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La crisi infinita del ciclismo italiano - il topic definitivo
#21
E va a gonfie vele si.. Hanno fatto tornare tutti gli ex dopati

Hanno permesso ad ex e giovani di 'passare' amatori senza alcuna pausa

E secondo voi un ragazzino di 16-17 anni in una zona dove squadre e movimento giovanile non esiste perde la testa a cercare una squadra juniores (o under 2 anni più tardi) quando può fare il fenomeno come juniormaster o élitemaster? Che fosse per me fino a 24 anni non esiste proprio che devi fare l'amatore invece delle categorie giovanili
 
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#22
Io ho una domanda più specifica, ma sempre inserita all’interno di questa questione generale.
Come mai non saltano più fuori scalatori/uomini da corse a tappe di alto livello? Ci sono, ma di basso livello, o è un tipo di corridore che in Italia non viene più “prodotto”?
Poi la causa è solamente la mancanza di corse a tappe per le categorie giovanili? A me sembra una spiegazione troppo riduttiva.
Siccome non sono esperto di ciclismo giovanile, mi rifaccio agli utenti più esperti in materia
 
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#23
Sono pochi i giovani italiani, per cui, per trovare un fuoriclasse, in qualsiasi categoria, devi sperare di vincere alla lotteria.
 
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[+] A 2 utenti piace il post di Luciano Pagliarini
#24
A me fa impazzire che il discorso sulla crisi sia inteso come un problema del vertice e non come un problema della base.

Cioè tutti si fermano dove "si vede" il problema ma non si spingono fino a dove il problema realmente "è".

Anche Cassani ha di recente parlato della questione riferendosi (ovviamente) alla mancanza della squadra world tour italiana (chissà perché una di quelle cose che tanto piacciono alla gente).
Per me la necessità di avere una world tour italiana, allo stato, è una puttanata.

L'altro giorno pensavo a Cattaneo, Masnada e Ballerini, per fare tre nomi che sono arrivati nel world tour senza essere accolti da fanfare.
Con la presenza di una world tour italiana avrebbero fatto una carriera migliore?
 
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[+] A 3 utenti piace il post di Primo della Cignala
#25
Tra l'altro Cattaneo era pure andato nella WT italiana del tempo (la Lampre) ma è riuscito a trovare la sua dimensione tra le professional, per poi tornare nel panorama superiore.
 
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#26
Sono d'accordo con te, però mi sembra anche che per alcune tipologie di corridore, come i corridori alla Trentin/Coltelli/Ballerini, si riesca anche ad avere un buon livello medio, in altre tipologie quasi il vuoto.
Forse non mi ero spiegato benissimo nel post precedente
 
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#27
Ballerini è meglio di un Masnada o di un Ciccone?

Trentin e Colbrelli sono meglio di Aru e Caruso?

Più che altro il problema è che nelle corse a tappe, salvo rarissimi casi, non vinci se non sei il più forte.
 
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#28
Si in effetti se la metti così, ti do ragione. Nelle corse di un giorno il risultato è più aleatorio.
 
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#29
VERSO UNA AUSPICABILE RIFORMA DELL’AVVIAMENTO AL CICLISMO


Premesse generali:
-    Gli amatori non fanno parte dello sport agonistico vero, quello che va al Tour de France, alle Olimpiadi, ai grandi appuntamenti dello sport. I loro numeri, imperiosi a livello internazionale ed italiano in particolare, sono un patrimonio sociale (con crescenti dubbi a livello di indagini capaci di uscire dall’empirismo o dal metafisico). Soprattutto sono lingotti d’oro per l’economia che, ad esempio, si muove attorno alla bicicletta. In ogni caso, quando si parla di salute di uno sport come il ciclismo, è bene non considerare mai nella disamina il “peso” del Dottor Pancetta che si dopa come un cavallo chimico tecnologico per battere Annibale Concimati nella Granfondo del Latte di Roccacannuccia, o nella Coppa del Nonno di Rataponzoli.

-    Il ciclismo, alla faccia di giornalisti e dirigenti e delle loro ridicole menzioni sulla supposta mondializzazione della disciplina (una delle balle più stupide mai lette o sentite!), marca un calo di numeri di agonisti a livello internazionale evidente. Le risultanze però, fanno emergere paesi molto forti (su tutti il Belgio che vede ancora immutato il pedale come sport nazionale), mentre altri, anche di gran tradizione come l’Italia, sono vicini all’atrofizzazione in quanto a numeri e qualità.   

-    I vertici agonistici del pedale mondiale su strada, evidenziano corridori che prima del ciclismo, hanno praticato altri sport e/o il fuoristrada nelle sue varie forme.

Il Italia si è giunti ad una realtà che rende non più rimandabile, una Riforma che si doveva fare almeno tre lustri fa.

Gli estremi in sintesi, fra fotografie e nuovi programmi….

1)    Quando Marco Pantani (ancora oggi il ciclista italiano più famoso nel mondo, checché ne dica qualche scrivano o strillone!), militava fra i dilettanti del G.S. Giacobazzi, in Italia, fra professionisti e quelli che un tempo venivano chiamati “puri”, il ciclismo nostrano poteva contare su oltre 3000 corridori. Oggi, fra Under 23 e professionisti, sono sì e no 300. Un calo del 90% in 30 anni, è uno scandalo che solo la miopia totalizzante della dirigenza del nostro pedale e di quell’osservatorio quasi interamente ignavo, potevano accettare senza nemmeno rendersene conto.

2)    Quando uno sport giunge a numeri da considerarsi di nicchia, viene a mancare quella importante fetta di probabilità di trovare, senza meriti particolari, il campione, il campioncino, ed il buon percentile su cui lavorare. Questo sport dunque, ha ancor più bisogno di preparare bene i contenuti del suo scarno patrimonio. In altre parole, deve riuscire a costruire il massimo possibile dal poco e, per farlo, non deve lasciare nulla di intentato, al fine da far rendere al massimo Tizio, Caio e Sempronio.  

3)    “I pedali” producono di più se a monte c’è l’atleta. Col semplice pedalatore si va poco lontano e si uccide gran parte della sua possibile crescita fisica e mentale nell’assorbimento dello sforzo e dello stress e si limita enormemente l’intera prospettiva ciclistica. In Italia, purtroppo, c’è ancora la convinzione che il ciclista si faccia attraverso la categoria dei giovanissimi, quando invece, spesso, costei è più un ammazza corridori, che un peculiare viale verso il ciclismo agonistico. I giovanissimi, e lo dico da più di 30 anni, devono praticare di tutto e per chi si augura una “vocatio” pedalatoria, è necessario cimentarsi perlomeno su tutti i tipi di bicicletta, ed i più disparati terreni. Solo chi ha il talento per divenire qualcuno, deve iniziare e perseverare fin dalla tenera età in una disciplina specifica, e quella è la ginnastica, che è la madre di tutte le forme di movimento, ed è un insieme completo di tutte le risposte posturali. In altre parole, se vuoi fare il ginnasta agonista, lo start della pratica, non può essere a 11-12 anni, ma nell’intorno dei sei anni. Il ciclismo, a quella età, oltre al gioco, senza il supporto di un adeguato sviluppo di tutte le altre forme del movimento e della relativa coordinazione, è un danno fisico e, col tempo, può pure produrre, con probabilità allarmanti, anche danni psicologici. Di sicuro si unisce alla troppa permanenza sui banchi di scuola e sulle poltroncine del pullman scolastico e sull’uso esagerato di smartphone e videogiochi, nella spinta in direzione di quei paramorfismi e dismorfismi che, nel tempo, creeranno patologie e disturbi vistosi alla vita adulta. In altre semplicissime parole, l’uomo non è nato per stare su una bicicletta e per fare in modo che lo strumento a pedali, non ancora assistito, possa servire alla crescita fisica ed agonistica, è necessario lavorare con intelligenza ed apertura. Soprattutto quando si chiedono al bambino o ragazzino Tizio, delle risposte su traguardi di corse. Comunque, alla luce delle mie esperienze poli-disciplinari, se dovessi dire qual è lo sport da iniziare seriamente ed agonisticamente, una volta terminato lo sviluppo puberale, direi senza ombra di dubbio proprio il ciclismo.

4)    Alla luce di quanto scritto, quella riforma nell’avviamento al ciclismo e allo sport, è conseguenziale. Le società ciclistiche giovanili, devono avviare un rapporto diverso col mondo della scuola, ed i giovani laureati a Scienze Motorie. Spetterà a questi ultimi, specificamente incaricati dai sodalizi ciclistici, intervenire e stilare programmi poli-disciplinari, da presentare ed illustrare al mondo delle scuole primarie e secondarie di primo grado, con lo scopo di attivare Centri di avviamento al ciclismo e allo sport, che contemplino l’approccio a tutte le discipline del pedale e ad altre possibili, per l’esistenza in zona di una buona impiantistica. Qui, attraverso il gioco ed assaggi agonistici interni (esterni solo dalla quinta elementare), si dovranno creare le condizioni per una base atletica completa, in modo di creare nei singoli di ambo i sessi, una più facile scelta agonistico-sportiva futura. Il lavoro prodotto dai Centri, consentirà di far emergere meglio i percentili in azione e di indirizzarli a mo’ di consiglio (non certo ad imposizione come avveniva ad esempio nell’Unione Sovietica), verso la disciplina più adatta alle caratteristiche di ognuno. Di sicuro, con una simile base, anche un eventuale errore di scelta, dovuta a maggior passione verso il calcio ad esempio, si potrebbe correggere in un secondo momento, magari proprio col ciclismo. L’importante, ripeto, è aver creato nel singolo, capacità di coordinazione, destrezza, approccio ed insegnamento nell’affrontare lo sforzo, dando alla sconfitta, il significato di una tappa verso la crescita, ed il miglioramento di sé. Perché lo sport, qualsiasi esso sia, è prima di tutto una sfida con sé stessi.

-L’esplicazione del nuovo avviamento al ciclismo e allo sport, comporterà l’inserimento in pianta stabile nelle Società Ciclistiche Giovanili, con specifico incarico, di uno o più insegnanti di Scienze Motorie che si faranno carico della formazione del Centro di Avviamento al Ciclismo e allo Sport attraverso una campagna di rapporti, sensibilizzazioni e stages con le scuole primarie e secondarie di primo grado, ed in stretto contatto con maestri e colleghi di educazione fisica, nonché con le famiglie interessate ad inserire i figli nel Centro. Formato quest’ultimo, sono da prevedere due “lezioni-gioco” di un’ora l’una aventi come linea mediana l’atletismo di base (che fa bene anche ad atleti di vertice di varie discipline, asfissiati dal lavoro tecnico specialistico) su due pomeriggi settimanali in giorni feriali. La domenica, o il sabato, a seconda dei suggerimenti organizzativi provenienti dai Comitati Provinciali FCI, si svolgeranno almeno due volte al mese stages a mo’ di gioco fra i Centri della Provincia o della Zona. I contenuti degli stages saranno su basi sportive diverse. Ad esempio: la prima domenica sulle varianti degli sport della bicicletta, la seconda sul calcio, la terza sull’atletica leggera con particolari attenzioni ai salti e alle corse, alternativamente di velocità e di resistenza. Spetterà in ogni caso ai corpi tecnici, scegliere le prove comunque giocose e giungere nel tempo, con la crescita dei singoli, a variare i programmi in modo di seguire meglio le evoluzioni di ragazzine e ragazzini e di giungere a verificare, non prima del compimento degli undici anni (fine della quinta elementare), le consistenze in campo: i famosi percentili. Su questo punto aprirò una parentesi nella seconda puntata, dedicata agli Obiettivi Strategici della Riforma.
Al compimento degli undici anni, per intenderci in corrispondenza con gli attuali “Giovanissimi G5” ragazzi e ragazze potranno optare per una attività ciclistica, su strada e fuoristrada e pure su pista, se, negli anni passati al Centro hanno avviato, come ovviamente si spera, l’esperienza sui velodromi.  L’attività ciclistica sulla falsariga dell’attuale Regolamento Tecnico delle categorie Giovanissimi, si proporrà per tre domeniche al mese, da aprile a settembre, lasciando il quarto week end, possibilmente al sabato, un approfondimento tecnico e/o di carotaggio su pista. Le gare, tanto su strada quanto su fuoristrada, non avranno classificazioni a mo’ di ordini d’arrivo, ma una serie di premiazioni che contemplino il valore dell’impegno dei singoli verso l’apprendistato ciclistico. Va assolutamente evitata la creazione di piccoli Eddy Merckx, che si elevano perché cresciuti fisicamente prima e che poi, col tempo e la crescita degli altri, alle prime sconfitte subiscono delusioni cocenti, interessanti non solo lo sport, ma la vita stessa. Soprattutto questo aspetto va sostenuto con forza alla luce del peso e delle errate considerazioni che troppi genitori immettono sulle attività dei giovanissimi figli. Lo sport, a queste età, deve possedere sul serio un valore educativo e sono da evitare anche i filoni più flebili, che possono portare addirittura a forme di bullismo e simil bullismo con tanto di uso di filmati poi immessi sul web, come è avvenuto, qualche giorno fa, nella foresteria del Velodromo Glauco Servadei di Forlì, ad opera dei migliori giovani allievi dell’Emilia Romagna, in procinto di partecipare ai Tricolori di categoria.
Tornando alle prime gare pur senza classificazioni, rispetto all’attuale Regolamento Tecnico per Giovanissimi, in considerazione dell’attività poli-disciplinare e conseguentemente più corretta di ragazzine e ragazzini, è auspicabile una correzione sui 16-18 km la distanza max per le prove dei G5 e 21-23 per quelle dei G6.
I giovanissimi undicenni che non si sentono ancora disponibili ad avviare con costanza l’attività agonistica nel ciclismo, potranno continuare ancora per un paio di anni l’avvio verso uno sport, attraverso la base proposta dal loro Centro. Una base nella quale saranno sempre più approfonditi i carotaggi e gli inserimenti nelle varie discipline, ciclismo compreso e dove, al compimento dei 13 anni, nell’anno del “diploma di terza media”, di fronte alla più tradizionale chiamata verso uno sport, questi giovani apprendisti agonisti saranno sicuramente più atleti. Se poi vorranno continuare a fare un po’ di tutto ancora un po’, attraverso varie iscrizioni, lo facciano pure. Arrivare al ciclismo a quindici-sedici anni, non è troppo tardi, quando si è atleticamente sufficientemente completi a monte. L’importante è non chiederlo mai ad uno che ha solo pedalato e che ancora, a 40 anni prende delle FinteZigulì, per dire che è un corridore.  

Fine prima puntata…

Maurizio Ricci detto Morris
 
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