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Storie d'arte e 105esimo Giro
#1
Ungheria

Vi fu un contatto, nel corso del XV secolo, tra l'Italia del primo Rinascimento e la remota Ungheria.

Nel 1425 Masolino da Panicale, impegnato con Masaccio nella decorazione della straordinaria Cappella Brancacci (in Santa Maria del Carmine a Firenze), venne chiamato in Ungheria a lavorare nei feudi del legato apostolico Branda Castiglioni. Le sue pitture magiare non sono tuttavia né sopravvissute né ricostruibili.
Una volta tornato in Italia l'anno seguente, continuò a lavorare per il Castiglioni, a Roma nella cappella di famiglia in San Clemente (insieme a Masaccio, che lì sarebbe morto a nemmeno 27 anni), e una ventina di anni dopo nei feudi varesini di Castiglione Olona. 
Nel palazzo di famiglia, in quello che ora è un dimenticato paesino lombardo, affrescò una favolistica veduta montagnosa forse ispirata a certe suggestioni nate nei Carpazi.

[Immagine: Masolino%2C_paesaggio%2C_castiglione_olo...branda.jpg]
Masolino da Panicale, cosiddetto "Paesaggio Ungherese" nel Palazzo Branda Castiglioni a Castiglione Olona (Varese)

Negli anni Cinquanta del Quattrocento un pittore ungherese di nome Mihály si trasferì a Ferrara per decorare, insieme ad artisti locali, lo Studiolo Belfiore voluto dal Duca Leonello d'Este.
La brutalità espressiva del magiaro creò uno shock visivo in tutte le botteghe pittoriche ferraresi che subirono una fortissima influenza. 
I Gonzaga di Mantova pensarono addirittura di chiamarlo come artista di corte ... ma cambiò poi idea convocando al suo posto il padovano Andrea Mantegna che lì avrebbe cambiato il corso dell'arte Italiana.

[Immagine: Studiolo_di_belfiore%2C_thalia_di_michel...pest_2.jpg]
Maestro Mihály, detto Michele Pannonio, Musa Thalia, dallo Studiolo Belfiore

[Immagine: Michele_pannonio%2C_crocifissione%2C_fer...2364980593]
Maestro Mihály, detto Michele Pannonio, Crocifissione

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Messina

Tra i nativi di Caravaggio, non solo Michelangelo Merisi ha avuto una vita errabonda e ricca di travagli. Anzi, il celeberrimo pittore sembra aver seguito le orme di un compaesano vissuto quasi un secolo prima: Polidoro Caldara.
 
Quello di Polidoro è un pellegrinaggio senza ritorno verso il Sud: dalla bassa Bergamasca in cui nacque nel 1500 circa, si trasferì quindicenne a Roma e lì divenne allievo di Raffaello. A circa vent'anni entrò in società con Maturino da Firenze e si specializzò nel dipingere le facciate dei palazzi: pitture quasi totalmente cancellate dalle piogge, soprattutto quelle acide dell'ultimo secolo...

Col sacco di Roma del 1527 si trasferì a Napoli e dopo due anni, nel 1529, a Messina dove avviò una florida bottega. 
Nel 1543, durante un tentativo di rapina perpetrato a suo danno da un discepolo noto col nomignolo di "Tonno", venne strangolato e morì a soli 43 anni. 

L'importanza del caravaggino è ora molto trascurata, ma a fine Cinquecento il trattatista milanese Giovanni Paolo Lomazzo lo inseriva tra i 7 custodi del "Sacro Tempio della Pittura" insieme a Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Andrea Mantegna, Tiziano e Gaudenzio Ferrari. 

[Immagine: polidoro-da-caravaggio-andata-al-calvario.jpg]
Polidoro Caldara da Caravaggio, Andata al Calvario, Napoli, Capodimonte. 

Calabria - Altomonte

Altomonte è un paese un po' sperduto in provincia di Cosenza che conserva nel suo museo civico un piccolo capolavoro del Trecento: una tavoletta dipinta dal senese Simone Martini attorno al 1330... Il dipinto raffigura San Ladislao. Un santo Re. Di quale nazione? Ungheria!


[Immagine: 304px-Simone_Martini_-_St_Ladislaus%2C_K...A21428.jpg]
Simone Martini, San Ladislao d'Ungheria

E si chiude così (al momento) il cerchio ...
 
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[+] A 11 utenti piace il post di Giugurta
#2
Azz, questo è un bello scatto verso l'UOTY.
 
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[+] A 1 utente piace il post di Luciano Pagliarini
#3
Groupwave  Standing ovation!!  Groupwave

Bravo
 
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[+] A 1 utente piace il post di OldGibi
#4
Giugurta, sei un asso, uno da trasmissioni RAI accanto a Pancani, in sovraimpressione e/o stacco sul Giro: faresti cultura e renderesti un servizio enorme al pubblico che potrebbe smettere di cambiare canale, vista la noia del ciclismo in certe tappe come quella di oggi. In questo modo si darebbe un senso agli sforzi dell'azienda per propinare uno spettacolo che non c'è o è sproporzionato.
Standing ovation!
 
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[+] A 2 utenti piace il post di Morris
#5
Vi ringrazio molto, ma non penso di essere adatto a trasmissioni televisive..
Questo è un semplice post scritto di getto in un pomeriggio di permesso da lavoro con una tappa frantumapalle in tv Asd

Spero di portare avanti la rubrica con circa 2 post settimanali.
 
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#6
Se a fine anno non votate Giugurta almeno come utente competente in ambiti extra ciclistici sarete costretti a cibarvi dei suoi piatti per un anno, sappiatelo
 
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[+] A 1 utente piace il post di Paruzzo
#7
Da Murcia a Napoli

Alejandro Valverde, pur avendo toccato il suolo napoletano nella giornata di ieri, non ha lasciato un gran segno. 
Un suo compaesano nato nel 1480 circa, ergo 500 anni prima, invece lo lasciò (da 28enne) nel 1508 nella Cappella Carafa della chiesa di San Domenico. 

Il suo nome era Pedro Fernandez e in giovanissima età si era trasferito dalla Penisola Iberica all'Italia per formarsi nella Milano probabilmente già dominata politicamente dai Francesi e artisticamente da Bartolomeo Suardi detto il Bramantino.

(Per un breve approfondimento su Bramantino rimando al mio vecchio topic: https://www.ilnuovociclismo.com/forum/Th...al-margine )

Pedro amava i viaggi e la vita errante: negli anni lombardi andò sicuramente a Mantova per ammirare - tra le altre cose - quel capolavoro di scorcio prospettico sulla volta della Camera degli Sposi in Palazzo Ducale, ambiente privatissimo, ma aperto agli artisti che lì volevano studiare la grande pittura di Andrea Mantegna. 

[Immagine: img-Camera-degli-Sposi-di-Mategna-oculo.jpg]
Andrea Mantegna, volta della Camera degli Sposi: oculo prospettico. (entro il 1474)


Pedro, come molti altri, ne rimase folgorato e quando nel 1508 spostò la propria residenza a Napoli decise di cimentarsi in un nuovo trompe l'oeil che potesse competere con quello di Mantegna.
 
L'occasione fu la decorazione della volta della cappella Carafa: una vera e propria rivoluzione visto che le presenze angeliche sono ridotte al minimo e il ruolo di protagoniste spetta alle nuvole rosate e alla balconata.
Siccome non si poteva entrare normalmente nelle cappelle private della chiesa, il gioco prospettico non funziona se si guarda esattamente di sotto in su, ma solo stando all'esterno del vano sacro.

[Immagine: fig.12-3.jpg]
Pedro Fernandez da Murcia, conosciuto anche come "Pseudo Bramantino", Volta della Cappella Carafa (Angeli e profeti nei pennacchi), Napoli San Domenico Maggiore, 1508 ca.


Pedro Fernandez continuò poi la sua vita errabonda risalendo la Penisola: nel 1510-11 fu a Roma, poi di nuovo a Napoli tra 1512 e 1513, e successivamente ancora a Roma. 

Attorno al 1516 ritornò in terra Lombarda e più precisamente a Castelleone, vicino a Cremona, dove lavorò ad un polittico ora diviso tra il museo civico Ala Ponzone e la parrocchiale di Castelleone. 

Nel 1521 rientrò in Spagna per lavorare tra Girona e Flaçà, cittadina dove è testimoniato per l'ultima volta nel 1523. Non è chiaro se sia morto in quella data o se abbia interrotto la professione per diventare monaco. 

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Da Varallo Sesia all'Abruzzo

Tra gli spostamenti che risultano senza dubbio più eccentrici per la storia dell'arte c'è quello del giovane pittore di origine tedesca, ma residente a Varallo (Sesia), Anton Henrichs, ossia Antonio d'Enrico detto Tanzio da Varallo, dal Vercellese agli Abruzzi. 

Antonio nacque ad Alagna (VC) nel 1582 da una numerosa famiglia di costruttori impegnata dal 1586 nel grande cantiere del Sacro Monte di Varallo, quello che il critico Giovanni Testori avrebbe chiamato il "Grande Teatro Montano", laddove la storia sacra è raccontata tramite architetture, sculture lignee, in terracotta e pitture in una vera propria unione armonica di tutte le arti.

[Immagine: 800px-Varallo_Sesia_Sacro_Monte_di_Varallo_016.JPG]
Sacro Monte di Varallo, cappella dell'Ecce Homo, affreschi del Morazzone, statue di Giovanni d'Enrico (fratello di Tanzio).


L'apprendistato di Tanzio avvenne probabilmente sotto l'attenzione di Giovanni, fratello più anziano di lui, e si può pensare che essa si sia svolta nel campo della scultura prima che in quello della pittura.
Nel 1600 Tanzio partì alla volta di Roma assieme ad un altro fratello, di nome Melchiorre, e lì rimase folgorato dalla pittura di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Non sono ben chiare le modalità con le quali il Tanzio entrò nell'entourage del Merisi, ma la sua permanenza al di fuori della Valsesia si sarebbe protratta fino al 1615 circa. Le prime 3 opere certe del catalogo di Tanzio sono state riscoperte in sperdute località abruzzesi: esse dimostrano un'ibridazione del linguaggio Caravaggio con quello aspro della pittura controriformata del nord Italia.

La semplicità di composizione e di linguaggio si contamina con una brutale pittura di realtà che non lascia spazio ad alcuna idealizzazione: le rughe dei volti diventano crepe, gli sguardi penetranti sembrano preannunciare i drammi politici del XVII secolo e l'apocalittica peste manzoniana scoppiata nel 1630 (che uccise probabilmente anche lo stesso Tanzio, nel 1633). 

[Immagine: tanzio-da-varallo-01-madonna-con-bambino...ncesco.jpg]
Tanzio da Varallo, Madonna con Bambino appare a San Francesco, con donatore, Colledimezzo (Chieti), chiesa parrocchiale di San Giovanni Evangelista. (1613 ca.) 

[Immagine: 884b92fd97d86c18c247695ca42a272e.jpg]
Tanzio da Varallo, Circoncisione, Fara San Martino (Chieti), chiesa parrocchiale di San Remigio. (1614 ca.) 

[Immagine: Madonna_dell%27Incendio-_Pescocostanzo.jpg]
Tanzio da Varallo, Madonna dell'Incendio Sedato, Pescocostanzo (L'Aquila), collegiata di Santa Maria in Colle. (1614 ca.)
 
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[+] A 9 utenti piace il post di Giugurta
#8
Per un ignorante (purtroppo) come me è tutto super interessante.

Sono curioso di vedere se tirerai fuori qualcosa riguardo la Liguria (che so, un Luca Cambiaso oppure la Cappella Sistina di Savona). Ma in ogni caso complimenti, approfondimenti davvero interessanti.
 
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[+] A 1 utente piace il post di Paruzzo
#9
Grazie!
Sinceramente non so ancora cosa scegliere per la Liguria. Ci sono ovviamente molte ipotesi in ballottaggio al momento
 
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#10
Spero di portare domenica una puntata dedicata a 4 luoghi toccati dal Giro:

- Jesi
- Parma
- Liguria
- Il Canavese 

Potrei anche spezzarla in due tronconi, ma non mi è semplice scrivere in questi giorni  Sweat
 
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[+] A 3 utenti piace il post di Giugurta
#11
Jesi: uno dei luoghi di Lorenzo Lotto, il pellegrino.

Ho già delineato la figura errante del pittore veneziano Lorenzo Lotto che, incapace di raggiungere il successo nei maggiori centri artistici della Penisola, trovò i suoi luoghi di elezione a Bergamo (dove rimase continuativamente dal 1513 al 1525) e nelle Marche (a Recanati tra 1506 - 1508 e 1512 - 1513,  a Jesi nel 1511,  girovago in più paesi tra 1534 e 1539, ad ancona Ancona tra 1549 e 1552 e infine frate oblato nel santuario di Loreto tra 1552 e 1556, anno della morte.)

Lorenzo Lotto era un genio della pittura e la sua mancata affermazione a Roma e a Venezia deriva probabilmente da un'indole umana parecchio complessa e ad una difficoltà a gestire la propria bottega con reali fini imprenditoriali, nonché da uno stile pittorico a volte restio ad assorbire le novità e le mode. 

La foga michelangiolesca e manierista, mutuata con vari linguaggi in tutt'Italia non poteva essere apprezzata da un pittore così fortemente intimista ed emozionale come il veneziano.

Il museo civico di Jesi conserva alcuni suoi capolavori, tra cui una stupenda deposizione del 1511 quando il 31enne Lotto era ancora permeabile all'influenza raffaellesca avuta negli anni romani.

[Immagine: Lotto%2C_deposizione%2C_jesi.jpg]
Lorenzo Lotto, Deposizione, 1511

[Immagine: Raffaello%2C_pala_baglioni%2C_deposizione.jpg]
Raffaello Sanzio, Deposizione (Baglioni), 1507. 

Le altre opere lottesche a Jesi sono invece risalenti ad un periodo successivo: 1531-1532, quando il pittore, residente a Venezia, otteneva pochissime commissioni in laguna, ma inviava frequentemente dipinti a Bergamo (dove non lo avevano dimenticato) e nelle Marche.

Sotto le logge del cortile interno del palazzo della signoria di Jesi, Lotto ambienta la storia commovente della martire Lucia, costretta dal tiranno di Siracusa Pascasio ad essere condotta in un lupanare per prostituirsi, poiché aveva rifiutato il matrimonio pagano per dedicarsi alla religione cristiana. 

A questo punto si assiste ad un prodigioso evento: la vergine diventa inamovibile e salda sicché nessun tentativo di trasportarla al lupanare ha successo, nemmeno una colonna di buoi (visibili in predella) e i maghi appositamente convocati dallo spietato Pascasio.


[Immagine: 800px-Lotto%2C_pala_di_santa_lucia_00.jpg]
Lorenzo Lotto, Miracolo di Santa Lucia, 1532. 

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La fine di Francesco Maria Mazzola, il Parmigianino

Il pittore Francesco Maria Mazzola, noto universalmente come Parmigianino, era un talento precocissimo. Nato nel 1503, figlio del pittore Filippo, e rimasto orfano a soli 2 anni, si formò nella bottega di famiglia sotto la guida dei modesti zii, che Francesco già da adolescente superava nettamente in bravura. 

A 16 anni realizzò le prime pale d'altare, a 19 gli affreschi nei sottarchi delle cappelle in San Giovanni Evangelista (Parma), a 20 le storie di Diana e Atteone nella rocca di Fontanellato. 

[Immagine: Fig.-6-----Parmigianino-Storia-di-Diana-...-Parma.jpg]
Francesco Maria Mazzola detto il Parmigianino, Storie di Diana e Atteone, 1523, Fontanellato, Rocca Sanvitale 

Nel 1524 il suo astro si accese definitivamente col viaggio a Roma, avvenuto sotto la protezione del cardinale Ippolito de' Medici. L'Urbe poteva trovare nel pittore parmense un erede di Raffaello, prematuramente scomparso quattro anni prima. 

Ad interrompere questa stagione idilliaca fu il sacco di Roma: il 6 maggio 1527 le truppe dei Lanzichenecchi entrarono nella città devastandola. Mazzola venne fatto prigioniero e successivamente liberato dietro il pagamento di una cauzione.

In seguito a quel mesto episodio si trasferì a Bologna, città all'epoca sotto il dominio dello Stato Pontificio, e lì rimase fino al 1531: in questi anni il successo si consolidò ulteriormente.

Nel 1531 ritornò nella città natale, chiamato ad affrescare gli interni della chiesa di Santa Maria della Steccata: il progetto era grandioso, l'interezza delle decorazioni murali al suo interno sarebbe spettata al 28enne genius loci

Qualcosa tuttavia iniziò a non funzionare nella sua testa e i lavori procedettero molto lentamente, nonostante gli anticipi di denaro già incassati da Mazzola. Egli iniziò a dedicarsi all'esecuzione, con ritmi ugualmente lentissimi, di altri dipinti e allo studio della "scienza" alchemica. 
Fu questo l'inizio di un progressivo disinteresse verso la professione che lo aveva reso, ancora giovanissimo, uno dei più grandi artisti sulla scena italiana.

Il 3 giugno 1538 i fabbricieri della Steccata intimarono a Parmigianino la restituzione di 225 scudi per inadempienza, ma egli non rispose. Chiamarono dunque Giulio Romano a sostituirlo, ma Parmigianino mandò a Mantova (dove Giulio risiedeva) un suo messo per minacciarlo (probabilmente anche di morte) qualora avesse accettato. 

Il 26 agosto 1539 si passò alle vie legali e il Mazzola venne incarcerato per inadempienza: in 8 anni aveva dipinto solamente il sottarco con la parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte.

[Immagine: 1024px-Parmigianino_-_Decoration_of_the_...A17042.jpg]
Francesco Maria Mazzola detto il Parmigianino, Vergini sagge e vergini stolte e altre decorazioni, 1531-1539, Parma, Santa Maria della Steccata

[Immagine: 800px-Parmigianino%2C_affreschi_della_steccata_01.jpg]
Dettaglio di una vergine "stolta" 

Scarcerato nel gennaio del 1540, se ne andò a Casalmaggiore, offeso dall'onta subita nella città natia. Una tradizione locale, non confermata da documenti, riporta come l'artista, prima di fuggire, distrusse quel poco di suo che era abbozzato nell'abside della Steccata.

Nella cittadina padana ricominciò tuttavia a lavorare con vigore, spinto da una rediviva creatività. Ma purtroppo la torrida estate di quel 1540 non gli lasciò scampo: il 24 agosto morì, stroncato forse da una forma di malaria. 
Aveva 37 anni: come Raffaello.
 
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[+] A 5 utenti piace il post di Giugurta
#12
... con colpevole (ma inevitabile) ritardo tento di proseguire nella rubrica...

Genova 
Superba..? Barocca.. ? Medievale.. ?

L'arte genovese più nota al grande pubblico è quella di Rubens, di Domenico Piola, del Grechetto, di Gregorio de Ferrari... La gloriosa Genova del Sei e Settecento.

Personalmente ritengo l'adorazione dei pastori di Giovanni Battista Castiglioni detto il Grechetto il più bel dipinto su tela posseduto dalla città (nella chiesa di San Luca, nel colorito quartiere della Maddalena)


[Immagine: Adorazione_dei_pastori_-_Grechetto.png]
Il Grechetto, Adorazione dei Pastori, 1645, Genova, chiesa di San Luca


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Ma a Genova esiste anche un capolavoro di scultura trecentesca con pochi eguali. 

A volte ci si immagina l'arte tardo medievale come interamente Giotto-centrica e in effetti nell'ambito della pittura la lezione del fiorentino ha una diffusione talmente vasta da risultare veramente totalizzante.

Nel campo della scultura a riportare in auge la riscoperta dei maestri classici a cavallo tra XIII e XIV secolo, ancor prima di Giotto, sono invece due pisani di origine pugliese, padre e figlio: il primo di nome fa Nicola, mentre il secondo Giovanni ... entrambi sono soprannominati (guarda un po') Pisano. 

Il senso di movimento delle sculture del giovane Giovanni fa rimanere ancora oggi senza fiato, specialmente nei rilievi: formelle affollate di personaggi, di dinamicità, di dramma e sovente di orrore... 

[Immagine: 800px-Pistoia_chiesa_san_andria_007.JPG]
Giovanni Pisano, Strage degli Innocenti, Duomo di Pistoia, Pulpito.  

Tra i suoi capolavori anche uno per Genova: il monumento funerario di Margherita di Brabante, moglie dell'imperatore Enrico VII, morta a Genova nel 1311. La collocazione scelta era l'abside maggiore della chiesa di San Francesco di Castelletto. 

L'opera consisteva in un catafalco trionfale sormontato dall'immagine dell'anima dell'imperatrice trasportata nei cieli da due angeli. Un'idea incredibilmente eterea e dunque assai complessa da rendere in una scultura, pesante e "terrena" per definizione.

Questo capolavoro ora ce lo possiamo però solamente immaginare: nel primo Ottocento la chiesa e il convento vennero soppressi dai "rivoluzionari" transalpini e le sculture andarono quasi interamente perdute con la conseguente demolizione degli edifici ecclesiastici. 

Ma nel museo di Sant'Agostino si conserva ancora il frammento cruciale di tutto quel complesso scultoreo: Margherita di Brabante che se ne sta eternamente con lo sguardo un po' interrogativo, rapita da quei due uomini in miniatura (decapitati ahimé) per essere trasportata verso la beatitudine eterna.

[Immagine: SG_182.jpg]

[Immagine: 2825OP584AU4587.jpg]
 
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