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Jacopo Guarnieri
#1
 
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#2
Devo dire che un Guarnieri coi migliori alla Sanremo non me l'aspettavo. Non che non creda nelle sue qualità, ma pensavo che la Sanremo fosse ancora un po' troppo dura per lui, che non fosse ancora adatto. Invece è arrivato col gruppetto dei vari Boonen, Goss, Renshaw e ha chiuso al 17° posto mi pare: niente male..!

Compli
 
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#3
La nuova consapevolezza di Jacopo Guarnieri
Quando il gruppo dei migliori ha preso in mano le redini delle Parigi-Roubaix, tra loro c’era una maglia azzurra della Astana, quella di Jacopo Guarnieri. Il velocista piacentino ha dato l’anima per essere protagonista sul pavé del’Inferno del Nord.
«Non ero al 100%, ma di testa c’ero. Alla partenza ero pronto a soffrire e ora so che questa gara è fatta per me».
Anche se nel finale ha dovuto fare i conti con la sfortuna. «Ho bucato e sono caduto a tre settori della fine, così ho perso l’occasione per conquistare un posto nei primi dieci. Alla fine ho fatto una buona prestazione ma avrei voluto regalare qualcosa di più e di meglio. Posso comunque essere soddisfatto visto anche la mia età: il futuro è dalla mia parte».
E dire che Guarnieri viene da due stagioni piena di sfortune, con tanti problemi fisici. Questa prestazione è di buon auspicio per il resto della stagione.
«È dalla Milano-San Remo che la gamba gira bene. Al Fiandre ho lavorato per Murayev perché i muri sono un po’ proibitivi per me. Mi sento bene, sono maturato tantissimo. Ho sempre avuto la consapevolezza nei miei mezzi, ora mi gestisco meglio e faccio tutto quello che deve essere fatto. So che alla fine, la fortuna girerà e che la vittoria è dietro l’angolo».
E Jacopo è già pronto a ripartire verso...
«Spero nel Giro. Per un italiano è il massimo, anche se nel mio programma iniziale è previsto la partecipazione al Tour. Per il momento, per il Giro sono riserva. Spero di andarci perché la gamba è proprio buona».

da Roubaix, Jerome Christiaens per tuttobiciweb.it
 
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#4
Jacopo Guarnieri: «Io, gregario di lusso»
Il piacentino è l'uomo di fiducia di Alexander Kristoff

Jacopo Guarnieri è uno dei corridori italiani più interessanti in circolazione, ma di lui si parla poco e si scrive anche meno. Questo mese vogliamo sopperire a questa mancanza raccontandovi la sua storia. Partiamo da Melegnano, alla porta est di Milano, dove è nato. Pro­seguiamo per Caselle Landi, fuori, in campagna, vicino a Sant’Angelo Lodigiano, dove è cresciuto da zero a quattro anni. E poi ancora a Melegnano, dove è tornato, subito dopo.

«Di quell’età ho ricordi sì e no. Confusi fra immagini e racconti. La mia famiglia arrivava da Milano, mio nonno Luigi aveva una lavanderia dalle parti di piazzale Corvetto, poi un bar a Caselle Landi. C’erano solo il bar e l’oratorio. Il mio mondo finiva lì. Ricordo qualche giretto in bici con il nonno. La mia era una biciclettina tipo bmx, con le ruote blu. Quando siamo andati ad abitare in un condominio, il mio mondo da orizzontale diventò quasi verticale perché, sempre con lo stesso mezzo, facevo avanti e indietro sulla rampa del garage: salita e discesa» ricorda questo ragazzone di 189 cm per 78 kg, che dopo anni a Fiorenzuola d’Arda, da un an­no ha trovato la sua stabilità a Castell’Arquato, nel Piacentino, con la fidanzata Costanza.

«La prima vera bici l’ho ricevuta quando ormai abitavamo a Castelvetro, che è in provincia di Piacenza, perché si trova al di là del Po, ma che è più vicina - 5 km - a Cremona. Da giovanissimo fino ad allievo, nella Cremonese. Fu un caso: un compagno di classe di mio padre dirigeva questa squadra giovanile, io avevo voglia di cominciare a praticare uno sport, entrai lì e dal ciclismo non mi sono più allontanato».

Classe 1987, tra la categoria G1 e G6 conquista circa 130 vittorie, nelle successive stagioni brilla come una delle più luminose promesse del panorama nazionale, nel 2005 vince anche il nostro Oscar tuttoBICI riservato al miglior junior dell’anno. Sbarca nel professionismo nel 2009, dopo 3 anni in Liquigas e 3 in Astana, il 2016 sarà il suo secondo anno in Katusha. Nel team russo si è ritagliato un ruolo im­portante come ultimo uomo di Alexander Kristoff, il corridore più vincente della stagione da poco conclusa. Per parlare del suo presente e futuro passiamo la parola al protagonista di questa storia.

Come è stato il tuo 2015?
«Un anno più che positivo, per cui sono molto contento. Quando il tuo capitano è il ciclista più vittorioso della stagione vuol dire che sei stato bravo, quindi posso essere soddisfatto del mio lavoro. Ci è mancata solo una vittoria al Tour per una serie di fattori, in primis lui non era in palla come di solito, ma non possiamo lamentarci. Conclusa la stagione, mi sono concesso un po’ di vacanza. Al termine del Criterium di Saitama mi sono trattenuto in Giappone con un amico, poi sono stato in Portogallo e infine in Spagna per il matrimonio del mio amico Quinziato. Essendomi ammalato quando dovevo correre l’Abu Dhabi Tour, sono praticamente stato fermo 5 settimane ma sentendomi in debito per aver saltato l’ultima corsa, senza stress, ho sempre pedalicchiato. Da metà novembre ho iniziato la preparazione».

Da dilettante eri considerato una grande promessa: ti aspettavi qualcosa di più per la tua carriera?
«Nei primi anni nella massima categoria sinceramente credevo di poter diventare il leader di una grande squadra, ma bisogna essere intelligenti e nel tempo capire i propri limiti e i punti di forza. Sono felice del ruolo che mi sono ritagliato, non è niente male. In questo ambiente, se sai renderti utile puoi campare per tanti anni, altrimenti ti remi contro da solo. Non si può essere tutti dei numeri uno, bisogna sapersi reinventare e trovare la giusta collocazione. Non ho rimpianti, sono molto contento del lavoro che svolgo e mi sto togliendo grandi soddisfazioni».

Che clima si respira in Katusha?
«È un bell’ambiente. Nel gruppo con cui corro più spesso ci sono molti giovani e non c’è una nazione prevalente, avere a che fare con un mix di culture e punti di vista è davvero stimolante. Nel roster è cambiato qualcosa rispetto all’anno passato ma sono fiducioso che anche nel 2016 ci troveremo bene. Dal 1° dicembre tutti al lavoro a Calpe per stilare i programmi e a gennaio ci aspetta il primo vero e proprio ritiro. Da quello che mi ha detto Alex, in linea di massima vorrebbe replicare il calendario fatto l’anno scorso. Con lo spostamento ad agosto delle gare in Norvegia, c’è l’eventualità di inserire il Giro d’Italia nel nostro programma, io ci spero ma dipende da lui. Questa volta sono io a seguirlo a ruota, la traiettoria che prenderà la nostra stagione sarà lui a sceglierla».

La prima cosa che ti colpisce di una bici?
«La grafica. Poi il colore. Il resto lo capisco quando ci salgo sopra: una bici si sente. La bici per me è musica, altra mia grande passione. La bici insegna anche ad ascoltare se stessi. Molti dicono: guarda quello, va in bici, va per il mondo, ed è pure pagato. Molti pensano: bella la vita del corridore. Bella sì, ma bisognerebbe guardare anche che cosa c’è dietro. Se si è arrivati qui, è perché ti alleni, perché dopo l’allenamento devi recuperare e cioè riposare, perché sei lontano da casa, famiglia, donna, amici, perché sulla strada rischi, perché c’è sempre qualcuno pronto a prendere il tuo posto magari rischiando di più e chiedendo di meno».

Chi ti è stato vicino in questi anni?
«Tante persone: non faccio nomi perché ne scorderei senz’altro qualcuno. A chi sono riconoscente non serve un’apparizione sul giornale. Certamente devo ringraziare la mia famiglia. I miei genitori e i miei fratelli: Alessio dell’83 e Francesco del ’94. Entrambi hanno fatto i ciclisti per un breve periodo ma oggi lavorano. La mia non è una famiglia di ciclisti, io ho iniziato a pedalare per caso, come vi ho detto. Mamma Magda e papà Vinicio mi hanno portato a tesserarmi alla prima squadra, ma è sempre stata una mia scelta continuare e sono felice sia andata così. Quando le cose mi vengono imposte non lo gradisco, il ciclismo è uno sport davvero impegnativo ma l’ho sempre voluto fare».

Ricordi la tua prima gara?
«Benissimo. Eravamo a Lodivecchio, papà mi aveva promesso un paio di occhiali nel caso avessi vinto, ci riuscii ma arrivai molto arrabbiato perché non avevo ripreso la moto (ride, ndr). Ero G1 e non sapevo nulla di come funzionasse una corsa, quando mi spiegarono che la moto apripista non serviva superarla per arrivare primo e ricevetti il mio premio, fui molto più felice».

Con chi ti alleni solitamente?
«Generalmente da solo, qualche volta con il biker Marco Aurelio Fontana visto che abitiamo davvero vicino, ma in bici facciamo fatica ad andare d’accordo. Lui deve fare allenamenti più brevi dei miei, così capita che mi tira il collo per 3 ore andando a tutta, quando io poi da solo devo arrivare a 6, quindi è più facile che ci troviamo per un giretto o al bar con gli amici».

La prima cosa che fai al mattino quando ti svegli?
«Lavo la faccia e mi preparo un caffè, ho bisogno di svegliare il cervello».

L’ultima cosa che fai prima di andare a letto?
«Faccio il punto su ciò che ho da fare il giorno dopo. Quando sono a casa penso a tutte le faccende che devo sbrigare, dal commercialista al meccanico. Niente di drammatico per l’amor del cielo, ma quando siamo in ritro manco ci dobbiamo lavare i panni, quindi la differenza si sente».

L’aspetto più bello del ciclismo?
«Ci dà l’opportunità di vedere posti bellissimi. Far diventare una passione il proprio lavoro è un privilegio: mi permette di avere un’indipendenza economica divertendomi, guardando i miei coetanei mi sento fortunato».

Il peggiore?
«In generale è uno sport un po’ bistrattato, la gente comune non ci vede di buon occhio. Al di là di questo, i ritmi che abbiamo rendono complicato avere una vita sociale, le relazioni con parenti, morosa e amici sono messe alla prova. Non sempre è facile, ma il segreto è circondarsi delle persone giuste. A Costanza, per esempio, del ciclismo non frega molto ed è perfetto così almeno quando sto con lei stacco davvero dal mio lavoro».

Come trascorri il tempo libero?
«Senza musica non potrei vivere. Ho un sacco di cd. Non suono alcuno strumento, mi piace la batteria ma è impegnativa fisicamente e per imparare a suonarla ci vuole tempo per seguire dei corsi. Il mio migliore amico Francesco è un chitarrista e mi spinge ad approfondire questo interesse, magari quando sarò più libero... Mi piace molto anche leggere, la musica e i libri tra l’altro sono le due cose più semplici da portarsi in viaggio e per un giramondo come me sono l’ideale. Mi piacciono le moto e stare all’aria aperta, specialmente sui colli vicino a casa che offrono scenari davvero speciali».

Ultimo libro letto?
«Gli Innamoramenti di Javier Marías».

Ultimo film visto?
«In ambito cinematografico non sono aggiornato, in genere arrivo con un anno di ritardo, ad ogni modo ultimamente in aereo ho visto Inside Out, un cartone che mi è piaciuto molto».

Canzone preferita?
«Che domandone, non riesco a scegliere (sorride, ndr). Sparo un gruppo però: gli Eels mi piacciono un sacco perché sono imprevedibili, una volta sono in tournée con l’orchestra, la volta successiva suonano rock and roll... Sanno sempre lasciarti a bocca aperta».

Il tuo punto di forza e il tuo punto debole?
«La fiducia, se intorno a me ho un ambiente che me ne dà tiro fuori il meglio di me, se al contrario chi mi sta attorno nella vita come in squadra non crede in me, tendo a chiudermi e a perdere confidenza in me stesso e nei miei mezzi. Ci sto lavorando perché ho visto che questo influenza molto il mio rendimento».

Ambizioni per il tuo futuro ciclistico?
«A breve termine spero di ripetere la stagione scorsa dimostrandomi una valida spalla per Kristoff, di cadere meno e di far bene nelle classiche in cui la scorsa stagione non sono riuscito a dare il meglio di me. Finito il lavoro per Alex al Tour, il mio obiettivo personale è di entrare nella nazionale per il campionato del mondo in Qatar. Voglio indossare la maglia azzurra. Pensando più in grande e ai prossimi anni, il mio sogno sarà sempre vincere una Roubaix, la gara in assoluto più bella di tutte. Magari una volta avrò l’occasione di correrla da leader...».

Giulia De Maio, da tuttoBICI di dicembre
http://www.tuttobiciweb.it/index.php?pag...&cod=85823
 
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#5
Guarnieri Factor
Uomo fidato di Kristoff, per sè sogna in azzurro

Il treno perfetto? «Quello in cui non c’è bisogna di parlare, di non dire né “destra” né “sinistra”, nel quale sai dove mettere la ruota semplicemente seguendo il tuo compagno. Non ci siamo ancora, ma ci stiamo avvicinando».
A elaborare questa definizione è Jacopo Guarnieri, ultimo vagone del treno di Alexander Kristoff, capotreno del freccia rossa della Katusha. Il 28enne milanese di nascita ma piacentino d’adozione, di volate se ne intende ed è ormai un punto di riferimento tra gli uomini deputati a lanciare gli sprint al norvegese che in questo avvio di stagione è riuscito ad andare a segno già 5 volte, facendo sue tre tappe del Tour of Qatar e due al Tour of Oman.

Come è iniziato questo 2016?
«Molto bene. I buoni risultati dell’anno scorso ci hanno dato morale per trascorrere un inverno come si deve, convinti dei nostri mezzi. Quando il tuo capitano è il ciclista più vittorioso della stagione vuol dire che sei stato bravo, posso essere soddisfatto del mio lavoro. Personalmente ho svolto una buona preparazione. Il lavoro paga, siamo partiti forte».

Che clima si respira in Katusha?
«È un bell’ambiente. Nel gruppo con cui corro più spesso ci sono molti giovani e non c’è una nazione prevalente: avere a che fare con un mix di culture e punti di vista è davvero stimolante. Per quanto riguarda il calendario, Alex in linea di massima replicherà quello dell’anno scorso. Con lo spostamento ad agosto delle gare in Nor­vegia, c’è l’eventualità di inserire il Giro d’Italia nel nostro programma, io ci spero ma dipende da lui. Questa volta sono io a seguirlo a ruota, la traiettoria che prenderà la nostra stagione sarà lui a sceglierla. Quel che è certo sono gli obiettivi a breve termine».

Kristoff che tipo è?
«Uno un po’ strambo (sorride, ndr). Proviene da un Paese, la Norvegia, che forse noi non riusciamo a capire fino in fondo. Battute a parte, è un ragazzo tranquillo, ri­lassato, una persona normale. Nato a Oslo il 5 luglio 1987, abita a Stavanger con la moglie Maren e i figli Leo e Liam. Quando era un ragazzino, in seguito alla separazione dei genitori, rimase con la mamma Anna, ginecologa, in Norvegia mentre papà Setin, cardiologo, si trasferì in Belgio. Il nuovo compagno della madre gli ha fatto scoprire la bicicletta a nove anni: con le due ruote ha scoperto nel giro di poco che si divertiva più che sugli sci. Da ragazzo è apparso subito promettente, ha vinto gare locali e campionati nazionali. È arrivato al professionismo nel 2006, alla Katusha nel 2012, da due anni corriamo insieme».

In gara come si comporta?
«Generalmente lascia fare a noi, si fida, non parla. Decidiamo una tattica prima della corsa: nella riunione ognuno dice la sua, lui compreso ovviamente, poi nelle fasi finali siamo io, Haller e Morkov a decidere come muoverci e quando. Ci lascia libertà d’azione perché crede in noi e sa che così facendo ci responsabilizza. Non ha pretese o abitudini rilevanti, nella nostra squadra bene o male nessuno è particolarmente esigente o si lamenta. A lui poi va sempre tutto bene, gareggerebbe anche se gli dessero in mano un triciclo. La sua prima preoccupazione, finita la corsa è tornare in camera per giocare ai videogames. Passa un sacco di tempo davanti allo schermo della tv, si diverte a giocare a calcio, a sparare o a cimentarsi nel gioco del momento. Io non sono appassionato né esperto, preferisco vedermi un bel film o ascoltarmi della buona musica, ma lui per i videogiochi va davvero matto».

Se il treno deraglia, si arrabbia?
«Beh, certo. Sia in corsa che fuori è un ragazzo molto alla mano, alla buona, divertente, ma come tutti i puledri di razza è super competitivo. Questa sua caratteristica riesce a trasmettercela, ci motiva e stimola a fare sempre meglio. Se in una corsa a cui puntiamo a far bene qualcosa non va come deve, ci rimugina sopra fino al giorno dopo, ripensa agli errori che abbiamo commesso e a cosa dobbiamo migliorare. È molto severo con se stesso e anche con noi, se non siamo all’altezza ce lo fa notare ma senza cattiveria. Non si incazza, ma ti fa capire dove sei mancato senza girarci intorno».

Dopo una vittoria è generoso?
«Mah... Diciamo che la tendenza dei capitani di fare regali ai propri gregari dopo un successo importante è molto italiana quindi non fa per lui, ma sta imparando ad essere un leader in tutto e per tutto. È un buono, ma certe accortezze fino a un po’ di tempo fa gli mancavano. Anno dopo anno però sta migliorando, un po’ perché gli rompiamo le scatole noi e un po’ perchè il nostro team manager gli ha fatto notare quanto dimostrare gratitudine verso chi si sacrifica per te sia importante. Non servono grandi gesti o spese folli, per il morale basta che ogni tanto faccia i complimenti alla squadra pubblicamente. Una volta a queste cose non ci pensava, ora è più attento anche a questo aspetto».

Fuori dalle corse che rapporto avete?
«Siamo amici, passiamo tanto tempo assieme tra ritiri e gare, come con tutti i nostri compagni ormai c’è del feeling. Al di là degli impegni sportivi non ci frequentiamo molto, semplicemente perché a casa con i nostri cari ci stiamo poco e lui, avendo anche due bimbi, giustamente nel tempo libero se li vuole godere. Abbiamo costituito un gruppo di coetanei molto unito, nonostante il guazzabuglio di nazionalità, insieme ci divertiamo parecchio. Addirittura ci sono avversari che mi hanno fatto i complimenti per come andiamo d’accordo: se si vede perfino da fuori quanto siamo complici, significa che siamo proprio una squadra affiatata».

Ricordi la tua prima gara della vita?
«Benissimo. Eravamo a Lodivecchio, papà mi aveva promesso un paio di occhiali nel caso avessi vinto, ci riuscii ma arrivai molto arrabbiato perché non avevo ripreso la moto (ride, ndr). Ero G1 e non sapevo nulla di come funzionasse una corsa, quando mi spiegarono che non serviva superare la moto apripista per arrivare primo e ricevetti il mio premio, fui molto più felice».

La prima bici?
«La primissima era una bmx con le ruote blu che usavo per andare in giro con il nonno e per fare su e giù dalla rampa del garage del condominio in cui abitavo all’epoca con i miei genitori, mamma Magda e papà Vinicio, e i miei due fratelli, Alessio dell’83 e Francesco del ’94. La prima bici da corsa l’ho ricevuta quando abitavamo a Castelvetro, che è in provincia di Piacenza, perché si trova al di là del Po, ma che è più vicina - 5 chilometri - a Cremona: a giovanissimo fino ad allievo, correvo nella Cremonese. Fu un caso: un compagno di classe di mio padre dirigeva questa squadra giovanile, io avevo voglia di cominciare a praticare uno sport, entrai lì e dal ciclismo non sono più uscito».

L’aspetto più bello di questo sport?
«Ci dà l’opportunità di vedere posti bellissimi. Far diventare una passione il proprio lavoro è un privilegio: mi permette di avere un’indipendenza economica divertendomi, guardando i miei coetanei mi sento fortunato».

Il peggiore?
«In generale è uno sport un po’ bistrattato, la gente comune non ci vede di buon occhio. Al di là di questo, i ritmi che abbiamo rendono complicato avere una vita sociale, le relazioni con parenti, morosa e amici sono messe alla prova. Non sempre è facile, ma il segreto è circondarsi delle persone giuste. Alla mia fidanzata Costanza (con cui convive a Castell’Arquato, ndr), per esempio, del ciclismo non frega molto ed è perfetto così almeno quando sto con lei stacco davvero dal mio lavoro».

Come trascorri il tempo libero?
«Senza musica non potrei vivere. Ho un sacco di cd. Non suono alcuno strumento, mi piace la batteria ma è impegnativa fisicamente e per imparare a suonarla ci vuole tempo per seguire dei corsi. Il mio migliore amico Francesco è un chitarrista e mi spinge ad approfondire questo interesse, magari quando sarò più libero... Mi piace molto anche leggere. La musica e i libri tra l’altro sono le due cose più semplici da portarsi in viaggio e, per un giramondo come me, sono l’ideale. Mi piacciono le moto e stare all’aria aperta, specialmente sui colli vicino a casa che offrono scenari davvero speciali».

Cosa chiedi al tuo 2016?
«Di continuare come è iniziato. Spero di confermarmi una valida spalla per Kristoff, di cadere meno e di far bene nelle classiche in cui la scorsa stagione non sono riuscito a dare il meglio di me. Finito il lavoro per Alex al Tour de France, il mio obiettivo personale è di conquistarmi un posto nella nazionale per il campionato del mondo in Qatar. Voglio indossare la maglia azzurra, farò del mio meglio per meritarmi la convocazione».

Giulia De Maio, da tuttoBICI di marzo
http://www.tuttobiciweb.it/index.php?pag...&cod=88604
 
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#6
Ma in gran parte è la stessa intervista di Dicembre  :D :D :D
 
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#7
Guarnieri: «A caccia di una vittoria»
Il piacentino ha iniziato la sua avventura con la FDJ

Al termine del training camp con la FDJ, Jacopo Guarnieri ci racconta come è stato l'impatto con il team francese e quale sarà il suo ruolo nella formazione 2017. Il 29enne piacentino, come preannunciato diventerà "le poisson pilote" di Arnaud Demare, ma non solo visto che ambisce a ritagliarsi maggiore spazio personale, come ci racconta di ritorno dal Centro Mapei dove ha svolto un primo test in vista della prossima stagione con il preparatore Andrea Morelli.

Come ti sei trovato con i nuovi compagni?
«Bene. Subito dopo il mondiale ci siamo riuniti per sottoporci alle visite mediche, dopodiché abbiamo trascorso qualche giorno insieme a metà novembre per conoscerci e questo mese in Spagna abbiamo iniziato ad allenarci sul serio. Anche ad essere critico, non riesco a trovare il pelo nell'uovo. Alla FDJ ho trovato un ambiente familiare ma allo stesso tempo estremamente professionale. Se il primo aspetto era evidente anche esternamente, il secondo ha superato le mie aspettative. I tecnici e lo staff mi hanno offerto tanti stimoli nuovi, l'ambiente offre opportunità interessanti. Con il francese non ho problemi, in più ci sono altri stranieri che parlano inglese, e poi sono già diventato la mascotte del gruppo visto che di certo non sono il timido di turno (ride, ndr)».

Avete già iniziato a lavorare sulla costruzione dello sprint?
«Ne abbiamo parlato, ma in questo primo ritiro il gruppo dei velocisti era in generale un po' indietro fisicamente, abbiamo finito tutti tardi il 2016 con il mondiale, perciò le prove in bici sono in programma per gennaio. Abbiamo parlato a grandi linee di quello che vogliamo fare, io ho chiesto che si corra il più possibile insieme, per costruire un treno competitivo acquisire esperienza in corsa è fondamentale».

Come trascorrerai le feste?
«In passato scappavo in posti caldi, ora invece che viaggio tutto l'anno sto bene anche a casa, anche se il freddo non invoglia ad allenarsi. Se fa brutto tempo come in questi giorni mi metto una maglia in più o piuttosto pedalo sui rulli ma preferisco godermi la tranquillità di casa. Anche perchè già il 9 gennaio si riparte per un nuovo ritiro... Secondo la tradizione Natale lo passerò in famiglia, un po' dai miei e un po' dai parenti di mia moglie. Per Capodanno vedremo. Io sono quello dell'ultimo momento, il 31 radunerò gli amici che non sanno cosa fare e ci inventeremo qualcosa».

Che obiettivi ti sei dato per l'anno nuovo?
«Vorrei ripetere quanto fatto in Katusha e mi piacerebbe tornare alla vittoria. Psicologicamente sono pronto a prendermi le mie responsabilità quando sarà il momento. Avendo meno leader in squadra rispetto al passato avrò più spazio. L'augurio che mi faccio è di poter vincere una corsa o anche di più, di essere all'altezza della situazione nella prima parte di stagione al fianco di Demare (il debutto è previsto a febbraio all'Etoile de Besseges, a cui seguiranno Volta ao Algarve, classiche, Parigi- Nizza, Milano-Sanremo e le grandi corse del nord, ndr) per poi giocarmi qualche occasione in prima persona e riconquistare la maglia azzurra per il mondiale. Purtroppo non ho in programma il Giro d'Italia, che nell'edizione n°100 passa anche da Fiorenzuola, dove abito, ma bisogna fare gli interessi del team che preferisce schierarmi al Tour de France».

Giulia De Maio per tuttobiciweb.it
 
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