante. Dovrà fare il salto di qualità. Ha tutto per poter pe­dalare da solo, anche se io sono sempre qui, pronto ad intervenire  in qualsiasi momento».
Ma se non ce ne sarà bisogno, Beppe avrà almeno due buoni motivi per essere felice.

Pier Augusto Stagi, da tuttoBICI di febbraio
http://www.tuttobiciweb.it/index.php?pag...&cod=98377
 
Rispondi
#39
Saronni: «La nostra sfida al mondo»
Il general manager del Team UAE racconta tutto

[Immagine: showimg.php?cod=98377&resize=10&tp=n]
 
Saronni è un paradosso. Chi lo conosce e lo frequenta lo sa: dopo essere stato uno dei corridori più veloci del pianeta negli Anni Ottanta, oggi è un tranquillo signore pacato, riservato e riflessivo come pochi. Quando c’è da essere veloci lo è ancora adesso, ma deve es­serci l’occasione.
Saronni è un paradosso. Tra gli ex corridori è il più stanziale, eppure da fine agosto all’inizio dell’anno l’uomo della fucilata di Goodwood è passato da es­sere cinese ad arabo in un amen.

«Mi muovo quando c’è necessità. Si può essere Emilio Salgari, che ha scritto di posti lontani standosene comodamente seduto nel suo studiolo di casa, quando tutto corre per il verso giusto.  Ma quando si tratta di affrontare si­tuazioni cruciali, bisogna agire. In questo caso, per garantire il proseguimento dell’attività della squadra e avendo a cuore la sorte di tutte le persone che lavorano nel team e delle loro famiglie, sono stato ben contento di volare in Cina e negli Emirati Arabi».

Ecco, partiamo da qui: come mai è naufragato il progetto cinese?
«Intanto non è naufragato ma ha subìto solo un brusco rallentamento. Purtroppo per noi, l’anima della TJ Sport Consultation Co, il signor Li Zhiqiang, è ve­nuta meno. Il presidente è alle prese con una brutta malattia e in questo momento ha ben altro a cui pensare. In verità parte del suo staff sta lavorando ancora al progetto, ma lo sappiamo, certe iniziative governative hanno i loro tempi e se viene a mancare l’uomo chiave non dico che bisogna ricominciare da capo ma quasi. In ogni caso è un progetto che è lì, nel senso che è tutt’altro che accantonato. E l’augurio è che Li, il presidente di TJ Sport Consultation possa tornare al più presto per completare il lavoro».

Quando hai pensato: qui restiamo tutti a piedi?
«Ho sempre pensato che potesse esserci una via d’uscita, ma non ti nascondo che ho trascorso sicuramente i venti giorni più difficili della mia vita. Non tanto per me, che posso anche smettere di fare questo lavoro domani mattina, ma per le oltre settanta famiglie che rischiavano di perdere un po­sto di lavoro in un momento della stagione in cui non potevano certo riciclarsi. Credimi, non ho dormito per settimane».

Quando è scattato l’allarme?
«A fine novembre, quando ho capito che la documentazione dalla Cina non poteva arrivare nei tempi utili dettati dall’Uci e qui è entrato nuovamente in gioco Mauro Gianetti, che aveva fatto un grandissimo lavoro in Asia e ha trovato al volo l’alternativa. Il 27 novembre è andato ad Abu Dhabi a trovare un suo caro amico che l’ha invitato ad assistere al Gp di F1 e ha colto l’occasione per parlargli di quanto noi stavamo vivendo. Il suo amico è Matar Suhail Al Yabhouni Al Dhaheri, presidente di una società che negli Emirati lavora nel campo dell’edilizia e dell’immobiliare (Kopaonik Property In­vestment LLC) e che è un grandissimo appassionato di ciclismo. Mauro gli ha spiegato tutto per filo e per segno, soprattutto gli ha fatto capire che non c’era tempo da perdere ed era un’occasione d’oro. Matar non se l’ha fatta sfuggire. Forse, in questo caso, la fretta e i tempi cortissimi ci hanno aiutato. O si prendeva questa opportunità al volo, oppure saltava tutto».

Che ruolo ha Mauro Gianetti nel team?
«Oltre ad essere un caro amico e un grande uomo di affari è chiaramente il referente del team con gli investitori».

Avresti mai pensato di diventare “arabo” alla soglia dei sessant’anni?
«Se è per questo non pensavo nemmeno di diventare cinese, ma è la globalizzazione, bellezza».

Che ruolo ha avuto Ernesto Colnago in tutta questa trattativa?
«Come in tutte le cose, in certi momenti, occorre la mano di tutti. Loro sono venuti a Cambiago, hanno visitato l’azienda, hanno parlato con Ernesto, con Alessandro, con Anna e Vanni. Sono stati qualche giorno assieme. Insom­ma, si sono conosciuti profondamente, hanno compreso a fondo cosa significa Colnago nel mondo della bicicletta e per la storia del ciclismo. È stato come mettere su una bella torta già ben guarnita quella ciliegina che gli arabi hanno gradito parecchio. Negli Emirati Arabi si sono gettate le basi, a Cambiago è stato definito tutto».

Il tuo gruppo doveva trasformarsi in TJ Sport, prima formazione cinese. Invece è nato il Team Uae Abu Dhabi, prima formazione WorldTour dell’Emirato che, ac­canto al Gp di F.1 darà grande impulso al ciclismo…
«È un progetto triennale, importante e ambizioso. Quest’anno si prosegue con l’organico che avevamo già predisposto, ma è chiaro che da adesso in poi siamo attentissimi a quello che succederà sul mercato per cogliere occasioni importanti e fare un ulteriore salto di qualità. Gli Emirati vogliono diventare velocemente un punto di riferimento nel mondo del ciclismo».

Sentite di avere una grande responsabilità sulle spalle?
«Guarda, la responsabilità l’abbiamo sempre sentita. Per quasi trent’anni abbiamo portato in giro per il mondo il nome di Lampre e della famiglia Gal­bu­sera: li ringrazio per averci sostenuto con costanza, dal canto nostro la squadra li ha ripagati valorizzando in ma­niera enorme il loro impegno. Cer­to, ora abbiamo sulle spalle il progetto di una nazione. Una nazione che ha scelto in ogni caso una realtà italiana.  Il Team si chiama UAE Fly Emirates. Uae vuol dire Emirati Arabi Uniti. In­som­ma, siamo passati dalla squadra-famiglia della Lampre alla squadra-nazione. E anche la maglia ha i colori della bandiera degli Emirati: bianco, verde, nero e rosso. Porteremo stilizzata sul fronte e sul retro il profilo della Grande Mo­schea in marmo bianco di Carrara, alta 115 metri, che può contenere 40 mila persone ed è uno dei simboli del Pae­se. La presenza di Aref Al Awani, se­gretario generale dell’Abu Dhabi Sports Council, il nostro Coni per in­tenderci, in occasione della nostra presentazione al mondo la dice lunga su cosa sia il nostro team e cosa rappresenti».

Ma negli Emirati il ciclismo è così seguito?
«È lo sport di riferimento. Per l’élite non è il golf ma il ciclismo. Chi ha un certo livello e una certa posizione so­ciale, ha una bicicletta di altissima gam­ma. Abu Dhabi è la città più ricca del mondo, 600 mila abitanti e un Pil da quasi centomila dollari a testa.  E poi c’è anche una bellissima pista ciclabile di 40 chilometri, illuminata anche di notte. Il ciclismo per loro è davvero strategico».

Hai detto: hanno scelto l’Italia. E anche la tecnologia è assolutamente tricolore.
«Sono tornato a casa, dal mio secondo papà: Ernesto Colnago. Con lui e sulle sue biciclette ho in pratica corso sempre. Con le sue biciclette torneremo a correre. E saranno equipaggiate Cam­pagnolo, Selle Italia, gomme Vittoria, attacchi Deda Elementi e caschi Met».

Ma il presidente del team chi è?
«Matar Suhail Al Yabhouni Al Dha­heri».

E la struttura operativa?

«Rimane invariata, andiamo avanti con la nostra organizzazione».

La squadra è stata anche rinnovata e ringiovanita parecchio…
«Un organico di 26 corridori, con Ulis­si, Rui Costa, Meintjes, Swift, Guar­dini e i neopro Ganna, Consonni, Ravasi e Troia. Gli ultimi innesti sono  il marocchino Anassait Elabdia e Yousef Mohamed Mirza, 28 anni, il “Pistolero” degli Emirati, visto che quando vince ha lo stesso modo di festeggiare di Alberto Contador. Però tra i nuovi arrivi ci sono anche Ata­puma e Marcato: due ragazzi sui quali noi contiamo molto».

Una squadra nazione che deve anche rispettare alcune regole comportamentali.
«Esattamente. Non per niente abbiamo un codice interno per i corridori e tutto lo staff: attenzione in particolare ad un uso corretto dei social. All’uso delle fotografie “postate” e all’ambientazione, soprattutto a situazioni in cui siano evidenti gli alcolici o le donne. Sono norme di buonsenso che richiederanno compostezza anche nei momenti di celebrazione delle vittorie sul podio».

Team manager?
«Mio figlio Carlo. Anche per lui questa stagione sarà importante. Dovrà fare il salto di qualità. Ha tutto per poter pe­dalare da solo, anche se io sono sempre qui, pronto ad intervenire  in qualsiasi momento».
Ma se non ce ne sarà bisogno, Beppe avrà almeno due buoni motivi per essere felice.

Pier Augusto Stagi, da tuttoBICI di febbraio
http://www.tuttobiciweb.it/index.php?pag...&cod=98377
 
Rispondi
#40
Saronni: «La nostra sfida al mondo»
Il general manager del Team UAE racconta tutto

[Immagine: showimg.php?cod=98377&resize=10&tp=n]
 
Saronni è un paradosso. Chi lo conosce e lo frequenta lo sa: dopo essere stato uno dei corridori più veloci del pianeta negli Anni Ottanta, oggi è un tranquillo signore pacato, riservato e riflessivo come pochi. Quando c’è da essere veloci lo è ancora adesso, ma deve es­serci l’occasione.
Saronni è un paradosso. Tra gli ex corridori è il più stanziale, eppure da fine agosto all’inizio dell’anno l’uomo della fucilata di Goodwood è passato da es­sere cinese ad arabo in un amen.

«Mi muovo quando c’è necessità. Si può essere Emilio Salgari, che ha scritto di posti lontani standosene comodamente seduto nel suo studiolo di casa, quando tutto corre per il verso giusto.  Ma quando si tratta di affrontare si­tuazioni cruciali, bisogna agire. In questo caso, per garantire il proseguimento dell’attività della squadra e avendo a cuore la sorte di tutte le persone che lavorano nel team e delle loro famiglie, sono stato ben contento di volare in Cina e negli Emirati Arabi».

Ecco, partiamo da qui: come mai è naufragato il progetto cinese?
«Intanto non è naufragato ma ha subìto solo un brusco rallentamento. Purtroppo per noi, l’anima della TJ Sport Consultation Co, il signor Li Zhiqiang, è ve­nuta meno. Il presidente è alle prese con una brutta malattia e in questo momento ha ben altro a cui pensare. In verità parte del suo staff sta lavorando ancora al progetto, ma lo sappiamo, certe iniziative governative hanno i loro tempi e se viene a mancare l’uomo chiave non dico che bisogna ricominciare da capo ma quasi. In ogni caso è un progetto che è lì, nel senso che è tutt’altro che accantonato. E l’augurio è che Li, il presidente di TJ Sport Consultation possa tornare al più presto per completare il lavoro».

Quando hai pensato: qui restiamo tutti a piedi?
«Ho sempre pensato che potesse esserci una via d’uscita, ma non ti nascondo che ho trascorso sicuramente i venti giorni più difficili della mia vita. Non tanto per me, che posso anche smettere di fare questo lavoro domani mattina, ma per le oltre settanta famiglie che rischiavano di perdere un po­sto di lavoro in un momento della stagione in cui non potevano certo riciclarsi. Credimi, non ho dormito per settimane».

Quando è scattato l’allarme?
«A fine novembre, quando ho capito che la documentazione dalla Cina non poteva arrivare nei tempi utili dettati dall’Uci e qui è entrato nuovamente in gioco Mauro Gianetti, che aveva fatto un grandissimo lavoro in Asia e ha trovato al volo l’alternativa. Il 27 novembre è andato ad Abu Dhabi a trovare un suo caro amico che l’ha invitato ad assistere al Gp di F1 e ha colto l’occasione per parlargli di quanto noi stavamo vivendo. Il suo amico è Matar Suhail Al Yabhouni Al Dhaheri, presidente di una società che negli Emirati lavora nel campo dell’edilizia e dell’immobiliare (Kopaonik Property In­vestment LLC) e che è un grandissimo appassionato di ciclismo. Mauro gli ha spiegato tutto per filo e per segno, soprattutto gli ha fatto capire che non c’era tempo da perdere ed era un’occasione d’oro. Matar non se l’ha fatta sfuggire. Forse, in questo caso, la fretta e i tempi cortissimi ci hanno aiutato. O si prendeva questa opportunità al volo, oppure saltava tutto».

Che ruolo ha Mauro Gianetti nel team?
«Oltre ad essere un caro amico e un grande uomo di affari è chiaramente il referente del team con gli investitori».

Avresti mai pensato di diventare “arabo” alla soglia dei sessant’anni?
«Se è per questo non pensavo nemmeno di diventare cinese, ma è la globalizzazione, bellezza».

Che ruolo ha avuto Ernesto Colnago in tutta questa trattativa?
«Come in tutte le cose, in certi momenti, occorre la mano di tutti. Loro sono venuti a Cambiago, hanno visitato l’azienda, hanno parlato con Ernesto, con Alessandro, con Anna e Vanni. Sono stati qualche giorno assieme. Insom­ma, si sono conosciuti profondamente, hanno compreso a fondo cosa significa Colnago nel mondo della bicicletta e per la storia del ciclismo. È stato come mettere su una bella torta già ben guarnita quella ciliegina che gli arabi hanno gradito parecchio. Negli Emirati Arabi si sono gettate le basi, a Cambiago è stato definito tutto».

Il tuo gruppo doveva trasformarsi in TJ Sport, prima formazione cinese. Invece è nato il Team Uae Abu Dhabi, prima formazione WorldTour dell’Emirato che, ac­canto al Gp di F.1 darà grande impulso al ciclismo…
«È un progetto triennale, importante e ambizioso. Quest’anno si prosegue con l’organico che avevamo già predisposto, ma è chiaro che da adesso in poi siamo attentissimi a quello che succederà sul mercato per cogliere occasioni importanti e fare un ulteriore salto di qualità. Gli Emirati vogliono diventare velocemente un punto di riferimento nel mondo del ciclismo».

Sentite di avere una grande responsabilità sulle spalle?
«Guarda, la responsabilità l’abbiamo sempre sentita. Per quasi trent’anni abbiamo portato in giro per il mondo il nome di Lampre e della famiglia Gal­bu­sera: li ringrazio per averci sostenuto con costanza, dal canto nostro la squadra li ha ripagati valorizzando in ma­niera enorme il loro impegno. Cer­to, ora abbiamo sulle spalle il progetto di una nazione. Una nazione che ha scelto in ogni caso una realtà italiana.  Il Team si chiama UAE Fly Emirates. Uae vuol dire Emirati Arabi Uniti. In­som­ma, siamo passati dalla squadra-famiglia della Lampre alla squadra-nazione. E anche la maglia ha i colori della bandiera degli Emirati: bianco, verde, nero e rosso. Porteremo stilizzata sul fronte e sul retro il profilo della Grande Mo­schea in marmo bianco di Carrara, alta 115 metri, che può contenere 40 mila persone ed è uno dei simboli del Pae­se. La presenza di Aref Al Awani, se­gretario generale dell’Abu Dhabi Sports Council, il nostro Coni per in­tenderci, in occasione della nostra presentazione al mondo la dice lunga su cosa sia il nostro team e cosa rappresenti».

Ma negli Emirati il ciclismo è così seguito?
«È lo sport di riferimento. Per l’élite non è il golf ma il ciclismo. Chi ha un certo livello e una certa posizione so­ciale, ha una bicicletta di altissima gam­ma. Abu Dhabi è la città più ricca del mondo, 600 mila abitanti e un Pil da quasi centomila dollari a testa.  E poi c’è anche una bellissima pista ciclabile di 40 chilometri, illuminata anche di notte. Il ciclismo per loro è davvero strategico».

Hai detto: hanno scelto l’Italia. E anche la tecnologia è assolutamente tricolore.
«Sono tornato a casa, dal mio secondo papà: Ernesto Colnago. Con lui e sulle sue biciclette ho in pratica corso sempre. Con le sue biciclette torneremo a correre. E saranno equipaggiate Cam­pagnolo, Selle Italia, gomme Vittoria, attacchi Deda Elementi e caschi Met».

Ma il presidente del team chi è?
«Matar Suhail Al Yabhouni Al Dha­heri».

E la struttura operativa?

«Rimane invariata, andiamo avanti con la nostra organizzazione».

La squadra è stata anche rinnovata e ringiovanita parecchio…
«Un organico di 26 corridori, con Ulis­si, Rui Costa, Meintjes, Swift, Guar­dini e i neopro Ganna, Consonni, Ravasi e Troia. Gli ultimi innesti sono  il marocchino Anassait Elabdia e Yousef Mohamed Mirza, 28 anni, il “Pistolero” degli Emirati, visto che quando vince ha lo stesso modo di festeggiare di Alberto Contador. Però tra i nuovi arrivi ci sono anche Ata­puma e Marcato: due ragazzi sui quali noi contiamo molto».

Una squadra nazione che deve anche rispettare alcune regole comportamentali.
«Esattamente. Non per niente abbiamo un codice interno per i corridori e tutto lo staff: attenzione in particolare ad un uso corretto dei social. All’uso delle fotografie “postate” e all’ambientazione, soprattutto a situazioni in cui siano evidenti gli alcolici o le donne. Sono norme di buonsenso che richiederanno compostezza anche nei momenti di celebrazione delle vittorie sul podio».

Team manager?
«Mio figlio Carlo. Anche per lui questa stagione sarà importante. Dovrà fare il salto di qualità. Ha tutto per poter pe­dalare da solo, anche se io sono sempre qui, pronto ad intervenire  in qualsiasi momento».
Ma se non ce ne sarà bisogno, Beppe avrà almeno due buoni motivi per essere felice.

Pier Augusto Stagi, da tuttoBICI di febbraio
http://www.tuttobiciweb.it/index.php?pag...&cod=98377
 
Rispondi
  


Vai al forum:


Utente(i) che stanno guardando questa discussione: 1 Ospite(i)