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Il ciclismo di oggi, è un altro sport rispetto alla sua storia.
#1
A premessa …..

-    Fossi oggi un ragazzino di 15 anni non metterei il ciclismo fra le mie icone…… 

-    In carriera, per passione e professione, ho seguito e scritto di tanti sport, soprattutto ho interloquito con dirigenti di una dozzina di discipline, ma se dovessi fare una graduatoria delle loro profondità culturali e d’acume dirigenziale, metterei quelli del ciclismo all’ultimo posto…..Ovvio, per me, vedere l’UCI come l’ente mondiale di uno sport da considerarsi come una sorta di marionetta distruttiva…..

-    Quando alle iniziative pubbliche o nei Panathlon Club mi presentavano come giornalista, provavo fastidio: non avrei mai fatto lo strillone di servizio ad un padrone, il venditore di scoop (sovente del “menga”), o il confondente che costruisce un teorema acculturante omettendo particolari che fanno storia e impediscono conclusioni. Anche se ho scritto a iosa, non sono mai stato un giornalista e ne vado fiero! Ed ecco perché, quando vedo un giovane avviato al giornalismo, che conosce e ha qualità (e qui ne ho trovati), spero lo diventi davvero, soprattutto se il settore d’impegno è lo sport, ed in particolare il ciclismo. 

-    Sono vecchio e mi è rimasto poco da vivere, ma se devo fare delle disamine allo scopo di giungere a conclusioni credibili, circa i confronti fra passato e presente, cerco di pormi uno studio che presenti davvero terreni possibili, altrimenti chiudo qualsiasi ipotetica prosecuzione seria e mi limito a prendere il tutto come un gioco che va bene, appunto, per un forum sul web.  
Ho fatto comunque un grosso errore, quando portai su Cicloweb, relativamente al topic “Fiandricolando” (uno dei più belli da me scritti), un approfondimento con una parte del mio studio sui “classicomani”. Bene, non dovevo assolutamente farlo, perché quella scelta non ha creato nessuna riflessione tangibile e costruttiva sull’oggetto (un po’ come avviene quando di mezzo c’è la sonora sciocchezza delle “cinque monumento”) e non è valso un fico secco, relativamente al confronto Gilbert-Cancellara, il fatto che il belga negli anni seguenti, abbia compiutamente dimostrato di essere “classicomane vero e non specialistico, senza se e senza ma, come lo svizzero. 

-    La durezza e lo stress di una disciplina sportiva, è direttamente proporzionale al numero di muscoli che entrano in gioco nell’atleta durante la prestazione agonistica. Poi ci sono altri fattori che incidono sulla pesantezza d’uno sport, ma l’insieme di tutti questi, non supera la consistenza dell’importanza del numero di muscoli che entrano in gioco. Nella divisione fra sport di contatto e di squadra e quelli individuali, sono i primi ad ereditare un supplemento di fatica e/o di aggravante sulla prestazione. Per intenderci, alla luce dei ritmi odierni e dei chilometri che si percorrono durante una partita, il calcio è decisamente più duro del ciclismo, tanto più alla luce dell’aumento del numero di match che il football d’oggi chiede ai suoi maggiori protagonisti. Ad esempio, rimanendo in Italia, il Milan nel 2002-2003 giocò 61 partite e se a queste aggiungiamo quelle che i suoi migliori giocatori giocarono per le rispettive nazionali, arriviamo a 68–70, un numero che equivale ad almeno 90 gg di gara nel ciclismo. Sempre 61 sono state le partite nel 1921/’22 del Liverpool di Klopp. L’Inter, quest’anno è arrivata cotta alla finale di Champions e s’è visto. Bene, con la sola partecipazione nei prossimi giorni al Mondiale per Club, chiuderà la stagione con gli ormai fatidici 61 match. Se poi passerà il primo turno del Mondiale (molto improbabile) arriverà perlomeno a 62, un record. Tutto questo, si inquadra in un aumento complessivo del numero degli eventi annuali d’impegno che gli sport, tranne il ciclismo, richiedono ai propri campioni. Si veda ad esempio l’ingresso nel calendario internazionale di atletica leggera del “Grand Slam Track” (una sorta di altra Diamond League) ideato da Michael Johnson.    

-    Il ciclismo odierno poggia legittimamente su una organizzazione d’assistenza alle corse e di tutela del corridore, molto migliore a quella d’un tempo. È giusto, sia chiaro, ma chi ne narra le essenze ed i fatti dimentica, non sa, o colpevolmente e vergognosamente omette, quanto il pedale sia divenuto, fra dirigenti e tecnologia, qualcosa di lontanissimo e di diverso dallo sport d’un tempo. Il ciclista è letteralmente in mano a strumenti che verificano costantemente l’andamento del suo corpo durante l’allenamento e nello stesso atto agonistico. In questo è praticamente unico. Si pensi solo un poco a che enorme differenza col calcio…. Le biciclette di oggi poi, usano materiali, ad esempio, ripeto, ad esempio, come il grafene (di cui la nostra Luna abbonda, usato dal ciclismo oltre alla sola F1), capaci di cambiare le risultanze in maniera tangibile e di sublimarsi, eventualmente, al tanto citato motorino che, si badi, non è una invenzione dei cosiddetti sospettosi, ed è stato determinante in taluni successi. Basti citare l’intervento dello stesso CIO, con un contributo a sei zeri sull’UCI, affinché costei si dotasse di adeguata strumentazione per verificarne uso e diffusione. Inoltre, è entrata da anni nello strumento pedalatorio quell’elettronica che ha risolto in un attimo, fastidio ed eventuali problemi nel passaggio da una velocità all’altra. Si potrebbe andare avanti per ore a narrare le mostruose modificazioni intervenute sulla bicicletta da quando sono arrivati “taluni”, basti citare che oggi una donna (bravissima ed encomiabile sia chiaro!) s’è permessa di dare oltre un chilometro ad Eddy Merckx sull’ora.

-    C’è tanto altro nel ciclismo odierno che va a modificare in meglio le risultanze, pur avendo a disposizione corpi magari meno talentuosi rispetto al passato: dall’alimentazione a quel doping (chimico e/o di sostanza, non quello elettromagnetico), che è passato dall’abbordabile eritropoietina (nel senso che era fruibile a tutti i team), a qualcosa di ben maggiore, dai costi esosissimi, dove l’impatto sulla salute dell’atleta fa venire i brividi e pare ricordare che i Mabuse esistono….

Dalle premesse, qui lunghe, ma assai parziali, mi viene dunque l’obbligo di esternare un appello indirizzato a chi rompe i timpani dalla tv, innalzando a dismisura un ciclismo agonistico che s’è allontanato dalla gente, ed i singoli di oggi, da Pogacar a Simon Yates, eccetera: la si smetta di confrontare costoro coi grandi del periodo aureo del pedale, perché sono espressione di due sport diversi. Pogacar è un fuoriclasse epocale, e non sono certo io che gli voglio togliere meriti e grandiosità, ma pur correndo di più di troppi altri colleghi (il che è semplicemente vergognoso!), è un moncherino per giorni e chilometri di gara fatti (e questo significa tanto per uno sport che a Scienze Motorie definiscono ancora di forza resistente), rispetto ai campioni ciclisti dell’altro millennio. L’arrivo di Armstrong post tumore e della sua lingua, hanno cancellato i capisaldi del pedale, indi se proprio si vuole confrontare lo sloveno, lo si faccia usando metodo, studio e cultura a banda larga, ovvero consistenze che, se ci sono, impediscono di scendere sotto il 2000 per un confronto corretto. 
Ora, per chi ama fare statistica e calcolare le percentuali di cambiamento intervenute, porto qualche dato, partendo da uno spezzone di un libro “Trofeo Edmond Gentil – il dimenticato Oscar del ciclismo”, che in questi giorni sarà stampato.
  
“L’assegnazione del Trofeo Gentil ’59 a Rik Van Looy fu significativa, perché andò ad un atleta che aveva fortemente inciso in stagione, per numero di successi (fu il primo a superare quota 50 vittorie stagionali), per la qualità dei trionfi nelle corse di un giorno, a cui aggiunse una partecipazione con un certo protagonismo in due GT: Vuelta e Giro. Non fu però la migliore stagione dell’Imperatore di Herentals, ma i suoi contenuti furono comunque impressionanti, soprattutto alla luce della collocazione (a circa metà) nell’intera storia del pedale agonistico e per il raggelante confronto col pedale di oggi, dove dovrebbe regnare sovrana, soprattutto per gli strilloni giornalisti, l’inconfrontabilità fra il ciclismo di allora e quello odierno. Quindi anche fra un Van Looy ed un Pogacar, senza scomodare la veramente totale inconfrontabilità dello sloveno con Eddy Merckx (nel 1969: 193 giorni di gara per quasi 27000 km ed un grave incidente che gli creò perenni dolori alla schiena). Ricapitolando: Van Looy nel ‘59 fu impegnato in gara 146 giorni, vinse in 52 occasioni e percorse in corsa 21027 km (l’errore, a causa di qualche ritiro, sta all’interno dello 0,20%). Aveva a disposizione una bicicletta pesante 10,3 kg (non era la Galmozzi con la quale vinse il Mondiale ’61, specialissima e alleggerita fino ad un peso complessivo di 9,9 kg), con una guarnitura che si fondava su due corone da 52 e 47 denti, mentre il pacco pignoni presentava 5 ruote libere che partivano dai 14 denti e si chiudevano coi 21. Il cambio, completamente manuale, veniva azionato da leve ai lati del telaio. Il Pogacar 2024, ha corso 58 giorni di cui 25 vincenti, percorrendo in gara 8956 chilometri. La sua bicicletta standard, ha un peso di 7 kg con corone 54/40 all'anteriore e un pacco pignoni al posteriore con 12 velocità, dall’11 al 34. Aspetti basilari, senza scomodare altre differenze nei componenti (che fanno delle biciclette da corsa odierne delle autentiche bombe rispetto al passato), il valore degli avversari, l’esistenza di squadre più stratificate e meno…”multinazionali”, corse con apparati di servizio decisamente più precari e gregari chiamati a coprirne una buona parte, con la conseguente impossibilità a far parte del gregge pedalatorio e di quel lancio dei capitani che sono una costante di oggi”.

Andando avanti …… 

Jacques Anquetil, la cui personalità è stata perlomeno originale fin dagli inizi e ciclista che non si dannava a correre in ogni dove, nel 1963 (anno in cui fu il primo a fare doppietta Vuelta-Tour) corse per 
98 giorni per un complessivo in gara di 13283 Km. Le vittorie furono 21 su strada e 2 (Trofeo Gentil e Superprestige Pernod) in speciali classifiche.
Sempre Jacquot, l’anno seguente, nel quale fece doppietta Giro-Tour (il secondo dopo Coppi) corse 95 giorni per un totale di 14.815 km. Le vittorie furono 19. Le Gitane di Anquetil in quel biennio, pesavano 9,7 (’63) e 9,6 (’64) con una guarnitura che si fondava su due corone da 52 e 46 denti, mentre il pacco pignoni presentava 5 ruote libere che partivano dai 14 denti e si chiudevano coi 22. 

Il già citato Eddy Merckx, nell’anno della conquista della Luna (1969), corse fra strada e pista per 193 giorni, percorrendo in gara 26827 km. Pedalava su strada su una bicicletta con telaio Kessels (che seguiva direttive di “sarti” italiani famosi come Masi e De Rosa) dal peso di 9,3 kg, con una guarnitura che si fondava su due corone da 52 e 42 denti, mentre il pacco pignoni presentava 5 o 6 ruote libere che partivano dai 13 denti e si chiudevano coi 24 (in rarissime occasioni). 

Bernard Hinault, ovvero colui che si programmò tangibilmente per primo, nel 1982, anno della sua prima doppietta Giro-Tour, corse per 85 giorni, percorrendo in gara 13385 km. Nell’anno vinse 28 volte e si guadagnò il Superprestige Pernod. La sua Look GP 80 equipaggiata Campagnolo pesava 9,3 kg ed era dotata di una guarnitura che si fondava su due corone da 52 e 43 denti, mentre il pacco pignoni presentava 7 ruote libere che partivano dai 14 denti e si chiudevano coi 26.  
 
Miguel Indurain, nel 1993, anno della sua seconda doppietta Giro-Tour, corse per 100 giorni percorrendo in gara 16012 km. Nell’anno vinse 17 corse e aggiunse a fine anno, il primo posto nel Ranking Mondiale. Pedalò su strada su una Pinarello-Campagnolo di 9,5 kg, con una guarnitura che si fondava su due corone da 53 e 39 denti, mentre il pacco pignoni presentava 11 o 12 ruote libere che partivano dai 12 denti e si chiudevano coi 32.

Marco Pantani, uno che non correva più di tanto, non certo per allenarsi "scientificamente", ma solo per sue convinzioni, nell’anno della doppietta Giro-Tour (1998) corse per 71 giorni e percorse in gara 11416 km. I dettagli della sua bicicletta Banchi dal peso di 8,1 kg, sono in questo video dove tra l’altro c’è un confronto con la Banchi di Roglic del 1919.

[video=dailymotion]https://www.youtube.com/watch?v=CbHRKJuDfpU[/video]

Tadej Pogacar, il big eccelso del ciclismo odierno, ed uno di quelli che corre di più, ripeto, ha svolto nel 2024 un programma contemplante 58 giorni di corsa, nei quali ha percorso un totale di 9595 chilometri con 25 vittorie. La sua bicicletta conta sulla migliore tecnologia odierna e sta fra 6,8 e i 7 kg di peso, con una guarnitura che si fonda su due corone da 55 e 38 denti, mentre il pacco pignoni conta su 12 ruote libere che a seconda delle prove può andare dagli undici denti fino ai 32-34. 

Note finali: 
In questo studio sono presenti le essenze estreme delle modificazioni, per dare un’idea di massima circa l’inconfrontabilità fra il ciclismo di Pogacar e quello di Eddy Merckx, ad esempio. Ma pure, se vogliamo, anche con quello di Pantani-Indurain e non certo per l’erotropoietina, la cui sconfitta sul tema più generale del doping e degli additivi, esiste solo per gli ingenui.  
Progresso? No! Altrimenti perché gli altri sport non sono così diversi dal loro passato?
Vabbè chiudiamo così, da ipocrisia anglosassone, o da buonisti estremi.....:  
“Il ciclismo di oggi: vedi poco il campione in gara, perché è programmato oltremisura”.

Maurizio Ricci detto Morris
 
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#2
Io ormai sto portando avanti la difesa dei già comunque crepuscolari Giri dei primi anni '00 (l'apice del ciclismo, per me, è la seconda metà degli anni '80).

Che i somari pensano che fossero di basso livello perché non c'era aaaaaa globalizzazione. Quando il ciclismo era molto più globalizzato nel 2003 che non oggi.

I vari Frigo, Simoni, Casagrande, Garzelli facevano tutt'altro avvicinamento al Giro rispetto ad oggi.

Qualcuno, addirittura, passava sia per il Trentino che per il Romandia.

Carapaz, Yates...ma pure Roglic...sono arrivati al Giro che non correvano dal Catalunya.

Ormai il Trentino non è manco più una corsa di preparazione.

Collegandomi a questo, peraltro, porto anche qua il discorso che facevo, in altri lidi e in altri topic, sui praticanti.

Fino a 20 anni fa c'erano molti più praticanti e il livello medio era INFINITAMENTE più alto.

Qua siamo a Caruso 37enne che fa top-5 agile al Giro perché non esistono fisicamente altri competitor per quella posizione.

Un Eddy Mazzoleni qualsiasi li faceva tutti al sugo i protagonisti di questo Giro.

Quei 3/4/5 mostri sono mostri per davvero, in alcuni casi fin troppo, ma il resto non esiste.

Carapaz, CARAPAZ, è una garanzia di podio al Giro ogni volta che partecipa. Con tutto il bene, un bel corridorino, ma con dei limiti di proporzioni abnormi.
 
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#3
Caro Luca, mi dai l'opportunità di aggiungere qualcosa su quei benedetti numeri e su quel "cavolo" di globalizzazione nel ciclismo.
È lapalissiano che i somari (bella fetta di osservatori, ex corridori, giornalisti e tifosi) che mettono la globalizzazione anche nel caffè, non conoscano la storia del ciclismo e dell’orrida UCI. Per loro, la FIAC, è un termine dialettale per definire la puzza che esce da una marmitta. Sta di fatto che nel febbraio 1965, l’UCI, spinta dal CIO (come sempre l’ente ciclistico andava a rimorchio), divise l’organizzazione in due settori ben definiti: quello dilettantistico, che partecipava alle Olimpiadi e quello professionistico, che aveva come icone le classiche, il Tour de France e il Giro d’Italia. La FIAC (Federazione Internazionale di Ciclismo Amatoriale) aveva sede udite udite a Roma, ed organizzava il ciclismo dei dilettanti, compresi i di fatto “professionisti di stato” dell’Est e quelli che da P.O. (Probabili Olimpici) percepivano ottimi assegni (all’incirca lo stipendio di un gregario fra i professionisti) e la FICP (Federazione Internazionale di Ciclismo Professionistico), che aveva sede in Lussemburgo. LA FIAC, udite udite, era decisamente la più corposa radunando 127 Federazioni di tutti i continenti, mentre la FICP, se non ricordo male, ne radunava una quarantina. L’UCI, che oggi (2025) conta sul 170 Federazioni, continuò a coordinare (più per poltrone che per lavoro reale) le sue due anime dal sofà di Losanna. Nella FIAC erano i paesi del Patto di Varsavia, ed i non allineati con a capo il loro leader Maresciallo Tito, a fare da traino, resta il fatto però, che in quei paesi un movimento ciclistico c’era eccome, e ben più corposo di oggi. Come del resto in altri paesi stavolta di area occidentale. Solo con la caduta del Muro di Berlino si aprirono di fatto le porte per quel termine che tanto piace oggi ai somari: globalizzazione appunto. 

Nel 1992 FIAC e FICP vennero chiuse e tutto tornò a casa madre UCI, la quale avviò, come mai prima, il caos (eufemismo usato per comodità) di oggi. Proprio nel ’92 piovvero in Italia decine di stranieri provenienti dai paesi che fino a poco prima concepivano solo il dilettantismo. Molti, i più giovani, entrarono nei team italiani di dilettanti, i più anziani fra le squadre professionistiche. Non porto i nomi eclatanti di questo esodo, perché qui ci sono forumisti che ne sanno, mi limito solo a dire che quel lasso coincise con la mia stessa entrata nel ciclismo con ruoli ben diversi dal tifoso e dal narratore, ed uno dei primi momenti di stupore che provai, fu quello di constatare che la lingua inglese, per il pedale, stava ben dietro al francese, all’italiano, al fiammingo, allo spagnolo, e al tedesco. Tra l’altro, solo un’unghia davanti al russo. Eppure più che le pochissime unità britanniche extra-pista, negli States il ciclismo agonistico non l’amatorial-cicloturistico o delle granfondo, era florido e consistente.  Negli Usa prima dell’idrovora abbinata e protetta per disegno a monte, UCI-Armstrong, c’erano tante squadre. A memoria Mercury, Saturn-Timex, Coors Light, Monex, 7-Eleven, Shaklee, Subaru – Montgomery, Motorola, Spago, Health Net, con oltre 200 prof. Il loro difetto era quello di preferire il calendario americano, anche perché molti sponsor, tipo Saturn, non avevano mercati in Europa. Ma i ciclisti decenti agonisticamente, erano pagati, al punto che un Gaggioli, che in Europa aveva vinto solo la Bernocchi nell’86 e una tappa al Trentino ’88, si trasferì di fatto negli States, dove divenne icona con oltre 150 vittorie e ottime paghe.  In Giappone grazie al keirin e relative scommesse, c’erano 4000 corridori professionisti, ed il tanto famoso velocista Nakano, che vinse 10 Mondiali nella velocità prof, non stava fra i primi dieci della specialità, il keirin appunto, inventata e diffusa dai nipponici.  In altre parole il ciclismo di vertice c’era anche prima, anzi era ben più numeroso. L’UCI lo ha stravolto. Di fatto ha promosso i dilettanti a professionisti, dividendoli molto marginalmente sul piano dell’età e, più consistentemente, attraverso la classificazione dei club. Ha poi stracciato la differenza chilometrica delle gare portandola ad una media che sta fra gli juniores di un tempo, ed i dilettanti dei primi anni ’90 (quelli della morte FIAC), ha stravolto le classiche ed in taluni casi le ha distrutte (si veda, ad esempio, la differenza fra la grande Freccia Vallone di Fignon e le ultime imbarazzanti corsette col Muro di Huy finale). Morale: fra tappe dei GT e Classiche definite (da 3 in storia del ciclismo)  “Monumento”, nonché il Mondiale, le corse oltre i 220 km, sono sì e no una dozzina. Ed anche da qui non c’è da stupirsi se il giovane con talento, arriva oggi prima al vertice. Un tempo, grandi dilettanti che fino ai 200 e 210 km erano assi, poi fra i professionisti fallivano perchè non li si aspettava nella giusta maturazione sui 220-270 km. Chiaro che i più talentuosi e volonterosi arrivavano ugualmente, ma le lunghezze erano un fattore non da poco. 
Su pista l’UCI ha di fatto distrutto un patrimonio mondiale di velodromi dai 330 ai 400 metri per votarsi completamente alle indoor su anelli legnosi da 250. Morale, se in strada puoi trovare un Mondiale facile ed uno più difficile, su pista sono tutti uguali, perché una prova su un anello da 250 è ben diversa da uno sui 400! 

Idrovora UCI,  ha poi fatto tanto altro trasformismo in peggio, cercando soldi ovunque dalle sempre pericolose multinazionali (caro vecchio e grandissimo Gianni Clerici docet.) e petroldollari, per proporsi in zone sparute di praticanti, intingendosi della solita cipria cancerogena di ipocrisia anglosassone in nome della globalizzazione. Ha inventato la porcheria del World Tour, dove si mescola il ciclismo agonisticamente migliore su differenze di budget che vanno da punte enormemente superiori alla portata pubblicitaria, d’immagine e ascolti del ciclismo (dove non ci sono entrate dagli spettatori salvo microscopici casi), per arrivare ad altre che ci stanno pari o poco sotto. Quando ci sarà un crollo, ad esempio sulle possibilità d’evasione facendo circolare danari nei paradisi fiscali o i pozzi di oro nero penseranno a qualcosa d’altro, gente che oggi piglia milioni domani si dovrà accontentare di una manciata di decine di migliaia.
E poi dove cacchio sono i numeri della globalizzazione nell’agonismo? (gli amatori delle granfondo, i cicloturisti ed i semplici pedalatori in bdc domenicali, sono un fatto di valore sociale e sono i propulsori dell’economia di settore, ma non sono agonisti di mestiere o speranza).

Bene, andiamo a vedere quanti sono nel mondo oggi, coloro che corrono, guadagnando, per gli obiettivi dello sport del pedale.  
World Tour: dai 521 ai 540 nelle 18 squadre della classificazione.
Professional Continental Teams: dai 490 ai 500 corridori in 27 squadre. 
Continental Teams: dai 1850 ai 1880 corridori in 166 squadre. 
Al più 2920 corridori che, di fatto, sono i prof, i dilettanti e diversi juniores, di quando il mondo UCI era diviso in FIAC e FICP.

Sapete quanti erano i professionisti nell’anno 1965, apice dei miei giochi coi tappetti (quarcì nel dialetto ronagnolo)? Ne avevo catalogati 497 (allora avevo 10 anni, non c’era internet, ed avevo a disposizione i giornali di mio fratello e quello che raccattavo in giro). Da adulto, dopo aver scritto i ritratti di migliaia e migliaia di corridori, ho scoperto che i prof in quell’anno per me magico, nel mondo, erano 520. I dilettanti, da una stima, erano 10 volte tanti.

In Italia, solo in Italia, nell’anno della riunificazione UCI (da FIAC e FICP), i professionisti e dilettanti erano circa 3000. 

Quindi chi parla di globalizzazione intendendola pure per diffusione, torni ad imparare a memoria le tabelline.

Saluti!
 
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#4
Il problema che oggi fanno poche corse se non le più importanti,lo si deve al fatto che ormai si rischia troppo di cadere in gara,quindi vengono preferiti allenamenti,tanto con strumenti attuali si riesce a fare anche meglio che correre.
Sul fatto che il livello medio sia basso invece non sono d'accordo,anzi il livello medio è pure più alto oggi,il problema che se viene paragonato ai mostri attuali sembrano andar piano.
Oggi un Froome al top,farebbe fatica ad arrivare in top5 per dire.......poi i motivi di questo balzo in avanti come prestazioni bisognerebbe capirlo,perchè credere che sia solo il mezzo o le barrette unite ai nuovi gel ad aver influito non ci crede nessuno
 
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#5
Mah Jan, sono due discorsi diversi.

I corridori di oggi sono pochi e in grossissima parte limitati.

Poi fanno medie e tempi di scalata da record perché da dopo il lockdown hanno aperto le gabbie.

Ma quelli sono dati che non guarderei, altrimenti dobbiamo motivare il perché, nel '95, si andava più forte che nel 2015.
 
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#6
No secondo me il discorso più corretto sarebbe questo.......prima un gregario ma anche tanti capitani facevano pure la vita,mentre oggi anche il più scarso dei gragari fa la vita da monaco.
Il livello oggi è certamente più alto,se poi mettiamo in discussione il fatto che mancano i veri motori potrei anche essere d'accordo,ma quello purtroppo è dovuto anche al fattoche abbiamo alcuni mostri che fanno sembrare gnomi il resto del gruppo.
Il problema vero ed è inutile negarlo,che in pochi mesi da prima del covid a dopo il covid abbiamo assistito ad un incremento mostruoso delle prestazioni e questo non può essere solo dovuto alla vita da monaco.
Senza dimenticare che poi ogni anno si sta alzando asticella verso su..........basta vedere anche S.Yates che fa una scalata del Finestre 5 minuti meglio di Froome......che piano non andava e parliamo di solo 7 anni fa,quindi anche la differenza mezzi è molto minima
 
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#7
Banalmente Jan...i corridori che occupano le posizioni di rincalzo dietro i mostri sono gli stessi che occupavano quelle medesime posizioni 10 anni fa

Gli Yates, i Landa, i Caruso....e vanno al doppio rispetto a quando avevano 26/27/28 anni.

Per cui livello medio in senso lato è aumentato. In senso stretto è diminuito perché il Caruso di turno non ha manco più i competitor che aveva al Giro 10 anni fa (dove, infatti, faceva 8° e non 5°).

Pochi corridori a cui viene consentito di fare prestazioni fuori da ogni logica per coprire le magagne.

Ma siamo ai Giri dove una pippa al sugo come Rubio fa top-10 di default. Rubio 20 anni fa, col pacchetto doping-materiali-preparazione di 20 anni fa, non entra nei 20.
 
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#8
Non sono cosi d'accordo......alla fine pure un Arrojo è arrivato secondo al Giro,un Nardello faceva Top ten al Tour.
Sul motore di base posso dire si,quelli medi di 20 o 10 anni fa sarebbero medi anche nel ciclismo di oggi,invece da capire se un Pantani o Armstrong nel ciclismo di oggi con le stesse possibilità di oggi,le darebbero o prenderebbero da Pogacar......oppure un Cancellara e Boonen,le darebbero o prenderebbero da Pogacar e MVDP.
Ripeto l'unica cosa che stiamo vedendo è un gran balzo in avanti delle prestazioni,che anche il più cieco non può non vedre e capire non è solo madre natura
 
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#9
Arroyo arrivava secondo in un Giro in cui, dietro di lui, si piazzavano Nibali, Scarponi, Evans, Porte, Vinokurov e Sastre.

Tutta gente superiore a chiunque non sia arrivato sul podio di questo Giro.

E alcuni, tipo Nibali o Evans, pure ampiamente superiori a due dei primi tre del Giro.

Il fatto è che dobbiamo pure rivedere il valore degli Arroyo e dei Nardello, che lottavano per un decimo posto quando la concorrenza era molto più numerosa.

Del resto è lapalissiano come Nardello sia un corridore n volte superiore al Rubio di turno.
 
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#10
Morris ha messo nero su bianco una situazione che ho da tempo percepito , ma che , per mancanza di sufficente cultura ciclistica non sono mai riuscito a spiegare completamente.
Al di là del dovuto e sentito ringraziamento l'UCI ha distrutto il ciclismo che ho conosciuto..
La cosiddetta globalizzazione ha resettato un sistema che era efficiente, ma ahimè, il denaro , il business ha fatto tabula rasa di molti sport , calcio compreso. Ha eliminato 80 anni di storia , per creare una narrazione facilmente consumabile .
Dai numeri indicati, e dalla mentalità del mondo attuale credo si veda chiaramente che il ciclismo è meno praticato . Le ragioni sono molte , anche il costo dei materiali è aumentato a dismisura in 20 anni..
A livello professionistico è completamente un altro sport rispetto a prima .
Credo che il livello sia basso , ma i dati sono molto alti.La componente Doping ,post COVID è fondamentale. È un meccanismo che intuisco ma non comprendo del tutto , ammetto.
Posso solo dire che lo seguo per affezione, però non mi piace più come prima . I fenomeni non mi esaltano , mi danno solo perplessità.
Inoltre ,sentire parlare inglese in modo meccanico ,senza pathos ,mi sconcerta . Il francese e l'italiano sono sempre state le lingue del ciclismo. Si è persa la forza individuale , carismatica del ciclismo. Questi ragazzi sono radiocomandati ,non trasmettono nessuna emozione .
Vorrei aggiungere che secondo me , la riduzione dei chilometraggi non è stata la conseguenza dell'allargamento del movimento dopo il 90 , ma una decisione imposta dall'UCI nell'88 ,con la creazione della coppa del Mondo,che io ho detestato . Ho visto corse storiche snaturarsi , scomparire, e creazioni ad hoc senza futuro .


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#11
Qualche risposta a chi m'ha scritto anche se non è forumista, perlomeno qui....

Oggi ci si allena meglio piuttosto che correre per allenarsi, perché si ha disposizione quel meglio a livello scientifico che ti sa dire ogni cosa sul tuo interno organico e ti aiuta a doparti in maniera ideale. D'altronde, le lunghe assenze al Teide o in Engadina, confondono naturalmente, perché l'effetto altura esiste veramente, ma l'innesto del monossido di carbonio (ad esempio), ne allunga non poco la consistenza e farlo là, dove i controlli sono nelle convinzioni degli ingenui, rappresenta un Porto Franco che genera la spinta più cospicua per la prestazione nelle corse programmate.  
Resta il fatto che in questo sport, dove al doping chimico s'è aggiunto quello tecnologico, correre poco ha comunque una peculiare facoltà, ed è in netta controtendenza rispetto alle altre discipline sportive, dove i campioni si esibiscono marcatamente di più rispetto ad un tempo. E per chi ha sempre preso di mira il ciclismo come sport del doping, oggi esistono ulteriori e più corposi motivi per dire che il pedale è davvero lo sport più distante che ci sia, dal cosiddetto (e velleitario) sport pulito, ed è di gran lunga al massimo del suo corredo di spinta ergogenica: altro che anni '90!

Ciò non toglie che in questa attualità ciclistica, ci siano talenti naturali di forte spessore in numero assai limitato (meno di cinque, per intenderci) che avrebbero potuto incidere (molto meno di oggi in ogni caso) anche in un ciclismo nobile, non nella monnezza odierna. Tra queste unità, ero portato, pur da vecchio esigente, ad ammirarne profondamente due, il più talentuoso di tutti (lui sì tra i più grandi arrivati al pedale) nonché più giovane, ed un figlio d'arte polivalente e dalla pedalata da quattro stagioni, ma al netto di cause e concause e, soprattutto, per le troppo poche corse, ne ho rimasta una sola, la più anziana delle due. Inutile dire che per la passione sportiva che m'ha accompagnato per tutta la vita, questa conclusione mi lascia profonda amarezza.

Mi è stato chiesto quello che, a mio parere, è il primo intervento da portare al ciclismo vero (non amatoriale) per rilanciarlo.
- Abolizione dei Team World Tour, sostituiti da 30 Team World Professional aventi ciascuno un massimo di 15 corridori tesserabili e svolgenti un calendario mondiale di Serie A (indicativamente le corse a tappe e di un giorno, oggi inserite nel World Tour, le corse “Pro Series” e una dozzina delle classificate Prima Categoria). I corridori per team da schierare in qualsiasi corsa, saranno 6. In questo modo, l’aumento dei capitani, ed il minor numero di muli di servizio, renderebbero le gare più imprevedibili ed agitate, togliendo gran parte di quella asfissiante noia che accompagna, in TV, troppe, troppissime corse. Ai 30 Team Professional saranno aggiunti altri 30 Team definiti Intercontinental che seguiranno un calendario mondiale di Serie B (indicativamente le corse a tappe e di un giorno, oggi classificate Prima Categoria escluse le 12 finite nel Calendario A e tutte le corse oggi classificate di Seconda Categoria). Anche per i Team Intercontinental, sarà di 15 il numero massimo di corridori tesserabili, di cui 6 schierabili in ogni corsa. In base ai punteggi accumulati ci saranno 6 retrocessioni tra i Team World Professional e 6 promozioni fra i Team Intercontinental. Tra questi ultimi anche sei retrocessioni fra i Club Continental. Costoro (max 70 per 12 tess.) seguiranno calendari nazionali e continentali. Le loro sei promozioni in Intercontinental, saranno stilate su punteggi che premieranno team e federazioni nazionali in grado di proporre calendari degni per numeri e partecipazioni.

E un secondo?
Rilanciare Circuiti, Kermesse e Criterium, senza inneggiare all'antico di un Recalcati o uno Strumolo, ma solo per favorire i "campioni" ed i "meno campioni" al raggiungimento dei 70 gg di corsa, quota minima obbligatoria, per non subire penalizzazioni individuali e di Team. L'obbligo va visto come normativa mista fra l'antidoping ed una maggior penetrazione dei singoli fra la gente. Antidoping, perchè obbligare i corridori ad un numero minimo di gare, evita parte di quel corredo di ricerca-applicazione ergogenica che ho indicato sopra (e che vale perlomeno quanto il passaporto biologico).  Norma di popolarità, perchè darebbe modo a più località di proporre il campione e relativa esibizione, in uno sport che sta perdendo popolarità agonistica fra i giovani. In più, darebbe modo di trovare qualche risorsa extrasponsor di cui il ciclismo ha bisogno da un quarto di secolo. 

Saluti
 
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#12
Non preoccupiamoci troppo per il ciclismo.
Il ciclismo è già prossimo alla deflagrazione esattamente come il Mondo che abbiamo attorno quindi godiamoci gli ultimi momenti e sorridiamo di fronte a colui che scala le montagne con gli "addominali al plutonio".
Presto il plutonio non sarà solo nei suoi addominali


[Immagine: 1675156224-this-is-fine.png]
 
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#13
(15-06-2025, 10:27 AM)Giugurta Ha scritto: Non preoccupiamoci troppo per il ciclismo.
Il ciclismo è già prossimo alla deflagrazione esattamente come il Mondo che abbiamo attorno quindi godiamoci gli ultimi momenti e sorridiamo di fronte a colui che scala le montagne con gli "addominali al plutonio".
Presto il plutonio non sarà solo nei suoi addominali


[Immagine: 1675156224-this-is-fine.png]

Hai perfettamente ragione, con un mondo ove chi comanda possiede una concentrazione di criminalità e imbecillità, solo in minima parte coperta dall’ipocrisia degli snob e della lingua che, tolta la musica, è un raglio, pensare alla caduta del ciclismo è perlomeno puerile. Sono prossimo ai 70, ed il rischio di guerra nucleare oggi, è almeno 10 volte superiore ai segmenti più gravi di quando il pianeta era diviso in due blocchi. Insiste un genocidio in un mare di vergognoso e criminale silenzio e, nel contempo, fra missili sempre più sofisticati, si giunge a quei droni cecchini e bombardieri che, in un tempo vicino, stavano solo nelle criminali fantasie. Quanto vorrei che la favoletta dell’inferno e del paradiso fosse vera!

Nel frattempo però, per urlare che ancora non son morto, scelgo fra le cure palliative, l’evidenziare il grave del puerile ciclismo, anche per far capire quanto sia stupido osannare le elucubrazioni di uno il cui agnomen, ricorda il primo nome delle mountain bike: Rampi chi ni.
 
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#14
Diciamo che il ciclismo ci aiuta a non pensare ,in un momento storico pre apocalittico ,dove il pensiero è osteggiato anziché incentivato.
Sono d'accordo con quello che scrive una persona che non esito a definire un 'Maestro', per me e per tutti gli appassionati veri .
Non so se sia possibile questa riforma , anche se sarebbe auspicabile . Indubbiamente il ciclismo è un ambiente dove il doping, di tanti tipi è sempre più preponderante. Far correre almeno 70 giorni obbligatoriamente per veder riconosciuti i punti UCI sarebbe una soluzione per fare uscire allo scoperto il sistema .
Scusate la domanda un po' ingenua , il campione più giovane è Evenepoel o Pogacar. Per me il primo è un grande talento, lo sloveno anche ,ma naviga nel torbido,per vari motivi.
 
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#15
Remco ovviamente.

Pogacar è stato a sua volta un gran corridore.

Ora è Mick Doohan.
 
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#16
Remco, è stato per me il più grosso talento atletico finito al ciclismo da tempo immemorabile. Da Eddy Merckx ad oggi, per intenderci. L’unico, che a 18-19 anni, poteva permettersi di fare cose eccelse a livello assoluto. Come Eddy e, prima di Eddy, il più cospicuo o paragonabile fu Jos Wouters, che se lo chiedete a tal “mi dicono che ho scritto più libri di quanti non ne abbia letti”, pensa magari ad un fantino. In questo quadro di confronti contano le classiche con lo stesso diritto dei GT. E Remco, juniores, dava ad un Pogacar (16 mesi in più) ben oltre il minuto in una crono di 27 chilometri (come qui ha ricordato il grande Luca). Un tecnico famoso, colui che portai ad un ciclismo di vertice, ancor oggi in Nazionale, mi disse che come Evenepoel non aveva visto nessuno e, dopo di lui, sempre fra i giovani, lo stesso Ayuso era meglio di Pogacar. Oggi queste appaiono bestemmie, eppure il sottoscritto come Luca Saugo (che deve fare il giornalista perbacco!) non hanno mai scritto o detto che Tadej non sia un campione a quattro ante, ma oggi siamo oltre i confini della realtà. Perché? Idem anche guardando oltre i nasi a disposizione.

Remco mi ha deluso, perché corre poco, aldilà degli incidenti pesanti, non perché becca quei minuti in salita e deve diventare un motore per dare la miseria di 11” a cronometro a Pogi (Tour 2024). So bene che lui ed il mio ormai unico preferito Matthieu, non sono in team che dispongono di petroldollari e virtuosità varie di benedizione d’Aigle. Sono costretti a fare le assenze del caso per ricercare una attenuazione delle differenze. Per dare un poco di ossigeno ai doveri del talento. Ma a differenza del belga, all’attivo del nipote di Poulidor, c’è l’inverno del cross che parla per lui, ovvero un settore che era e che resta la più grossa evidenza di pedale credibile e di lungo valore storico del ciclismo odierno. Van der Poel, è infatti il più grande ciclocrossista di tutti i tempi, perché i confronti corretti nel cross si possono fare al pieno e non è ASSOLUTAMENTE così per la strada. Per giunta Matthieu aggiunge una generosità incredibile in ogni gara sull’asfalto e quella Mountain Bike, dove ha ancora obiettivi olimpici.  Insomma corre per quattro stagioni e per me merita ammirazione, simpatia e tifo.

Saluti!
 
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#17
Anche per me il motore più vero e potente è quello di Remco e in seconda battuta ( seppur mi sta antipatico ) quello di Ayuso.
Io continuo a sostenere che un Roglic di base aveva un motore superiore a Pogacar,seppur sia di altissimo livello non può crescere come è cresciuto dal 2023 al 2024 in pochi mesi,passando da grandissimo corridore a mostro.....no questo non posso non vedrlo neppure io,che sono uno che è sempre stato dalla parte dei corridori e del ciclismo,ma faccio fatica a non vederci qualcosa che non torna.
 
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#18
Remco da juniores era un fenomeno, e anche da professionista ha subito vinto.
Ha avuto parecchi incidenti,e credo che quello al Lombardia 2020 abbia un po' rallentato la crescita .
Ciò non giustifica però quello che sta succedendo ora .
Sono molto perplesso però per ciò che sto vedendo ora
Grazie a Morris e a a Luca per la risposta.
 
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#19
Un argomento spinoso in cui il dibattito può essere complesso riguarda la possibile crescita di un ciclista e quanto possa essere il margine di suddetta crescita.

Remco fenomeno a 18 anni, fenomeno a 20, si massacra al Lombardia, torna di nuovo con picchi straordinari ma soverchiato da una nouvelle vague che improvvisamente va più forte di lui, e di molto. Ad oggi, è il più credibile.

Vingegaard nel 2019 si fece vedere nel disgraziato Polonia della morte di Lambrecht, ma non vinse. (Il vincitore nel frattempo è diventato un mulo). 2 anni dopo è un serio contender del tour e tempo 3 anni vince la Grande Boucle. Tempo 4 anni stritola tutti: non credibile il divario della forbice.

Pogacar se si fosse mantenuto sui livelli del 2022/23 sarebbe stato ancora decente, perché comunque non dimentichiamo che alcune sue vittorie al Lombardia sono avvenute con accodati dietro Mas o Masnada (!) anzichenò. E quel Pogacar a me piaceva e lo preferivo sia a Vingegaard che a Evenepoel

Tornando indietro nel tempo abbiamo ampliamenti di forbice anche con Ventolino, umiliato sul San Luca al Giro 2009 e Dsq per traino al Giro successivo. Poi "vincitore" della Vuelta 2011. Credo sia sufficiente questo per definirlo il più grande cancro di questo sport... Almeno fino all'avvento dei motori 250 nell' anno del signore 2024. Ventolino in fondo aveva "solo" un cinquantino. Così come il suo collega Geranio Tommaso.

Poi ricordiamo il gap di crescita di Chris Horner totalmente fuori scala, ma altri margini sono da considerare credibili o no? Aru era un modesto corridore ma bene o male non è cambiato molto nel tempo in cui è stato ciclista, cioè fino al 2017, ma Nibali? Nel 2008/09 era pensabile quello che poi ha fatto? È credibile? Oggi prenderebbe 20 minuti da Pogacar, ok, ma prima del 2010 pareva molto più modesto. E le crescite di Rodriguez, Hesjedal, Kruijswijk in età non proprio virginali? Tom Dumoulin? Primoz Roglic tra 2016 e 2018?

Insomma credo che in molti casi sia complesso capire quanto la forbice si possa dilatare senza scadere nel ridicolo

Poi mi dispiace per Morris e per Luca che hanno giustamente stima di MVDP, ma come ha fatto a battere il 250 se non utilizzando lui stesso qualcosa?
 
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#20
Il doping esiste dalle Olimpiadi dell'Antica Grecia. Ufficialmente con la creazione dell'Antidoping dal 1966-'67. Ci sono scale e scalini nella ricerca ergogenica ed è molto difficile pensare che un no-sospinto possa vincere su uno spinto. Di sicuro il corredo ergogenico è stato popolare e per tutti raggiungibile fino al nuovo millennio. Poi sono entrati quelli di una lingua.....
Un ingegnere ungherese dichiarò che aveva destinato la sua invenzione in esclusiva, dal '99 al 2005, ad una famosa figura del pedale che era diventato icona e che era già in possesso di un'altra zambottinesca esclusiva. Basti citare che in una famosa caduta di un avversario della figura icona, costei si tolse il lusso di uscire di strada e da ciclocrossista motorizzato anticipò gli altri nel ritorno sull'asfalto. Pigiava le dita la figura ed usava l'agilità come confondente. Agilità confondente che vide Ventolino, da brava lingua madre, trasformarsi in cigno da brutto anatroccolo. O meglio brutto pedalatore ha continuato ad esserlo, alla faccia di Pollentier Escartin Camellini e compagnia. Due figure che hanno avuto esclusive tipiche di chi decise di trasformare il pedale e che non sono paragonabili a chi aveva fin lì usato la spinta ergogentica dell'eguaglianza. Due over insomma! 1° e 2° negli ordini degli imbroglioni. Del tipo biondo in talune foto affeminato e che dalle donne si faceva staccare a 25 anni poi a 40 divino al punto di staccare leggenda, altri non era che uno più intelligente dei più che usò la lingua e le invenzioni per guadagnarsi appunto leggenda.

Certo che Matteo come tutti per arrivare a vincere qualcosa ha dovuto fare. Ma io non ho mai visto il doping come una battaglia dell'antidoping (ammettere che la Wada sia vergine e come pensare che Tyson abbia partorito!). Mi è sempre bastato che non ci fossero figli e figliastri, coperti e inseguiti. Col World Tour proprio perchè a comandare in ogni poro è una lingua che conosciamo, i figli e i figliasti ci sono eccome e molti, ovviamente si devono arrangiare.

Le crescite ci sono e si possono calcolare ed organizzare, ma oggi, queste, hanno una origine che con l'allenamento e l'alimentazione cercano l'ipocrisia, ovvero la confondente cornice.
 
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