Il Nuovo Ciclismo

Versione completa: Giorgio Squinzi
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Confindustria, Giorgio Squinzi eletto presidente
Con il voto segreto la giunta di Confindustria ha dato 93 voti favorevoli a Giorgio Squinzi e 82 a Alberto Bombassei, indicando così l'amministratore di Mapei come presidente designato.

Qui di seguito vi riproponiamo un profilo del neo-presidente della Confidustra scritto da Pier Augusto Stagi per l'inkiesta.it, che ringraziamo per la gentile concessione.

Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala. In verità Giorgio Squinzi, il signor Mapei, il presidente europeo della chimica, l’indiziato numero uno a succedere domani a Roma a Emma Marcegaglia alla guida di Confindustria, la bicicletta l’ha sempre avuta nel sangue, e la sua voglia di pedalare è sempre stata forte, tanto è vero che ancora oggi, nonostante i molti impegni, non c’è domenica – e quando può anche qualche sabato -, che non salga in sella alla sua bellissima Colnago in carbonio.

È un uomo di grande passione e determinazione. La sua Mapei in 75 anni di storia non ha mai chiuso un bilancio in rosso e, quello che più lo inorgoglisce, non ha mai licenziato un solo dipendente. Oggi Mapei, l’azienda leader mondiale nei prodotti per l’edilizia, adesivi e sigillanti fondata da papà Rodolfo e che oggi ha Squinzi come amministratore unico, è gruppo con 58 stabilimenti nel mondo, in 5 continenti. 7.500 sono dipendenti e il fatturato annuo di 1.9 miliardi di euro.

Ama la bicicletta, il ciclismo, Fausto Coppi, e anche i suoi ragazzi, come predilige ancora chiamarli il patron Squinzi che, dal ’94 al 2002, ha avuto uno dei team ciclistici più forti della storia, vincendo in pratica tutto ad ogni latitudine, con Rominger e Bugno, Ballerini e Tafi, Bartoli e Bettini, passando per Museew e Fabian Cancellara. Nel suo team è nato anche Cadel Evans, l’ultimo vincitore del Tour de France, con il quale «il dottore», come viene chiamato dai corridori, ha mantenuto un rapporto speciale.

Squinzi è uomo di passioni. La chimica, la famiglia,
il ciclismo, il Milan e la lirica. La Scala è la sua seconda casa. È da molti anni che è tra i più importanti sostenitori del grande teatro milanese ed è lì che ha festeggiato a metà febbraio i 75 anni della sua azienda, invitando dipendenti, amici e clienti ad assistere all’Aida di Franco Zeffirelli.

Giorgio Squinzi, fin da giovanissimo, inizia a lavorare nell’azienda di famiglia fondata nel 1937 da papà Rodolfo il quale gli trasmette la passione per il lavoro, il ciclismo e la lirica. Nel 1969 si laurea in chimica industriale all’Università di Milano e l’anno successivo, insieme al padre, fonda la Mapei S.n.c. (Materiali ausiliari per edilizia e industria), andando a ricoprire il ruolo di responsabile della funzione ricerca e sviluppo della stessa. «Fin da piccino, alla classica domanda: “che cosa vuoi fare da grande”, io rispondevo sicuro: il chimico». «Ho sempre creduto nella ricerca e ancora oggi considero questo il punto di partenza di tutto».

Il nuovo ruolo dà a Squinzi la possibilità di mettere in luce le sue iniziative, di renderle effettive, concrete, al punto da trasformare la Mapei Snc in una Società per Azioni.

I suoi confini oltrepassano l’oceano con lo sport: Olimpiadi di Montreal nel 1976, i prodotti Mapei servono a posare la pista olimpica.
Quello è il primo passo verso una internazionalizzazione che per Mapei sarà senza sosta. Con il ruolo di direttore generale, Giorgio Squinzi trasforma una piccola realtà industriale in una multinazionale leader nel settore degli adesivi per pavimenti e rivestimenti.

Nel 1994 la Mapei acquista Vinavil, l’azienda della “colla bianca”, compresi i due stabilimenti di Villadossola e Ravenna, allargando così la gamma dei prodotti e divenendo specialista nel settore degli adesivi. La fase di sviluppo prosegue anche nel terzo millennio: nuove acquisizioni sia sul fronte della produzione di prodotti finiti sia su quello dell’integrazione nella produzione delle materie prime strategiche.

Premiato con l’Ambrogino d’oro dal sindaco di Milano; insignito della nomina di Cavaliere di S. Gregorio Magno in Vaticano ed ancora la nomina a Cavaliere del Lavoro e “Commandeur de l’Ordre de la Couronne” in Belgio; ottiene anche il Premio Leonardo Qualità Italia conferitogli dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano. «Mi hanno insignito di tanti riconoscimenti, ma nel mio cuore manca solo un simbolo: la maglia gialla del Tour de France, che da patron di una squadra professionistica, non sono riuscito a vincere».

Squinzi è stato anche un grande innovatore, un vero visionario, tanto è vero che già nel 1996, quando nel ciclismo ancora non era esploso con tutta la sua violenza il fenomeno del doping, «capii che nelle corse a tappe non era possibile vincere a pane e acqua. Dissi all’allora presidente mondiale del ciclismo, Hein Verbruggen, che bisognava fare qualcosa perché il problema era il doping ematico. Mi disse che ero solo un allarmista». Squinzi cercò di combattere e arginare questo stato di cose. «Poi ad un Giro d’Italia un nostro corridore (Stefano Garzelli, ndr), fu trovato positivo quando era in maglia rosa. Fu una ferita terribile. Decisi di lasciare il ciclismo: chiusi la squadra, ma decisi con il compianto Aldo Sassi, di puntare sul Cenro Mapei Sport di Castellanza», oggi eccellenza della medicina sportiva.

«Io credo in un certo tipo di sport e penso che Cadel Evans, a detta anche dell’Uci – il governo mondiale della bicicletta – sia il simbolo più bello di un ciclismo fatto in maniera etica. Evans, nato nel nostro team, da dieci anni che viene da noi per test e tabelle di allenamento. Così come Ivan Basso e la formazione australiana GreenEdge. Ma oggi Mapei Sport opera nel mondo dell’atletica, dello sci e anche del calcio, con il Sassuolo (di proprietà di Squinzi, ndr) e la Juventus». «Se penso di arrivare un giorno con il Sassuolo in serie A? Non solo penso di arrivarci, ma da autentico tifoso milanista, spero un giorno di battere con il mio Sassuolo l’Inter».

Squinzi è un uomo semplice, riservato, ma animato da grandi sogni e passioni. «Qualche anno fa mi regalarono una bicicletta di Fausto Coppi, una Bianchi del ’47: è uno dei doni e degli oggetti che io conservo con maggiore devozione ed emozione».

Conserva anche la pietra della Roubaix, lì in bella vista nel suo ufficio al sesto piano di viale Jenner a Milano, quella vinta da un altro dei suoi ragazzi che oggi non ci sono più: Franco Ballerini. Conserva la maglia di Gattuso, ma anche i libretti delle opere della Callas e non solo. Sogna di fare sempre più grande la sua Mapei, ma anche di fare più grande il suo paese, l’Italia. «Se solo riuscissimo ad essere più squadra, noi italiani non dovremmo temere nessuno».

Ma anche un’idea ben precisa di come si deve fare impresa: «Sarò un talebano, ma sono per una distinzione molto netta tra i due ruoli di imprenditore finanziario e imprenditore industriale. Mi pare che il modello renano, l’intreccio banche imprese, è crollato miseramente», dice a Roberto Napoletano, nel libro Padroni d’Italia (Sperling&Kupfer, 2004). E sempre nello stesso libro: «Non dare i soldi alla ricerca, non incentivarla con un meccanismo automatico di qualunque tipo, è un po’ come una famiglia che sceglie di non investire sul futuro dei propri figli, non mandandoli a scuola».

Domani a Roma le aziende decideranno: la Confidustria deve scegliere tra Giorgio Squinzi e il rivale Alberto Bombassei. Lui appare sereno. Come sabato scorso, in Assolombarda, dove Emma Marcegaglia ha salutato tutti gli associati. Riunione importante, con tanti personaggi di rilievo del mondo della politica e della finanza. Ma in contemporanea c’era la Milano-Sanremo: «Ho trovato una mezzoretta per vedere gli ultimi chilometri. Ha vinto Gerrans, un buon corridore, ma il migliore è stato il mio Fabian Cancellara. È cresciuto alla scuola Mapei…», dice orgoglioso.

Chimica, ricerca e Mapei. Adriana, Marco e Veronica: la famiglia. Organizzazione, squadra e sistema. Ciclismo, Sassuolo, Milan e buona musica. Tante passioni, tanta voglia di fare: a testa bassa, in silenzio, senza le luci della ribalta. «Il mio amore per la bicicletta è noto a tutti e una frase di Albert Einstein l’ho fatta mia: “La vita è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio devi muoverti”. Io fermo non sono mai stato».

Domani a Roma potrebbe andare a sedere sullo scranno di Emma Marcegaglia. Conoscendolo è già pronto. Un giro in bicicletta per festeggiare. E poi via al lavoro. Come sempre.

da http://www.linkiesta.it
Freire: «Complimenti al dottor Squinzi e... grazie»
A chiamarlo in causa è stato proprio Giorgio Squinzi nella sua prima dichiarazione da neopresidente di Confindustria e Oscar Freire ha risposto prontamente: «Voglio fare i complimenti al Dottor Squinzi per la sua elezione a presidente di Confindustria. Un importante successo per un grande personaggio dell’industria e dello sport, ma soprattutto per un grande uomo. Sono anche veramente orgoglioso del fatto , nel momento del successo, si sia ricordato di me paragonando la sua vittoria ad un mio sprint... Buona fortuna e un abbraccio Dottore!».

tuttobiciweb.it
Squinzi categorico: non rientro nel ciclismo
Al Giro d’Italia sono circolate voci riguardanti la possibile sponsorizzazione di Vinavil a beneficio di un team professionistico di ciclismo nella stagione 2013. Vinavil è un’azienda del Gruppo Mapei di cui è leader Giorgio Squinzi. “Le voci – ha dichiarato patron Squinzi, che presto s’insedierà alla presidenza di Confindustria – non corrispondono alla realtà: non ho intenzione di sponsorizzare teams di ciclismo professionistico. Non lo farò con brand Vinavil e nemmeno con quello di Mapei. L’unico obiettivo del Gruppo Mapei legato allo sport riguarda il Sassuolo Calcio: stiamo lottando per conquistare la Serie A, speriamo di riuscirci. Tra l'altro, Vinavil è un marchio che non ha bisogno di pubblicità visto che la sua peculiarietà è quella di produrre materie prime per l'industria. Non capisco davvero come si possano inventare certe notizie...”.

tuttobiciweb.it
Squinzi: «Torneremo grandi»
Non l’ha mai negato: «Se la Mapei esiste lo deve al ciclismo». Giorgio Squinzi, 68 anni, numero uno di uno dei colossi chimici per l’edilizia del mon­do, da maggio presidente di Confin­dustria, ci accoglie nel suo ufficio al sesto piano di viale Jenner a Milano con la consueta voglia di parlare dello sport che più ama. Le sue giornate da qualche mese sono davvero ricche e pie­ne zeppe di impegni. «Ho sempre la­­vorato molto, adesso lo faccio ancora di più...», dice sorridente, accogliendoci nel’ufficio che guarda la Madonnina, e nel quale non mancano coppe, trofei e foto del suo Milan, ma soprattutto di ciclismo.
«Il ciclismo ce l’ho nel sangue da sempre, ormai penso che sia risaputo. Papà Rodolfo ha anche corso come indipendente dal 1928 al ’32. In una coppa Ber­nocchi si è anche piazzato, ma capì ben presto che con il ciclismo non avrebbe mangiato e allora accettò l’of­ferta del signor Lattuada, patron della squadra per la quale correva, e si mise a lavorare per la sua azienda di intonaci. Papà è sempre stato veloce di gam­be ma soprattutto di testa, difatti im­parò l’arte e la mise da parte e nel 1937 si mise in proprio fondando di fatto la Mapei, che quest’anno festeggia i suoi primi 75 anni di vita (2 miliardi di euro di fatturato, 7.500 dipendenti, mai un licenziamento. Mapei opera in 29 paesi del mondo, in 5 Continenti, ndr).

Presidente, la prima bicicletta?
«Nel 1986. Esco per andare a comprarne una a Marco, mio figlio che compiva 15 anni. Andiamo ad Affori, zona periferica di Milano, da Walter Baldon e invece di una Detto Pietro ne prendo due, una anche per me. Ora però ho una invidiabile collezione di Colnago, una più bella dell’altra».

Il campione del cuore?
«Fausto Coppi, non c’è dubbio. Ap­pe­na poteva, mio papà mi portava a ve­derlo. Ero anche a Lugano, nel 1953 per il Mondiale del Grande Fausto. Oggi ho una sua bici originale del ’49: è una Bianchi e ha il cambio Simplex che usava soltanto Coppi in quell’esatta stagione. Me l’hanno regalata gli amici della Cascina Solidale Le Vele, una onlus di Pioltello che fa cose bellissime».

Mapei è diventata una leggenda per il mondo del ciclismo.
«Entro per salvare la Eldor di Mar­co Giovannetti. Era il 1993, vigilia della partenza del Giro d’I­ta­lia dall’Isola d’Elba. Mi chiama l’amico Ercole Bal­di­ni e mi dice: c’è da salvare questa squadra. Può essere anche una grande opportunità per la tua azienda. De­ci­do in poche ore. Quello nel ciclismo è sta­to un grandissimo investimento».
Tante le vittorie, quale il corridore Mapei per eccellenza?
«Diciamo tutti, anche se Franco Bal­lerini ha qualcosa di più. È stato il pri­mo corridore che sono andato ad in­gag­giare. E ci avevo visto giusto. Ot­ti­mo corridore, ma soprattutto un grande uomo, di una intelligenza non co­mune».

Tanto amore, ma anche qualche amarezza…
«Come in tutte le storie vere e profonde. Tappa di Monte Sirino al Giro del ’96. Ricordo che Olano perde la bellezza di 1’20”. Allora alla sera chiamo i nostri tecnici per fare il punto ed essere ragguagliato sull’accaduto. Loro mi rispondono candidi: «Abraham sta ma­le, il suo ematocrito è solo 52…”. Ca­pisco tutto. A fine anno chiedo che i corridori non abbiano più al loro fianco il preparatore Michele Ferrari e affido ad Aldo Sassi il compito di ripartire da nuove basi. Uno di quei mattoni sui quali è stata costruita la nuova base della nostra permanenza nel ciclismo e nello sport è il Centro Mapei Sport di Castellanza».

Grande uomo Aldo Sassi…
«Non ci sono parole per dire quanto sia stato grande e bravo. Posso solo di­re che non passa giorno che io non sen­ta la sua mancanza».

La corsa delle corse.
«La Roubaix. La corsa dei cubetti. La corsa Mapei: una vera griffe».

La montagna.
«Lo Stelvio, la montagna di Coppi. È una leggenda per chi ama il ciclismo. Qui si teneva la pedalata sociale della Banca Popolare di Sondrio. Nel 1998 conosco Piero Malazzini, il presidente, perché siamo diventati Cavalieri del La­­voro assieme e sapendo della mia pas­sione per il ciclismo mi invita alla cronoscalata dello Stelvio. Ci sono an­dato più volte con Ballerini e Tafi, e dal 2005 la pedalata è diventata il Mapei Day».

L’emozione dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Londra, pensate e dirette dall’acclamato regista britannico di “Trainspotting” e “The Millionaire”, Danny Boyle.
«Uno spettacolo straordinario. Da presidente di Confindustria mi è piaciuto molto anche il fatto che la cerimonia d’apertura sia stata incentrata sulla ri­vendicazione e l’orgoglio dell’Inghil­terra come Paese che ha fatto la rivoluzione industriale nel XVIII secolo, a conferma della centralità del manifatturiero nell’economia reale, contro l’e­splo­sione delle bolle finanziarie. Senza l’economia reale, la finanza da sola non può andare da nessuna parte. Per quanto riguarda invece la corsa, sono rimasto letteralmente sorpreso e rapito dalla partecipazione popolare. Di Olim­piadi nella mia vita ne ho viste davvero tante, come Mapei quella di Londra è stata la decima edizione dei Giochi che noi abbiamo vissuto nei panni di partner della città organizzatrice, e la partecipazione corale di una città, l’entusiasmo vissuto a Londra, forse non ha eguali. Sotto l’aspetto spor­tivo, però, non posso ritenermi al­trettanto entusiasta. Da amante del ci­clismo, la vittoria di Vinokourov mi ha lasciato con l’amaro in bocca. Certo, sul piano tecnico era difficilissimo controllare una corsa così. Con soli 5 corridori (le nazionali top ten, ndr) non è il massimo, ma la vittoria di Vino, che è passato in vicende di doping in maniera molto precisa, secondo me non ha fatto benissimo alla già malandata im­magine del ciclismo. E se poi vogliamo dirla tutta, anche la volata finale con Rigoberto Uran mi ha lasciato molto perplesso: o Uran è di una ingenuità totale o non so che altro pensare».

Quindi a lei non piace l’idea che un atleta, una volta scontata la sua pena, possa avere una seconda possibilità?
«Premetto che Vinokourov, al di là di tutto, è un atleta di notevole caratura. Però, secondo me, il suo non è stato certamente un buon esempio di redenzione. Personalmente penso che Ivan Basso abbia deciso veramente di voltare pagina, si è messo nelle mani del­l’Uci e della sua commissione medica, così come si è comportato con trasparenza con il nostro Centro, pubblicando tutti i suoi dati sensibili sul sito. Ivan ha deciso veramente, con la garanzia e la guida del compianto Aldo Sas­si, di cambiare ed è ripartito nel modo giusto e ha dimostrato che si può fare del buon ciclismo anche da pulito. Non voglio apparire ingenuo, penso che ognuno di noi possa sbagliare, ma nella vita bisogna avere anche la forza - perché di forza si tratta - di ammettere i propri errori, fare atto di pentimento e mettersi nelle condizioni di ricominciare da capo con una nuova mentalità. Ivan e altri come lui l’hanno fatto. Vi­no­kourov, che grande atleta è certamente, non mi risulta abbia mai am­messo le proprie colpe».

Cosa pensa delle nuove disposizioni in­trodotte dal presidente Renato Di Roc­co, che ha stretto ulteriormente le maglie del doping vietando la maglia azzurra a chi ha subìto pene superiori a sei mesi e a chi è solo indagato?
«È una posizione molto dura, sul­la qua­le io tendenzialmente sarei d’ac­cor­do. Certo che nella complessità dei re­golamenti, non tutte le vicende di do­­ping sono ugua­li. Ci sono vicende in cui è giusto tenere una linea così dura, e poi vicende dai contorni molto più imprecisi come quella che ha riguardato ad esempio Franco Pellizotti, e in questo caso è ingiusto forse tenere linee così trancianti. Però se questo può essere un deterrente per avere un ciclismo migliore e più credibile, personalmente appoggio la linea Di Rocco».

Bettini non vince. Zero tituli, per dirla alla Josè Mourinho.
«A Bettini manca un Bettini corridore, questa è la verità. Non dimentichiamoci che il Bettini corridore ha mascherato con la sua classe molte carenze e non ha vinto solo due mondiali e un oro olimpico, ma ne ha fatto vincere un terzo a Varese a Ballan, congelando tutti i favoriti alla propria ruota. Il problema di Bettini è questo. Secon­do me sta facendo un buon lavoro. È chiaro che ci vuole tempo. Ora ha puntato sui giovani, ma bisogna avere pa­zienza. Mo­re­no Moser è un corridore sul quale si può lavorare. Lo stesso di­scorso vale per Diego Ulissi sta crescendo però molto più lentamente di quanto mi potessi aspettare. Al Mon­diale di Valkenburg forse i ragazzi po­tevano essere un pochino più cinici e più accorti. Avrebbero potuto sfruttare meglio il lavoro degli altri, invece nel finale si sono fatti prendere la mano e siamo stati alla fine il miglior alleato di Philippe Gilbert che ha fatto una cosa eccezionale. Da vero campione del mondo».

A Londra non pensa che Bettini avrebbe dovuto puntare fin da subito sui giovani?
«Pinotti era una scelta obbligata, visto che doveva correre anche la cronometro. Nibali è Nibali. Paolini è un corridore di grandissima intelligenza che ha dimostrato che la fiducia di Paolo non è stata mal riposta: sia a Londra che a Valkenburg. Cinque erano, forse mancava solo un Moreno Mo­ser, ma lo stesso Bet­ini ha spiegato con molta chiarezza per quale ragione non l’ha portato. Le scelte le ha dovute fare molto prima che Moreno esplodesse al Polonia».

Le è piaciuto il Tour de France di quest’anno?
«Il Tour è sempre il Tour, anche se quest’anno è stato troppo condizionato dai chilometri contro il tempo. Sky ha fatto in lungo e in largo tutto quello che ha voluto, ma non ha rubato nulla. Certo, di spettacolo se n’è visto davvero pochino. Corsa molto bloccata, molto prevedibile, animata solo da un generosissimo Nibali che ha fatto tutto quello che era nelle sue possibilità. Cosa posso dire d’altro? Forse la strada ha dimostrato che Froome in salita era più forte di Wiggins, e le classifiche pilotate non mi sono mai piaciute…».

Sa che ora qualcuno potrebbe storcere il naso e dire che lei ha ordinato quella della famosa Parigi-Roubaix…
«Mai fatto un ordine d’arrivo, e lei lo sa bene. Non ho mai negato d’aver detto a Lefevere che a quel punto mi sarebbe piaciuto vedere entrare nel velodromo tutti e tre i nostri corridori (Museeuw, Bortolami e Tafi, ndr): poi che vinca il migliore. Lefevere è andato oltre, decidendo di fatto l’ordine d’arrivo».

Cosa le è dispiaciuto?
«Non aver visto un Evans competitivo. Non vi nascondo che confidavo in un suo bis. Cadel ce l’ho da sempre nel cuore. È il volto più pulito del ciclismo, e anche lui è un grande uomo».

Nibali, come tutti i grandi corridori, comincia a dividere gli sportivi: gladiatore per taluni, troppo plateale e prevedibile per altri.
«Un Nibali alla Chiappucci? Non cre­do. Intanto questo è davvero un altro ciclismo e Nibali mi sembra un ottimo corridore, che commette qualche errore di esuberanza come al mondiale di Val­kenburg, ma ha secondo me ancora am­pi margini di miglioramento. Sono convinto che il miglior Nibali non l’ab­bia­mo ancora visto e sono proprio curioso di vedere cosa saprà fare con a fianco un tecnico di spessore come Beppe Marti­nelli».

Potrà vincere un giorno il Tour de France?
«Non ci è molto lontano, ma temo di no. Felicissimo di essere smentito».

Le è piaciuto il Giro d’Italia?
«La corsa rosa, sulla carta, era la corsa più bella di tutte. Purtroppo la tattica adottata da Ivan (Basso, ndr) ha finito per agevolare Ryder Hesjedal, che non smetterà mai di ringraziarlo. Ivan ha sfiancato la sua squadra, portando in giro per la Penisola il resto del plotone. La Garmin non poteva avere miglior al­leato. Corsa troppo controllata, troppo chiusa, monotona come poche. Sì, è ve­ro, si è decisa sullo Stelvio. Alcuni dicono addirittura che si sia decisa solo nel­la crono di Milano, ma sanno perfettamente che non è così: come voi di tuttobiciweb avete scritto per tutto il Giro, è stata la corsa del giorno dopo. Poche emozioni. Tanta prevedibilità. Questa volta però la colpa non è degli organizzatori, ma dei corridori e dei loro team».

Il Giro di Spagna è stato invece uno spettacolo di tre settimane…
«Quest’anno è stato davvero divertente. Infarcito di brevi salite, che forse han­no favorito eccessivamente Joaquin Rodri­guez, ma tutti i giorni assistevamo a tap­pe molto godibili e divertenti. Poi, co­me spesso accade, è il campione, con la sua classe e la sua intelligenza a far saltare il banco. Quando ormai la corsa sembra chiusa e avviata verso un successo di Rodriguez, ecco Contador che s’inventa l’imboscata e mette tutti nel sacco. Bravissimo lui, bravo Riis e la sua squadra che hanno fatto vedere come si può vincere anche quando si pensa di aver ormai perso. Certo, se non fosse an­data bene saremmo qui tutti a dire che Contador è stato un folle, ma tra il successo e la sconfitta spesso il confine è impercettibile. Per questo invito Ni­ba­li a restare se stesso e a farsi guidare dal proprio istinto. Alla Liegi non è sta­to un pollo è stato solo un po’ sfortunato, ma ha fatto una grande cosa: un vero spot per il ciclismo».

Che idea si è fatto di Contador?
«È un corridore certamente di classe su­periore, che nel corso della sua carriera ha anche lui un po’ pasticciato. Se non ricordo male il suo nome è venuto fuori fin dai tempi dell’Operacion Puer­to, ma penso anche che la sua caratura è quella di un fuoriclasse. È chiaro che sapere che atleti di questo livello, che possiedono doti innate, accettino di percorrere delle scorciatoie, mi rattrista molto».

Della vicenda Armstrong che idea si è fatto?
«Una cosa è certa: la favola di Arm­strong non esiste più. Troppe le accuse, troppe le testimonianze scomode e implacabili ad opera di suoi ex compagni di squadra. Contador corre tutto l’anno e vince su tutti i terreni, mentre l’Armstrong del Tour correva solo il Tour. Quello prima della malattia era molto più credibile, quello della rinascita è stato un bluff. Ma nulla c’è di nuo­vo sotto il sole. Io nel ’98 parlai chiaramente a Verbruggen e gli dissi che arrivare nei primi cinque in un Grande Gi­ro senza fare ricorso al doping ematico era pressoché impossibile. Le reazioni dell’ambiente all’epoca furono violente. L’Uci arrivò perfino a minacciare di non farci correre più. Quando nel 2002 de­cidemmo di togliere il disturbo, io dissi sempre a Verbruggen di dare un’oc­chia­tina alla Spagna, perché da lì arrivavano notizie poco rassicuranti: tre anni dopo, scoppiò il caso Fuentes con tutto quel che ne seguì».

Se lei fosse il presidente dell’Uci, una volta letto il faldone dell’Usada, cosa farebbe: toglierebbe dopo tanti anni questi Tour ad Armstrong?
«Moralmente quei Tour Armstrong non li ha già più. Sono Tour costruiti sulla sabbia. Così come non ce l’ha più Riis, per il quale l’Aso non si è degnata nemmeno di mettere al fianco del nome del danese un asterisco recante una scritta: reo confesso. I regolamenti parlano chiaro: dopo otto anni c’è la prescrizione. L’unico Tour non ancora prescritto è l’ultimo, quello del 2005. Ma lo ripeto, Armstrong è già stato giudicato dagli sportivi del ciclismo, dall’opinione pubblica. I suoi accusatori sono una decina di ex compagni di squadra che hanno parlato molto chiaramente. Lui non ha accettato l’onta di essere giudicato da­vanti alle telecamere di mezzo mondo, per non sentire i suoi accusatori sfilare davanti ai giudici americani. Ha spostato tutto sul piano sportivo, dove forse l’Uci non ha margini per fare nulla. Ma il giudizio è inequivocabile».
Anche Johan Museeuw, in un intervista rilasciata a La Gazzetta di Anversa, ha invitato i suoi ex colleghi a confessare il loro uso di doping.
«Ricordo che all’arrivo del Tour del ’96, mi trovai a consolare un Johan Mu­seeuw in lacrime, che ripeteva “io non sono più in grado di tenere le ruote del gruppo”. Io penso che questa sua esternazione sia sostanzialmente finalizzata a giustificare quello che lui ha fatto nella parte finale della carriera. Le perquisizioni che gli hanno fatto a casa e altre problematiche legate alla parte terminale - non felicissima - della sua carriera: il problema è tutto lì».

Che idea si è fatto del ciclismo degli anni Novanta?
«Sicuramente andrebbero riscritte tutte le classifiche e sarebbero tutte pie­ne di asterischi. L’Uci, ad esempio, ha fatto un atto di coraggio, quando ha de­ciso di annullare tutti i record dell’ora fatti in quel periodo, abbassando i limiti di almeno cinque chilometri».

Ma ufficialmente furono cancellati i record con bici fantascientifiche, per favorire i record con bici tradizionali…
«Fu un escamotage, ma la sostanza era mettere un freno ai record dominati dal­la medicina e dalla chimica, non dal­la tecnologia».

Da grande appassionato di ciclismo, og­gi in lei quale sentimento prevale: si sente tradito o vince la passione?
«La passione è tanta e la voglia di ciclismo è intatta. Non vi nego però che, ogni qual volta il nostro sport viene travolto da uno scandalo, a me dispiace maledettamente, ma sono anche abituato a ragionare non solo con il cuore ma con la testa. E allora procedo come ho sempre fatto, fin dall’inizio. A metà del ’93, quando entrai nel mondo del ciclismo, non avevo la più pallida idea di dove fossi finito. Era un mondo a me sconosciuto, ma pian piano mi sono fatto una cultura e una consapevolezza delle cose e attorno al ’96-97 - quando cominciai ad avere le idee più chiare - decisi con il carissimo Aldo Sassi di pro­cedere con la creazione del Centro Mapei Sport di Castellanza. Un centro d’eccellenza sportiva che ci condusse fino al 2002, anno in cui uscimmo dal ciclismo, ma che costituisce ancora oggi la nostra mission nel ciclismo e nello sport. Tornando alla sua domanda, non mi sento né tradito né con la testa tra le nuvole. Guardo, mi appassiono, ma cerco di non farmi travolgere troppo. Questo non è un bene, perché l’amore dovrebbe essere incondizionato. Ecco, il mio è un amore condizionato. E non è bello».

Oggi il Centro Mapei è anche un punto di riferimento importante per l’Uci.
«Con il governo mondiale della bicicletta c’è un ottimo rapporto. Diciamo che la nostra struttura è entrata a far parte di un progetto di recupero ideato e mes­so a punto dall’Uci, per quegli atleti appunto che hanno commesso degli errori in ma­teria di doping, ma dimostrano la vo­lontà di tornare a correre dopo aver fatto un percorso di recupero particolare. Una seconda possibilità bisogna darla ma solo a chi si dimostra cosciente di quello che ha fatto. Per intenderci: a me la storia di Riccò brucia ancora. E la cosa che io non perdonerò mai a questo ragazzo è che non si è preso gioco di me o del Centro Mapei, ma di Aldo Sassi, che in quel determinato momento storico era già gravemente malato».

Come va con il Sassuolo?
«Siamo ripartiti con i giovani e devo dire che il nostro inizio non è stato niente male. Anche in questo caso la delusione è stata tanta. Nel calcio ci sono dei condizionamenti geopolitici (partecipazione di pubblico, la piazza di Genova più appetibile ri­spetto a quella di Sas­suolo, ndr) che non permettono la trasparenza dei ri­sul­tati sportivi. Per questa ragione già da quest’anno ho deciso di ridurre drasticamente (70%) l’in­ve­stimento e sono alla finestra. Il ciclismo ha i suoi problemi, ma il calcio ne ha forse molti di più».

Da milanista si è tolto qualche soddisfazione con la Juventus, con la quale il Centro Mapei ha una collaborazione dall’anno scorso.
«Non esageriamo. Sono contento per gli amici della Juve, ma non mi sono tolto nessuna soddisfazione. Quelle spero di togliermele sempre e solo con il Milan».

Cosa dovrebbe fare Renato Di Rocco?
«Maggior rigore nella lotta al doping tra i giovani. È lì che bisogna intervenire per estirpare una cultura che va bloccata sul nascere. Non ci si può lamentare della magistratura che ha i suoi tempi e i suoi modi e fa clamore quando interviene nel mondo del professionismo, se si fa troppo poco o quasi niente tra gli Élite e gli Under 23. Quando si fa po­chissimo o quasi niente tra gli juniores, categoria molto delicata e fin troppo esasperata».

A proposito di esasperazione, il nostro presidente quest’anno ha anche introdotto la nuova e discussa regola che vie­ta le premiazioni tra i giovanissimi. Lei, come Mapei, è stato vicinissimo ad Egidio Mainetti, presidente del Co­sta­masnaga, che quest’anno ha organizzato alla perfezione il Meeting dei giovanissimi, cosa ne pensa?
«Forse bisognerebbe educare le famiglie, prima ancora che i ragazzini. Io credo che una medaglia o una coppa non facciano male, purché il risultato non diventi un’ossessio­ne. Gli amici di Costama­snaga, ma per quanto ne so il discorso vale anche per altre realtà impegnate nel ciclismo di base, puntano a organizzare gare che sono delle feste, dove tutti alla fine vengono giustamente premiati. Anche la scuola è una competizione, dove esiste il voto bello e quello brutto: allora cosa facciamo, aboliamo le promozioni e le bocciature? Io sono per una società meritocratica. Non esiste una formula vincente, esiste però il buon senso e questo va usato sempre».

Lei è presidente di Condindustria da maggio: soddisfatto di questi primi me­si da capo degli industriali italiani?
«Più che soddisfatto sono molto preoccupato per l’economia rea­le, ma ce la metterò tutta per portare a casa qualche buon risultato. Per il bene di tutti. Per il bene del nostro Paese. L’unico vero problema è, che a causa dei tanti impegni con i quali mi devo confrontare e quello di uscire un po’ di meno con la mia Col­nago».

Però non ha rinunciato a salire anche quest’anno sullo Stelvio in occasione del tradizionale Mapei Day, con tanti appassionati e il professor Romano Pro­di in testa…
«È stata dura, durissima. Sono arrivato all’appuntamento meno allenato del solito a causa dei tanti impegni, ma ce l’ho fatta. Il professor Prodi invece è stato mol­to bravo. Era in forma Giro, ma per l’allenamento che avevo, mi so­no difeso egregiamente. Come spesso mi capita, ho pedalato più di testa che di gambe. E le confesso che questo è l’esercizio che del ciclismo mi piace di più. Allenarsi alla fatica. Mai mollare. Mai considerarsi battuti in partenza. Al contrario, provarci sempre. Sono regole elementari, lo riconosco, ma tutti do­vreb­bero farvi ricorso. So­prattutto in un momento come questo. Siamo tutti impegnati a pedalare nella stessa direzione e su una strada in salita ma, ognuno con il proprio allenamento e la propria forza può dare il proprio contributo. La squadra Italia è una buona squadra, non è giovanissima come quella di Bettini, ma è tosta e alla fine possiamo scollinare tutti insieme. L’Italia ce la può fare: bisogna crederci. E pedalare».

di Pier Augusto Stagi
da tuttoBICI di ottobre
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SQUINZI. «Chiusi la squadra perché c'era troppo doping»

Giovedì 6 Febbraio | 13:09
L'addio di Mapei al ciclismo per il troppo doping? "Si il problema era quello", risponde Giorgio Squinzi, a Radio24: "Avevamo puntato la nostra visione sportiva per uno sport senza scorciatoie, e nel pieno dell'era Armstrong a un certo punto abbiamo ritenuto che era initile rimanere, impossibile competere".E, aggiunge il leader degli industriali, proprietario della Mapei, "oltretutto il fatto che noi denunciassimo il doping è stato anche biasimato, ed al limite anche minacciato di punizioni dalle autorità ciclistiche internazionali. E questi fatti sono purtroppo confermati negli ultimi mesi". Da Squinzi anche un cenno alla sua passione per la bicicletta ed alla amichevole rivalità sportiva con Romano Prodi. Chi è più forte? "Dipende dal grado di allenamento. All'ultimo confronto allo Stelvio nel 2012 Romano era più forte di me ma io ho rimediato facendomi spingere da alcuni dei miei ex corridori".

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Naturalmente il Pantani Fan Club l'ha subito interpretato come un "lo facevano tutti meno che noi", ovviamente non c'è scritto questo. Io sono portato a credere alle buone intenzioni di Squinzi, semplicemente non c'erano le condizioni per cambiare in quel momento. Sarebbe bello rivedere ora uno sponsor come Mapei, però purtroppo al momento sarebbe controproducente per loro probabilmente
Squinzi nominato Presidente onorario del Trofeo Matteotti
«Abbiamo deciso di assegnare al presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, la carica di Presidente Onorario del Trofeo Matteotti di Pescara». Lo ha annunciato il Presidente dell'Uc 'Fernando Pernà, Renato Ricci, a margine della Festa dello Sport 2014. «Squinzi - ricorda Ricci - alcuni mesi fa mi ha inviato una lettera per chiedermi di continuare a sostenere il Trofeo Matteotti. Il suo gesto mi ha colpito. Tra pochi giorni sapremo se il Matteotti ospiterà nel 2015 la prova unica del campionato italiano di ciclismo; abbiamo rivali di calibro, come il Piemonte e la Lombardia, dove gli organizzatori hanno budget superiori, ma certamente la nostra tradizione sportiva è invidiabile».

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