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Yonathan Monsalve
#1
in arrivo
 
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#2
Il caso. Ma Monsalve, come si chiama?
Va beh, definendolo "un caso" nel titolo abbiamo esagerato. Ma certo è che attorno al nome di battesimo di Monsalve c'è un po' di confusione. E anche noi, magari per la fretta o per una sorta di "italianizzazione", a volte l'abbiamo scritto male.
E allora proviamo a fare chiarezza: il nome completo è YONNATTA ALEJANDRO MONSALVE PERTSINIDIS, come ci comunica la Androni Giocattoli.
Ma ad ingenerare confusione ci si è messa soprattutto l'Uci che nel suo sito - che dovrebbe essere una sorta di bibbia del ciclismo - riporta: «MONSALVE Jonathan VEN 28.06.1989».
Così nei comunicati ufficiali del Tour de Langkawi si finisce per leggere: «115 VEN Monsalve,Jonathan AND Androni Giocattoli 30h08'57"».
Anche Monsalve ci mette però del suo: si facebook è registrato (e lo ha fatto lui) come Yonathan Monsalve... http://es-es.facebook.com/people/Yonatha.../535614773
Speriamo che venga finalmente fatta chiarezza ad ogni livello, ma vedrete che questo ragazzo impareremo a conoscerlo a forza di risultati d il suo nome, per quanto inusuale per noi, ci diventerà familiare.

tuttobiciweb.it
 
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#3
ah, ma allora gli impiegati imbecilli all'anagrafe ci sono anche in Francia, non solo in Italia... che chiamano un bambino Moris e non Maurice (Carrozzieri)... Asd
 
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#4
L'Intervista: Monsalve a tutti, mi presento
Yonathan dal Venezuela alla Toscana a Savio

«Yonathan, vete a rueda de Pozzovivo durante toda la subida, y al final, esprinta!». Questi gli ordini impartiti da Gianni Savio a Monsalve fino ad un minuto prima della partenza della tappa regina del Tour de Langkawi, che sarebbe terminata in cima a Genting Highlands. Repetita iuvant, avrà pensato il patron dell'Androni Giocattoli, specie quando si parla di un ragazzino di ventun anni pieno di entusiasmo e alla sua prima stagione tra i pro'.
E alla fine è andata proprio così, con Yonathan a braccia alzate dopo lo sprint ristretto al termine della salita e qualche giorno dopo osannato a Kuala Lumpur come vincitore della corsa.

Yonathan, sei rimasto a ruota perché non ne avevi o avresti potuto scattare?
«Quel giorno sentivo di poter fare la differenza ma ho preferito seguire i consigli di Gianni, sapete com'è, se poi qualcosa non fosse andato bene... (ride)».

Alla fine comunque sei stato premiato, vittoria di tappa e di giro...
«Ma non è stato facile, soprattutto nelle tappe successive a quella di Genting. Abbiamo dovuto sgomitare con gli sprinter ai traguardi volanti per recuperare quei due secondi da Libardo (Niño Corredor, ndr) e per fortuna, con l'aiuto preziosissimo dei miei compagni, ce l'abbiamo fatta».

Dunque in questo Tour de Langkawi abbiamo visto la sintesi delle tue caratteristiche, uno forte scalatore, ma con buone punte di velocità.
«Effettivamente io non nasco scalatore puro, anzi, quando ho cominciato mi piaceva più lanciarmi nelle volate, magari non con i velocisti puri, che l'alta montagna, insomma, mi si vedeva davanti più in pianura che in salita. L'anno scorso mi sono reso conto di avere buone doti da scalatore, perché mi sono trovato a giocarmi arrivi veramente duri come quelli del Giro delle Valli Cuneesi, del Val d'Aosta o sul Monte Grappa al Giro Bio. Mi piacerebbe continuare a migliorare ancora queste qualità per poter puntare alla vittoria di una grande corsa a tappe come il Giro d'Italia».

Il Giro è già nei programmi di questa stagione?
«In teoria sì. Se arriverò alla vigilia con una buona condizione dovrei disputarlo, a disposizione della squadra e cercando magari di guadagnare un bel piazzamento nella classifica dei giovani».

E le classiche? Ti piacciono?
«So che è presto per poter parlare e so anche che i ciclisti sudamericani non hanno mai avuto un buon rapporto con queste corse, ma certe classiche, come il Giro di Lombardia, potrebbero davvero fare al mio caso. Cercherò di testarmi presto anche su quei terreni».

Finora abbiamo avuto pochissime occasioni di vedere la tua condotta di gara in tv. Sei un attaccante o un attendista?
«Diciamo che non attacco se non sono sicuro di fare veramente male ai miei avversari. Quando si comincia una salita cerco di stare più avanti possibile per controllare i migliori e, se la condizione mi sorregge, seguire i loro scatti. Quando si rimane in 4-5 e capisco di averne ancora, allora gioco le mie carte con delle progressioni che non sono veri e propri scatti secchi ma che mi consentono di fare una discreta differenza».

Com'è cominciata la tua storia ciclistica?
«È partito tutto circa dieci anni fa ed è stato quasi un passo obbligatorio della mia vita perché vengo da una famiglia di ciclisti, mio nonno, mio padre, mio zio hanno praticato questo sport ed è stato proprio il mi' babbo (lo dice proprio così, alla toscana, ndr) Yovanny ad accompagnarmi alle gare per tanto tempo e a spronarmi a continuare nei momenti di difficoltà. Dopo tantissime gare vinte nelle categorie minori, nel 2009 la Mastromarco venne in Venezuela per disputare la Vuelta al Táchira e fu impressionata dalla mie due vittorie di tappa e dal mio terzo posto nella generale. Così Giuseppe Di Fresco mi ha offerto la possibilità di andare in Italia per cercare di diventare professionista e, dopo due anni, eccomi qua...».

E nel frattempo sei diventato papà...
«Sì, ho avuto una splendida bambina, Brihana, dalla mia ragazza Crismarly e per fortuna entrambe mi raggiungeranno in Italia nei prossimi giorni. Dopo ogni tappa, quando in Venezuela erano le 2-3 di notte, Crismarly e mia madre Yris volevano che le chiamassi per sapere com'era andata, anche se in realtà sapevano già tutto dalla diretta scritta della corsa su Twitter. C'è un forte legame familiare tra di noi e nei miei programmi c'è di ampliare ancora la famiglia (ride)...».

Qual è il tuo più bel ricordo nei due anni trascorsi da dilettante in Toscana?
«Sono stati due anni molto belli, mi sono sentito trattato come in famiglia e questo è stato importantissimo per la mia serenità. Sportivamente parlando il momento più felice l'ho vissuto a Vitolini di Vinci, al Giro Bio quando, a casa dello sponsor della nostra squadra, con un attacco combinato con Antonio Santoro, io vinsi la tappa e lui acciuffò il terzo gradino del podio in classifica generale. E come non ricordare il giorno in cui Gianni mi ha detto che sarei diventato professionista con la sua squadra?».

In questa squadra troverai altri tre venezuelani e soprattutto José Rujano, uno degli oggetti più misteriosi del ciclismo contemporaneo. Che idea ti sei fatto?
«Credo che, dopo l'exploit del 2005, lui non sia riuscito a tenere il controllo della situazione, ha ricevuto tante offerte ed ha perso un po' la testa. Il suo errore più grande, secondo me, è stato quello di abbandonare Gianni, sarebbe bastato solo un altro anno alla Selle Italia e le cose avrebbero preso un'altra piega. Io lo conosco bene, ha delle doti fuori dal comune, quando si corre in Venezuela e si sa che José ha una condizione decente, si lotta per il secondo posto. Ma in Europa il talento non basta, se non ti prepari al meglio diventi uno dei tanti e lui spesso non è riuscito - vuoi per diversivi extraciclistici, vuoi per un ambiente di squadra non adatto a lui - a presentarsi in forma alle corse. Quest'anno ha finalmente fatto la scelta di ritornare con Gianni e, se saprà ritrovare la giusta concentrazione, al Giro ci divertiremo!».

A proposito, ma chi è Gianni Savio in Venezuela?
«Innanzitutto militare nelle sue squadre è il sogno di ogni ciclista venezuelano. Per il resto è una personalità molto conosciuta e stimata».

Solo nell'ambito del ciclismo?
«No, no, tutti sanno chi è Gianni Savio, dallo sportivo alla persona qualunque».

Giuseppe Cristiano - cicloweb.it
 
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#5
BOTTA&RISPOSTA con Yonnatta Monsalve
Chi è Yonnatta Monsalve, giovane talento della Androni che ha vinto la prima gara a tappe di­sputata tra i professionisti?
«Un ragazzo timido, umile, che ama alla follia la sua famiglia: la sua bimba Brihana di un anno e cinque mesi, la sua compagna Cris­marly, mam­ma Yris e papà Yovanny. Uno che è sempre a casa alle dieci di sera anche quando non corre e, che a differenza di molti suoi coetanei, non adora uscire a far festa. Uno scalatore che ha anche un buono spunto veloce».

Quando hai iniziato a pedalare?
«Corro da quando ho dieci anni, la passione per le due ruote è di famiglia. Mio nonno, mio papà e mio zio hanno corso in Vene­zue­la; quasi tutti i miei parenti han­no praticato ciclismo, ma finora sono l’unico che è riuscito a far qualcosa fuori dal nostro paese».

Da quando corri in Italia?
«Dal 2009 con la Mastromarco, squadra a cui devo molto. Nei due anni passati a Lampo­recchio era come essere in una grande famiglia. Il direttore sportivo Giuseppe Di Fresco ha dato una grossa mano a me e Santoro (an­che lui alla Androni, ndr) per arrivare al professionismo».

Ti piace il nostro paese?
«Sì, ma il Venezuela rimane nel mio cuore perché lì si trovano tut­te le persone che amo. Torno a casa una volta ogni due mesi per combattere la nostalgia e per motivi di visto. Per fortuna da febbraio sono arrivate in Italia la mia compagna e la mia bimba, non ce la facevo proprio più a stare senza di loro. Quest’anno poi corre qui anche mio fratello Ralph, con il Team De Angeli».

Com’è scoprirsi ciclisti in Ve­nezuela?
«Da noi il ciclismo è popolare, ma non come il calcio e il baseball. Se vinci in patria sei uno dei tanti, se vinci in Europa diventi qualcuno».

Com’era la tua prima bici?
«Piccola e blu. Era molto alla buona, ma mi sembrava bellissima perché me l’ha regalata mio papà. A dire la verità, per quanto riguarda il ciclismo, mi ha sempre dato tutto mio papà. Ancora oggi mi aiuta con gli allenamenti, mi fa fare dietro macchina, mi prepara le cose da mangiare per quando devo uscire in bici. Per seguirmi al Tour de Langkawi insieme ai miei parenti stava sveglio di notte per vedere la corsa in streaming. Dopo la vittoria a Gen­ting Highlands ho chiamato subito a casa, lì erano le 3 e mezza di notte, erano tutti svegli ad aspettare la mia telefonata».

Cosa rappresenta nella tua vita il ciclismo?
«È tutto, è il bello, è quello che faccio nella vita, è la mia più grande passione».

E la salita?
«Una fatica che fa be­ne e che mi piace provare. Quan­do inizio una salita voglio essere coi mi­gliori, studio le mos­se degli altri e sferro l’at­tac­co in progressione, a volte mi va bene e vin­co».

Quale atleta vorresti imitare?
«Contador, è il mio ido­lo, mi pia­­ce come corre e vorrei arri­vare a vin­cere quello che ha vin­to lui».

La vittoria più bella?
«La tappa del Giro Un­d­er 23 dell’anno scorso con arrivo a Mastromarco, proprio in casa della mia squadra. Pri­mo e secondo, io e il mio compagno e amico Antonio Santoro. Una fa­vola».

Quella che ti è sfuggita?
«La generale del Girobio sempre dell’anno scorso: dovevo fare classifica, ma nella tappa del Monte Grappa per una crisi di fame e il freddo ho perso tutte le chance che avevo».

Cosa pensi di Rujano?
«Josè ha avuto troppa pressione, dopo il Giro del 2005 tutte le squadre lo volevano e non è riuscito a gestire la situazione, ha seguito solo l’interesse economico e si è un po’ perso. Credo che se fosse stato un altro anno con Savio avrebbe potuto ottenere risultati importanti; quest’anno, che è tornato all’Androni, sono convinto che possa arrivare nei cinque al Giro».

Non è da tutti vincere alla prima occasione una corsa a tappe…
«Il Tour de Langkawi è stato un sogno, ho vinto una corsa lunga e non facile, certo non paragonabile ai grandi giri, ma che mi da molto morale. Sono molto felice e soddisfatto per il mio esordio nella massima
categoria».

Dopo quest’ottimo inizio, cosa ti aspetti?
«Di continuare a crescere passo dopo passo. Tra due o tre anni, se tutto va bene, pen­serò al Gi­ro, anche per capire se potrò vincerne uno, un giorno».

Un sogno da atleta?
«Da sempre sogno di correre il Giro e il Tour, quando ero piccolo seguivo Pantani e Armstrong alla tv e sognavo di esser lì... E poi classiche come il Lom­bardia e la Liegi-Bastogne-Lie­gi...».

E come uomo?
«Avere un altro bimbo e sta­re bene con la mia famiglia».

di Giulia De Maio
da tuttoBICI di Marzo
 
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#6
Questo è veramente forte.
Sarà che per i Sud-Americani,quando si trasferiscono in Europa,sarebbe meglio non metterci la mano sul fuoco,però io sono quasi certo che questo ragazzo possa sfondare completamente.
Gli servono un paio d'anni di apprendistato con Savio e poi se le cose vanno come devono andare,si vedrà.
 
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#7
Come uno sciagurato in un fantaciclismo invece che prenderlo l'ho consigliato ad un mio amico,ebbene ha fatto quasi 100 pt al Langkawi...SisiFacepalm
 
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#8
Vabbè, anche voi a mettere il Langkawi in calendario... Asd

Anche a me piace moltissimo, ma non voglio sbilanciarmi: Jackson Rodriguez è uno su cui avrei giurato, ha qualità e potenzialità enormi, però è diversi anni che si esprime sempre sui soliti livelli, senza riuscire a fare il salto di qualità. Non vorrei che Monsalve ne ricalcasse il percorso...
 
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#9
L'anno scorso lo vinsi con Rujano,avevo solo io corridori in garaAsdAsd


Ha le potenzialità per andare davvero forte,speriamo continui cosi,Gianni Savio è una volpe!
 
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#10
ma che fine ha fatto?
 
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