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Versione completa: Tennis - Harry Hopman, il coach più grande.
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Questo ritratto lo scrissi alla fine degli anni ottanta e, con pochi aggiustamenti temporali, l'ho inserito nel mio libro "Graffiti", risalente al 2010. Si perdoni dunque qualche incongruenza con ciò che ci si aspetta, vista l'attualità. Inoltre, è giusto che evidenzi quanto il tennis sia stato a lungo per me un crogiolo d'amore, non secondo al ciclismo, all'atletica leggera e al pugilato. Una passione che si è ridimensionata proprio col tramonto dei grandi giocatori della scuola australiana guidata dal protagonista qui raccontato e dalla progressiva velocizzazione del gioco (causa racchette e "altro"), che ha rarefatto la poesia del serve & volley.

HARRY HOPMAN
Il coach più grande

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Fino ad ora i miei occhi e la mia voglia di raccontare, hanno trovato sfogo solo sulla platea dei campioni, ma lo sport è fatto anche di altre figure che possono essere considerate comunque decisive al fine delle risultanze e delle tangibilità di una disciplina sportiva. E quando si incontrano personaggi come Harry Hopman, l’inchino è obbligatorio, perché ci troviamo di fronte al più grande allenatore o coach, probabilmente dell'intera storia dello sport. Relativamente al tennis, colui che fatto del suo paese, l’Australia, la terra per eccellenza di questa un tempo stupenda disciplina. Nessuno, penso, potrà riuscire a dominare per lustri interi con sette-otto giocatori, come hanno fatto i "canguri". Ed é perlomeno sbagliato pensare che simili vittorie, possano considerarsi meno valide di quelle di oggi, solo perché non si viveva nell'era open. Se pensiamo che il tennis australiano dominava la scena dilettantistica quanto quella professionistica, é matematico credere che lo stesso dominio si sarebbe consumato anche con un'era open anticipata. Dopo Pancho Gonzales e prima di Biorn Borg e Jimmy Connors, ci stanno soprattutto tennisti australiani, forgiati da quella che poi diverrà una vera scuola di tennis e di vita, che aveva in Harry Hopman l'indiscusso animatore. Mi è parso dunque logico ed indispensabile aprire Graffiti su questo allenatore (forse è troppo riduttivo definirlo così), come detto il più grande di tutti, ma va pure ribadito che le pagine di questo sport si leggono comunque meglio attraverso le racchette degli atleti. Tanto più se consideriamo il tennis, con la visione degli appassionati di oggi, dove ogni campione esibisce un coach diverso e perlomeno titolato. Nessuno però, é Harry Hopman, e nessuno nella storia del tennis, può esibire titoli perlomeno vicini ai suoi. Nemmeno il per me insopportabile e trucidatore della disciplina, Nick Bollettieri.

La sua storia
Nato a Sydney nel 1906, Hopman era stato un giocatore discreto, forte soprattutto in doppio, dove seppe conquistare sei Titoli Austra-liani, due nel doppio maschile e quattro nel misto assieme a sua moglie Nell Hall Hopman (morta nel 1968). In singolare fu finalista nel 1930-31-32 agli Internazionali del suo paese, fermato la prima volta da Gar Moon e le altre due da Jack Crawford, un tennista, quest'ultimo, che era famoso perché colpiva la palla di dritto, sia con l'una che con l'altra mano.
Aldilà di questi risultati non certo di grandissimo spessore, il palmares di Hopman giocatore, diviene più degno grazie ai quarti di finale raggiunti sia al Roland Garros che a Forest Hills e dall'essere stato un giocatore di Coppa Davis.
Una carriera, insomma, non certo con i connotati del campione di prima grandezza. Ma quello che non riusciva a lui, fu capace di tras-metterlo agli altri. Già da giocatore, si era fatto notare per personali-tà ed intuizione, due ingredienti precipui ed indispensabili per un bravo "coach".
Norman Bookes, presidente della Federazione australiana, fiutando quelle capacità, diede così, nel 1938, ad Harry Hopman l'incarico di capitano giocatore in Coppa Davis. La scelta si dimostrò subito ec-cellente, poiché nel Challenge Round di quell'anno, a Filadelfia, l'Au-stralia, diede filo da torcere agli USA uscendo sconfitta per 3-2, guadagnandosi però, l'onore della critica. Ma non era finita lì, perché l'anno seguente, i "canguri", violarono la terra americana riportando-si l'Insalatiera d'Argento in Oceania. Era l'ultima Coppa Davis prima dell'immane conflitto mondiale.
A guerra finita, gli australiani, non più guidati da Hopman, subirono l'onta di ben quattro sconfitte consecutive in altrettanti Challenge Round, ad opera dei tradizionali rivali statunitensi. Brookes e colla-boratori, decisero così di affidare ad Harry Hopman, non solo il ruolo di capitano non giocatore di Davis, ma quello, ben più importante, di organizzatore assoluto del tennis australiano. Fu l'inizio di un'era.
Qualche dato.
Dal 1950 al 1968, su diciannove edizioni di Davis, l'Australia ne vinse quindici! I suoi giocatori, fra il '50 e il 1975, si aggiudicarono 61 titoli in singolare e 70 in doppio in tornei del Grande Slam! In sintesi: 15 singolari a Wimbledon, 15 a Forest Hills, 10 Roland Garros, 21 titoli Australiani. In doppio: 18 Wimbledon, 14 Forest Hills, 16 Roland Garros e 22 Australiani! Una vera pioggia, praticamente un dominio.
In quel periodo, quando si parlava di tennis, anche il più profano pensava all'Australia.
La scuola di Hopman, ha dunque sfornato un numero incredibile di campioni, alcuni dei quali scoperti dal grande maestro negli angoli più sparuti del continente australiano. Giocatori che hanno deliziato i campi di tutto il mondo per classe tennistica e signorilità. Per citare solo i più grandi: Frank Sedgman, Ken Mc Gregor, Ken Rosewall, Lew Hoad, Mal Anderson, Aschley Cooper, Neale Fraser, Mervyn Rose, Rex Hartwig, Rod Laver, Roy Emerson, Fred Stolle, Tony Roche e John Newcombe, ovvero la più bella generazione tennistica che la storia di questo sport possa vantare.
Praticamente tutti i giocatori citati, saranno ripresi in maniera appro-fondita in questa rassegna e, più o meno tutti, devono la gran parte delle loro fortune con la racchetta, a quel longilineo maestro che li ha forgiati e costruiti con amore paterno, quasi intendendo il suo ruolo come una "missione".
Hopman, figlio di un insegnante, aveva probabilmente attinto da lui una particolare predilezione verso l'educazione e la disciplina. Le testimonianze di chi lo ha conosciuto e degli stessi giocatori, mantengono con costanza dichiarazioni in tal senso. Ma chi era in fondo questo grande personaggio?
Fred Stolle, in occasione della cerimonia funebre del grande maes-tro, ebbe a dire: "Hopman ci trattava come dei ragazzoni. Aveva sempre nutrito una grande passione per i bambini e non avendone, aveva riversato tutto il suo affetto su di noi.....la sua famiglia. La pre-parazione iniziava già due mesi e mezzo prima dell'incontro di Cop-pa Davis, per toccare l'apice nelle ultime due settimane, quando tut-ta la squadra veniva riunita in un Hotel e bisognava lasciare a casa mogli e fidanzate per vivere la vita del gruppo. Ciò voleva dire tre pasti al giorno in compagnia dei soliti otto amici, fra cui Harry, il qua-le aveva così modo di tessere la sua magica rete, con la quale ci av-viluppava, trasmettendoci quei valori che ognuno di noi, tuttora, con-serva come una parte fondamentale del suo carattere. Tutti abbiamo avuto degli scontri con lui, ma Hopman ha sempre goduto del nostro rispetto. Eravamo la sua squadra e per lui, fino all'ultimo, siamo rimasti i suoi ragazzi".
[Immagine: 030e-43ac-530f-b018-45e1db0034da.jpg] Harry Hopman con Lewis Hoad

Ecco, "i suoi ragazzi", era il massimo comun denominatore del suo lavoro e tutto ciò si vedeva, tangibilmente, quando questi scendevano in campo: grandi lottatori, ma gentili e corretti, implacabili con gli avversari, senza collera per una decisione sbagliata del giudice, prontissimi a dare al pubblico il meglio delle loro possibilità.
Ricordo John Newcombe in particolare, ma anche Rod Laver e Ken Rosewall che sono i giocatori targati Hopman che più ho avuto occasione di vedere giocare, vincere o perdere degli incontri senza modificare le fisionomie del volto e degli atteggiamenti. Sem-bravano sempre vincenti anche quando perdevano. Da veri gentlemen favorivano simpatia immediata e difficilmente si trovavano il pubblico contro.
Un episodio mi é rimasto impresso. Era il 1972, ed a Roma si giocava la finale del Campionato WCT. Newcombe, numero uno del tabellone, incontrava nel primo quarto di finale Bob Lutz, un ame-ricano di buon talento e forte doppista, ma sicuramente tutto fuor-ché un super. La differenza fra i valori in campo era evidente, tale era la maggior classe dell'australiano, eppure, per tutto il match, la signorilità e la gentilezza del  tennista aussie che sembrava un armadio, vista la mole, parvero addirittura eccessive. Avevo la sensazione che Newcombe volesse perdere quell'incontro, tale fu la sua correttezza: cambiò a suo sfavore alcune decisioni dei giudici, sorrideva, si complimentava per i colpi dell'avversario ecc. Finì per perdere realmente la partita e per giorni e mesi, pensai ad un incontro truccato, poi, la maggior esperienza, la visione di altri incontri aventi protagonista sempre lo stesso giocatore e le letture su Harry Hopman, mi fecero capire che quello era il vero Newcombe e che quella sconfitta fu reale. Era indubbiamente uno spaccato fedele del giocatore "made in Hopman". Non non lo dimenticherò mai.

 "Hop" come veniva chiamato dai più, seguiva una filosofia partico-lare che vedeva la sua opera non come un costruttore a mo' di ca-tena di montaggio dei suoi campioni, anzi, prediligeva un lavoro atto a superare le difficoltà tecniche e psicologiche dei suoi giocatori. Non voleva, insomma, snaturare il loro gioco, le loro tendenze, ma solo migliorarne la qualità. Il contrario dell'odierno orrido Nick Bollet-tieri, per intenderci. Lo stesso Harry, ebbe a dire più volte con chi lo definiva una specie di "fabbrica" o maestro dei maestri. Famosa fu una sua intervista rilasciata nel 1975, dove diceva: "Non condivido chi mi definisce il maestro dei maestri. Non approvo ciò che fanno la maggior parte degli altri istruttori. Non esiste un metodo unico per il tennis. Non sarebbe possibile insegnare ad un giovane Ashe, con lo stesso metodo usato per il giovane Ken Rosewall, o per un altro Jimmi Connors".
Ancora su questo tema in un'intervista datata 1971: "Non esistono formule ne standard nei quali costringere un ragazzo. Inoltre non mi piace tiranneggiare le persone, né comodarle. Per ottenere i risultati necessari per formare un campione, bisogna organizzarsi. Sono sempre stato risoluto, ma non ho mai trattato i ragazzi nello stesso modo. Non avrei ottenuto nulla. E' questo uno degli elementi meno capiti del mio metodo. Molti giornalisti hanno parlato di catena di montaggio a proposito del tipo di preparazione da me impartito ai ragazzi, con frasi tipo questa: “In piedi alle 5 del mattino, costretti a correre per chilometri prima che Hopman consenta loro di far cola-zione!” Ricordo stupidaggini come queste, pubblicate su molti gior-nali e noi… che morivamo dal ridere nel leggerle."
Al di là di queste dichiarazioni, una cosa comunque era certa, tutti i suoi giocatori lavoravano duro, ed erano governati da una ferrea di-sciplina. Nulla era lasciato al caso, tanto più la preparazione atletica, vero e proprio pallino di Hopman. I suoi ragazzi, in seguito, ebbero modo di dichiarare particolari interessanti delle giornate di allena-mento col "grande Hop" e sono venuti così alla luce storie incredibili, circa le peculiarità di questo grande coach.
Un esempio ci viene da quella che era la sua straordinaria ubiquità. Se qualche suo giocatore provava a fare il furbo, ed anziché fare i soliti otto-nove chilometri di footing, si fermava prima, per poi ritor-nare dopo il giusto tempo inzuppato di acqua, cercando di mimare la fatica, le sue probabilità di successo erano veramente minime. Il novanta per cento delle volte lo aveva visto e lo rimandava nei viali a rifare footing, fino al raggiungimento della reale distanza posta in tabella.
Dice Fred Stolle: "Eri sempre sul chi va là, perché sapevi che da un momento all'altro sarebbe spuntato da qualche parte, da dietro un albero, una tribuna, o l'angolo di un corridoio e comunque non riuscivi a vederlo che all'ultimo istante. Nemmeno Oven Davidson, capace di distinguere un volto fra diecimila persone in tre minuti, era in grado di spuntarla. Hop, invece vedeva tutto.... soprattutto ciò che facevi e che non avresti dovuto fare".
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Da sin. Lewis Hoad, Ken Rosewall , Harry Hopman, Ashley Cooper e Neale Fraser.

Oltre alla preparazione fisica perfetta, questo grande coach, esigeva dai suoi giocatori la convinzione delle loro possibilità, poiché era convinto che la classe e la forza atletica, da sole, non fossero suf-ficienti per vincere incontri importanti. La consapevolezza della pro-pria abilità e la capacità della scelta tattica giusta in un match, erano per il grande Hop importanti e decisive per diventare super e lasciare una traccia in questo sport.
"Durante gli allenamenti - ricorda Mal Anderson - chiedeva il mas-simo, sottoponendoci ad uno sforzo fisico superiore a quello di un normale match. Questo faceva si che ognuno di noi affrontasse gli incontri con la sicurezza di fondo, derivante dall'aver superato prove ben più impegnative in allenamento. Inoltre ti aiutava in continua-zione stimolandoti ed incoraggiandoti con frasi come: 'Stai lavorando molto bene, con quei colpi stenderai l'avversario senza problemi’. A poco a poco ti convincevi veramente di essere in gamba e di poter vincere. La sua era un'attenzione continua e totale, intesa ad infondere sicurezza psicologica in tutti noi".
Harry Hopman, dunque, sapeva dar fondo alle facoltà dei giocatori, ma nel contempo metteva se stesso nelle condizioni di parità. Non mancano infatti gli esempi di disponibilità nell'esecuzione degli esercizi ginnici, nella preparazione dei colpi, nel regime di vita, insomma lavorava anche lui con la stessa intensità dei suoi campioni.
Acuto ed esigente, inviava i suoi fidi osservatori in giro per il vasto paese alla ricerca di soggetti interessanti, quando ad intervenire e viaggiare non era lui stesso. Nel contempo, allontanava, o non schierava quei giocatori che non stavano alle sue regole, o non si di-mostravano all'altezza di reggere confronti impegnativi come quelli di Davis.
Un giocatore come Mervyn Rose, ad esempio, potenziale titolare in qualsiasi altra squadra del mondo, partecipò poco ai Challenge Round, perchè era troppo polemico, amante della birra, delle sigarette e delle donne, per integrarsi col carattere ferreo di Hopman. Rose, si badi, era un talento cristallino e dal braccio sinistro virtuoso, ma questi suoi "vizi", ne limitavano il rendimento quando il match si faceva lungo e stressante. Ed infatti, se guardiamo la sua carriera, scopriamo tante sconfitte in cinque set, quindi, le scelte di Hopman, hanno avuto fondi di logica e razionalità. Questo giocatore poi, ebbe modo di farsi valere come istruttore e costruttore di tennisti, fu tra l'altro l'indubbio creatore tennistico di una delle più grandi campionesse della storia: Billie Jean Moffit King. Non solo Rose però, può considerarsi l'esempio emblematico delle capacità di scelta e di vi-sione di prospettiva di Hopman, si potrebbero tranquillamente fare altri nomi. Ad esempio Bob Mark, Martin Mulligan, Ken Fletcher e Bob Hewitt, tutti giocatori che, seppur regolarmente convocati ed allenati dal grande maestro, non hanno mai goduto fiducia in Davis. Guardando le loro carriere, scopriamo che le decisioni di Hopman avevano giuste fondamenta.
Bob Mark, fu per due anni consecutivi il miglior junior australiano, aveva classe e potenza da vendere, ma un caratteraccio che lo limi-tava. Era superiore a Laver nei primi tempi e qualcuno lo vedeva co-me una futura "star", non Hopman, che gli antepose il rosso man-cino. La scelta fu opportuna, perché negli allenamenti e nei tornei l’assoluta mancanza di volontà di Mark, prese il sopravvento sulla tecnica, limitandone la carriera a pochi tangibili risultati. Il contrario di Laver, insomma. Martin Mulligan, Bob Hewitt e Ken Fletcher era-no ottimi giocatori, ma tutti limitati sul piano caratteriale, in maniera sensibile il secondo, meno gli altri due, ma tutti e tre inadatti al clima di un contesto così pesante come quello di Davis. Mulligan, arrivò al-la finale di Wimbledon contro Laver nel 1962, ma in quella sede fu talmente fiaccato dall'emozione, da farsi battere senza nemmeno provare a lottare. E dire che il suo cammino, prima della finalissima, era stato facile e trionfante. Quella partita, a mio giudizio, ha tolto gli eventuali ultimi dubbi sulla tenuta nervosa di Mulligan, all'occhio sensibile di Hopman. In seguito, lo stesso giocatore ebbe modo di dimostrare, anche quando giocò per l'Italia in Davis, quel suo difetto. Ken Fletcher e Bob Hewitt, quello che non riuscirono a dimostrare in singolare, lo recuperarono in doppio, soprattutto quando, assieme a Mulligan, ripudiati in patria, cercarono fortuna all'estero. Bob Hewitt, sposatosi con una sudafricana, diventò cittadino di quel paese e con Frew Mc Millen, costituì uno dei più grandi doppi del dopoguerra. Ken Fletcher, domiciliatosi prima ad Hong Kong, poi in Inghilterra fece incetta di “misti” con Margaret Court Smith e vinse anche in dop-pio specie con Newcombe. Per tutti e tre questi campioni, si può parlare di onorata e decorosissima carriera, ma chi fu preferito a loro da Hopman, era ben altra cosa, perlomeno in singolare.
Hop, in definitiva accostava, come pochi nel mondo dello sport, l'esigenza di prendere il meglio per un risultato immediato, alla prospettiva e all'investimento per l'avvenire. Forse, per questo, lo si distingue da altri coach, nel contempo pare unico come organizzatore di movimento e scuola tennistica.
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                                                             Hopman col leggendario Rod Laver

Ovviamente aveva i pure difetti.

A detta di Neale Fraser (colui che più di ogni altro seppe vincere, dopo Hopman, come capitano non giocatore di Davis), era eccessivamente severo nel reprimere abitudini, da lui considerate nocive o poco adatte a convivere con un atleta. Oppure, il non voler lasciare ai suoi giocatori, il contatto o il dialogo coi giornalisti.
Era questo un altro dei suoi pallini. Hop, pensava che i giornalisti fossero un fattore di notevole disturbo alla concentrazione dei giocatori, oltre che elemento di destabilizzazione nella ricerca costante di miglioramento del gioco. Poco incline alla mediazione, amava vivere, perlomeno fino a quando non emigrò negli Stati Uniti, all'interno di una visione manichea delle cose, il bene da una parte il male dall'altra. I suoi atleti si mostrarono delusi, ad esempio, dalle sue dichiarazioni quando passarono al professionismo: li definiva finiti o adatti ormai solo per il "circo" del tennis professionistico. In quelle affermazioni, ci stava tutta la sua visione del mondo e del tennis, ma anche la preoccupazione di veder depauperato, o distrutto, il suo lavoro di produttore di grandi campioni.
In seguito, già emigrato negli USA, ebbe modo di dimostrare di aver cambiato atteggiamento e lo fece in maniera anche clamorosa. Entrò negli ingranaggi del tennis dell'era "Open" nel 1970, dopo venti anni di incredibili successi, guadagnandosi da vivere come istruttore e riuscendo a distinguersi ancora, nonostante la non certo verde età.
Negli Stati Uniti, contribuì non poco alla finalizzazione dei programmi di training della Port Washington Tennis Accademy di Long Island e, successivamente, creò la Harry Hopman's International Tennis di Bardimoor, in Florida. Ebbe modo di aiutare il decollo di atleti giovani, ma pieni di talento come Vitas Gerulaitis e, soprattutto, John Mc Enroe che, mi si permetta, assieme ad Edberg, Sampras e l’odierno Federer, rappresenta il terzetto che può ambire a confronti coi grandi "aussie" forgiati da Hopman. Gli unici, in grado di essere paragonati alle leggende australiane come classe tennistica e gioco. Non certo come signorilità e gentilezza, nel caso di SuperMac, ovviamente.
Significativa all’uopo un'affermazione di Mc Enroe su Hopman: "Mi piaceva come persona, lo trovavo divertente, ed era ciò che lui pensava di me. Non ha mai cercato di cambiarmi, mi accettava per quello che ero. Non posso dire cos'é che m'ha insegnato, ma certamente qualcosa mi ha dato. Era un uomo molto costruttivo che riusciva a comunicarmi vibrazioni positive".
Oltre a questi giocatori, Hopman, ha seguito negli ultimi suoi anni di vita, altri atleti di fama, compreso il mancino equatoregno Andres Gomez e Ramesh Krisnan, figlio del campione indiano Ramanathan, un tennista elegante e classico, tanto bello da vedere quanto non dotato della cattiveria necessaria per vincere i grandi match. Ramesh, pochi lo ricorderanno, è stato uno dei tennisti più gradevoli del circuito professionistico negli anni ottanta, ma come il padre, così carente in grinta, da rendere vani persino gli sforzi del grande coach australiano.
Harry Hopman, colui che giustamente é stato definito il maestro più grande di tutti i tempi, morì il 27 dicembre 1985, colpito da attacco cardiaco proprio mentre stava, come suo solito, lavorando duramen-te sul campo, aveva settantanove anni. Per ricordarlo, concedetemi di considerare questa dichiarazione, come l'epitaffio più bello per questo grande e leggendario personaggio. Le parole sono di Rama-nathan Krisnan: " Hopman era un maestro severo ed inflessibile, ma doveva esserlo, perché questo sport è terribilmente competitivo e non ammette cedimenti. Personalmente l'ho sempre considerato un uomo estremamente buono e sensibile, che sotto la scorza del duro, nascondeva un cuore grande così. Ha aiutato moltissimi ragazzi di ogni parte del mondo. Trattava Ramesh come un figlio. Ho pianto quando ho saputo della sua morte e così mio figlio".


Maurizio Ricci detto Morris