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Un racconto
#1
In primo luogo una buona notizia: questo è l'unico racconto che abbia mai scritto (nel 2007, mi sembra). 
La cattiva notizia è che ho pensato di proporvelo  :D
L'ho scritto per il blog di scacchi dove collaboro (o collaboravo, visto che ormai pubblico solo uno o due articoli l'anno), i riferimenti scacchistici sono parecchi ma dovrebbe essere leggibile anche se non si sa nulla di scacchi. 

Quando ero piccolo andavo in vacanza a Palermo con i miei, adoravo andare a mangiare il gelato alla "marina" (a Palermo i gelati sono fantastici e in generale per strada si mangia divinamente, dal pane e panelle alle arancine al pane con la milza a tante altre squisitezze) e adoravo lo spelacchiato leone (chiamato "Ciccio") ospitato in una piccola gabbia alla Villa Giulia. 
Tanto tempo fa... 




“Il leone della Villa Giulia”
 
 
“Dutturi buongiorno! Un minuto solo, Salvo.”

Il titolare del bar sospese la partita a dama con l’amico per raggiungere il bancone.

“La servo io, u picciotto è ghiuto a fari na cunsigna. Che ci do, un’iris?”

L’uomo era anziano ma emanava un’aura di energia. Usava un bastone da passeggio, di legno intarsiato, con un pomo argenteo. Era vestito elegantemente, un abito azzurro chiaro, camicia blu, panciotto e cravatta, un abbigliamento pesante per la promessa d’estate di quella giornata d’inizio maggio. Non sembrava avvertire il caldo, comunque, il viso fresco e rasato. Spostò lo sguardo dalla scacchiera al barista. Gli occhi erano chiarissimi, d’un colore indefinibile.

“Gioca anche a scacchi, sig. Michele?”

Sorpreso dallo sguardo, da una inspiegabile sensazione di gravità, il barista sussultò leggermente prima di ritrovare la sua verve.

“A scacchi? Ma quannu mai! Sacciu sulo i mosse. E pure a dama… Ave na vita che u mio amico Salvo mi mazzulia!”

“Una vita?” Qualcosa sembrò restare nell’aria per un istante, prima si svanire.

“No, niente iris oggi. Due arancine e due rizzuole, me le mette in un vassoietto magari.”

“Subito! Sunnu cavure cavure, di rue minuti fa, troppo buone! Non è per dire, ma pripara tutto me mugghiere!”

“Lo so.” rispose l’uomo l’anziano.

 

“Mii che cristianu!” disse Salvo “Ma cu è?”

“Ci criri, mancu sacciu como si chiama. Ave una siimana che tutte i matine passa, s’accatta un’iris e sinni scinne verso la Villa Giulia.”

“Oggi ‘un s’accattao n’iris.”

“No, oggi no. Ma picchì, sintisti come parla? Ié como si avisse un accento straniero, ma ‘un l’ave… Niente i male, pi carità, ma ti runa na senzazione mistiriusa… Maah, finemo i ghiucare và. Tucca a mia?”

 

La via Lincoln scendeva verso il porto e il mare era visibile da lontano. L’uomo anziano oltrepassò l’ingresso della Villa Giulia e girò a sinistra, lungo il Foro Italico. Al di qua della strada che fiancheggiava il mare vi era un ampio spazio all’aria aperta, disseminato di tavolini. L’antica e grande gelateria sembrava incastonata nel paesaggio, come se fosse lì da sempre. Ad uno dei tavolini, ombreggiato da un grande albero, sedeva un giovane, biondo, magro. Indossava pantaloni e gilet, neri, con la camicia bianca aperta e le maniche risvoltate. Gli occhi, d’un azzurro intenso, fissavano una scacchiera. Alcuni pezzi stavano di lato, accanto ad un orologio con due quadranti. L’uomo anziano accennò un lieve sorriso mentre si avvicinava. Posò il sacchetto sul tavolino, lanciando un’occhiata alla posizione sulla scacchiera.

“Anand – Topalov , a Sofia, lo scorso anno…” disse.

“Anand ha un magnifico talento ma, come dire, mai del tutto disciplinato” rispose il giovane.

“Buongiorno signor Brad” salutò l’uomo anziano mentre si sedeva “Mi aspettavo di incontrarla oggi”.

Il giovane fece un cenno con il capo. Si accigliò, fissandolo. “Signor Pitti… Mi aspettava?”

“Diciamo così. Mi sono permesso di prendere qualcosa anche per lei.” Scartò il vassoietto, disponendo accanto i tovagliolini.

L’espressione del giovane era indecifrabile. “Lei non manca di sorprese.”

“Perché no, quando posso. Si aggiunge un po’ di colore alle cose.” L’uomo anziano aprì una bustina di zucchero, che versò su un angolo del vassoio. “Alcuni palermitani intingono l’arancina su un po’ di zucchero, provi, se vuole… Aah, squisita!”

“Davvero buona” confermò il giovane “Anche se forse la preferisco senza zucchero.”

 

- - -

 

Il sorriso non dava adito a dubbi: era felice, come solo la gioventù, a volte, sa consentire. Aveva superato il suo primo esame a Cambridge! Non vedeva l’ora di dirlo a Violet, la sua bellissima Violet.

Incrociò lo sguardo di un passante e il mondo parve implodere, comprimersi, svanire nel buio. Un freddo intenso s’impadronì del suo corpo e comprese che stava morendo. La sua mente si tese ad afferrare quanto poteva, ricordi e pensieri come minuscole ancore alla vita. La carezza di sua madre prima di addormentarsi, l’affetto distante di suo padre, le partite a pallone sul marciapiede, Violet, tanto amata, eppure, sentì in quell’istante, non ancora l’amore, il prof. Rutherford, appena conosciuto, con il quale sperava di lavorare lì a Cambridge, gli scacchi, da sempre compagni di viaggio, e il suo primo torneo internazionale, la settimana successiva…

Una voce maestosa risuonò nella sua mente: “Gli scacchi! Gli affetti, l’amore, i misteri dell’atomo, ma, infine, gli scacchi! Ha appena ottenuto qualcosa d’inimmaginabile, giovane uomo… Una dilazione. Tornerò, e non dimentichi perché oggi, e ancora un poco, vivrà.”

La vista gli si schiarì. Era caduto a terra. Il passante era lì e restò a guardarlo ancora per un attimo, prima di girarsi e andar via.

 

- - -

 

Avevano finito di mangiare in silenzio e ora i pezzi erano tornati sulle case di partenza. Il signor Brad prese l’orologio: “Novanta minuti più un minuto per mossa?”

“Perché no? Un piccolo cambiamento, l’essenza della vita. Questa volta ho il bianco.”

Il giovane non rispose e la partita iniziò. Una spagnola, una Zajtsev, sulla falsariga di diverse partite tra Kasparov e Karpov. Il gioco si sviluppava, sempre più tagliente.

 

Erano trascorse un paio d’ore quando l’uomo anziano, subito dopo aver effettuato una mossa, bloccò l’orologio. “Che ne direbbe di un gelato?”

Il giovane si appoggiò alla spalliera della sedia e parve quasi accennare un sorriso. “Una pausa? D’accordo.”

La cameriera aveva pensato più volte di avvicinarsi al loro tavolo e altrettante volte aveva dimenticato di farlo. Vide il gesto dell’uomo anziano e andò a prendere l’ordinazione.

“Due gelati, un Caffè Perfet e…”

“Una Cassata” completò il signor Brad.

“E poi porti una caraffa di acqua ghiacciata… con un po’ di zammù?” Si rivolse al giovane, che annuì.

Mentre attendevano il signor Pitti chiese: “Lei conosce la Villa Giulia, qua vicino?”

“Non particolarmente.”

“Bèh, nulla di eccezionale, ma ha una sua bellezza. Ci sono delle voliere e un tempo c’era anche un leone. I bambini ne andavano matti. Ricordo una volta un bimbo che arrivò correndo, esclamando: - Il leone, il leone! -. L’uomo che l’accompagnava gli disse che aveva visto tanti altri leoni, negli zoo più importanti d’Europa, e il bimbo replicò: - Ma questo è il leone della Villa Giulia! - Mi sono chiesto spesso chi avesse ragione. Era solo un vecchio e solitario leone chiuso in gabbia o era il leone della Villa Giulia?”

Il giovane lo guardava intensamente ed attese qualche secondo prima di rispondere. “Le cose non hanno essenza.”

“Lei dice?”

 

- - -

 

Sedeva da solo, in un angolo della sala del Manhattan Chess Club. Le mosse di Pillsbury e di Lasker si susseguivano sulla scacchiera, man mano che riguardava la partita. Un giovane biondo, magro, gli occhi d’un azzurro intenso, entrò nella sala.

Lo riconobbe subito. Avvertì un brivido, fino in fondo all’anima, e le mani gli tremarono. Erano passati otto anni e a volte aveva persino pensato di aver sognato. Ma quel volto era indelebilmente impresso nella sua memoria. Il giovane si avvicinò con passo sicuro. “Signor Pitti..”

“Dunque è adesso…” disse, ma il giovane non rispose, sedendosi con gesti risoluti, freddi.

Sorteggiarono i colori e a lui toccò il nero. Prese un formulario dalla borsa e restò un attimo con la penna a mezz’aria: “Come posso chiamarla?”

Il giovane fece un gesto noncurante, ma lui aspettava. “Brad” disse infine “Scriva pure Brad”.

La partita era stata durissima, con una costante pressione del bianco, e il finale si presentava disperato. Si sentiva in trappola e cercò di respingere il senso di panico che iniziava ad attanagliarlo. Guardò l’orologio e si impose tutta la calma che poteva. “E se lasciassi il pedone?” si chiese. Spostò mentalmente la torre, la donna bianca mangiava il pedone e lui dava scacco… No, anche così non poteva che perdere… Però… Poteva spingere l’altro pedone, e dare ancora scacco, e sacrificare la torre deviando la donna avversaria, e infine sacrificare la sua donna… Stallo! Sentì la speranza rinascere come una sorgente d’acqua preziosissima. Ricontrollò la variante, e ancora, poi mosse la torre.

Il giovane si alzò. “Eccellente signor Pitti, davvero eccellente. Ci rivedremo…”

 

- - -

 

Avevano ripreso la partita e l’uomo anziano attendeva la mossa del nero. Era il loro dodicesimo incontro e, per la prima volta, aveva l’iniziativa e prospettive di attacco. Il giovane mosse la donna in e8. Donna in e8? Apriva un’autostrada al sacrificio di cavallo che minacciava. Seguì le varianti, invariabilmente vincenti… Poi si accorse dell’invisibile intermedia che si sarebbe generata diverse mosse dopo. Non poteva sacrificare il cavallo, e comprese subito che non aveva altre buone mosse. Il nero avrebbe sciolto la posizione, restando con un pedone in più. Sondò il finale, senza trovare nessuna chance di salvezza.

Riesaminò tutto, poi disse con voce tranquilla “Abbandono signor Brad.”

“Lei è un giocatore straordinario, signor Pitti, ma doveva accadere, prima o poi.”

Restarono in silenzio per alcuni istanti.

“Oggi ha attaccato.” Disse il giovane.

“Già. Forse volevo saggiare il limite, signor Brad. Se si sconfigge la morte, sarà la morte a morire?” Sorrise. “O forse sono solo stanco.”

“Il suo aspetto è anziano, ma lei sta benissimo, e la sua mente è limpida come quel primo giorno, a Cambridge. A questo ho provveduto io.”

“Eppure, sono passati troppi anni, e poi io ho già vinto, era giusto che toccasse a lei.”

La luce del pomeriggio parve scivolar via. “… Vinto?”

Oppresso da una morsa impalpabile l’uomo anziano riuscì a rispondere “Una vita… Ho vinto la mia vita.”

Tutto tornò lentamente alla normalità. Il giovane si alzò. “Non è stato che un battito di ciglia, signor Pitti, anche se, glielo concedo, ha contenuto qualcosa.”

“E adesso?” Chiese l’uomo anziano.

“Verrò a trovarla stasera, o forse domani, o i giorni venturi.”

“Un’ultima incertezza, un ultimo battito di ciglia… Lo apprezzo. Arrivederla signor Brad.”

Il giovane chinò leggermente il capo “Arrivederla signor Pitti.”

 

L’uomo anziano camminava lentamente, poggiandosi al bastone. Entrò nella Villa Giulia e si sedette su una panchina. Erano passati cinquant’anni ma sentiva ancora una piccola mano lasciare la sua, mentre la vocina gioiosa gridava “Nonno! Nonno! Il leone! Il leone della Villa Giulia!”

Stette lì ancora un poco, in compagnia della tiepida brezza pomeridiana della sua amata Palermo.
 
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