02-06-2025, 03:28 PM
(Questo messaggio è stato modificato l'ultima volta il: 02-06-2025, 03:29 PM da Morris.)
A premessa …..
- Fossi oggi un ragazzino di 15 anni non metterei il ciclismo fra le mie icone……
- In carriera, per passione e professione, ho seguito e scritto di tanti sport, soprattutto ho interloquito con dirigenti di una dozzina di discipline, ma se dovessi fare una graduatoria delle loro profondità culturali e d’acume dirigenziale, metterei quelli del ciclismo all’ultimo posto…..Ovvio, per me, vedere l’UCI come l’ente mondiale di uno sport da considerarsi come una sorta di marionetta distruttiva…..
- Quando alle iniziative pubbliche o nei Panathlon Club mi presentavano come giornalista, provavo fastidio: non avrei mai fatto lo strillone di servizio ad un padrone, il venditore di scoop (sovente del “menga”), o il confondente che costruisce un teorema acculturante omettendo particolari che fanno storia e impediscono conclusioni. Anche se ho scritto a iosa, non sono mai stato un giornalista e ne vado fiero! Ed ecco perché, quando vedo un giovane avviato al giornalismo, che conosce e ha qualità (e qui ne ho trovati), spero lo diventi davvero, soprattutto se il settore d’impegno è lo sport, ed in particolare il ciclismo.
- Sono vecchio e mi è rimasto poco da vivere, ma se devo fare delle disamine allo scopo di giungere a conclusioni credibili, circa i confronti fra passato e presente, cerco di pormi uno studio che presenti davvero terreni possibili, altrimenti chiudo qualsiasi ipotetica prosecuzione seria e mi limito a prendere il tutto come un gioco che va bene, appunto, per un forum sul web.
Ho fatto comunque un grosso errore, quando portai su Cicloweb, relativamente al topic “Fiandricolando” (uno dei più belli da me scritti), un approfondimento con una parte del mio studio sui “classicomani”. Bene, non dovevo assolutamente farlo, perché quella scelta non ha creato nessuna riflessione tangibile e costruttiva sull’oggetto (un po’ come avviene quando di mezzo c’è la sonora sciocchezza delle “cinque monumento”) e non è valso un fico secco, relativamente al confronto Gilbert-Cancellara, il fatto che il belga negli anni seguenti, abbia compiutamente dimostrato di essere “classicomane vero e non specialistico, senza se e senza ma, come lo svizzero.
- La durezza e lo stress di una disciplina sportiva, è direttamente proporzionale al numero di muscoli che entrano in gioco nell’atleta durante la prestazione agonistica. Poi ci sono altri fattori che incidono sulla pesantezza d’uno sport, ma l’insieme di tutti questi, non supera la consistenza dell’importanza del numero di muscoli che entrano in gioco. Nella divisione fra sport di contatto e di squadra e quelli individuali, sono i primi ad ereditare un supplemento di fatica e/o di aggravante sulla prestazione. Per intenderci, alla luce dei ritmi odierni e dei chilometri che si percorrono durante una partita, il calcio è decisamente più duro del ciclismo, tanto più alla luce dell’aumento del numero di match che il football d’oggi chiede ai suoi maggiori protagonisti. Ad esempio, rimanendo in Italia, il Milan nel 2002-2003 giocò 61 partite e se a queste aggiungiamo quelle che i suoi migliori giocatori giocarono per le rispettive nazionali, arriviamo a 68–70, un numero che equivale ad almeno 90 gg di gara nel ciclismo. Sempre 61 sono state le partite nel 1921/’22 del Liverpool di Klopp. L’Inter, quest’anno è arrivata cotta alla finale di Champions e s’è visto. Bene, con la sola partecipazione nei prossimi giorni al Mondiale per Club, chiuderà la stagione con gli ormai fatidici 61 match. Se poi passerà il primo turno del Mondiale (molto improbabile) arriverà perlomeno a 62, un record. Tutto questo, si inquadra in un aumento complessivo del numero degli eventi annuali d’impegno che gli sport, tranne il ciclismo, richiedono ai propri campioni. Si veda ad esempio l’ingresso nel calendario internazionale di atletica leggera del “Grand Slam Track” (una sorta di altra Diamond League) ideato da Michael Johnson.
- Il ciclismo odierno poggia legittimamente su una organizzazione d’assistenza alle corse e di tutela del corridore, molto migliore a quella d’un tempo. È giusto, sia chiaro, ma chi ne narra le essenze ed i fatti dimentica, non sa, o colpevolmente e vergognosamente omette, quanto il pedale sia divenuto, fra dirigenti e tecnologia, qualcosa di lontanissimo e di diverso dallo sport d’un tempo. Il ciclista è letteralmente in mano a strumenti che verificano costantemente l’andamento del suo corpo durante l’allenamento e nello stesso atto agonistico. In questo è praticamente unico. Si pensi solo un poco a che enorme differenza col calcio…. Le biciclette di oggi poi, usano materiali, ad esempio, ripeto, ad esempio, come il grafene (di cui la nostra Luna abbonda, usato dal ciclismo oltre alla sola F1), capaci di cambiare le risultanze in maniera tangibile e di sublimarsi, eventualmente, al tanto citato motorino che, si badi, non è una invenzione dei cosiddetti sospettosi, ed è stato determinante in taluni successi. Basti citare l’intervento dello stesso CIO, con un contributo a sei zeri sull’UCI, affinché costei si dotasse di adeguata strumentazione per verificarne uso e diffusione. Inoltre, è entrata da anni nello strumento pedalatorio quell’elettronica che ha risolto in un attimo, fastidio ed eventuali problemi nel passaggio da una velocità all’altra. Si potrebbe andare avanti per ore a narrare le mostruose modificazioni intervenute sulla bicicletta da quando sono arrivati “taluni”, basti citare che oggi una donna (bravissima ed encomiabile sia chiaro!) s’è permessa di dare oltre un chilometro ad Eddy Merckx sull’ora.
- C’è tanto altro nel ciclismo odierno che va a modificare in meglio le risultanze, pur avendo a disposizione corpi magari meno talentuosi rispetto al passato: dall’alimentazione a quel doping (chimico e/o di sostanza, non quello elettromagnetico), che è passato dall’abbordabile eritropoietina (nel senso che era fruibile a tutti i team), a qualcosa di ben maggiore, dai costi esosissimi, dove l’impatto sulla salute dell’atleta fa venire i brividi e pare ricordare che i Mabuse esistono….
Dalle premesse, qui lunghe, ma assai parziali, mi viene dunque l’obbligo di esternare un appello indirizzato a chi rompe i timpani dalla tv, innalzando a dismisura un ciclismo agonistico che s’è allontanato dalla gente, ed i singoli di oggi, da Pogacar a Simon Yates, eccetera: la si smetta di confrontare costoro coi grandi del periodo aureo del pedale, perché sono espressione di due sport diversi. Pogacar è un fuoriclasse epocale, e non sono certo io che gli voglio togliere meriti e grandiosità, ma pur correndo di più di troppi altri colleghi (il che è semplicemente vergognoso!), è un moncherino per giorni e chilometri di gara fatti (e questo significa tanto per uno sport che a Scienze Motorie definiscono ancora di forza resistente), rispetto ai campioni ciclisti dell’altro millennio. L’arrivo di Armstrong post tumore e della sua lingua, hanno cancellato i capisaldi del pedale, indi se proprio si vuole confrontare lo sloveno, lo si faccia usando metodo, studio e cultura a banda larga, ovvero consistenze che, se ci sono, impediscono di scendere sotto il 2000 per un confronto corretto.
Ora, per chi ama fare statistica e calcolare le percentuali di cambiamento intervenute, porto qualche dato, partendo da uno spezzone di un libro “Trofeo Edmond Gentil – il dimenticato Oscar del ciclismo”, che in questi giorni sarà stampato.
“L’assegnazione del Trofeo Gentil ’59 a Rik Van Looy fu significativa, perché andò ad un atleta che aveva fortemente inciso in stagione, per numero di successi (fu il primo a superare quota 50 vittorie stagionali), per la qualità dei trionfi nelle corse di un giorno, a cui aggiunse una partecipazione con un certo protagonismo in due GT: Vuelta e Giro. Non fu però la migliore stagione dell’Imperatore di Herentals, ma i suoi contenuti furono comunque impressionanti, soprattutto alla luce della collocazione (a circa metà) nell’intera storia del pedale agonistico e per il raggelante confronto col pedale di oggi, dove dovrebbe regnare sovrana, soprattutto per gli strilloni giornalisti, l’inconfrontabilità fra il ciclismo di allora e quello odierno. Quindi anche fra un Van Looy ed un Pogacar, senza scomodare la veramente totale inconfrontabilità dello sloveno con Eddy Merckx (nel 1969: 193 giorni di gara per quasi 27000 km ed un grave incidente che gli creò perenni dolori alla schiena). Ricapitolando: Van Looy nel ‘59 fu impegnato in gara 146 giorni, vinse in 52 occasioni e percorse in corsa 21027 km (l’errore, a causa di qualche ritiro, sta all’interno dello 0,20%). Aveva a disposizione una bicicletta pesante 10,3 kg (non era la Galmozzi con la quale vinse il Mondiale ’61, specialissima e alleggerita fino ad un peso complessivo di 9,9 kg), con una guarnitura che si fondava su due corone da 52 e 47 denti, mentre il pacco pignoni presentava 5 ruote libere che partivano dai 14 denti e si chiudevano coi 21. Il cambio, completamente manuale, veniva azionato da leve ai lati del telaio. Il Pogacar 2024, ha corso 58 giorni di cui 25 vincenti, percorrendo in gara 8956 chilometri. La sua bicicletta standard, ha un peso di 7 kg con corone 54/40 all'anteriore e un pacco pignoni al posteriore con 12 velocità, dall’11 al 34. Aspetti basilari, senza scomodare altre differenze nei componenti (che fanno delle biciclette da corsa odierne delle autentiche bombe rispetto al passato), il valore degli avversari, l’esistenza di squadre più stratificate e meno…”multinazionali”, corse con apparati di servizio decisamente più precari e gregari chiamati a coprirne una buona parte, con la conseguente impossibilità a far parte del gregge pedalatorio e di quel lancio dei capitani che sono una costante di oggi”.
Andando avanti ……
Jacques Anquetil, la cui personalità è stata perlomeno originale fin dagli inizi e ciclista che non si dannava a correre in ogni dove, nel 1963 (anno in cui fu il primo a fare doppietta Vuelta-Tour) corse per
98 giorni per un complessivo in gara di 13283 Km. Le vittorie furono 21 su strada e 2 (Trofeo Gentil e Superprestige Pernod) in speciali classifiche.
Sempre Jacquot, l’anno seguente, nel quale fece doppietta Giro-Tour (il secondo dopo Coppi) corse 95 giorni per un totale di 14.815 km. Le vittorie furono 19. Le Gitane di Anquetil in quel biennio, pesavano 9,7 (’63) e 9,6 (’64) con una guarnitura che si fondava su due corone da 52 e 46 denti, mentre il pacco pignoni presentava 5 ruote libere che partivano dai 14 denti e si chiudevano coi 22.
Il già citato Eddy Merckx, nell’anno della conquista della Luna (1969), corse fra strada e pista per 193 giorni, percorrendo in gara 26827 km. Pedalava su strada su una bicicletta con telaio Kessels (che seguiva direttive di “sarti” italiani famosi come Masi e De Rosa) dal peso di 9,3 kg, con una guarnitura che si fondava su due corone da 52 e 42 denti, mentre il pacco pignoni presentava 5 o 6 ruote libere che partivano dai 13 denti e si chiudevano coi 24 (in rarissime occasioni).
Bernard Hinault, ovvero colui che si programmò tangibilmente per primo, nel 1982, anno della sua prima doppietta Giro-Tour, corse per 85 giorni, percorrendo in gara 13385 km. Nell’anno vinse 28 volte e si guadagnò il Superprestige Pernod. La sua Look GP 80 equipaggiata Campagnolo pesava 9,3 kg ed era dotata di una guarnitura che si fondava su due corone da 52 e 43 denti, mentre il pacco pignoni presentava 7 ruote libere che partivano dai 14 denti e si chiudevano coi 26.
Miguel Indurain, nel 1993, anno della sua seconda doppietta Giro-Tour, corse per 100 giorni percorrendo in gara 16012 km. Nell’anno vinse 17 corse e aggiunse a fine anno, il primo posto nel Ranking Mondiale. Pedalò su strada su una Pinarello-Campagnolo di 9,5 kg, con una guarnitura che si fondava su due corone da 53 e 39 denti, mentre il pacco pignoni presentava 11 o 12 ruote libere che partivano dai 12 denti e si chiudevano coi 32.
Marco Pantani, uno che non correva più di tanto, non certo per allenarsi "scientificamente", ma solo per sue convinzioni, nell’anno della doppietta Giro-Tour (1998) corse per 71 giorni e percorse in gara 11416 km. I dettagli della sua bicicletta Banchi dal peso di 8,1 kg, sono in questo video dove tra l’altro c’è un confronto con la Banchi di Roglic del 1919.
[video=dailymotion]https://www.youtube.com/watch?v=CbHRKJuDfpU[/video]
Tadej Pogacar, il big eccelso del ciclismo odierno, ed uno di quelli che corre di più, ripeto, ha svolto nel 2024 un programma contemplante 58 giorni di corsa, nei quali ha percorso un totale di 9595 chilometri con 25 vittorie. La sua bicicletta conta sulla migliore tecnologia odierna e sta fra 6,8 e i 7 kg di peso, con una guarnitura che si fonda su due corone da 55 e 38 denti, mentre il pacco pignoni conta su 12 ruote libere che a seconda delle prove può andare dagli undici denti fino ai 32-34.
Note finali:
In questo studio sono presenti le essenze estreme delle modificazioni, per dare un’idea di massima circa l’inconfrontabilità fra il ciclismo di Pogacar e quello di Eddy Merckx, ad esempio. Ma pure, se vogliamo, anche con quello di Pantani-Indurain e non certo per l’erotropoietina, la cui sconfitta sul tema più generale del doping e degli additivi, esiste solo per gli ingenui.
Progresso? No! Altrimenti perché gli altri sport non sono così diversi dal loro passato?
Vabbè chiudiamo così, da ipocrisia anglosassone, o da buonisti estremi.....:
“Il ciclismo di oggi: vedi poco il campione in gara, perché è programmato oltremisura”.
Maurizio Ricci detto Morris
- Fossi oggi un ragazzino di 15 anni non metterei il ciclismo fra le mie icone……
- In carriera, per passione e professione, ho seguito e scritto di tanti sport, soprattutto ho interloquito con dirigenti di una dozzina di discipline, ma se dovessi fare una graduatoria delle loro profondità culturali e d’acume dirigenziale, metterei quelli del ciclismo all’ultimo posto…..Ovvio, per me, vedere l’UCI come l’ente mondiale di uno sport da considerarsi come una sorta di marionetta distruttiva…..
- Quando alle iniziative pubbliche o nei Panathlon Club mi presentavano come giornalista, provavo fastidio: non avrei mai fatto lo strillone di servizio ad un padrone, il venditore di scoop (sovente del “menga”), o il confondente che costruisce un teorema acculturante omettendo particolari che fanno storia e impediscono conclusioni. Anche se ho scritto a iosa, non sono mai stato un giornalista e ne vado fiero! Ed ecco perché, quando vedo un giovane avviato al giornalismo, che conosce e ha qualità (e qui ne ho trovati), spero lo diventi davvero, soprattutto se il settore d’impegno è lo sport, ed in particolare il ciclismo.
- Sono vecchio e mi è rimasto poco da vivere, ma se devo fare delle disamine allo scopo di giungere a conclusioni credibili, circa i confronti fra passato e presente, cerco di pormi uno studio che presenti davvero terreni possibili, altrimenti chiudo qualsiasi ipotetica prosecuzione seria e mi limito a prendere il tutto come un gioco che va bene, appunto, per un forum sul web.
Ho fatto comunque un grosso errore, quando portai su Cicloweb, relativamente al topic “Fiandricolando” (uno dei più belli da me scritti), un approfondimento con una parte del mio studio sui “classicomani”. Bene, non dovevo assolutamente farlo, perché quella scelta non ha creato nessuna riflessione tangibile e costruttiva sull’oggetto (un po’ come avviene quando di mezzo c’è la sonora sciocchezza delle “cinque monumento”) e non è valso un fico secco, relativamente al confronto Gilbert-Cancellara, il fatto che il belga negli anni seguenti, abbia compiutamente dimostrato di essere “classicomane vero e non specialistico, senza se e senza ma, come lo svizzero.
- La durezza e lo stress di una disciplina sportiva, è direttamente proporzionale al numero di muscoli che entrano in gioco nell’atleta durante la prestazione agonistica. Poi ci sono altri fattori che incidono sulla pesantezza d’uno sport, ma l’insieme di tutti questi, non supera la consistenza dell’importanza del numero di muscoli che entrano in gioco. Nella divisione fra sport di contatto e di squadra e quelli individuali, sono i primi ad ereditare un supplemento di fatica e/o di aggravante sulla prestazione. Per intenderci, alla luce dei ritmi odierni e dei chilometri che si percorrono durante una partita, il calcio è decisamente più duro del ciclismo, tanto più alla luce dell’aumento del numero di match che il football d’oggi chiede ai suoi maggiori protagonisti. Ad esempio, rimanendo in Italia, il Milan nel 2002-2003 giocò 61 partite e se a queste aggiungiamo quelle che i suoi migliori giocatori giocarono per le rispettive nazionali, arriviamo a 68–70, un numero che equivale ad almeno 90 gg di gara nel ciclismo. Sempre 61 sono state le partite nel 1921/’22 del Liverpool di Klopp. L’Inter, quest’anno è arrivata cotta alla finale di Champions e s’è visto. Bene, con la sola partecipazione nei prossimi giorni al Mondiale per Club, chiuderà la stagione con gli ormai fatidici 61 match. Se poi passerà il primo turno del Mondiale (molto improbabile) arriverà perlomeno a 62, un record. Tutto questo, si inquadra in un aumento complessivo del numero degli eventi annuali d’impegno che gli sport, tranne il ciclismo, richiedono ai propri campioni. Si veda ad esempio l’ingresso nel calendario internazionale di atletica leggera del “Grand Slam Track” (una sorta di altra Diamond League) ideato da Michael Johnson.
- Il ciclismo odierno poggia legittimamente su una organizzazione d’assistenza alle corse e di tutela del corridore, molto migliore a quella d’un tempo. È giusto, sia chiaro, ma chi ne narra le essenze ed i fatti dimentica, non sa, o colpevolmente e vergognosamente omette, quanto il pedale sia divenuto, fra dirigenti e tecnologia, qualcosa di lontanissimo e di diverso dallo sport d’un tempo. Il ciclista è letteralmente in mano a strumenti che verificano costantemente l’andamento del suo corpo durante l’allenamento e nello stesso atto agonistico. In questo è praticamente unico. Si pensi solo un poco a che enorme differenza col calcio…. Le biciclette di oggi poi, usano materiali, ad esempio, ripeto, ad esempio, come il grafene (di cui la nostra Luna abbonda, usato dal ciclismo oltre alla sola F1), capaci di cambiare le risultanze in maniera tangibile e di sublimarsi, eventualmente, al tanto citato motorino che, si badi, non è una invenzione dei cosiddetti sospettosi, ed è stato determinante in taluni successi. Basti citare l’intervento dello stesso CIO, con un contributo a sei zeri sull’UCI, affinché costei si dotasse di adeguata strumentazione per verificarne uso e diffusione. Inoltre, è entrata da anni nello strumento pedalatorio quell’elettronica che ha risolto in un attimo, fastidio ed eventuali problemi nel passaggio da una velocità all’altra. Si potrebbe andare avanti per ore a narrare le mostruose modificazioni intervenute sulla bicicletta da quando sono arrivati “taluni”, basti citare che oggi una donna (bravissima ed encomiabile sia chiaro!) s’è permessa di dare oltre un chilometro ad Eddy Merckx sull’ora.
- C’è tanto altro nel ciclismo odierno che va a modificare in meglio le risultanze, pur avendo a disposizione corpi magari meno talentuosi rispetto al passato: dall’alimentazione a quel doping (chimico e/o di sostanza, non quello elettromagnetico), che è passato dall’abbordabile eritropoietina (nel senso che era fruibile a tutti i team), a qualcosa di ben maggiore, dai costi esosissimi, dove l’impatto sulla salute dell’atleta fa venire i brividi e pare ricordare che i Mabuse esistono….
Dalle premesse, qui lunghe, ma assai parziali, mi viene dunque l’obbligo di esternare un appello indirizzato a chi rompe i timpani dalla tv, innalzando a dismisura un ciclismo agonistico che s’è allontanato dalla gente, ed i singoli di oggi, da Pogacar a Simon Yates, eccetera: la si smetta di confrontare costoro coi grandi del periodo aureo del pedale, perché sono espressione di due sport diversi. Pogacar è un fuoriclasse epocale, e non sono certo io che gli voglio togliere meriti e grandiosità, ma pur correndo di più di troppi altri colleghi (il che è semplicemente vergognoso!), è un moncherino per giorni e chilometri di gara fatti (e questo significa tanto per uno sport che a Scienze Motorie definiscono ancora di forza resistente), rispetto ai campioni ciclisti dell’altro millennio. L’arrivo di Armstrong post tumore e della sua lingua, hanno cancellato i capisaldi del pedale, indi se proprio si vuole confrontare lo sloveno, lo si faccia usando metodo, studio e cultura a banda larga, ovvero consistenze che, se ci sono, impediscono di scendere sotto il 2000 per un confronto corretto.
Ora, per chi ama fare statistica e calcolare le percentuali di cambiamento intervenute, porto qualche dato, partendo da uno spezzone di un libro “Trofeo Edmond Gentil – il dimenticato Oscar del ciclismo”, che in questi giorni sarà stampato.
“L’assegnazione del Trofeo Gentil ’59 a Rik Van Looy fu significativa, perché andò ad un atleta che aveva fortemente inciso in stagione, per numero di successi (fu il primo a superare quota 50 vittorie stagionali), per la qualità dei trionfi nelle corse di un giorno, a cui aggiunse una partecipazione con un certo protagonismo in due GT: Vuelta e Giro. Non fu però la migliore stagione dell’Imperatore di Herentals, ma i suoi contenuti furono comunque impressionanti, soprattutto alla luce della collocazione (a circa metà) nell’intera storia del pedale agonistico e per il raggelante confronto col pedale di oggi, dove dovrebbe regnare sovrana, soprattutto per gli strilloni giornalisti, l’inconfrontabilità fra il ciclismo di allora e quello odierno. Quindi anche fra un Van Looy ed un Pogacar, senza scomodare la veramente totale inconfrontabilità dello sloveno con Eddy Merckx (nel 1969: 193 giorni di gara per quasi 27000 km ed un grave incidente che gli creò perenni dolori alla schiena). Ricapitolando: Van Looy nel ‘59 fu impegnato in gara 146 giorni, vinse in 52 occasioni e percorse in corsa 21027 km (l’errore, a causa di qualche ritiro, sta all’interno dello 0,20%). Aveva a disposizione una bicicletta pesante 10,3 kg (non era la Galmozzi con la quale vinse il Mondiale ’61, specialissima e alleggerita fino ad un peso complessivo di 9,9 kg), con una guarnitura che si fondava su due corone da 52 e 47 denti, mentre il pacco pignoni presentava 5 ruote libere che partivano dai 14 denti e si chiudevano coi 21. Il cambio, completamente manuale, veniva azionato da leve ai lati del telaio. Il Pogacar 2024, ha corso 58 giorni di cui 25 vincenti, percorrendo in gara 8956 chilometri. La sua bicicletta standard, ha un peso di 7 kg con corone 54/40 all'anteriore e un pacco pignoni al posteriore con 12 velocità, dall’11 al 34. Aspetti basilari, senza scomodare altre differenze nei componenti (che fanno delle biciclette da corsa odierne delle autentiche bombe rispetto al passato), il valore degli avversari, l’esistenza di squadre più stratificate e meno…”multinazionali”, corse con apparati di servizio decisamente più precari e gregari chiamati a coprirne una buona parte, con la conseguente impossibilità a far parte del gregge pedalatorio e di quel lancio dei capitani che sono una costante di oggi”.
Andando avanti ……
Jacques Anquetil, la cui personalità è stata perlomeno originale fin dagli inizi e ciclista che non si dannava a correre in ogni dove, nel 1963 (anno in cui fu il primo a fare doppietta Vuelta-Tour) corse per
98 giorni per un complessivo in gara di 13283 Km. Le vittorie furono 21 su strada e 2 (Trofeo Gentil e Superprestige Pernod) in speciali classifiche.
Sempre Jacquot, l’anno seguente, nel quale fece doppietta Giro-Tour (il secondo dopo Coppi) corse 95 giorni per un totale di 14.815 km. Le vittorie furono 19. Le Gitane di Anquetil in quel biennio, pesavano 9,7 (’63) e 9,6 (’64) con una guarnitura che si fondava su due corone da 52 e 46 denti, mentre il pacco pignoni presentava 5 ruote libere che partivano dai 14 denti e si chiudevano coi 22.
Il già citato Eddy Merckx, nell’anno della conquista della Luna (1969), corse fra strada e pista per 193 giorni, percorrendo in gara 26827 km. Pedalava su strada su una bicicletta con telaio Kessels (che seguiva direttive di “sarti” italiani famosi come Masi e De Rosa) dal peso di 9,3 kg, con una guarnitura che si fondava su due corone da 52 e 42 denti, mentre il pacco pignoni presentava 5 o 6 ruote libere che partivano dai 13 denti e si chiudevano coi 24 (in rarissime occasioni).
Bernard Hinault, ovvero colui che si programmò tangibilmente per primo, nel 1982, anno della sua prima doppietta Giro-Tour, corse per 85 giorni, percorrendo in gara 13385 km. Nell’anno vinse 28 volte e si guadagnò il Superprestige Pernod. La sua Look GP 80 equipaggiata Campagnolo pesava 9,3 kg ed era dotata di una guarnitura che si fondava su due corone da 52 e 43 denti, mentre il pacco pignoni presentava 7 ruote libere che partivano dai 14 denti e si chiudevano coi 26.
Miguel Indurain, nel 1993, anno della sua seconda doppietta Giro-Tour, corse per 100 giorni percorrendo in gara 16012 km. Nell’anno vinse 17 corse e aggiunse a fine anno, il primo posto nel Ranking Mondiale. Pedalò su strada su una Pinarello-Campagnolo di 9,5 kg, con una guarnitura che si fondava su due corone da 53 e 39 denti, mentre il pacco pignoni presentava 11 o 12 ruote libere che partivano dai 12 denti e si chiudevano coi 32.
Marco Pantani, uno che non correva più di tanto, non certo per allenarsi "scientificamente", ma solo per sue convinzioni, nell’anno della doppietta Giro-Tour (1998) corse per 71 giorni e percorse in gara 11416 km. I dettagli della sua bicicletta Banchi dal peso di 8,1 kg, sono in questo video dove tra l’altro c’è un confronto con la Banchi di Roglic del 1919.
[video=dailymotion]https://www.youtube.com/watch?v=CbHRKJuDfpU[/video]
Tadej Pogacar, il big eccelso del ciclismo odierno, ed uno di quelli che corre di più, ripeto, ha svolto nel 2024 un programma contemplante 58 giorni di corsa, nei quali ha percorso un totale di 9595 chilometri con 25 vittorie. La sua bicicletta conta sulla migliore tecnologia odierna e sta fra 6,8 e i 7 kg di peso, con una guarnitura che si fonda su due corone da 55 e 38 denti, mentre il pacco pignoni conta su 12 ruote libere che a seconda delle prove può andare dagli undici denti fino ai 32-34.
Note finali:
In questo studio sono presenti le essenze estreme delle modificazioni, per dare un’idea di massima circa l’inconfrontabilità fra il ciclismo di Pogacar e quello di Eddy Merckx, ad esempio. Ma pure, se vogliamo, anche con quello di Pantani-Indurain e non certo per l’erotropoietina, la cui sconfitta sul tema più generale del doping e degli additivi, esiste solo per gli ingenui.
Progresso? No! Altrimenti perché gli altri sport non sono così diversi dal loro passato?
Vabbè chiudiamo così, da ipocrisia anglosassone, o da buonisti estremi.....:
“Il ciclismo di oggi: vedi poco il campione in gara, perché è programmato oltremisura”.
Maurizio Ricci detto Morris


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