01-05-2026, 09:54 PM
(Questo messaggio è stato modificato l'ultima volta il: 01-05-2026, 09:55 PM da Luciano Pagliarini.)
David Arroyo era un inno alla libertà
Il ciclismo dei grandi giri, da sempre, pullula di corridori che hanno le qualità per fare classifica, ma non sembrano possedere le doti necessarie per trionfare sulle tre settimane. Quelli che spesso chiamiamo “regolaristi”, atleti che vanno forte in salita, ma non quanto i migliori, e che non riescono a sopperire alle loro mancanze con la cronometro. Al giorno d’oggi, il ruolo di questa figura nell’economia di Giro, Tour e Vuelta sembra sempre più di contorno. Louis Meintjes, l’emblema della categoria anche se di recente si è riscoperto un po’ più battagliero, e i suoi derivati stanno al fianco dei big in ogni tappa di montagna finché non arriva, inesorabile, il momento in cui le gambe non ce la fanno più e questi sono costretti a staccarsi e a cercare di limitare i danni.
I regolaristi del 2022, in sostanza, conoscono la loro posizione nella catena alimentare del plotone e accettano perennemente quel destino beffardo che li vede costretti, puntualmente, ad alzare bandiera bianca nel testa a testa contro i fuoriclasse dell’epoca contemporanea. Eppure non bisogna certamente tornare ai tempi di Carlo Clerici e Arnaldo Pambianco per ritrovare un ciclismo che avesse familiarità con parole come “imboscata” e “fuga bidone”. Sono passati appena undici anni da quando Thomas Voeckler vestì i panni di Icaro e accarezzò il Tour de France. E solamente una stagione prima, un altro corridore, meno appariscente di T-Blanc, ma non meno anarchico, scalò la piramide sociale del gruppo, arrivando a un passo dal vincere uno dei Giri d’Italia più belli di sempre.
David Arroyo Duran, nato a Talavera de la Reina all’alba degli anni ’80, era la personificazione del concetto di regolarista. In salita se la cavava, ma trovava sempre qualcuno più forte di lui. A cronometro, invece, era piuttosto negato. Avesse avuto uno spunto veloce degno di nota, avrebbe potuto ampliare i propri orizzonti. Ma il castigliano era fermo anche in volata. Il destino di Arroyo, in sostanza, prevedeva che questi si battesse costantemente per entrare tra i primi dieci di un grande giro. E sovente nemmeno ci riusciva. David ha raccolto ben otto top-20, in carriera, nelle gare di tre settimane e appena due top-10.
Ad ogni modo, David è uno che è entrato nel ciclismo dei grandi per la porta principale. Dopo aver vinto il titolo nazionale U23 nel 2000, infatti, il castigliano firmò il suo primo contratto tra i professionisti con quella che, al tempo, era una delle squadre più importanti di Spagna: la ONCE – Eroski di Manolo Saiz. Arroyo, però, non ingranò mai alla corte del manager cantabrico e, al termine della stagione 2003, decise di fare un passo indietro e accasarsi in un sodalizio più piccolo, la portoghese L.A. Pecol. La scelta pagò dividendi, poiché David, in quel microcosmo lusitano che all’epoca dava asilo a tantissimi corridori spagnoli in cerca di riscatto, rilanciò in modo veemente la sua carriera.
Alla Volta a Portugal 2004, Arroyo si impose in solitaria su ambedue gli arrivi in salita in programma, il santuario di Nossa Senhora de Graca e l’infinito Alto da Torre, e conquistò il secondo posto in classifica generale alle spalle del connazionale David Bernabeu. In seguito a quelle prestazioni, arrivò la chiamata della Illes Balears – Caisse d’Epargne, l’odierna Movistar. Alla corte di Unzué, Arroyo non è mai stato la prima scelta, oscurato da Alejandro Valverde e, in misura minore, da Joaquim Rodriguez. Il castigliano ha dovuto correre spesso per gli altri, come al Tour de France del 2006, quando si ritrovò ad affiancare Oscar Pereiro Sio, un regolarista che ce l’ha formalmente fatta, anche se solamente per la squalifica di Floyd Landis.
Arroyo, qualche soddisfazione qua e là, riuscì a togliersela, in particolare sul finire dell’estate del 2008, quando vinse la Subida a Urkiola e la 19esima tappa della Vuelta, la Las Rovas-Segovia. Tuttavia, il castigliano sembrava costretto a essere uno di quei moltissimi corridori di cui tutti ci scordiamo l’esistenza il giorno seguente al suo ritiro. Uno come tanti, perennemente imprigionato in un purgatorio senza apparente via d’uscita. Poi, però, arrivò il 2010. Joaquim Rodriguez aveva lasciato la Caisse d’Epargne per la Katusha e Valverde era stato squalificato, nel bel mezzo della stagione, per vicende relative all’Operacion Puerto del 2006. Eusebio Unzué, in sostanza, era costretto a fare le nozze coi fichi secchi per evitare che la sua squadra facesse un’annata totalmente anonima. Ma quella, al tempo, come ci dimostra la storia del sopraccitato Pereiro, era la specialità della casa.
Al Giro d’Italia, che iniziava l’8 di maggio da Amsterdam, Arroyo era una delle tante mezze punte della Caisse d’Epargne insieme a Marzio Bruseghin, terzo alla Corsa Rosa nel 2008, e al giovane arrembante Rigoberto Uran. David, nella grande corsa a tappe italiana, aveva colto un decimo posto nel 2007 e un undicesimo nel 2009. Aveva un buon feeling con la manifestazione che si snoda lungo lo Stivale, ma nessuno, durante i primi giorni di gara, lo reputava un nome capace di insidiare i grandi favoriti Ivan Basso, Cadel Evans e Alexandre Vinokourov. Del resto, l’avvicinamento al Giro del castigliano non fu tra i più entusiasmanti e tra il prologo iniziale e la cronosquadre del quarto giorno, perse parecchio tempo dai migliori già nelle primissime battute della competizione.
Fu la leggendaria tappa di Montalcino, 220 chilometri sotto la pioggia tra gli sterrati toscani, a regalare i gradi di capitano della Caisse d’Epargne ad Arroyo. Il castigliano, infatti, fu abile a evitare la caduta che coinvolse Nibali, Basso e Scarponi e riuscì a concludere la frazione in questione al quinto posto, a 12″ dal vincitore Cadel Evans. Il giorno seguente, sul Terminillo, tuttavia, Arroyo andò in leggera difficoltà e perse circa un minuto dal gruppo della maglia rosa Vinokourov. Dopo i primi dieci giorni, David occupava l’undicesima posizione in classifica generale. Esattamente il posto in cui, in linea teorica, dovrebbe stare un regolarista come lui.
Poi, però, nel corso dell’undicesima tappa, la Lucera-L’Aquila di ben 262 chilometri, accadde l’imponderabile. L’Astana del leader Vinokourov, che l’anno prima era stata saccheggiata da Armstrong e Bruyneel, i quali convinsero buona parte dei grossi calibri del team a trasferirsi alla Radioshack, non aveva i mezzi per tenere chiusa la corsa in una frazione così lunga. Men che meno li aveva la BMC di Evans, squadra nata da pochi anni che aveva appena cominciato a fare investimenti importanti. Chi, invece, avrebbe potuto sventare eventuali imboscate, quel giorno, era la Liquigas. Il sodalizio italiano, però, aveva visto ambedue i suoi leader, Basso e Nibali, perdere tempo sugli sterrati di Montalcino e, evidentemente, non aveva voglia di levare le castagne dal fuoco agli avversari.
Morale della favola, in una giornata da tregenda, il gruppo maglia rosa si lascia sfuggire una fuga comprendente ben 56 atleti. Tra i briganti che assaltano la diligenza rosa sulle strade dell’Italia centro-meridionale ci sono: Carlos Sastre, re del Tour 2008 e quarto classificato del Giro 2009, il quale aveva perso molto tempo tra Terminillo e Montalcino, Bradley Wiggins, quarto alla Grande Boucle l’anno prima, Richie Porte, neoprofessionista rivelazione di quelle settimane che a fine giornata vestirà il simbolo del primato, e, ovviamente, David Arroyo, che sta provando a evadere dal suo destino ben scortato da quattro compagni. Quella banda di anarchici arriverà ad avere anche diciotto minuti di vantaggio sul plotone maglia rosa. A un certo punto, ad ogni modo, Vinokourov e gli altri, i quali ormai hanno le spalle al muro, sono costretti a lavorare in prima persona, dato che i loro compagni non ne hanno più, e riescono, così, a rosicchiare qualche minuto ai battistrada.
Sul traguardo dell’Aquila si impone il russo Evgeni Petrov, che precede di cinque secondi Cataldo e un redivivo Sastre. Arroyo e Wiggins si piazzano ambedue in top-10, a sette secondi da Petrov, mentre lascia qualcosa in più sul piatto Porte, che nel finale va in difficoltà. David, in questo modo, scala posizioni fino a raggiungere, momentaneamente, la seconda piazza. Porte lo precede di 1’42”. Il tasmaniano, però, non è ancora il grande corridore che abbiamo ammirato nel decennio successivo. E’ al primo grande giro della carriera e sembra poter crollare da un momento all’altro. Il castigliano, invece, è uno solido, che conosce bene quelle tre settimane che, al tempo, erano generalmente più dure rispetto ad oggi, dato che le frazioni erano, mediamente, decisamente più lunghe.
Il vantaggio di Arroyo su Sastre, al termine della tappa dell’Aquila, è di oltre cinque minuti. Vinokourov si trova a più di otto primi, mentre Evans, Nibali e Basso devono recuperargli circa dieci minuti. Nell’arco di ventiquattro ore, la vita del castigliano è cambiata totalmente. Ciò che prima era impensabile, ora appare quantomai tangibile: David può seriamente vincere il Giro d’Italia. Già, perché col vantaggio accumulato, non gli serve andare forte come Basso o Evans per vincere, ma può riuscirci, banalmente, esprimendosi sui suoi livelli abituali.
La reazione dei big, e in particolar modo della Liquigas di Basso e Nibali, è feroce. Nella 14esima tappa, la Ferrara-Asolo, basta il Monte Grappa per spaccare il gruppo in mille pezzi. I due campioni italiani sopraccitati, insieme a Evans e Scarponi, fanno la differenza. Poi Nibali seminerà tutti in discesa e andrà a prendersi il successo parziale. Porte soffre e abbandona anzitempo i sogni di gloria. Arroyo, al contrario, si difende bene, conclude la frazione in un gruppo di nove atleti che arriva al traguardo a 2’25” dallo Squalo dello Stretto, e si veste di rosa. Il suo margine sui big è ancora molto largo: Nibali si trova a 6’51”, Vinokourov a 7’15”, Cadel Evans a 7’26”, Ivan Basso a 7’43” e Michele Scarponi a 9’02”. All’indomani, però, è in programma un’altra battaglia, che dovrà svolgersi sulle rampe asprissime dello Zoncolan.
Sarà proprio il Mostro della Carnia a rivelare ad Arroyo il nome del suo rivale più temibile. Ivan Basso, che fino a quel momento era rimasto nascosto nella penombra, coperto dalla stella nascente del compagno Nibali, dà prova di essere tornato quello degli anni migliori dopo un 2009 opaco. Il varesino spazza via la concorrenza, piegando Cadel Evans dopo un epico braccio di ferro, e stravince in vetta allo Zoncolan rifilando a tutti distacchi superiori al minuto. Arroyo si difende come può e arriva in cima a quel colosso deforme 3’50” dopo Ivan il Terribile. A una settimana dalla fine del Giro 2010, il tesoretto che il castigliano deve difendere dall’assalto del capitano della Liquigas è di 3’33”.
Un margine non enorme, ma nemmeno banale, che costringe Basso a dover attaccare con costanza per mettere alle corde la maglia rosa. La terza settimana è un trionfo di salite: c’è la suggestiva cronoscalata di Plan de Corones, c’è il Mortirolo e c’è il Gavia. Lo spazio, per il varesino, non manca, ma Arroyo, nella prova contro il tempo che prevedeva l’arrampicata sull’erta sopraccitata nota anche come Kronplatz, respinge abilmente il primo match point dell’avversario. In quei 12 chilometri infernali che portano fino a quota 2273, Ivan guadagna appena 1’06” su David. Decisamente meno rispetto a quanto ci si poteva aspettare alla vigilia.
Superata Plan de Corones, David può tirare il fiato per due giorni, prima della tappa della verità: la Brescia-Aprica di 195 chilometri. Maggio sta tramontando, ma sul Mortirolo fa freddo e, a un certo punto, l’ennesimo temporale di un Giro d’Italia caratterizzato dall’acqua si abbatte sui corridori. La Liquigas prende il toro per le corna sin dall’imbocco del Titano della Valtellina, ennesima erta dalle pendenze mostruose di quella Corsa Rosa che era veramente la “Corsa più dura del Mondo nel Paese più bello del Mondo“. Kiserlovski, Szmyd, Nibali e Basso compongono, nell’ordine, il treno del sodalizio in verde e blu che mette sotto sopra il plotone sin dal momento in cui la strada inizia a impennarsi.
Dopo appena due chilometri di Mortirolo, Arroyo si stacca insieme al compagno Uran, che gli fa il passo, da un plotoncino di dieci corridori. Il castigliano sembra già prossimo alla resa. Nel mentre Basso si mette in proprio e sgretola il gruppo, levandosi di ruota tutti tranne il fidato Nibali e un ispiratissimo Michele Scarponi. David, però, è un corridore di trent’anni, che conosce il suo corpo e i suoi limiti, ha deciso di gestirsi e col passare dei chilometri, anziché sprofondare, rialza la testa, sorpassa alcuni dei corridori che avevano mollato dopo di lui e fa capire di non voler gettare la spugna. Ivan, invece, si vede costretto a sollevare leggermente il piede dall’acceleratore, poiché Nibali è al limite e lui ha bisogno dello Squalo dello Stretto, che deve fargli da Cicerone in discesa, suo storico tallone d’Achille.
In vetta al Mortirolo la pioggia si fa più forte, ma l’azione di Arroyo sembra ancora brillante. Il castigliano supera un pugno di ammiraglie e scollina a 1’55” dal terzetto composto da Basso, Nibali e Scarponi. Ciò che accade nei chilometri immediatamente successivi al passaggio in cima a quell’incubo verticale che domina la Valtellina è, banalmente, uno dei momenti più iconici della storia recente della Corsa Rosa. La discesa del Mortirolo, già di per sé piuttosto tecnica, è stata resa ancor più complessa dall’acqua che si infrange senza sosta sull’asfalto. Scarponi, Basso e Nibali scendono piano. Vinokourov, il loro primo inseguitore, prova ad accelerare, nel tentativo di crearsi l’opportunità per rientrare, ma dopo aver sbagliato una curva, opta per la prudenza.
Arroyo, ancora maglia rosa virtuale, è passato sotto lo striscione del GPM poco dopo Cadel Evans. Potrebbe limitarsi a riprendere l’australiano e a proseguire insieme a lui. In fondo, per un corridore del suo rango, in linea teorica, avrebbe poco senso buttarsi giù a tomba aperta su quelle stradine demoniache, con il rischio di compromettere un probabile podio per inseguire una vittoria che sembra sempre più lontana. Ma a David, in quel momento, non frega nulla dei consigli che vengono dati, solitamente, a quelli come lui. E’ un regolarista che ha l’occasione della vita. Al posto suo, tantissimi corridori con le sue caratteristiche, avrebbero fatto loro il più retorico dei mantra: “Chi si accontenta gode”. Invece Arroyo sfida sia il pericolo che quel destino che per lui sembrava avere in programma solamente un ruolo marginale nella storia del ciclismo, forte di grandiose qualità di discesista che in moltissimi ignoravano, e dipinge un quadro di Picasso scendendo da quei viscidi e infidi tornanti.
Il capitano della Caisse d’Epargne riprende e stacca Evans, non proprio l’ultimo arrivato nel fondamentale, nemmeno su superficie bagnata (memorabile la discesa che farà l’anno successivo, al Tour de France da lui vinto, nella frazione di Gap), e lo semina con facilità dopo pochi tornanti. Successivamente, raggiunge il duo composto da Carlos Sastre e John Gadret, li infila con un sorpasso all’interno degno del miglior Valentino Rossi, e li lascia là. Nemmeno il tempo di rimanere incantanti per il gesto tecnico di David, che questi ha già acciuffato anche Vinokourov, il quale aveva scollinato con un minuto di vantaggio su di lui. Al termine della discesa, non c’è più nessuno tra Arroyo e il gruppo di Basso e il distacco della maglia rosa dal suo grande avversario è di appena 38″.
Arrivato a questo punto, però, Arroyo non può più fare affidamento solo su sé stesso per limitare i danni, ma deve trovare la collaborazione di qualcuno. All’imbocco dell’Aprica con lui c’è il solo Vinokourov, che già non sembra essere troppo entusiasta all’idea di collaborare con il castigliano. Poco dopo, sul duo, rientrano anche Evans, Sastre e Gadret. I cinque, a 13 chilometri dal termine, hanno comunque una 40ina di secondi dai tre battistrada, uno svantaggio risicato. David si è creato l’occasione perfetta per difendersi in modo eccellente nel giorno, per lui, più complicato. In quegli attimi che precedono l’imbocco dell’ultima erta di giornata, le chance del castigliano non solamente di salvare la maglia rosa, ma anche di vincere il Giro d’Italia, sono assai elevate. Se riuscisse ad arrivare al traguardo con quel distacco, infatti, conserverebbe un margine di oltre 1’40” su Basso e, a quel punto, al varesino resterebbero solamente la tappa del Gavia e una breve cronometro di 15 chilometri per colmare il gap.
Tra l’altro, Evans e Vinokourov avrebbero tutto l’interesse a collaborare con Arroyo, dato che il primo, in quel momento, occupava il terzo posto virtuale e il secondo doveva limitare i danni da Scarponi e Nibali per provare a giocarsi una top-5. Tuttavia, il kazako non ha alcuna voglia di aiutare il castigliano a vincere il Giro. L’australiano dà qualche cambio in più, ma non sembra essere troppo convinto. E nemmeno Sastre, nonostante sia un connazionale ed ex compagno di squadra alla ONCE di Arroyo, dà una mano concreta a David.
Del resto viene anche spontaneo credere che corridori che hanno conquistato gare come il Tour, il Mondiale, la Liegi e la Vuelta, giunti a quel punto del Giro, consci di non poterlo vincere loro, preferissero perdere da un campione affermato come Basso, piuttosto che da un carneade come Arroyo. Alla fine, saranno proprio le dolci pendenze dell’Aprica, e non le aspre rampe dello Zoncolan, di Plan De Corones o del Mortirolo, a recitare il ruolo del cupo mietitore che spazza via, definitivamente, i sogni di gloria di Arroyo. Il castigliano, insieme a quella ciurma di avidi bucanieri che lo circonda, sprofonda brutalmente negli ultimi dieci chilometri di quella frazione indimenticabile e arriva al traguardo con 3’05” dai primi.
Basso, a due giorni dal termine del Giro, si veste di rosa e Arroyo, che ora si trova a 51″ di distacco dal varesino, non rappresenta più, per lui, una minaccia. Il castigliano, tra Gavia e Tonale, si difenderà comunque in modo egregio, riuscendo addirittura a concludere l’ultima frazione di alta montagna davanti a Nibali. La vittoria finale non è arrivata, ma quel secondo posto, benché dal sapore agrodolce, resta un risultato che nessuno si sarebbe mai aspettato alla vigilia e che, complice pure una condotta di gara intelligente e battagliera, illumina la carriera di un corridore come tanti che ha saputo ritagliarsi un posto privilegiato nella storia delle due ruote.
Il castigliano continuerà a correre fino al 2018, senza ulteriori grossi sussulti e reinventandosi, nelle ultime stagioni, come chioccia per i tanti giovani interessanti passati in Caja Rural tra il 2013 e il 2017. Arroyo è stato una one hit wonder, ma anche un Prometeo che ha rubato il fuoco agli Dei per darlo agli umani. Purtroppo, però, benché la sua discesa del Mortirolo sia un ricordo indelebile per tutti coloro che, quel giorno, erano davanti alla televisione, la sua eredità è andata persa. Arroyo ci ha dimostrato che, con la giusta dose di fantasia, acume e coraggio, anche un regolarista può ambire al paradiso. Gli epigoni attuali di David, tuttavia, non sembrano avere alcuna intenzione di ascoltare quell’inno alla libertà che Arroyo ha scritto durante il Giro d’Italia 2010. Le “fughe bidone” e le “imboscate” sono, ormai, solamente ricordi sbiaditi che abitano nei meandri della nostra memoria e i grandi giri sono incatenati a un canovaccio che vede il più forte vincere sempre e comunque, anche quando si espone in prima persona solamente in rarissime occasioni, come accaduto all’ultima Corsa Rosa.
Ho sognato Andy Schleck
Andy Schleck ha appena compiuto 37 anni e questo credo che lasci un po’ straniti tutti coloro che hanno ammirato le gesta del lussemburghese. Sono passati ben undici anni dagli ultimi lampi della carriera del vincitore della Liegi-Bastogne-Liegi 2009, eppure questi è più giovane, e in taluni casi addirittura molto più giovane, di atleti che tutt’oggi conquistano piazzamenti di rango nelle gare più prestigiose del calendario internazionale.
Il minore dei fratelli Schleck è stato un bolide agostano che ha reso la notte accecante per qualche secondo prima di tramontare all’orizzonte. Eppure in quel lustro in cui ha recitato nel teatro delle due ruote, Andy ha lasciato il segno come pochi altri nella storia recente di questo sport. Per la grandissima impresa che fece il 21 luglio 2011, ma anche per il suo essere un personaggio stupendamente divisivo. Con il lussemburghese non c’erano mezze misure, o lo amavi o lo odiavi.
Schleck pedalava leggiadro in salita, pur spingendo rapporti impossibili per tantissimi altri, contornato da quell’aura triste che non l’ha mai abbandonato. Il lussemburghese dava l’idea di essere un corridore, e un campione, non per scelta, ma per dovere. Andy Schleck era incredibilmente umano, in corsa e fuori. Semplice, ma tormentato. Un ragazzo come tanti, alle prese con qualche demone e con un talento difficile da maneggiare. E proprio per questo, in tantissimi, provavano empatia nei suoi confronti.
In un ciclismo in cui ancora aleggiava lo spettro di Lance Armstrong, più un cyborg affiliato a Black Ghost, l’organizzazione criminale che svolge il ruolo di antagonista nel leggendario manga Cyborg 009 di Shōtarō Ishinomori, che non un reale corridore, Andy rappresentava una boccata d’aria fresca. E dire che nel modus operandi i due non erano nemmeno troppo diversi, entrambi focalizzati solamente sul Tour de France. Ciò che li rendeva due persone agli antipodi era la loro essenza. Da un lato una belva cieca e sorda che sbranava tutto ciò che si trovava davanti, dall’altro un ragazzo estremamente a modo che sembrava quasi dover chiedere il permesso al fratello Frank prima di portare un attacco.
Proprio il modo in cui Andy vedeva il ciclismo, un mondo ove tutto ciò che stava attorno al Tour de France era sfumato, e il rapporto con il fratello Frank, però, gli attiravano addosso le critiche più severe da parte di molti appassionati. Come dimenticare il Tour del 2010, l’infausta gara del surplace con Contador ad Ax3 Domaines, dello scatto sotto la flamme rouge a Morzine, mentre Riis gli urlava in cuffia di partire già ai -7 dal traguardo, e del salto di catena sul Port de Balès, figlio anch’esso di un attacco troppo tardivo.
Quella Grande Boucle aveva lasciato l’amaro in bocca a molti, primo tra tutti chi vi scrive. Andy aveva le gambe per battere Contador, le rimonte furiose che fece proprio ad Ax3 Domaines, per limitare il distacco da Menchov che si era mosso approfittando del marcamento tra il lussemburghese e il madrileno, e nell’ultimo chilometro del Balès furono impressionanti. Gli era mancato il coraggio di provarci fino in fondo, tuttavia.
Sembrava quasi che la vittoria dovesse cadere tra le braccia di Andy per grazia divina, poiché lui non fece assolutamente nulla per agguantarla. E poi ci fu la grande beffa, perché sui 52 chilometri della cronometro che da Bordeaux andava a Pauillac, Contador, che sulla carta avrebbe dovuto rifilargli un paio di minuti, gli guadagnò la miseria di 31″. A Schleck sarebbe bastato solamente un po’ di fegato in più per piegare la sua storica nemesi e vestire la maglia gialla a Parigi.
Bjarne Riis, nel suo libro, “Stages of Light and Dark”, scrive che Andy possedeva i mezzi per essere il nuovo Laurent Fignon, ma gli mancava la testa per diventare un fuoriclasse del calibro del parigino. E l’impressione comune era proprio che il minore degli Schleck si accontentasse del grande regalo che Madre Natura gli aveva dato, senza provare a fare quei miglioramenti tecnici ed empirici che gli avrebbero permesso di sfruttare al massimo il suo potenziale.
Eloquenti, da questo punto di vista, sono i progressi che non ha mai fatto a cronometro. Anzi, se possibile, nel corso degli anni, Andy è peggiorato. Nel 2007, a neanche 22 anni, Andy fu sesto nella cronometro conclusiva del Giro d’Italia, 43 chilometri da Bardolino a Verona. Il lussemburghese perse 1’28” dal vincitore Paolo Savoldelli, meno di un primo da un grande specialista quale David Zabriskie e concluse la frazione proprio davanti a un certo Vincenzo Nibali. Negli anni a venire non si vedrà più un Andy così performante nelle sfide alle lancette.
Il Tour de France del 2011, corso con la maglia della Leopard, la squadra nata attorno a lui, per larghi tratti, sembrava proprio speculare a quello precedente. A Luz Ardiden Andy si accontentò di marcare Evans e Basso, mentre il fratello Frank scattava nel finale per guadagnare qualcosina su tutti gli altri. A Plateau de Beille, invece, dopo non aver fatto nulla per tutta la salita, si produsse in una volata devastante, con cui guadagnò 2″ su tutti gli altri uomini di classifica, che portò i più a chiedersi perché non si fosse mosso prima.
Le cose, per Andy, peggiorarono particolarmente all’antivigilia delle tappe alpine. In una giornata da tregenda, mentre pioggia e vento tormentavano i corridori e Thor Hushovd disarcionava Boasson Hagen sul traguardo di Gap, al termine di un derby norvegese, il minore degli Schleck viveva il suo momento peggiore. Contador attaccò a spron battuto sul Col de Manse e il lussemburghese, che era inferiore alla nemesi negli sforzi brevi e violenti, cedette di schianto.
Il madrileno andò via con Cadel Evans e Samuel Sanchez, mentre Schleck rimase in un gruppetto col fratello, con Ivan Basso e con la maglia gialla Thomas Voeckler. Ad ogni modo, fu la discesa del Col de Manse, la stessa che otto anni prima frantumò i sogni di Joseba Beloki, a mettere veramente al tappeto il lussemburghese. Andy non andava più giù, terrorizzato dall’asfalto bagnato. Persino Ivan Basso, discesista oltremodo cauto, lo staccò. Quel dì l’alfiere della Leopard perse 1’10” da un Evans che nel finale si scatenò al punto che Sanchez e Contador non riuscirono a tenergli la ruota in discesa.
Non tutto, però, era perduto. In classifica generale Schleck, dopo quel dì da incubo, si trovava a 3’03” dal leader Voeckler, ma solamente a 1’18” dalla maglia gialla in pectore Cadel Evans. In tutto questo, però, doveva guardarsi le spalle da un Contador che lo tallonava a 39″. Il penultimo giorno di gara presentava una cronometro di 43 chilometri. Per questo motivo, sulle Alpi il lussemburghese era chiamato a staccare Contador e a distanziare pesantemente Evans.
Il terreno, di certo, non mancava. In particolar modo, il 21 luglio nel menù c’era una frazione di 200 chilometri con, nell’ordine, Agnello, Izoard e Galibier. Un vero bijou, certo, ma chi avrebbe mai immaginato che quell’Andy Schleck che tentennava sempre quando doveva scattare e che quando partiva, dopo venti metri, si girava a guardare il fratello, potesse provare a inventarsi qualcosa. Tra lo stupore generale, invece, quel dì Andy regalò un sogno ai suoi tifosi e anche chi, fino a quel momento, lo aveva sempre criticato.
Sull’Izoard gli uomini della Leopard fanno un buon passo, ma il gruppo maglia gialla è ancora parecchio numeroso quando, a 60 chilometri dall’arrivo, Schleck porta il suo attacco. E quando il lussemburghese parte, gli altri si guardano sbigottiti. Solo Rolland prova a seguirlo, senza successo. Quello di Andy è un autentico colpo di estro, uno scatto pregno di voglia di rivalsa. In un attimo, il lussemburghese plana via dal plotone e sparisce all’orizzonte.
Tra le altre cose, Andy non si è mai realmente capito come corridore. Il lussemburghese possedeva doti di endurance straordinarie. Spesso, però, correva in modo diametralmente opposto a quello ideale per esaltare le sue qualità. Così non fu, tuttavia, durante quel 21 luglio 2011. Schleck aveva nelle corde una cavalcata epica tra le vette più aspre delle Alpi e in un attimo ciò fu chiaro a tutti, corridori e spettatori. All’epoca, peraltro, i super team attuali non esistevano e ben presto gli altri uomini di classifica realizzarono che andare a riprendere Andy sarebbe stato praticamente impossibile.
Come il più classico dei poeti maledetti, Schleck affresca malinconia sulle rampe dell’Izoard e del Galibier. In quel momento, tutti gli spettatori pensano di essere di fronte alla resurrezione dell’Araba Fenice dalle sue ceneri. E, invece, quello è il volo di Icaro. Andy sta sfidando quel fato che non lo vuole in maglia gialla a Parigi unendo ingegno e follia. A 10 chilometri dalla fine, sembra fatta per il lussemburghese. Il suo vantaggio sul gruppo maglia gialla supera i 4′ e dietro si guardano.
Cadel Evans, legato ad Andy Schleck dalla nomea di eterno secondo, quantomeno al Tour de France, però, non ci sta. A 9000 metri dalla vetta del Galibier, si mette in testa e senza più chiedere un cambio inizia a tirare a testa bassa. Il forcing dell’australiano è devastante. Prima cede Samuel Sanchez, poi Alberto Contador, che vede sfumare definitivamente il sogno della doppietta Giro-Tour, quindi tocca a Damiano Cunego e, per finire, perdono le ruote del campione del Mondo di Mendrisio 2009 anche la maglia gialla Voeckler e il suo braccio destro Rolland.
Il lussemburghese, tuttavia, resiste splendidamente per gran parte della scalata. Rapidamente, la mancanza di ossigeno consuma anche i rivali e la rimonta di Cadel Evans non sembra sortire gli effetti sperati. Quando Andy passa sotto lo striscione di un chilometro all’arrivo, il suo vantaggio sul plotoncino di Evans è ancora di 3′. Negli ultimi 500 metri del Galibier, ove la strada si impenna, però, Schleck si pianta. Icaro è arrivato a un passo dal sole e le sue ali di cera si sciolgono.
Evans recupera 45″ al lussemburghese negli ultimi mille metri e chiude a 2’15”. In classifica è a 57″ da Schleck. Un distacco colmabile con la cronometro. Per Andy ci sarebbe ancora la tappa dell’Alpe d’Huez, dove succede di tutto, dall’attacco a 90 chilometri dalla meta di Contador al problema meccanico di Evans, passando per la crisi di Voeckler, ma, alla fine, non cambia nulla in classifica tra lui e l’australiano.
I due si ritrovano insieme ai piedi dell’Alpe d’Huez e sulla salita più iconica della Grande Boucle è Evans a scattare, mentre Andy si difende. Finisce in parità e ci si gioca tutto a cronometro. All’epoca, memori della brutta prova che fece Cadel tre anni prima a Saint Amand Montrond, quando non recuperò nemmeno 30″ a Carlos Sastre nella sfida per la maglia gialla, i più pensavano che la battaglia tra Andy e l’australiano sarebbe stata assai serrata.
In realtà, però, non ci sarà storia. Sulle strade di Grenoble, Evans ottiene il suo riscatto, arrivando ad appena 7″ dal battere addirittura Tony Martin. Un Andy Schleck stremato nel fisico e nella mente, invece, crolla. Il lussemburghese conclude la prova a 2’30” dall’australiano. La sconfitta va oltre quelle che erano le più plumbee aspettative. Andy non ha nemmeno opposto resistenza, già dopo appena dieci chilometri era chiaro che Cadel avrebbe vinto il braccio di ferro.
Il bolide Schleck aveva iniziato a immergersi nei meandri del cielo già in cima al Galibier. Quel giorno Andy aveva usato tutte le energie che aveva a disposizione e, forse, anche qualcosa in più. Il fatto che il dì seguente sia riuscito a fare una frazione altrettanto gagliarda, dà la dimensione del fondista straordinario che è stato il lussemburghese. Ma fuori dalla sua zona di comfort, l’alta montagna, salvarsi era impossibile.
La mancanza di stimoli e i gravi infortuni, in seguito, hanno rapidamente messo fine alla carriera del lussemburghese. Dopo Grenoble, solo qualche piccolissimo sussulto al Tour de France 2013, nell’unica occasione in cui è riuscito a concludere, dopo il 2011, quella gara che per lui significava ciclismo. Il ritiro, annunciato sul finire del 2014, arrivò quando Andy iniziava a essere già più un ricordo che non un idolo per tutti i suoi tifosi.
L’eredità di Schleck, però, resterà indelebile per chi, in quel pomeriggio di luglio, ha potuto ammirarne le gesta. Il lussemburghese, che sull’Izoard si riscoprì più sfrontato di Bellerofonte quando affrontò la chimera, ha saputo oscurare l’intero firmamento con il bagliore accecante prodotto dal suo talento divino. I sogni, prima o poi, sono destinati a finire, ma in taluni casi possiamo dirci assai fortunati per aver avuto modo di vivere certe esperienze oniriche.
Il ciclismo dei grandi giri, da sempre, pullula di corridori che hanno le qualità per fare classifica, ma non sembrano possedere le doti necessarie per trionfare sulle tre settimane. Quelli che spesso chiamiamo “regolaristi”, atleti che vanno forte in salita, ma non quanto i migliori, e che non riescono a sopperire alle loro mancanze con la cronometro. Al giorno d’oggi, il ruolo di questa figura nell’economia di Giro, Tour e Vuelta sembra sempre più di contorno. Louis Meintjes, l’emblema della categoria anche se di recente si è riscoperto un po’ più battagliero, e i suoi derivati stanno al fianco dei big in ogni tappa di montagna finché non arriva, inesorabile, il momento in cui le gambe non ce la fanno più e questi sono costretti a staccarsi e a cercare di limitare i danni.
I regolaristi del 2022, in sostanza, conoscono la loro posizione nella catena alimentare del plotone e accettano perennemente quel destino beffardo che li vede costretti, puntualmente, ad alzare bandiera bianca nel testa a testa contro i fuoriclasse dell’epoca contemporanea. Eppure non bisogna certamente tornare ai tempi di Carlo Clerici e Arnaldo Pambianco per ritrovare un ciclismo che avesse familiarità con parole come “imboscata” e “fuga bidone”. Sono passati appena undici anni da quando Thomas Voeckler vestì i panni di Icaro e accarezzò il Tour de France. E solamente una stagione prima, un altro corridore, meno appariscente di T-Blanc, ma non meno anarchico, scalò la piramide sociale del gruppo, arrivando a un passo dal vincere uno dei Giri d’Italia più belli di sempre.
David Arroyo Duran, nato a Talavera de la Reina all’alba degli anni ’80, era la personificazione del concetto di regolarista. In salita se la cavava, ma trovava sempre qualcuno più forte di lui. A cronometro, invece, era piuttosto negato. Avesse avuto uno spunto veloce degno di nota, avrebbe potuto ampliare i propri orizzonti. Ma il castigliano era fermo anche in volata. Il destino di Arroyo, in sostanza, prevedeva che questi si battesse costantemente per entrare tra i primi dieci di un grande giro. E sovente nemmeno ci riusciva. David ha raccolto ben otto top-20, in carriera, nelle gare di tre settimane e appena due top-10.
Ad ogni modo, David è uno che è entrato nel ciclismo dei grandi per la porta principale. Dopo aver vinto il titolo nazionale U23 nel 2000, infatti, il castigliano firmò il suo primo contratto tra i professionisti con quella che, al tempo, era una delle squadre più importanti di Spagna: la ONCE – Eroski di Manolo Saiz. Arroyo, però, non ingranò mai alla corte del manager cantabrico e, al termine della stagione 2003, decise di fare un passo indietro e accasarsi in un sodalizio più piccolo, la portoghese L.A. Pecol. La scelta pagò dividendi, poiché David, in quel microcosmo lusitano che all’epoca dava asilo a tantissimi corridori spagnoli in cerca di riscatto, rilanciò in modo veemente la sua carriera.
Alla Volta a Portugal 2004, Arroyo si impose in solitaria su ambedue gli arrivi in salita in programma, il santuario di Nossa Senhora de Graca e l’infinito Alto da Torre, e conquistò il secondo posto in classifica generale alle spalle del connazionale David Bernabeu. In seguito a quelle prestazioni, arrivò la chiamata della Illes Balears – Caisse d’Epargne, l’odierna Movistar. Alla corte di Unzué, Arroyo non è mai stato la prima scelta, oscurato da Alejandro Valverde e, in misura minore, da Joaquim Rodriguez. Il castigliano ha dovuto correre spesso per gli altri, come al Tour de France del 2006, quando si ritrovò ad affiancare Oscar Pereiro Sio, un regolarista che ce l’ha formalmente fatta, anche se solamente per la squalifica di Floyd Landis.
Arroyo, qualche soddisfazione qua e là, riuscì a togliersela, in particolare sul finire dell’estate del 2008, quando vinse la Subida a Urkiola e la 19esima tappa della Vuelta, la Las Rovas-Segovia. Tuttavia, il castigliano sembrava costretto a essere uno di quei moltissimi corridori di cui tutti ci scordiamo l’esistenza il giorno seguente al suo ritiro. Uno come tanti, perennemente imprigionato in un purgatorio senza apparente via d’uscita. Poi, però, arrivò il 2010. Joaquim Rodriguez aveva lasciato la Caisse d’Epargne per la Katusha e Valverde era stato squalificato, nel bel mezzo della stagione, per vicende relative all’Operacion Puerto del 2006. Eusebio Unzué, in sostanza, era costretto a fare le nozze coi fichi secchi per evitare che la sua squadra facesse un’annata totalmente anonima. Ma quella, al tempo, come ci dimostra la storia del sopraccitato Pereiro, era la specialità della casa.
Al Giro d’Italia, che iniziava l’8 di maggio da Amsterdam, Arroyo era una delle tante mezze punte della Caisse d’Epargne insieme a Marzio Bruseghin, terzo alla Corsa Rosa nel 2008, e al giovane arrembante Rigoberto Uran. David, nella grande corsa a tappe italiana, aveva colto un decimo posto nel 2007 e un undicesimo nel 2009. Aveva un buon feeling con la manifestazione che si snoda lungo lo Stivale, ma nessuno, durante i primi giorni di gara, lo reputava un nome capace di insidiare i grandi favoriti Ivan Basso, Cadel Evans e Alexandre Vinokourov. Del resto, l’avvicinamento al Giro del castigliano non fu tra i più entusiasmanti e tra il prologo iniziale e la cronosquadre del quarto giorno, perse parecchio tempo dai migliori già nelle primissime battute della competizione.
Fu la leggendaria tappa di Montalcino, 220 chilometri sotto la pioggia tra gli sterrati toscani, a regalare i gradi di capitano della Caisse d’Epargne ad Arroyo. Il castigliano, infatti, fu abile a evitare la caduta che coinvolse Nibali, Basso e Scarponi e riuscì a concludere la frazione in questione al quinto posto, a 12″ dal vincitore Cadel Evans. Il giorno seguente, sul Terminillo, tuttavia, Arroyo andò in leggera difficoltà e perse circa un minuto dal gruppo della maglia rosa Vinokourov. Dopo i primi dieci giorni, David occupava l’undicesima posizione in classifica generale. Esattamente il posto in cui, in linea teorica, dovrebbe stare un regolarista come lui.
Poi, però, nel corso dell’undicesima tappa, la Lucera-L’Aquila di ben 262 chilometri, accadde l’imponderabile. L’Astana del leader Vinokourov, che l’anno prima era stata saccheggiata da Armstrong e Bruyneel, i quali convinsero buona parte dei grossi calibri del team a trasferirsi alla Radioshack, non aveva i mezzi per tenere chiusa la corsa in una frazione così lunga. Men che meno li aveva la BMC di Evans, squadra nata da pochi anni che aveva appena cominciato a fare investimenti importanti. Chi, invece, avrebbe potuto sventare eventuali imboscate, quel giorno, era la Liquigas. Il sodalizio italiano, però, aveva visto ambedue i suoi leader, Basso e Nibali, perdere tempo sugli sterrati di Montalcino e, evidentemente, non aveva voglia di levare le castagne dal fuoco agli avversari.
Morale della favola, in una giornata da tregenda, il gruppo maglia rosa si lascia sfuggire una fuga comprendente ben 56 atleti. Tra i briganti che assaltano la diligenza rosa sulle strade dell’Italia centro-meridionale ci sono: Carlos Sastre, re del Tour 2008 e quarto classificato del Giro 2009, il quale aveva perso molto tempo tra Terminillo e Montalcino, Bradley Wiggins, quarto alla Grande Boucle l’anno prima, Richie Porte, neoprofessionista rivelazione di quelle settimane che a fine giornata vestirà il simbolo del primato, e, ovviamente, David Arroyo, che sta provando a evadere dal suo destino ben scortato da quattro compagni. Quella banda di anarchici arriverà ad avere anche diciotto minuti di vantaggio sul plotone maglia rosa. A un certo punto, ad ogni modo, Vinokourov e gli altri, i quali ormai hanno le spalle al muro, sono costretti a lavorare in prima persona, dato che i loro compagni non ne hanno più, e riescono, così, a rosicchiare qualche minuto ai battistrada.
Sul traguardo dell’Aquila si impone il russo Evgeni Petrov, che precede di cinque secondi Cataldo e un redivivo Sastre. Arroyo e Wiggins si piazzano ambedue in top-10, a sette secondi da Petrov, mentre lascia qualcosa in più sul piatto Porte, che nel finale va in difficoltà. David, in questo modo, scala posizioni fino a raggiungere, momentaneamente, la seconda piazza. Porte lo precede di 1’42”. Il tasmaniano, però, non è ancora il grande corridore che abbiamo ammirato nel decennio successivo. E’ al primo grande giro della carriera e sembra poter crollare da un momento all’altro. Il castigliano, invece, è uno solido, che conosce bene quelle tre settimane che, al tempo, erano generalmente più dure rispetto ad oggi, dato che le frazioni erano, mediamente, decisamente più lunghe.
Il vantaggio di Arroyo su Sastre, al termine della tappa dell’Aquila, è di oltre cinque minuti. Vinokourov si trova a più di otto primi, mentre Evans, Nibali e Basso devono recuperargli circa dieci minuti. Nell’arco di ventiquattro ore, la vita del castigliano è cambiata totalmente. Ciò che prima era impensabile, ora appare quantomai tangibile: David può seriamente vincere il Giro d’Italia. Già, perché col vantaggio accumulato, non gli serve andare forte come Basso o Evans per vincere, ma può riuscirci, banalmente, esprimendosi sui suoi livelli abituali.
La reazione dei big, e in particolar modo della Liquigas di Basso e Nibali, è feroce. Nella 14esima tappa, la Ferrara-Asolo, basta il Monte Grappa per spaccare il gruppo in mille pezzi. I due campioni italiani sopraccitati, insieme a Evans e Scarponi, fanno la differenza. Poi Nibali seminerà tutti in discesa e andrà a prendersi il successo parziale. Porte soffre e abbandona anzitempo i sogni di gloria. Arroyo, al contrario, si difende bene, conclude la frazione in un gruppo di nove atleti che arriva al traguardo a 2’25” dallo Squalo dello Stretto, e si veste di rosa. Il suo margine sui big è ancora molto largo: Nibali si trova a 6’51”, Vinokourov a 7’15”, Cadel Evans a 7’26”, Ivan Basso a 7’43” e Michele Scarponi a 9’02”. All’indomani, però, è in programma un’altra battaglia, che dovrà svolgersi sulle rampe asprissime dello Zoncolan.
Sarà proprio il Mostro della Carnia a rivelare ad Arroyo il nome del suo rivale più temibile. Ivan Basso, che fino a quel momento era rimasto nascosto nella penombra, coperto dalla stella nascente del compagno Nibali, dà prova di essere tornato quello degli anni migliori dopo un 2009 opaco. Il varesino spazza via la concorrenza, piegando Cadel Evans dopo un epico braccio di ferro, e stravince in vetta allo Zoncolan rifilando a tutti distacchi superiori al minuto. Arroyo si difende come può e arriva in cima a quel colosso deforme 3’50” dopo Ivan il Terribile. A una settimana dalla fine del Giro 2010, il tesoretto che il castigliano deve difendere dall’assalto del capitano della Liquigas è di 3’33”.
Un margine non enorme, ma nemmeno banale, che costringe Basso a dover attaccare con costanza per mettere alle corde la maglia rosa. La terza settimana è un trionfo di salite: c’è la suggestiva cronoscalata di Plan de Corones, c’è il Mortirolo e c’è il Gavia. Lo spazio, per il varesino, non manca, ma Arroyo, nella prova contro il tempo che prevedeva l’arrampicata sull’erta sopraccitata nota anche come Kronplatz, respinge abilmente il primo match point dell’avversario. In quei 12 chilometri infernali che portano fino a quota 2273, Ivan guadagna appena 1’06” su David. Decisamente meno rispetto a quanto ci si poteva aspettare alla vigilia.
Superata Plan de Corones, David può tirare il fiato per due giorni, prima della tappa della verità: la Brescia-Aprica di 195 chilometri. Maggio sta tramontando, ma sul Mortirolo fa freddo e, a un certo punto, l’ennesimo temporale di un Giro d’Italia caratterizzato dall’acqua si abbatte sui corridori. La Liquigas prende il toro per le corna sin dall’imbocco del Titano della Valtellina, ennesima erta dalle pendenze mostruose di quella Corsa Rosa che era veramente la “Corsa più dura del Mondo nel Paese più bello del Mondo“. Kiserlovski, Szmyd, Nibali e Basso compongono, nell’ordine, il treno del sodalizio in verde e blu che mette sotto sopra il plotone sin dal momento in cui la strada inizia a impennarsi.
Dopo appena due chilometri di Mortirolo, Arroyo si stacca insieme al compagno Uran, che gli fa il passo, da un plotoncino di dieci corridori. Il castigliano sembra già prossimo alla resa. Nel mentre Basso si mette in proprio e sgretola il gruppo, levandosi di ruota tutti tranne il fidato Nibali e un ispiratissimo Michele Scarponi. David, però, è un corridore di trent’anni, che conosce il suo corpo e i suoi limiti, ha deciso di gestirsi e col passare dei chilometri, anziché sprofondare, rialza la testa, sorpassa alcuni dei corridori che avevano mollato dopo di lui e fa capire di non voler gettare la spugna. Ivan, invece, si vede costretto a sollevare leggermente il piede dall’acceleratore, poiché Nibali è al limite e lui ha bisogno dello Squalo dello Stretto, che deve fargli da Cicerone in discesa, suo storico tallone d’Achille.
In vetta al Mortirolo la pioggia si fa più forte, ma l’azione di Arroyo sembra ancora brillante. Il castigliano supera un pugno di ammiraglie e scollina a 1’55” dal terzetto composto da Basso, Nibali e Scarponi. Ciò che accade nei chilometri immediatamente successivi al passaggio in cima a quell’incubo verticale che domina la Valtellina è, banalmente, uno dei momenti più iconici della storia recente della Corsa Rosa. La discesa del Mortirolo, già di per sé piuttosto tecnica, è stata resa ancor più complessa dall’acqua che si infrange senza sosta sull’asfalto. Scarponi, Basso e Nibali scendono piano. Vinokourov, il loro primo inseguitore, prova ad accelerare, nel tentativo di crearsi l’opportunità per rientrare, ma dopo aver sbagliato una curva, opta per la prudenza.
Arroyo, ancora maglia rosa virtuale, è passato sotto lo striscione del GPM poco dopo Cadel Evans. Potrebbe limitarsi a riprendere l’australiano e a proseguire insieme a lui. In fondo, per un corridore del suo rango, in linea teorica, avrebbe poco senso buttarsi giù a tomba aperta su quelle stradine demoniache, con il rischio di compromettere un probabile podio per inseguire una vittoria che sembra sempre più lontana. Ma a David, in quel momento, non frega nulla dei consigli che vengono dati, solitamente, a quelli come lui. E’ un regolarista che ha l’occasione della vita. Al posto suo, tantissimi corridori con le sue caratteristiche, avrebbero fatto loro il più retorico dei mantra: “Chi si accontenta gode”. Invece Arroyo sfida sia il pericolo che quel destino che per lui sembrava avere in programma solamente un ruolo marginale nella storia del ciclismo, forte di grandiose qualità di discesista che in moltissimi ignoravano, e dipinge un quadro di Picasso scendendo da quei viscidi e infidi tornanti.
Il capitano della Caisse d’Epargne riprende e stacca Evans, non proprio l’ultimo arrivato nel fondamentale, nemmeno su superficie bagnata (memorabile la discesa che farà l’anno successivo, al Tour de France da lui vinto, nella frazione di Gap), e lo semina con facilità dopo pochi tornanti. Successivamente, raggiunge il duo composto da Carlos Sastre e John Gadret, li infila con un sorpasso all’interno degno del miglior Valentino Rossi, e li lascia là. Nemmeno il tempo di rimanere incantanti per il gesto tecnico di David, che questi ha già acciuffato anche Vinokourov, il quale aveva scollinato con un minuto di vantaggio su di lui. Al termine della discesa, non c’è più nessuno tra Arroyo e il gruppo di Basso e il distacco della maglia rosa dal suo grande avversario è di appena 38″.
Arrivato a questo punto, però, Arroyo non può più fare affidamento solo su sé stesso per limitare i danni, ma deve trovare la collaborazione di qualcuno. All’imbocco dell’Aprica con lui c’è il solo Vinokourov, che già non sembra essere troppo entusiasta all’idea di collaborare con il castigliano. Poco dopo, sul duo, rientrano anche Evans, Sastre e Gadret. I cinque, a 13 chilometri dal termine, hanno comunque una 40ina di secondi dai tre battistrada, uno svantaggio risicato. David si è creato l’occasione perfetta per difendersi in modo eccellente nel giorno, per lui, più complicato. In quegli attimi che precedono l’imbocco dell’ultima erta di giornata, le chance del castigliano non solamente di salvare la maglia rosa, ma anche di vincere il Giro d’Italia, sono assai elevate. Se riuscisse ad arrivare al traguardo con quel distacco, infatti, conserverebbe un margine di oltre 1’40” su Basso e, a quel punto, al varesino resterebbero solamente la tappa del Gavia e una breve cronometro di 15 chilometri per colmare il gap.
Tra l’altro, Evans e Vinokourov avrebbero tutto l’interesse a collaborare con Arroyo, dato che il primo, in quel momento, occupava il terzo posto virtuale e il secondo doveva limitare i danni da Scarponi e Nibali per provare a giocarsi una top-5. Tuttavia, il kazako non ha alcuna voglia di aiutare il castigliano a vincere il Giro. L’australiano dà qualche cambio in più, ma non sembra essere troppo convinto. E nemmeno Sastre, nonostante sia un connazionale ed ex compagno di squadra alla ONCE di Arroyo, dà una mano concreta a David.
Del resto viene anche spontaneo credere che corridori che hanno conquistato gare come il Tour, il Mondiale, la Liegi e la Vuelta, giunti a quel punto del Giro, consci di non poterlo vincere loro, preferissero perdere da un campione affermato come Basso, piuttosto che da un carneade come Arroyo. Alla fine, saranno proprio le dolci pendenze dell’Aprica, e non le aspre rampe dello Zoncolan, di Plan De Corones o del Mortirolo, a recitare il ruolo del cupo mietitore che spazza via, definitivamente, i sogni di gloria di Arroyo. Il castigliano, insieme a quella ciurma di avidi bucanieri che lo circonda, sprofonda brutalmente negli ultimi dieci chilometri di quella frazione indimenticabile e arriva al traguardo con 3’05” dai primi.
Basso, a due giorni dal termine del Giro, si veste di rosa e Arroyo, che ora si trova a 51″ di distacco dal varesino, non rappresenta più, per lui, una minaccia. Il castigliano, tra Gavia e Tonale, si difenderà comunque in modo egregio, riuscendo addirittura a concludere l’ultima frazione di alta montagna davanti a Nibali. La vittoria finale non è arrivata, ma quel secondo posto, benché dal sapore agrodolce, resta un risultato che nessuno si sarebbe mai aspettato alla vigilia e che, complice pure una condotta di gara intelligente e battagliera, illumina la carriera di un corridore come tanti che ha saputo ritagliarsi un posto privilegiato nella storia delle due ruote.
Il castigliano continuerà a correre fino al 2018, senza ulteriori grossi sussulti e reinventandosi, nelle ultime stagioni, come chioccia per i tanti giovani interessanti passati in Caja Rural tra il 2013 e il 2017. Arroyo è stato una one hit wonder, ma anche un Prometeo che ha rubato il fuoco agli Dei per darlo agli umani. Purtroppo, però, benché la sua discesa del Mortirolo sia un ricordo indelebile per tutti coloro che, quel giorno, erano davanti alla televisione, la sua eredità è andata persa. Arroyo ci ha dimostrato che, con la giusta dose di fantasia, acume e coraggio, anche un regolarista può ambire al paradiso. Gli epigoni attuali di David, tuttavia, non sembrano avere alcuna intenzione di ascoltare quell’inno alla libertà che Arroyo ha scritto durante il Giro d’Italia 2010. Le “fughe bidone” e le “imboscate” sono, ormai, solamente ricordi sbiaditi che abitano nei meandri della nostra memoria e i grandi giri sono incatenati a un canovaccio che vede il più forte vincere sempre e comunque, anche quando si espone in prima persona solamente in rarissime occasioni, come accaduto all’ultima Corsa Rosa.
Ho sognato Andy Schleck
Andy Schleck ha appena compiuto 37 anni e questo credo che lasci un po’ straniti tutti coloro che hanno ammirato le gesta del lussemburghese. Sono passati ben undici anni dagli ultimi lampi della carriera del vincitore della Liegi-Bastogne-Liegi 2009, eppure questi è più giovane, e in taluni casi addirittura molto più giovane, di atleti che tutt’oggi conquistano piazzamenti di rango nelle gare più prestigiose del calendario internazionale.
Il minore dei fratelli Schleck è stato un bolide agostano che ha reso la notte accecante per qualche secondo prima di tramontare all’orizzonte. Eppure in quel lustro in cui ha recitato nel teatro delle due ruote, Andy ha lasciato il segno come pochi altri nella storia recente di questo sport. Per la grandissima impresa che fece il 21 luglio 2011, ma anche per il suo essere un personaggio stupendamente divisivo. Con il lussemburghese non c’erano mezze misure, o lo amavi o lo odiavi.
Schleck pedalava leggiadro in salita, pur spingendo rapporti impossibili per tantissimi altri, contornato da quell’aura triste che non l’ha mai abbandonato. Il lussemburghese dava l’idea di essere un corridore, e un campione, non per scelta, ma per dovere. Andy Schleck era incredibilmente umano, in corsa e fuori. Semplice, ma tormentato. Un ragazzo come tanti, alle prese con qualche demone e con un talento difficile da maneggiare. E proprio per questo, in tantissimi, provavano empatia nei suoi confronti.
In un ciclismo in cui ancora aleggiava lo spettro di Lance Armstrong, più un cyborg affiliato a Black Ghost, l’organizzazione criminale che svolge il ruolo di antagonista nel leggendario manga Cyborg 009 di Shōtarō Ishinomori, che non un reale corridore, Andy rappresentava una boccata d’aria fresca. E dire che nel modus operandi i due non erano nemmeno troppo diversi, entrambi focalizzati solamente sul Tour de France. Ciò che li rendeva due persone agli antipodi era la loro essenza. Da un lato una belva cieca e sorda che sbranava tutto ciò che si trovava davanti, dall’altro un ragazzo estremamente a modo che sembrava quasi dover chiedere il permesso al fratello Frank prima di portare un attacco.
Proprio il modo in cui Andy vedeva il ciclismo, un mondo ove tutto ciò che stava attorno al Tour de France era sfumato, e il rapporto con il fratello Frank, però, gli attiravano addosso le critiche più severe da parte di molti appassionati. Come dimenticare il Tour del 2010, l’infausta gara del surplace con Contador ad Ax3 Domaines, dello scatto sotto la flamme rouge a Morzine, mentre Riis gli urlava in cuffia di partire già ai -7 dal traguardo, e del salto di catena sul Port de Balès, figlio anch’esso di un attacco troppo tardivo.
Quella Grande Boucle aveva lasciato l’amaro in bocca a molti, primo tra tutti chi vi scrive. Andy aveva le gambe per battere Contador, le rimonte furiose che fece proprio ad Ax3 Domaines, per limitare il distacco da Menchov che si era mosso approfittando del marcamento tra il lussemburghese e il madrileno, e nell’ultimo chilometro del Balès furono impressionanti. Gli era mancato il coraggio di provarci fino in fondo, tuttavia.
Sembrava quasi che la vittoria dovesse cadere tra le braccia di Andy per grazia divina, poiché lui non fece assolutamente nulla per agguantarla. E poi ci fu la grande beffa, perché sui 52 chilometri della cronometro che da Bordeaux andava a Pauillac, Contador, che sulla carta avrebbe dovuto rifilargli un paio di minuti, gli guadagnò la miseria di 31″. A Schleck sarebbe bastato solamente un po’ di fegato in più per piegare la sua storica nemesi e vestire la maglia gialla a Parigi.
Bjarne Riis, nel suo libro, “Stages of Light and Dark”, scrive che Andy possedeva i mezzi per essere il nuovo Laurent Fignon, ma gli mancava la testa per diventare un fuoriclasse del calibro del parigino. E l’impressione comune era proprio che il minore degli Schleck si accontentasse del grande regalo che Madre Natura gli aveva dato, senza provare a fare quei miglioramenti tecnici ed empirici che gli avrebbero permesso di sfruttare al massimo il suo potenziale.
Eloquenti, da questo punto di vista, sono i progressi che non ha mai fatto a cronometro. Anzi, se possibile, nel corso degli anni, Andy è peggiorato. Nel 2007, a neanche 22 anni, Andy fu sesto nella cronometro conclusiva del Giro d’Italia, 43 chilometri da Bardolino a Verona. Il lussemburghese perse 1’28” dal vincitore Paolo Savoldelli, meno di un primo da un grande specialista quale David Zabriskie e concluse la frazione proprio davanti a un certo Vincenzo Nibali. Negli anni a venire non si vedrà più un Andy così performante nelle sfide alle lancette.
Il Tour de France del 2011, corso con la maglia della Leopard, la squadra nata attorno a lui, per larghi tratti, sembrava proprio speculare a quello precedente. A Luz Ardiden Andy si accontentò di marcare Evans e Basso, mentre il fratello Frank scattava nel finale per guadagnare qualcosina su tutti gli altri. A Plateau de Beille, invece, dopo non aver fatto nulla per tutta la salita, si produsse in una volata devastante, con cui guadagnò 2″ su tutti gli altri uomini di classifica, che portò i più a chiedersi perché non si fosse mosso prima.
Le cose, per Andy, peggiorarono particolarmente all’antivigilia delle tappe alpine. In una giornata da tregenda, mentre pioggia e vento tormentavano i corridori e Thor Hushovd disarcionava Boasson Hagen sul traguardo di Gap, al termine di un derby norvegese, il minore degli Schleck viveva il suo momento peggiore. Contador attaccò a spron battuto sul Col de Manse e il lussemburghese, che era inferiore alla nemesi negli sforzi brevi e violenti, cedette di schianto.
Il madrileno andò via con Cadel Evans e Samuel Sanchez, mentre Schleck rimase in un gruppetto col fratello, con Ivan Basso e con la maglia gialla Thomas Voeckler. Ad ogni modo, fu la discesa del Col de Manse, la stessa che otto anni prima frantumò i sogni di Joseba Beloki, a mettere veramente al tappeto il lussemburghese. Andy non andava più giù, terrorizzato dall’asfalto bagnato. Persino Ivan Basso, discesista oltremodo cauto, lo staccò. Quel dì l’alfiere della Leopard perse 1’10” da un Evans che nel finale si scatenò al punto che Sanchez e Contador non riuscirono a tenergli la ruota in discesa.
Non tutto, però, era perduto. In classifica generale Schleck, dopo quel dì da incubo, si trovava a 3’03” dal leader Voeckler, ma solamente a 1’18” dalla maglia gialla in pectore Cadel Evans. In tutto questo, però, doveva guardarsi le spalle da un Contador che lo tallonava a 39″. Il penultimo giorno di gara presentava una cronometro di 43 chilometri. Per questo motivo, sulle Alpi il lussemburghese era chiamato a staccare Contador e a distanziare pesantemente Evans.
Il terreno, di certo, non mancava. In particolar modo, il 21 luglio nel menù c’era una frazione di 200 chilometri con, nell’ordine, Agnello, Izoard e Galibier. Un vero bijou, certo, ma chi avrebbe mai immaginato che quell’Andy Schleck che tentennava sempre quando doveva scattare e che quando partiva, dopo venti metri, si girava a guardare il fratello, potesse provare a inventarsi qualcosa. Tra lo stupore generale, invece, quel dì Andy regalò un sogno ai suoi tifosi e anche chi, fino a quel momento, lo aveva sempre criticato.
Sull’Izoard gli uomini della Leopard fanno un buon passo, ma il gruppo maglia gialla è ancora parecchio numeroso quando, a 60 chilometri dall’arrivo, Schleck porta il suo attacco. E quando il lussemburghese parte, gli altri si guardano sbigottiti. Solo Rolland prova a seguirlo, senza successo. Quello di Andy è un autentico colpo di estro, uno scatto pregno di voglia di rivalsa. In un attimo, il lussemburghese plana via dal plotone e sparisce all’orizzonte.
Tra le altre cose, Andy non si è mai realmente capito come corridore. Il lussemburghese possedeva doti di endurance straordinarie. Spesso, però, correva in modo diametralmente opposto a quello ideale per esaltare le sue qualità. Così non fu, tuttavia, durante quel 21 luglio 2011. Schleck aveva nelle corde una cavalcata epica tra le vette più aspre delle Alpi e in un attimo ciò fu chiaro a tutti, corridori e spettatori. All’epoca, peraltro, i super team attuali non esistevano e ben presto gli altri uomini di classifica realizzarono che andare a riprendere Andy sarebbe stato praticamente impossibile.
Come il più classico dei poeti maledetti, Schleck affresca malinconia sulle rampe dell’Izoard e del Galibier. In quel momento, tutti gli spettatori pensano di essere di fronte alla resurrezione dell’Araba Fenice dalle sue ceneri. E, invece, quello è il volo di Icaro. Andy sta sfidando quel fato che non lo vuole in maglia gialla a Parigi unendo ingegno e follia. A 10 chilometri dalla fine, sembra fatta per il lussemburghese. Il suo vantaggio sul gruppo maglia gialla supera i 4′ e dietro si guardano.
Cadel Evans, legato ad Andy Schleck dalla nomea di eterno secondo, quantomeno al Tour de France, però, non ci sta. A 9000 metri dalla vetta del Galibier, si mette in testa e senza più chiedere un cambio inizia a tirare a testa bassa. Il forcing dell’australiano è devastante. Prima cede Samuel Sanchez, poi Alberto Contador, che vede sfumare definitivamente il sogno della doppietta Giro-Tour, quindi tocca a Damiano Cunego e, per finire, perdono le ruote del campione del Mondo di Mendrisio 2009 anche la maglia gialla Voeckler e il suo braccio destro Rolland.
Il lussemburghese, tuttavia, resiste splendidamente per gran parte della scalata. Rapidamente, la mancanza di ossigeno consuma anche i rivali e la rimonta di Cadel Evans non sembra sortire gli effetti sperati. Quando Andy passa sotto lo striscione di un chilometro all’arrivo, il suo vantaggio sul plotoncino di Evans è ancora di 3′. Negli ultimi 500 metri del Galibier, ove la strada si impenna, però, Schleck si pianta. Icaro è arrivato a un passo dal sole e le sue ali di cera si sciolgono.
Evans recupera 45″ al lussemburghese negli ultimi mille metri e chiude a 2’15”. In classifica è a 57″ da Schleck. Un distacco colmabile con la cronometro. Per Andy ci sarebbe ancora la tappa dell’Alpe d’Huez, dove succede di tutto, dall’attacco a 90 chilometri dalla meta di Contador al problema meccanico di Evans, passando per la crisi di Voeckler, ma, alla fine, non cambia nulla in classifica tra lui e l’australiano.
I due si ritrovano insieme ai piedi dell’Alpe d’Huez e sulla salita più iconica della Grande Boucle è Evans a scattare, mentre Andy si difende. Finisce in parità e ci si gioca tutto a cronometro. All’epoca, memori della brutta prova che fece Cadel tre anni prima a Saint Amand Montrond, quando non recuperò nemmeno 30″ a Carlos Sastre nella sfida per la maglia gialla, i più pensavano che la battaglia tra Andy e l’australiano sarebbe stata assai serrata.
In realtà, però, non ci sarà storia. Sulle strade di Grenoble, Evans ottiene il suo riscatto, arrivando ad appena 7″ dal battere addirittura Tony Martin. Un Andy Schleck stremato nel fisico e nella mente, invece, crolla. Il lussemburghese conclude la prova a 2’30” dall’australiano. La sconfitta va oltre quelle che erano le più plumbee aspettative. Andy non ha nemmeno opposto resistenza, già dopo appena dieci chilometri era chiaro che Cadel avrebbe vinto il braccio di ferro.
Il bolide Schleck aveva iniziato a immergersi nei meandri del cielo già in cima al Galibier. Quel giorno Andy aveva usato tutte le energie che aveva a disposizione e, forse, anche qualcosa in più. Il fatto che il dì seguente sia riuscito a fare una frazione altrettanto gagliarda, dà la dimensione del fondista straordinario che è stato il lussemburghese. Ma fuori dalla sua zona di comfort, l’alta montagna, salvarsi era impossibile.
La mancanza di stimoli e i gravi infortuni, in seguito, hanno rapidamente messo fine alla carriera del lussemburghese. Dopo Grenoble, solo qualche piccolissimo sussulto al Tour de France 2013, nell’unica occasione in cui è riuscito a concludere, dopo il 2011, quella gara che per lui significava ciclismo. Il ritiro, annunciato sul finire del 2014, arrivò quando Andy iniziava a essere già più un ricordo che non un idolo per tutti i suoi tifosi.
L’eredità di Schleck, però, resterà indelebile per chi, in quel pomeriggio di luglio, ha potuto ammirarne le gesta. Il lussemburghese, che sull’Izoard si riscoprì più sfrontato di Bellerofonte quando affrontò la chimera, ha saputo oscurare l’intero firmamento con il bagliore accecante prodotto dal suo talento divino. I sogni, prima o poi, sono destinati a finire, ma in taluni casi possiamo dirci assai fortunati per aver avuto modo di vivere certe esperienze oniriche.


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